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Cronache dei poveri amanti di V. Pratolini, Dispense di Letteratura

PDF utile per le letture di letteratura italiana moderna e contemporanea

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 02/10/2020

chioma-ukwu
chioma-ukwu 🇮🇹

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Anteprima parziale del testo

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Vasco Pratolini Cronache di poveri amanti

Edizione di riferimento: Mondadori, Milano 1971

PARTE PRIMA

I

Ha cantato il gallo del Nesi carbonaio, si è spenta la lanterna dell’Albergo Cervia. Il passaggio della vettura che riconduce i tranvieri del turno di notte ha fatto sussultare Oreste parrucchiere che dorme nella bottega di via dei Leoni, cinquanta metri da via del Corno. Domani, giorno di mercato, il suo primo cliente sarà il fattore di Calenzano che ogni venerdí mattina si presenta con la barba di una settimana. Sulla Torre di Arnolfo il marzocco rivolto verso oriente garantisce il bel tempo. Nel vicolo dietro Palazzo Vecchio i gatti disfanno i fagotti dell’immondizia. Le case sono cosí a ridosso che la luce lunare sfiora appena le finestre degli ultimi piani. Ma il gallo del Nesi, ch’è in terrazza, l’ha vista ed ha cantato. Spenta la lanterna elettrica dell’Albergo, in via del Corno resta accesa una sola finestra, nella camera della Signora che trascorre la notte in compagnia delle sue piaghe alla gola. Il cavallo di Corrado maniscalco scalpita di tanto in tanto: ha la mangiatoia sistemata nel retro della forgia. È maggio, e nell’aria notturna, senza alito di vento, affiorano i cattivi odori. Davanti alla mascalcia è accumulato lo sterco dei cavalli ferrati durante la giornata. Il monumentino, all’angolo di via dei Leoni, è colmo e straripa ormai da mesi. I fagotti e le biche della spazzatura domestica sono stati seminati fuori delle porte come di consueto. I poliziotti hanno il passo pesante e la voce sicura. Entrano in via del Corno con la familiarità e la spigliatezza del pugilatore fra le corde. È la ronda degli ammoniti. «Nanni, ci sei?» «Buona notte, brigadiere!» «Affacciati Nanni!»

Da un primo piano si sporge un uomo di quarant’anni dal viso di faina. Ha la camicia bianca priva del colletto e chiusa da un gemello, le maniche rimboccate. In bocca un mozzicone di sigaretta. «Ora torna a letto e sogna cose oneste» gli viene detto dalla strada. «Sarà fatta la sua volontà, brigadiere». Poco piú in là, da una finestrella sovrastante la mascalcia, un altro vigilato saluta la ronda. «Riverisco, brigadiere». «Senti Giulio: se la prossima volta ti trovo affacciato, ti porto dentro». «Servo suo, brigadiere». «Vai a letto, buonanotte». «Brigadiere!» «Cosa c’è?» «Non mi prenda a noia. Mi mancano soltanto diciotto giorni per finire l’ammonizione». «Fossi in te non sarei tanto sicuro. Che ti risulta di un lavoro in via Bolognese?» «Nulla, quant’è vero Iddio. L’ho letto sul giornale. Del resto lei lo sa, via Bolognese non è mai stata la mia zona». «Ora dormi. Domani se ne parla». La ronda risale Borgo de’ Greci. La facciata di Santa Croce è umida di luna. Ma non è cosa, questa, che interessa la polizia. Via del Corno è finalmente tutta per i gatti che banchettano a un cumulo piú grosso d’immondizia: dai Bellini, al secondo piano del n. 3, c’è stato pranzo nuziale. Milena s’è sposata con il figlio del pizzicagnolo di via dei Neri. Milena ha diciotto anni, è bionda, con gli occhi chiari di colomba: via del Corno ha perduto il secondo dei suoi Angeli Custodi. Dopo il viaggio di nozze Milena andrà ad abitare in un appartamentino delle Cure. Le sveglie sono fatte per suonare. Ce ne sono cinque in via del Corno che suonano nello spazio di un’ora. La piú mattiniera è quella di Osvaldo. È la sveglia di un rappresentante di commercio “che batte la provincia”: è piccola, di precisione, ha un trillo di giovinetta e anticipa di un quarto d’ora il fragore della sveglia di casa Cecchi che ha il suono della campanella di un tranvai, ma è quello che ci vuole per rimuovere uno spazzino dal suo sonno di tartaruga. La sveglia di Ugo è della stessa razza urlante, ma un po’ piú fioca e incerta: il contrario del suo proprietario che gira tutto il giorno col

