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Analisi Cronache di poveri amanti - Pratolini, Appunti di Letteratura Contemporanea

Analisi del romanzo Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini tratto dal corso di Letteratura italiana della prof.ssa Manetti.

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 29/05/2019

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Vasco Pratolini
a Firenze contribuisce all'uscita del bargello e insieme a Vittorini e bilenchi vive la crisi, la
disillusione nel carattere rivoluzionario del fascismo al momento della guerra di spagna. Anche per
questo Pratolini nel 1938 fonda con un poeta, alfonso gatto, una rivista campo di marte, che è la
dimstrazione dei rapporti ambigui tra la repubblica delle lettere e il fascismo. È una rivista cje in
qualche modo difende e sostiene la moralità della letteratura contro la mascherata e le falsificazioni
del fascismo tenendosi ai margini della lotta politica vera e propria, diventa in breve tempo un
punto di riferimento per gli intellettuali vicini all'ermetismo. Nonostante tutto noia alla censura
fascista che nel 1939 riesce a far concludere questa esperienza. L'dea di una cronaca fiorentina
nasce n Pratolini abbastanza presto, nel 1940, ma quello che diventerà cronache di poveri amanti ha
una gestazione molto lunga. Comincia a scrivere questo libro solo nel 1946, racconta che questo
romanzo sarebbe dvuto esdsere il primo liro e ha finito per diventare il sesto. Prima escono Il
tappeto verde, via dei magazzini e le amiche che raccolgono prose di taglio narrativo o racconti
veri e propri risalenti agli anni precedenti nei quali rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza a
Firenze adottando dei moduli narrativi ancora molto degli anni 30. nel 1943 è a Roma dove prende
parte alla resistenza non armata come caposettore del partito comunista nel quartiere Flaminio e nel
frattempo si è avvicinato al partito comunista ed è impegnato nella lotta di liberazione. A Roma
scrive Il quartere, che esce nel '44, anch'esso ambientato a Firenze che, rispetto ai precedenti, è
meno centrato sull'io autobiografico e ha un respiro più corale. Dopo la liberazione si trasferisce a
Milano e diventa giornalista, lavora soprattutto al Milano sera, anche se questo lavoro non gli piace.
Alla fine del 45 si trasferisce a Napoli, città d'origina di sua moglie dove diventa insegnante di un
istituto d'arte e dove scrive la prima delle sue cronache Cronaca familiare. A Napoli una notte
dell'inizio del 46 attraversa vicoli popolari della città e ha una specie di intermittenza del cuore, gli
tornano alla mente vividi i vicoli di Firenze dove aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza e
questo innesta un processo di scrittura. La sera stessa inizia il libro e lo conclude dopo poco più di
un anno ed esce nel 1947. il recupero della Firenze popolare che è la protagonista del romanzo
avviene dal lontano a Napoli, è come avvenne a Verga a Milano, quando mette mano a Nedda. In
questo romanzo il rapporto tra autobiografia e romanzo realistico cambia: l'autobiografia non
scompare. In un'intervista del 1953 rivela un piccolo ma significativo dettaglio, dice che ha abitato
in via del corno e il ragazzo Renzo che compare nell'ultimo capitolo del libro è lui. Va ha abitato
dal 27 al 30, in un periodo importante ma doloroso della sua vita: sua madre era morta di parto
dando alla luce suo fratello minore e il ragazzino era stato affidato alla nonna materna che l'aveva
portato a vivere con sé. Con questo romanzo Pratolini risolve un problema centrale nella narrativa
neorealista: come affrontare il rapporto tra l'io autobiografico dell'autore, che è un intellettuale con
le sue crisi e perplessità e il mondo popolare che questo io si è dato come obiettivo di
rappresentare. Pratolini riesce a rendere universale la propria vicenda attraverso la cronaca.
La tradizione resistenziale di quegli anni aveva riportato in primo piano il genere della cronaca
rinnovandolo e plasmandolo sulle esigenze dei fatti da raccontare e Pratolini guarda a quel tipo di
racconto in cui chi parla è partecipe degli eventi ma è un cronista ed è tenuto a mantenere una certa
distanza dagli eventi che racconta per garantire la veridicità della sua cronaca. Quando sceglie di
adoperare questo termine pensa anche a un'altra tradizione che è quella fiorentina e comunale delle
cronache municipale, di cronisti che raccontavano i fatti significativi della vita cittadina.
Il fratello ferruccio era stato affidato ad una famiglia nobile e cresciuto come un giovane
aristocratico mentre vasco, affidato alla nonna materna, sperimentava tutta la durezza e
problematicità di un quartiere popolare. Due destini completamente diversi e un rapporto molto
conflittuale, anche per la diversità di stili di vita. Cronaca familiare nasce sull'onda emotiva della
morte di ferruccio (fratello di vasco) e con questo Pratolini riesce ad oggettivare e raccontare
distanziandola un'esperienza particolarmente dolorosa ed intima della sua vita. Nello stesso anno,
1947, esce la parola cronaca. Sul politecnico esce Cronache fiorentine che da un certo punto di vista
è una specie di cartone preparatorio delle cronache di poveri amanti: in questo articolo fa un ritratto
di Firenze e dei fiorentini nel corso della storia, soprattutto nel ventennio fascista. Racconta la sua
comunità di origine e sperimenta una scrittura corale e un tratto, una modalità interpretativa che
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Vasco Pratolini

