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Analisi del romanzo Gli Indifferenti di Moravia, tratto dal corso di Letteratura italiana della prof.ssa Manetti
Tipologia: Appunti
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Alberto Moravia
Solo dalla metà degli anni 20 la questione del romanzo e del Realismo emerge in modo contraddittorio e difficoltoso nel dibattito letterario Italiano. Prende forma una reazione contro il frammentismo della voce e della ronda, parallelamente alla scoperta di svevo e al progressivo interesse per il lavoro di Tozzi, grazie al lavoro della rivista Solaria. In questo quadro, alle soglie degli anni 30, il giovanissimo Moravia negli anni in cui sta lavorando al suo primo romanzo Gli indifferenti, prende la parola in questo dibattito con un articolo del 1927che rappresenta la sua prima uscita pubblica: C'è una crisi del romanzo? È rimasto, dopo essere uscito, nell'oblio, dimenticato fino agli anni '80 del Novecento quando, uno studioso di Moravia l'ha recuperato da La fiera letteraria dove era uscito il 9 ottobre del 1927. egli prende le mosse dicendo che tutta la letteratura sta attraversando una fase di crisi e malattia e che quindi necessita di una terapia e una cura. La malattia che, secondo Moravia, affligge il romanzo, è
Qual è la soluzione che propone?
Vuole recuperare la crisi in cui sia ancora raccontata ma non in modo totalmente soggettivo, bensì oggettivo, nelle relazioni del personaggio con la realtà esterna. Il recupero di Dostoevskij funziona proprio in questo senso: gli serve da un lato per rifiutare un modello di romanzo realista in cui gli stati della coscienza prendano sopravvento sulla narrazione, ma anche per rifiutare la riproposizione passiva di modelli del Realismo ottocentesco più tradizionale pre anni '50. rifiuta di recuperare il narratore onnisciente ma vuole restituire al narratore, quindi indirettamente anche all'autore, un ruolo nell'interpretazione della realtà. Quando dice che l'interpretazione del romanzo è di testimonianza, intende anche di interpretazione dei fatti narrati e loro lettura critica. Rifiuta anche il narratore che si tira completamente fuori dalla narrazione rinunciando a qualsiasi compito interpretativo. Prende con cautela la lezione del romanzo naturalista: no al personaggio come prodotto dell'ambiente, vuole dei personaggi proverbiali, più vivi degli autori stessi e quello che
accoglie dalla lezione del naturalismo è il distacco del narratore dalla propria materia, la libertà che lascia ai personaggi di esprimersi accostando la sua voce alla loro senza prevariCarla.
Ricostituzione della funzione dello spessore del personaggio contro la sua frantumazione e possibilità del narratore e dell'autore di raccontare una realtà di crisi interpretandola e non semplicemente riproducendola tale e quale e di raccontarla secondo un'ottica oggettiva e non solo attraverso la soggettività del personaggio, restituendo alla narrazione romanzesca quella che è una sua funzione etica e conoscitiva. Tutto questo può essere fatto dal riconoscimento della natura oggettiva concreta ed esteriore della realtà, bisogna tornare a pensare alla realtà non solo come a qualcosa che è dentro la testa degli individui ma come qualcosa di solido e resistente che esiste fuori da loro. Questo problema coincide con quello del Realismo; capacità del romanzo di offrire una rappresentazione veritiera ed oggettiva della realtà.
Per Moravia è basilare il contesto storico in cui è ambientato il romanzo.