anzitutto affiderà lo storno a Corrado, poi andrà a farsi radere da Oreste la barba di una settimana. Con la faccia fresca e il cavallo ferrato a nuovo, gli affari riescono piú facilmente: è un’antica scaramanzia che va rispettata. Corrado ha dato il pastone di crusca al suo cavallo. Tira il mantice e il fuoco scoppietta, nel fondo della mascalcia vasta e sfogata come un androne di palazzo. Corrado è un uomo di trent’anni, alto quasi due metri, solido come Maciste ch’è il suo soprannome. Ha fatto la guerra da granatiere. Quando fu di leva il capitano lo voleva arruolare fra i corazzieri del Re, ma conosciute le sue convinzioni politiche rinunciò all’idea. Nel ’ e ’20, Maciste è stato Ardito del Popolo. Una mattina del marzo 1922, quattro fascisti si erano presentati alla mascalcia: li guidava Carlino che abita al n. 1 di via del Corno. Dissero di voler regolare i conti: altri fascisti avevano bloccato la strada ai due ingressi. Era un’imboscata, ma Corrado ritenne che avevano avuto del coraggio ad affrontarlo nel suo ambiente. Si addossò al muro, accanto alla forgia dove sono i ferri dei cavalli appesi ai chiodi. Disse: «Se buttate via le pistole, li regolo volentieri. Vi piglio tutti e quattro insieme». Carlino disse: «Dopo che avrai bevuto l’olio si potrà trattare». Corrado gli rispose facendo volare il primo ferro sulla sua testa. Ci fu un terremoto dentro la mascalcia, la gente occhieggiava dalle finestre, si era alzata dal letto anche la Signora. E il padrone dell’Albergo Cervia, “per non sapere né leggere né scrivere”, aveva dato di paletto. Forse i fascisti non spararono perché la mamma di Carlino bussava al portone della mascalcia scongiurando il figlio di tornare a casa. L’aggressione non si ripeté. Maciste è amico di tutto il mondo compreso nel quadrilatero di piazza Signoria, piazza Mentana, San Simone e Santa Croce. I barrocciai di Pontassieve e della Rufina, i fattori dell’Impruneta e di Calenzano sanno che a Firenze non c’è maniscalco che lo valga. Ma le sue amicizie Maciste le ha anche lui in via del Corno, dove sta di casa e di bottega. Ugo fu ardito del popolo insieme a lui: ora deposita ogni sera il barroccino nella mascalcia. Maciste è amico anche di Giulio. Quando Giulio è disoccupato, e gli capita spesso, Maciste gli procura delle commissioni. Lo manda a comperare i chiodi e a pagare le cambiali: sa di potersene fidare. Sono le sette appena e Giulio è già in istrada: cerca di rendersi utile sostituendo al mantice il garzone che non è ancora arrivato.