a Firenze contribuisce all'uscita del bargello e insieme a Vittorini e bilenchi vive la crisi, la disillusione nel carattere rivoluzionario del fascismo al momento della guerra di spagna. Anche per questo Pratolini nel 1938 fonda con un poeta, alfonso gatto, una rivista campo di marte , che è la dimstrazione dei rapporti ambigui tra la repubblica delle lettere e il fascismo. È una rivista cje in qualche modo difende e sostiene la moralità della letteratura contro la mascherata e le falsificazioni del fascismo tenendosi ai margini della lotta politica vera e propria, diventa in breve tempo un punto di riferimento per gli intellettuali vicini all'ermetismo. Nonostante tutto dà noia alla censura fascista che nel 1939 riesce a far concludere questa esperienza. L'dea di una cronaca fiorentina nasce n Pratolini abbastanza presto, nel 1940, ma quello che diventerà cronache di poveri amanti ha una gestazione molto lunga. Comincia a scrivere questo libro solo nel 1946, racconta che questo romanzo sarebbe dvuto esdsere il primo liro e ha finito per diventare il sesto. Prima escono Il tappeto verde, via dei magazzini e le amiche che raccolgono prose di taglio narrativo o racconti veri e propri risalenti agli anni precedenti nei quali rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza a Firenze adottando dei moduli narrativi ancora molto degli anni 30. nel 1943 è a Roma dove prende parte alla resistenza non armata come caposettore del partito comunista nel quartiere Flaminio e nel frattempo si è avvicinato al partito comunista ed è impegnato nella lotta di liberazione. A Roma scrive Il quartere, che esce nel '44, anch'esso ambientato a Firenze che, rispetto ai precedenti, è meno centrato sull'io autobiografico e ha un respiro più corale. Dopo la liberazione si trasferisce a Milano e diventa giornalista, lavora soprattutto al Milano sera, anche se questo lavoro non gli piace. Alla fine del 45 si trasferisce a Napoli, città d'origina di sua moglie dove diventa insegnante di un istituto d'arte e dove scrive la prima delle sue cronache Cronaca familiare. A Napoli una notte dell'inizio del 46 attraversa vicoli popolari della città e ha una specie di intermittenza del cuore, gli tornano alla mente vividi i vicoli di Firenze dove aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza e questo innesta un processo di scrittura. La sera stessa inizia il libro e lo conclude dopo poco più di un anno ed esce nel 1947. il recupero della Firenze popolare che è la protagonista del romanzo avviene dal lontano a Napoli, è come avvenne a Verga a Milano, quando mette mano a Nedda. In questo romanzo il rapporto tra autobiografia e romanzo realistico cambia: l'autobiografia non scompare. In un'intervista del 1953 rivela un piccolo ma significativo dettaglio, dice che ha abitato in via del corno e il ragazzo Renzo che compare nell'ultimo capitolo del libro è lui. Va ha abitato dal 27 al 30, in un periodo importante ma doloroso della sua vita: sua madre era morta di parto dando alla luce suo fratello minore e il ragazzino era stato affidato alla nonna materna che l'aveva portato a vivere con sé. Con questo romanzo Pratolini risolve un problema centrale nella narrativa neorealista: come affrontare il rapporto tra l'io autobiografico dell'autore, che è un intellettuale con le sue crisi e perplessità e il mondo popolare che questo io si è dato come obiettivo di rappresentare. Pratolini riesce a rendere universale la propria vicenda attraverso la cronaca. La tradizione resistenziale di quegli anni aveva riportato in primo piano il genere della cronaca rinnovandolo e plasmandolo sulle esigenze dei fatti da raccontare e Pratolini guarda a quel tipo di racconto in cui chi parla è partecipe degli eventi ma è un cronista ed è tenuto a mantenere una certa distanza dagli eventi che racconta per garantire la veridicità della sua cronaca. Quando sceglie di adoperare questo termine pensa anche a un'altra tradizione che è quella fiorentina e comunale delle cronache municipale, di cronisti che raccontavano i fatti significativi della vita cittadina. Il fratello ferruccio era stato affidato ad una famiglia nobile e cresciuto come un giovane aristocratico mentre vasco, affidato alla nonna materna, sperimentava tutta la durezza e problematicità di un quartiere popolare. Due destini completamente diversi e un rapporto molto conflittuale, anche per la diversità di stili di vita. Cronaca familiare nasce sull'onda emotiva della morte di ferruccio (fratello di vasco) e con questo Pratolini riesce ad oggettivare e raccontare distanziandola un'esperienza particolarmente dolorosa ed intima della sua vita. Nello stesso anno, 1947, esce la parola cronaca. Sul politecnico esce Cronache fiorentine che da un certo punto di vista è una specie di cartone preparatorio delle cronache di poveri amanti: in questo articolo fa un ritratto di Firenze e dei fiorentini nel corso della storia, soprattutto nel ventennio fascista. Racconta la sua comunità di origine e sperimenta una scrittura corale e un tratto, una modalità interpretativa che