Comincia a scrivere tra il 25 e il 28 e inizia a farsi notare nella scena letteraria collaborando con la rivista Novecento, vi pubblica infatti quattro racconti, e con altre piccole riviste romane di area post avanguardista. Da adolescente ha sofferto di turbercolosi ossea e la stesura degli Indifferenti coincide con un momento particolare della sua vita, quando si era aggravata in modo particolare, nel '24 fu ricoverato nel sanatorio dove rimase più di un anno fino al 1925 e da questa esperienza nacque Inverno di un malato. In uno scritto maturo Breve autobiografia letteraria scrive che ha iniziato a scrivere gli indifferenti poco dopo essere uscito dal sanatorio. In quel oeriodo di malattia Moravia aveva sviluppato una disposizione d'animo caratterizzato da un forte carattere romantico che, pur essendo risultato di fatti extra artistici, era al tempo stesso perfettamente intonato a tutta la letteratura decadente dell'ultimo quarto di secolo. Nel 1927 prende posizione contro la grande narrativa modernista, ma come essere umano si sente un personaggio decadente (sta pensando al modernismo quando lo dice) di un romanzo modernista, magari de La montagna incantata. Questo dettaglio biografico della malattia e quindi del suo costretto isolamento, è più importante di quanto possa sembrare: questa adolescenza anomala permette a Moravia di avere e costruirsi una formazione letteraria e condurre un apprendistato letterario che, se pensiamo alla sua età, è abbastanza sbalorditivo. Questa lunga malattia e la convalescenza determinarono una serie di letture notevolissima per un giovane di questa età. Ha raccontato questa sua formazione in una conversazione con Ferdinando Camon. Le sue letture sono state: Dostoevskij, Gogol, il romanzo russo in genere ma Tolstoj meno. Il romanzo antico di Petronio e Apuleio, il teatro classico, Manzoni, Boccaccio, Dickens, Balzac, molto Stendhal. Poeti: Rimbaud, Apollinaire, Leopardi, Coleridge, Elliot.... Grosso modo il quadro delle letture che Moravia sta disegnando rimanda a una cultura di matrice europea moderna quasi premodernista e la scommessa è partire da quelle esperienze letterarie che si era accumulato nel corso del suo apprendistato per edificare, su queste basi della tradizione realistica europea moderna, il rilancio della forma del romanzo. Un romanzo che non fosse solo simbolo della crisi ma uno strumento conoscitivo e interpretativo di questa condizione di crisi del presente. A questo scopo era necessario che il romanzo si riallacciasse a una tradizione narrativa che ai suoi occhi si era biforcata, ovvero quella dell'ottocento del Realismo. La particolare adolescenza di Moravia ha un suo ruolo nella genesi degli indifferenti.
Si possono cogliere e ricondurre a una matrice autobiografica il tema portante del romanzo: l'indifferenza non nel significato di uso comune, ma come incapacità di aderire alla vita e di agre concretamente in essa. Questo periodo era come se sentisse di aver sofferto anche di una specie di complesso di irrealtà, come se tra se stesso e la vita reale ci fosse uno spazio incolmabile o come se fosse attraversato da una scissione che in qualche modo faceva sì che s osservasse vivere dall'esterno. È una condizione comprensibile che si accompagni ad una malattia così grave e lunga. Questa esperienza individuale è oggettivata nel romanzo, tradotta con una modalità rappresentativa di tipo oggettivo in un modo così oggettivo che al momento dell'uscita molti recensori parlarono
assolutamente incapace di assumersi una qualsiasi responsabilità verso i figli, sola ed è eloquente l'assenza della figura paterna. L'unica sua preoccupazione, oltre quella di perdere la proprietà della casa, è quella di perdere l'amante. Si accorge che sta invecchiando e che Leo si sta stancando di lei e che la figlia sta diventando quello che lei era un tempo. In questo quadro, in cui dominano i due grandi indici dell'analisi Moraviana della borghesia del suo tempo, si consuma in qualche modo il nucLeo drammatico della vicenda, la rivolta dei due giovani Carla e Michele contro gli adulti. Questa rivolta non è indirizzata solo contro quelle singole persona ma anche contro la corruzione e l'abiezione, l'esaurimento etico di un'intera classe sociale d cui i tre personaggi adulti sono i rappresentanti e l'incarnazione. La rivolta di Carla e Michele nasce dalla percezione di questo disfacimento morale ma nei due giovani si traduce in azioni completamente diverse e conduce a risultati completamente diversi.