«Sei cascato dal letto, stamattina?» gli dice Maciste, e gli offre una sigaretta. Accendono con un tizzone della forgia. Giulio è di umore nero, manda su e giú il mantice a tutta forza. Maciste riordina gli arnesi. Finalmente Giulio apre bocca; lo fa quasi distrattamente, ma la sua voce è emozionata e lo tradisce. «Corrado, ho bisogno di un favore». «Ti dico subito di no» risponde Maciste. Il suo tono è deciso, e tanto piú deciso in quanto teme di lasciarsi impietosire. Aggiunge: «Ti prometto che se ti mettono dentro, aiuterò la tua famiglia anche questa volta. Del resto, mi meraviglio tu abbia pensato a me…» «Se non ti ho ancora detto di che si tratta!» «Ero sveglio, stanotte, quando è passato il brigadiere!» Lo storno del fattore si è arrestato davanti alla mascalcia, con un’impennata e un ultimo tintinnio di bubboli. E Maciste dice a Giulio: «Metti la testa a posto, buonalana! Ora ho da lavorare e ti saluto». A quest’ora Ugo è già col suo carretto nei quartieri della periferia: stamani smercia un carico di zucchine e di patate. Le donne comprano volentieri da lui. Maria lo pensa mentre dà la segatura e passa lo spazzolone negli uffici dove è donna di fatica. Sorride sola, pensa come sarebbe stata felice se lo avesse conosciuto prima, e si fossero sposati. Stamani Beppino si è svegliato piú nervoso del solito, le ha tirato dietro il portaritratti ch’è sul comodino. Nel portaritratti c’è la fotografia della loro creatura morta di tre mesi; il vetro si è scheggiato come per una sassata. Oggi Beppino, secondo cuoco in un ristorante, ha il suo giorno di libertà. Maria va in fretta nelle pulizie, vuole essere di ritorno prima che lui si alzi. Deve ancora stirargli la camicia: quella celeste, per la quale il marito ha una passione. Se quando torna lo trova ancora a letto, e non gli fa male lo stomaco, può darsi che le dica di coricarsi. Fare l’amore di mattina, col sole che batte sul letto, le piace come quella volta in mezzo al prato. Via del Corno è lunga cinquanta metri e larga cinque; è senza marciapiedi. Confina ai due capi con via dei Leoni e via del Parlascio, chiusa come fra due fondali: un’isola, un’oasi nella foresta, esclusa dal traffico e dalle curiosità. Occorre abitarvi, o averci degli interessi particolari, per incontrarla. È, tuttavia, a pochi metri da Palazzo Vecchio, che la sotterra sotto la sua mole. Il piano stradale è lastricato e leggermente concavo: lo scolo avviene attraverso dei tombini situati al centro. Nei giorni

Anche Nesi padre è sporco alle guance e sulla fronte. Giulio vede soltanto i suoi denti, bianchi e tutti in fila come quelli del figlio. «In mezz’ora penso ce la caveremo». «Ce ne è d’avanzo» Giulio dice. Egli assuefà l’occhio all’ambiente; è come se la lampadina sul tavolo aumentasse il suo chiarore di secondo in secondo. La carbonaia è forse piú grande della mascalcia, il soffitto comunica col primo piano; attorno alle pareti ci sono montagne di carbone lungo le quali, di tanto in tanto, precipitano piccole valanghe che ne prolungano le basi. Il carbonaio lo invita a sedere sulla sedia al di qua del tavolo, e gli si mette di fronte, appoggiando i gomiti sul cassetto aperto. Ha un berretto nero in testa, ed anche la camicia nera. (Ma per necessità di mestiere; ci tiene a far sapere che non è iscritto al Fascio.) È tanto nero che si mimetizza con le pareti di carbone dietro le sue spalle. Soltanto la faccia e le mani emergono dalle tenebre, e Giulio ha l’impressione di parlare con uno spettro. Tuttavia è venuto per parlargli. L’idea di avere la refurtiva sotto il letto lo agita come si trattasse di una bomba ad orologeria. (Due sere fa venne il Moro, e gli disse di ospitare “il morto” per qualche ora. Giulio si voleva rifiutare, gli mancavano venti giorni per finire l’ammonizione. Ma se il Moro era ricorso a lui, significava che non aveva altro santo cui votarsi. La Polizia gli era addosso. Non si può dire di no in questi casi. Ora il Moro è stato arrestato, il “morto” è sotto il letto, sopra c’è la bambina. E il brigadiere ha detto: “Domattina ne riparleremo”). «Sicché, Giulio, cosa c’è di bello?» «Con lei ho un debito di una trentina di lire, se non sbaglio». «Sciocchezze! Dimmi, sono tutto orecchi». «Con lei non ho mai trattato e non mi vorrei sbagliare…» «Vai libero, avanti!» «È un affare poco pulito, l’avverto prima». Un viso, due mani, e sopra e sotto nero. Il viso ha gli occhi di un gatto cisposo e invelenito. Alle due mani spicca l’oro degli anelli: le dita si agitano come le zampe di un insetto rovesciato. Appare la punta della lingua fra le labbra: è bianca piú del viso. Le labbra si aprono dopo un silenzio riempito da una frana di carbone. «Che roba è?» «A tastarla sembra argenteria». «Perché, sembra?» «Io non c’ero, e il sacco non l’ho aperto. Ma questo non la riguarda».