proietta lo scontro tra fascisti e antifascisti nella prospettiva di lunga durata della storia secolare di Firenze, segnata dalle guerre civili. In questo romanzo Pratolini passa dall'io al noi, dalla contemplazione di se stesso e della propria esperienza di singolo individuo a uno sguardo sociale che abbraccia la variegata popolazione di una strada cittadina. Non è un caso che cronache di poveri amanti sia il primo libro in cui Pratolini usa la prima persona. Nonostante questo lo definisce Il più autobiografico dei miei libro”. Questa autobiograficità si dovrà intendere non tanto in senso tradizionale (che è affidato all'apparizione del ragazzo renzo nelle ultime pagine) ma facendo di Pratolini una sorta di narratore e testimone e regista dell'intera narrazione. Negli stessi anni napoletani in cui Pratolini mette mano alla cronaca familiare e alle cronache di poveri amanti, succede un'altra cosa piuttosto importante nella genesi di questo romanzo: tra il 45 e il 46 Pratolini collabora con Roberto Rossellini al soggetto di Paesà. Non è chiarissimo quale sia stat il contribuito a questo film, perchè Pratolini probabilmente per un errore non fu mai accreditato nei titoli di testa, ma sappiamo che fece da consulente per i primi due episodi (ambientato in Sicilia e poi a napoli) e scrisse interamente il soggetto del quarto episodio del film ambientato a Firenze, proprio nel momento che Pratolini racconta nelle cronache fiorentini: nel sud c'erano gli afroamericani e a nord del fiume c'erano ancora tedeschi che bombardavano e i cecchini fascisti sparavano alla gente per strada. Questa collaborazione con rossellini è stata forse importante perché nel cimena neorealista lo scarto estetico rispetto al cinema degli anni precedenti è vistoso, tangibile. Nel cinema l'evidenza delle immagini è scioccante: cinema fatto per strada (non si poteva più girare gli interni), si filma la povertà dell'Italia di quegli anni, le macerie. I registi prendono anche gli attori dalla strada, le storie dalla quotidianità, non ci sono episodi particolarmente eclatanti o avvincenti. È avvincente scoprire la realtà e anche quando vengono doppiati la recitazione non è teatrale e attraverso i 6 episodi risale tutta l'Italia. Questo tipo di cinema immediatamente e oggettivamente tutt'altro rispetto a quello precedentemente ha contato molto per far maturare a Pratolini la necessità d cimentarsi con uno stile e dei moduli espressivi diversi, liquidando per sempre le raffinatezze stilistche e la sottigliezza delle analisi psicologiche della stagione ermetica a favore di una scrittura essenziale e diretta. Come i personaggi che comparivano nel romanzo con una prevalenza delle strutture paratattiche e presenza di tratti del parlato. Questo film offre a Pratolini esempio eccezionale di coralità, di racconto unitario e unifocale.