«Se vuoi che ti venga incontro, abbassa il tono. Quanto pesa?» «Penso una trentina di chili. Ma non è roba mia, volevo dargliela in deposito, calcolando il disturbo Può darsi che la roba sia già promessa». «Ed io, Nesi, lo dovrei fare per il tuo bel viso e per quello del Moro?» «Chi è il Moro?» «Cosí non si va d’accordo. Credi che abbia il cece negli orecchi? Per tua regola io, Nesi, dormo con un occhio solo. E la mattina, per prima cosa, compero il giornale».

Forse soltanto i muri dormono, la notte, in via del Corno. Le persone no. O soltanto quelle che non hanno pensieri. Ma chi non ha pensieri, in via del Corno? O non hanno malattie. E chi non è malato? Non tutte le malattie necessitano di gargarismi o di bicarbonato come quelle della Signora e di Beppino. Cuori e cervelli ammalati di ossessioni, di sensi, di cupidigia, di buoni propositi, di timor di Dio, d’amore. Chi ne soffre si rigira tra le lenzuola, fa in silenzio compagnia ai vigilati speciali che aspettano la ronda. In via del Corno sono tutti inconsciamente degli ammoniti che porgono l’orecchio alla buonanotte del brigadiere. Il dialogo della scorsa notte l’ha udito Maciste che pensava ai suoi compagni arrestati perché sovversivi; l’ha udito Ugo che vegliava per lo stesso motivo; e Maria che si immaginava di avere Ugo accanto a sé; la madre di Milena col cuore stretto di trepidazione per la sua sposina; Antonio terrazziere che sabato rimarrà disoccupato perché l’impresa ha finito i lavori; il rappresentante di nome Osvaldo, ospite di Carlino e pure lui fascista; i clienti dell’Albergo Cervia, ove le prostitute da marciapiede stanno a pensione – e gli altri che ancora non conosciamo. L’hanno udito infine il Nesi carbonaio, col cervello pieno di cifre, di camion e di carbone, ed il Cecchi spazzino e sua moglie ai quali il Nesi ha sedotto la figlia e la fa vivere in un quartierino di Borgo Pinti come una mantenuta tolta dal bordello. E tutti hanno capito che Giulio non finirà l’ammonizione.

Non è giorno di libertà soltanto per Beppino. Al n. 2, piano primo, un ragazzo di vent’anni è da mezz’ora davanti alla specchiera: il nodo della cravatta esige prove e riprove. È di mezzana statura. Gli occhi quasi a mandorla gli conferiscono l’aria di sognatore; ha un piccolo neo sulla guancia, ma è robusto ed ha una voce forte di uomo, le mani inadatte per il tocco necessario alla cravatta. È manovale alle Ferrovie, percorre i binari

Stenterello birraio in Preston ovvero Bacco, Tabacco e Venere.» «Allora io sarei Stenterello?» «Ma via…» Clara ha piegato sul braccio una larga guaina di pezza dentro la quale ci sono due abiti da uomo che ella deve consegnare ad una sartoria di via Tornabuoni. Sua madre è un’occhiellaia “rifinita” ed anche Clara comincia a farsi brava nella cucitura delle asole. Lavoro non ne mancherebbe, ma è compensato male: un soldo ad occhiello. Comunque, la impeccabilità degli abiti da sera e da passeggio, quella di chi l’indossa, dipende da via del Corno. «Perché mi guardi cosí? Sembri scontento». «Ce l’ho sempre per come ti pettini. Non dico permetterti la garçonne, ma costringerti a portare ancora le trecce come in prima elementare!» «Il babbo è fatto cosí. L’altra sera avevo cercato di convincerlo. La mamma stava dalla parte mia e c’eravamo riuscite, ma ieri ha detto di no decisamente.» «E di me, non gli avete piú parlato?» «Su questo punto è irremovibile. Quando avrò compiuto diciotto anni acconsentirà che mi fidanzi. Del resto, dice che sei l’unico giovane a posto in via del Corno». «Intanto continuiamo a vederci cosí, a scappa-e-fuggi». «Non fare il broncio. Mancano quattro mesi! Il babbo lasciamolo tranquillo. Ieri gli hanno comunicato che sabato finiscono i lavori e l’impresa per il momento non ha altri appalti. Si dispera perché dice che in questo momento è difficile trovar lavoro». «Al Deposito dove sono io, cercano degli sterratori a giornata. Il capo- squadra era amico di mio padre, se gli chiedessi un favore non me lo rifiuterebbe. Diglielo al tuo babbo». «Perché non vieni tu a dirglielo?» «Magari!» «Stasera stessa. Io intanto lo preparo». «Sei proprio il mio Angelo Custode» dice Bruno.

Questa è la storia degli Angeli Custodi. Quattro fanciulle, all’incirca della stessa età, erano cresciute, uscio ad uscio, nelle case di via del Corno.

Avevano caratteri cosí diversi, l’una dall’altra, che non andavano mai d’accordo. Forse per questo stavano sempre insieme. Aurora Cecchi, figlia di uno spazzino. Milena Bellini, figlia di un ufficiale giudiziario. Bianca Quagliotti, figlia di un dolciere ambulante. Clara Lucatelli, figlia di uno sterratore. Una domenica mattina si recavano alla Messa, vestite a festa e coi capelli belli pettinati. La Signora, che non era ancora inferma, si trovava alla finestra e le vide passare. “Sembrano Angeli Custodi” disse a Luisa Cecchi, madre di Aurora, che si recava da lei a mezzo servizio. Luisa scese e lo disse alla moglie dello Staderini ciabattino che abita nel suo stesso casamento. Fidalma Staderini lo disse a suo marito: “La Signora ha detto che quelle creature sono gli Angeli Custodi di via del Corno!”. Attraverso il ciabattino, finí per esserne edotta, e convenirne tutta la strada. La Polizia è una madre affettuosa ma egoista. Come tutte le madri, del resto. La notte è lei a rimboccare le coperte dei figli che si sono meritata l’ammonizione, ma al mattino esige che i figli le rendano la visita e si presentino al Commissariato piú vicino per firmare il foglio di controllo. L’ora di Giulio è le dieci. Egli percorre l’ultimo tratto correndo, incalzato dai rintocchi di Palazzo Vecchio. Ha fatto appena in tempo a salire in casa, prendere il sacco e portarlo al carbonaio. Forse pesava piú di trenta chili. Secondo il giornale, la sola argenteria valeva centomila lire. Ora egli corre, e ogni passo è un dubbio e un presentimento. Non avrebbe dovuto rivolgersi al Nesi: lo sapeva che era uno strozzino. È un complice che a carte scoperte può protestare soltanto la sua buona fede, che non gli evita il minimo della pena. Ma bazzica coi fascisti, può essere un confidente della Polizia! È troppo avido di denaro per lasciarsi sfuggire un’occasione d’oro. Era stato Nanni a dire a Giulio: “Il Nesi è uno strozzino. Giragli alla larga piú che puoi”. Stamani Nanni non si è visto. Ora che la stagione è buona, alle otto si trova già sulla soglia di casa a cavalcioni della sedia, con la gamba matta stesa da una parte. Stamani invece non è apparso. Forse si sente male: al Commissariato ci sarà Elisa, la sua amante, a giustificarlo col brigadiere. Giulio ha giurato a se stesso di liberarsi dell’ammonizione, ma pensa che una lezione al Nesi gli starebbe bene. E anche un degenerato, egli pensa. Aurora Cecchi era un fiore, e ne ha fatto la sua amante. Dei quattro Angeli Custodi era la piú donna. La piú bella però è sempre stata Milena.