Cronache di poveri amanti

a vicenda si svolge tra 1925 e 1927: due anni non equamente distribuiti nel romanzo. Tutta la prima parte è la cronaca di un'estate particolarmente calda in cui domina il tempo ciclico e iterativo della quotidianità della strada. Il narratore cronista fa entrare a poco a poco con i personaggi, ce li fa conoscere, delinea le caratteristiche, comincia ad accennare alle storie di ciascuno e alle ralazioni che intercorrono tra gli uni e gli altri e rende conto delle attività di tutti i giorni. Nella seconda parte., il capitolo quattordicesimo segna una frattura, arrivano le prime pogge e nella cronaca quotidiana di via del corno fa ingresso la storia. È raccontata “la notte dellapocalisse2 nella quale una banda di camice nere scorrazza per la città per vendicare l'uccisione di alcun di loro e va a cercare i principali oppositori politici per ucciderli, in un caso riuscendoci. Nel tentativo muore il punto di riferimento etico, politico e umano della strada, il maniscalco Corrado soprannominato Maciste. Da questo momento in poi via del corno il tempo della narrazione accelera e nella parte finale della seconda parte e nella terza viene raccontato un intero anno (autunno 1925-autunno1926) e si ragguaglia il lettore su un altro anno autunno 1926-1927. in questi anni il partito fascista prende potere e si consolida da dopo il delitto matteotti; entrano in vigore le leggi speciali, ci sono le ultime manifestazioni della violenza squadrista. Dopo subentra la normalizzazione del regime; i fascisti di via del corno fanno carriera, chi era politicamente neutro prende per convenienza la tessera fascista e gli ultimi oppositori (ugo e Mario, che erano stati in qualche modo instradati da maciste verso il partito comunista) vengono arrestati. La parabola che segue la cronaca di Pratolini va verso un progressivo restringersi degli orizzonti e verso un progressivo incupimento. Le vite di tutti, che siano o no sfiorate dalla violenza della storia e della politica subiscono l'instaurarsi del clima

quantità di vicende individuali e degli intrecci tra l'una e l'altra. Spesso il narratore delle cronache si atteggia a cantastorie, fa proprio un modello narrativo epico e corale e alla fine del romanzo, quando una delle ragazzine, Musetta, incontra renzo, gli dice “le strie di via del corno sono da cantarsi sulla chitarra. E il bello è che sembra non succeda quasi nulla”. Cronache = narrazione plurale, di più storie affiancate l'una all'altra ma che si richiamano secondo un modello narrativo tipico della tradizione orale e popolare. U tratto caratteristico è il presupporre un rapporto tra il narratore e i destinatari del racconto; il narratore delle cronache si comporta molto spesso come se avesse di fronte il suo pubblico di ascoltatori, più che di lettori. Annuncia spesso quello che racconterà solo dopo, anticipa gli eventi per tenere viva la curiosità, si pone delle domande, spesso retoriche, sui comportamenti dei personaggi, oppure le pone ai lettori stessi. Usa molto i deittici, come se presupponesse la presenza fisica dei destinatari. Queste caratteristiche fanno di loro un soggetto interessante che ha prerogative diverse che rimandano a momenti diversi della storia del Realismo europeo. Ha le prerogative di un narratore onnisciente, che conosce tutto dei propri personaggi. Il cui sguardo è steleoscopico (?) che abbraccia tutti i personaggi, che non solo abbraccia da fuori ma penetra nei pensieri più intimi dei personaggi e in virtù di questa conoscenza così profonda il narratore può intervenire nella narrazione come il narratore Manzoniano o Balzacchiano, esplicitando commenti o giudizi, talvolta di carattere morale.

I vari ruoli ricoperti dal narratore de Le cronache :

  • Narratore onnisciente: riesce a penetrare anche nella mente dei personaggi e di descrivere loro pensieri e le loro paure. Vedi il Nesi quando, chamato dalla Signora, ha paura che lei lo abbia chiamato perché Aurora (da cu aveva avuto un figlio) essendo di nuovo incinta e costretta ad abortire da lui, aveva raccontato tutto a sua mamma e questa si era rivolta alla signora che ora voleva ricattarlo,.
  • Narratore testimone: non è un semplice narratore, esterno al racconto, ma è un vero e proprio testimone.
  • Narratore ideologo Narratore come cantore epico popolare :

Interpellazione del lettore => il narratore chiama in causa ul lettore, invita a riflettere e a non giudicare troppo in fretta i suoi personaggi, oppure vuole che essi condividano con lui una riflessione. Il pubblico con queste interpellazioni viene oggettivato e reso completamente presente nel testo. Questo rapporto di complicità cercata, richiesta al lettore, è rispecchiato da un analogo rapporto di complicità con i personaggi. Lo stesso modo che il narratore ha di rivolgersi direttamente al pubblico invisibile, ce l'ha spesso nel rivolgersi in seconda persona ai suoi visibili personaggi. Interpellazione dei personaggi => il narratore esprime la sua disposizione affettiva a personaggi e chiede al lettore un'analoga partecipazione, e questo ha come effetto il coinvolgimento di tutti: narratore, personaggi e lettori, all'interno del chiuso universo di via del corno. Il “noi” che usa spesso è da intendersi non come plurale maiestatis, ma come un pronome collettivo che include l'emittente (il narratore), il messaggio (i personaggi) e il destinatario (i lettori). Questa omogeneità è una delle caratteristiche più rilevanti o una delle ambizioni più forti degli scrittori del Neorealismo. Questa omogeneità aveva delle radici di ordine sociale e politico, era una spinta bin direzione della democratizzazione del sistema letterario. La voce narrante in questo modo è immersa nella collettività di cui racconta e in qualche modo è investita di una legittimità nuova da questo ruolo di cantore epico e popolare di un mondo al quale egli stesso appartiene e che grazie a lui, alla pluralità delle sue funzioni (interna ed esterna), questo microcosmo diventa in qualche modo il riflesso di un macrocosmo, di un'intera società Italiana. Cronache: narrazione di molteplicità di storie intrecciate; pluralità di atteggiamenti della voce narrante che le racconta. Questa pluralità investe anche altri elementi cardine della narrazione, come il trattamento della dimensione spaziale e di quella temporale e il sistema dei personaggi. Via del corno è descritta come un'isola, un'oasi nella foresta. La cronaca della vita quotidiana si intreccia con le vicende più grandi della città e quindi della storia. Via del corno è lunga 50 metri e

larga 5, non ha marciapiedi. Pratolini lo descrive come un piccolissimo villaggio in cui tutti sanno tutto di tutti. Qui Pratolini riesce a creare una grande varietà dal sistema spaziale interno della strada: i personaggi sono dislocati nella strada in modo significativo:

  • La Signora: sta in alto, non esce mai di casa e dall'alto sorveglia tutto quello che succede nella strada.
  • Carbonaia del Nesi: all'estremo opposto, sottoterra.
  • Botteghe: sul piano della strada. Le più importanti sono quella del ciabattino che lavora tutto il giorno sulla soglia, quasi in mezzo alla strada ed è una specie di replica in sedicesimo del narratore delle cronache. Si fa i fatti di tutti e poi li racconta. C'è anche la mascalcia di maciste, luogo del lavoro e della pedagogia politica. Proprio nella sua bottega maciste educa alla resistenza contro il fascismo i due giovani Ugo e Mario. Questo spazio ha un significato: è chiuso ma aperto sulla strada a metà tra la dimensione privata e quella pubblica. Queste due dimensioni in lui sono coerenti, quello che è, è anche quello che manifesta.