il cielo. Poi l’ha visto voltarsi di scatto e staccare la corsa. L’agente è un avventizio che vuole farsi onore: ha l’occhio smorto, i baffetti neri e le gambe leste come si conviene. In due salti è su Giulio e gli applica le manette ai polsi con una destrezza di cui si compiace. Giulio è un cencio dentro e fuori; una manica della giacca lisa e stinta, si è scucita alla spalla quando il poliziotto l’ha afferrato. La sua faccia è color cenere. Si sente le labbra molli come gomma sotto la lingua. «Hai visto che ci sei cascato prima di finire l’ammonizione?» Sono le prime parole che il brigadiere gli rivolge in attesa dell’applicato a cui dettare il verbale dell’interrogatorio. Che sarà una confessione, pensa il brigadiere, non c’è dubbio. Ma siamo appena all’inizio ed è Giulio ad apprendere che nel sacco, oltre all’argenteria, c’era la collana che i giornali valutavano trecentomila lire. E quando il brigadiere, dopo aver inutilmente sperimentato i “mezzi piú persuasivi”, lo affida al cellulare, Giulio ha l’impressione che Nanni entri in qualche modo nell’affare. Ma all’inverso di come s’immaginava: Nanni sta dalla parte del brigadiere.

II

La prima a farsi un’idea di come sono andate le cose è stata la Signora. Noi sappiamo che sullo svolgimento di una battaglia è piú attendibile l’interpretazione dello storico della testimonianza dei generali che l’hanno diretta e dei soldati che l’hanno combattuta. Dal suo “letto di dolore”, al secondo piano del n. 2, la Signora segue il corso degli avvenimenti di via del Corno come stesse notte e giorno alla finestra, armata del cannocchiale di Arcetri. Alla finestra ella ha distaccato una sentinella fidata: Gesuina, ch’è di volta in volta infermiera, cuoca, dama di compagnia, amica intima e confidente della Signora. Le qualità di osservatrice della ragazza ricevono orientamento dall’esperienza che la Signora possiede degli uomini e della vita. Ma come ogni gazzetta che si rispetti, la Signora dispone di due cronisti la cui curiosità e il cui candore (accoppiati alla riconoscenza e alla devozione che costoro nutrono verso la sua persona) le permettono di completare le recentissime di via del Corno, nel seguire e perseguire le quali la Signora trova distrazione, conforto, e forse l’appagamento di altri piú loschi sentimenti. Gli innocenti cronisti della Signora sono Luisa Cecchi e Liliana Solli, moglie di Giulio. E su di esse che dovremo anticipare qualche parola.

Luisa era giunta a quarant’anni senza spingere il piede oltre i viali di circonvallazione. Sua madre era stata domestica nella casa di un pretore, del quale era divenuta l’amante. Quando fu incinta perdette il posto e il piacere. La nascita di Luisa le procurò una sciatica che la immobilizzò. Madre e figlia vissero stentatamente nella camera e cucina di via del Corno finché il pretore rimase al mondo e si sentí in dovere di passar loro un magro mensile. Luisa era cresciuta con sentimenti tanto onesti quanto la sua persona era insignificante: semplice di cuore ed esperta della fatica che costa mettere qualcosa sul fuoco tutte le mattine. Mortale la madre, aveva sposato un uomo povero e giusto come lei: un garzone di stalla che col tempo era riuscito ad entrare in pianta stabile nella Nettezza Urbana. Intanto era nata Aurora, e otto anni dopo, indesiderato, un secondo figlio: Giordano. E siccome le disgrazie non vengono mai sole, a Giordano era