Il lavoro ha una funzione centrale anche nel definire il rapporto tra la strada e il resto della città. Le uscite di via del corno sono affidate ai personaggi che, per lavoro, devono spostarsi. Di solito si seguono i passi di Ugo (fruttivendolo) e Rivoir (croccanti e dolciumi). Questa mediazione che i personaggi itineranti istituiscono tra il microcosmo e via del corno non si limita alla definizione dello spazio ma ha un'importante funzione anche nella macchina narrativa, perché quello che succede al d fuori di via del corno il lettore lo viene a sapere solo perché alcun8i personaggi della strada vi hanno partecipato o ne sono stati testimoni. Ad esempio il capitolo della notte dell'apocalisse prende il via dal racconto che il dolciaio rivoir da di uno scontro a fuoco tra fascisti e sovversivi in via dell'agneto (?). in questo scontro sono morti dei fascisti e da qui s scatena la rappresaglia che dà via alla notte dell'apocalisse. Questo episodio viene raccontato in prima persona da rivoir a maciste e agli altri e lo veniamo a sapere solo perché era in centro a vendere la sua mercanzia. Allo stesso modo, la notte dell'apocalisse è vista dal punto di vista dei personaggi che vi hanno partecipato: Osvaldo il fascista e Ugo e maciste sul fronte opposto. Questi personaggi sono mediatori tra lo spazio aperto della via e quello della città, tra quello che viene riferito sulla strada e quello che viene riferito all'interno. Via del corno assume anche altri attributi. Come Acitrezza è un luogo protettivo ma anche un luogo che la miseria che vi regna e la limitatezza degli orizzonti che condiziona la vita dei personaggi, rende simile ad una prigione. Dopo la notte dell'apocalisse gli abitanti sentono con angoscia quasi di essere cinti d'assedio, si chiudono nelle loro case “come detenuti nelle loro celle”. Questo aspetto è ribadito dal fatto che nel raggio di 200m sono dislocati i luoghi del potere (politico, giudiziario, repressivo): palazzo vecchio, tribunale, bargello, sede del fascio, commissariato di polizia. C'è una specie di pressione simbolica che la topografia cittadina esercita su questa strada facendone quasi un luogo di reclusione. Questa metafora come una cella può espandersi fino a trasformare via del corno in un luogo di dannazione, quasi infernale.

Pratolini in alcuni momenti riattiva in maniera sottile ma inequivocabile l'archetipo dantesco, affidati soprattutto al Duca ma a volte anche allo stesso narratore, quando parla dei rapporti tra la gente della strada e la signora dice “più che il rancore poté il perdono”. Questa riattivazione segnala anche che via del corno, dietro la sua apparenza modesta, insignificante, nasconde invece una dimensione spaziale infernale, la cui concretizzazione più vistosa è la carbonaia del Nesi: qui Aurora si perde (perde onore, dignità, innocenza) e sempre qui Giulio, che vorrebbe piazzare la sua refurtiva, viene alla fine tradito finendo in prigione. Entrare in questa carbonaia è come affacciarsi alla bocca dell'inferno, qualcuno si caccia dentro e non riesce più a tirarsene fuori. L'ultima sfaccettatura della spazialità nelle Cronache è affidata all'immagine che il narratore evoca nella descrizione della strada “chiusa come tra due fondali”, come se fosse uno spazio teatrale, un palcoscenico a cielo aperto. Questa dimensione viene ribadita insistentemente dal narratore. La gente della via viene paragonata al coro della tragedia classica. È una teatralità di segno positivo che scaturisce da un certo esibizionismo tipicamente fiorentino e poi dai legami di familiarità e

comprando tutte le case di via del corno per poter finalmente sfrattarne gli abitanti, restare la sola abitante della strada chiuderla e intitolarla a se stessa. Questo proposito viene vanificato da un'emorragia cerebrale che riduce la donna ad uno stato quasi vegetale e in queste sue ultime immagini Pratolini prefigura la futura sconfitta del fascismo mostrandola al davanzale della sua finestra (cfr. Mussolini affacciato al balcone di palazzo Venezia), muta (perché non può più parlare) e in condizioni di rimbambimento catastrofiche che quasi la deumanizzano. Passa le giornate alla finestra a mangiare banane e buttare le bucce a quelli di sotto, a mangiare semi abbrustoliti e a fare le bolle alla finestra. Gesuina si è incontrata con Ugo e riesce a trovare in sé la forza di comprendere l'assurdità della sua vita e la forza di uscire dal cerchio stregato che è la casa della signora e di andarsene con ugo a vivere la propria vita. Diventerà poi una componente molto attiva della resistenza clandestina.

Maciste: anche nel suo caso il soprannome è uno strumento che lo iscrive all'interno della collettività ma la sua corporatura lo trasfigura in chiave simbolica anche lui in direzioni politiche. Questa valenza simbolica fa sì che la cronaca degli scontri tra fascisti e antifascisti della notte dell'apocalisse venga trasfigurata in chiave anch'essa mitica. Soprattutto quando descrive le azioni e il comportamento e la persona di maciste, il narratore usa un codice linguistico che rimanda alla bibbia e al vangelo e che quindi semantizza la figura di maciste in questa chiave. Maciste sta correndo col sidecar per avvisare quelli che i fascisti vogliono vengano uccisi nella notte dell'apocalisse e viene descritto come un “San Giorgio”, successivamente come un “angelo dell'annunciazione”. Quando poi viene ucciso è rappresentato proprio come un Cristo in croce: “verticale sulla scalinata, le braccia spalancate, le palme aperte, la nuca confitta tra il gradino e gradino, il suo volto guardava in alto ad occhi aperti un cielo che non era più suo”. Il microcosmo di via del corno diventa proprio un macrocosmo dell'Italia e dell'eterno scontro tra l'oppressione e la libertà. Il Realismo di Pratolini ha anche un radicamento storico, sociale ed economico per cui accanto a questi due antagonisti ve ne sono altri di tipo storico che incarnano possibili traiettorie esistenziali e politiche verosimili in quegli anni.

Sul fronte degli antifascisti:

  • Ugo: legato a maciste e dopo un momento di sbandamento, dopo la notte dell'apocalisse rileva la sua eredità e prende il suo posto diventando punto di riferimento del partito comunista di quella parte della città
  • Mario appena arrivato a via del corno ma grazie a maciste comprende la natura non rivoluzionaria del fascismo bensì la sua natura oppressiva e classista.

Sul fronte dei fascisti:

  • Carlino, un po' il ras di via del corno nella sua storia Pratolini riassume perfettamente quel sovversivismo piccolo borghese che negli anni dell'immediato dopoguerra vagava nell'aria quest'insoddisfazione piccolo borghese che aveva bisogno di trovare qualcosa che la incanalasse e il fascismo delle origini ha avuto proprio questo scopo. Con la sua violenza e la sua promessa di ordine, carlino è il riassunto di questo fenomeno sociale che ha un ruolo determinato.
  • Osvaldo, appartiene alla classe 1900, non ha fatto in tempo a combattere nella prima guerra mondiale e non ha marciato su Roma perché malato di tifo. Ha mancato tutti gli appuntamenti con la storia e, pur essendo atterrito e disgustato dalla violenza gratuita di carlino e delle bande nere, ha bisogno così forte di sentirsi partecipe della storia che finora ha sempre mancato, che alla fine accetta di partecipare ai massacri della notte dell'apocalisse. Alla fine diventa anche lui una perfetta camicia nera.

Il trattamento del tempo

Il perno temporale su cui si regge l'architettura narrativa è il presente, come si addice a una cronaca, ovvero a un racconto che si presenta come la trascrizione immediata di eventi che si svolgono giorno per giorno secondo la finzione di un narratore che segue e annota i fatti che si svolgono nella strada. Questo perno temporale non è unico; l'altro aspetto interessante è la ciclicità, anche questa una caratteristica dell'epica popolare. Il romanzo si apre all'alba di un giorno qualsiasi (un venerdì). Il romanzo si chiude la sera di un giovedì di due anni dopo. Dalla notte e dall'alba dell'inizio alla sera della fine, come fosse passato solo un giorno. Soprattutto la specularità dell'inizio e della fine è rafforzata e contraddetta dal fatto che l'inizio è al presente mentre l'ultimo capitolo il tempo che usa il narratore è il passato remoto. L'incedere è quello del cronista, che aggiorna sullo scorrere del tempo e il tempo della narrazione alla fine è al passato remoto. Giocando con i tempi verbali, il narratore può aumentare o ridurre la distanza tra se stesso e i lettori e se stesso e i personaggi. Il passato remoto degli ultimi capitoli dà il senso di qualcosa si è chiuso per sempre oppure sono congelati in una dimensione mitico epica. Due funzioni diverse della te, polarità che si possono dividere in due livelli ciascuna

Funzione storico temporale : livello macrostorico, dove le cronache raccontano il confronto tra fascisti e antifascisti come versione attuale di una lotta secolare tra fazioni avverse; livello storico attuale che si riferisce alla concretezza del tempo e del luogo in cui ci si trova.

Funzione ciclica e mitica

  • Livello mitico eternale
  • Livello quotidiano esistenziale Gli interessa rendere conto del fluire della vita quotidiana delle classi popolari ma anche trascenderlo in forme simboliche universali, stessa cosa per quanto riguarda il versante storico delle cronache, ovvero vuole narrare il momento in cui il fascismo diventa davvero regime. Dopo il delitto m Matteotti il regime poteva essere abbattuto, ma una serie di eventi ha fatto in modo che diventasse il regime che ha accompagnato la generazione di Pratolini. Il finale del romanzo tiene insieme questi due elementi.