Ieri Liliana è andata a trovarlo al Carcere delle Murate, in parlatorio. Gli ha portato anche la bambina ch’egli adora. Era diventato un altro dopo la nascita della bambina. Ella gli ha raccontato che la Signora la ricopre di gentilezze, ma Giulio le ha ordinato di stare lontano dalla Signora il piú possibile. Le ha detto: “Chissà dove mira! Non devi dimenticarti che è una vecchia maîtresse. Se devi chiedere qualcosa, chiedilo a Maciste, che è una persona specchiata e non ci ha mai rifiutato il suo aiuto”. Qualcosa? Tutto. Giulio è in carcere da un mese, ha riacquistato la sua calma, è un po’ ingrassato. La ragazza del Moro porta il mangiare ogni giorno anche per lui. E il Moro, dopo l’arresto di Cadorna, assieme al quale consumò il furto di via Bolognese, ha confessato, ma non ha aperto bocca circa il ricettatore. Entrambi, Cadorna e il Moro, insistono nel dichiarare che Giulio è estraneo al fatto. La refurtiva non si è piú trovata: soprattutto su questo interrogano Giulio, lo picchiano perché nega. Il brigadiere mandò a chiamare Liliana. La Signora le consigliò di andarci con la bambina e di darle ogni tanto dei pizzicotti, perché la creatura piangesse. Il brigadiere le offerse la sedia, non alzò mai la voce, la “tenne sotto” per tre ore, ma non le cavò di bocca una parola. Eppure Liliana sapeva che il “morto” era stato sotto il letto una notte e un giorno. Poi Giulio lo aveva trasportato in fretta e furia. Dove? Questo, anche volendo, non lo saprebbe dire. Ieri, in parlatorio, Giulio le ha chiesto cosa aveva da dirgli l’ultima volta che si erano visti. Liliana gli voleva dire che durante la sua assenza c’era stato Nanni a “visitare il morto”, e le era sembrato strano che lui, Giulio, lo avesse mandato senza precisargli dove si trovava. Giulio le ha risposto: “Infatti, ce l’avevo mandato io. Comunque, se Nanni ti avvicina, acqua in bocca come col brigadiere”. Ma non occorre che Giulio glielo dica. Nanni non le è mai piaciuto. Ha una faccia di faina, sembra studiare il modo di colpirti a tradimento, quando ti guarda. Liliana non gli può star vicino piú di cinque minuti senza sentire il desiderio di fuggire, di correre lontano. Con la Signora, invece, è diverso, Giulio ha torto: la Signora è buona come una mamma, se non avesse lei! E per questo che Liliana le ha raccontato “per filo e per segno” il suo colloquio con Giulio in parlatorio.

Quando Giulio scese col sacco sulle spalle, prima di attraversare la strada si fermò qualche istante dietro la porta per spiare se nessuno lo

vedeva. Colse il momento, balzò dai tre scalini che conducono in strada, con altri due salti infilò l’usciolino della carbonaia. Nessuno di quelli che erano per la strada lo vide. Ma qualcuno che stava alla finestra, sí. Semira, la madre di Bruno ferroviere, lo vide mentre entrava, e lo disse al figlio intento a farsi il nodo alla cravatta. “A quanto pare il Nesi ha dato lavoro al Solli. Sono contenta per Liliana”. Ma dalla finestra del piano soprastante, Gesuina, che era al suo posto di vedetta, ebbe modo di seguire la manovra, dal momento in cui Giulio era sceso col Nesi la prima volta, al momento che usciva dall’avere depositato il sacco. E come l’annunciatore dalla sua cabina dello stadio, gli occhi incollati sulla strada, informava la Signora seduta dentro il letto. «Ora il Nesi fa cenno a Giulio di seguirlo. Scendono. Ora non c’è nulla di interessante… Quel fattore di Calenzano fa vedere a Maciste le zampe del cavallo. Dal “Cervia” esce Rosetta: ha un vestito nuovo. No, è quello viola che si deve esser fatta rimodernare…» «È giorno di mercato e troverà anche lei qualche fattore. Pensare che Rosetta ha la mia età! Ora cosa c’è? Non perdere di vista la bottega del Nesi». «Ora non c’è nulla. Ci sono i figlioli di Luisa che giocano con quelli dello sterratore. Ora il figlio del Nesi è venuto sulla porta. Ha la solita faccia adirata». «E ora?» «Ora non c’è nulla…» «Clara non si è ancora affacciata?» «No. Ma la vedo dalla finestra aperta. E in combinazione e sta stirando il vestito che si è appena finito di cucire». «E ora?» La voce della Signora è appena intelligibile, affiora come un sibilo roco di cicala moribonda. Soltanto l’orecchio esercitato di Gesuina può udirla distintamente. «Ora il fattore saluta Maciste». «Non è ancora stato a farsi la barba?» «Mi pare di no… Ora arriva il garzone di Maciste. Lo sta rimproverando per il ritardo». «Come si chiama quel ragazzo?» «Eugenio. Maciste l’ha preso da pochi giorni. Abita a Legnaia. viene e torna in bicicletta».