Il percorso di Carla
Si sente oppressa dalla noia e dalla ripugnanza che le ispirano la sua vita (monotona, ripetitiva e inautentica, falsa). Reagisce a questo sentimento scegliendo deliberatamente la propria rovina, di cedere al corteggiamento di Leo vedendo nella propria rovina l'unica forma di protesta possibile. Paradossalmente identifica nella propria rovina anche la propria salvezza, il suo modo di chiamarsi fuori dal mondo in cui è nata e costretta a vivere. Carla è spinta da se stessa a cedere a Leo e andare a letto con lui, cosa che avviene davvero ma, ad un certo punto, capisce che ribellarsi è inutile, che quel mondo a cui voleva sfuggire è più forte di lei e, alla fine, essendo stata rovinata da lei accetta il matrimonio riparatore. Pur sapendo che si tratta da parte di entrambi di un matrimonio senza amore, dettato solo dall'interesse economico che, oltre a restituirle la verginità sociale, permetterà alla sua famiglia di non perdere la casa. La storia di Carla è di un adattamento tormentato, doloroso ma, in definitiva, perfettamente riuscito alla falsità e all'inautenticità del mondo borghese contro Carla si voleva in qualche modo scagliare. Questo itinerario inizia dal suo desiderio, ripetuto ossessivamente nella prima parte del romanzo, di dare una svolta (anche una qualsiasi) alla propria vita, ossia di rendere manifesto il proprio disgusto verso il mondo in cui vivo perdendosi nella degradazione e nella propria rovina. Farla finita, rovinare tutto, sono pensieri che la ossessionano nelle prime pagine. Questo desiderio di “sporcare” l'apparenza d falso perbenismo alla fine si realizza benché in maniera paradossale. Non come pensava, con la sua resa a Leo, il tradimento della madre e il suo disonore, ma col matrimonio col suo seduttore, quindi prende il posto di Mariagrazia accingendosi a diventare del tutto identica alla madre. Questo passaggio di testimone è, non a caso, l'immagine con cui Moravia sceglie di chiudere il romanzo quando, nell'ultima pagina, ci mostra le due donne, madre e figlia, che si stanno preparando per andare ad un ballo mascherato e compaiono insieme, in cima alle scale, l'una lo specchio dell'altra. Mariagrazia, vestita di nero, Carla vestita di bianco. Questa specularità è in realtà una complementarità perché fanno parte della stessa mascherata. L'immagine finale rimanda sia al passaggio di testimone, sia ad un altro motivo che ricorre nel romanzo, quello della mascherata borghese, della finzione quasi teatrale. Qui si trova un'altra funzione che Moravia attribuisce a quest'impianto drammatico del romanzo, che gli serve per restaurare la forza dell'intreccio e del personaggio, ma anche sul piano contenutistico-ideologico sottolineare la finzione quasi teatrale che caratterizza la vita borghese. Fin dall'inizio del romanzo Carla si sente intrappolata in una squallida finzione, c'è il filo rosso che viene descritto che rappresenta la finzione e la recitazione inautentica, grottesca. Carla vene descritta spesso, dal suo punto di vista, come una maschera. Altre volte, attraverso i suoi occhi, viene descritta la madre. La vita borghese viene descritta come mascherata messa in scena, al tempo stesso tragica e ridicola. L'unico orizzonte che il mondo borghese offre ai due giovani è la finzione e l'inautenticità. È anche possibile che questo continuo insistere sul tema della finzione sia anche un implicito atto di accusa contro la mascherata del fascismo, che da molti intellettuali appariva non solo un regime dittatoriale ma anche una grottesca pagliacciata. D'altra parte La mascherata è il titolo di un romanzo che Moravia scrive e pubblica nel 1941 ma viene censurato. Racconta qui una cospirazione montata dalla polizia di un paese ai danni di un dittatore nel corso di una festa in maschera dell'alta società.
L'incipit de Gli indifferenti
“Entrò Carla”: a cosa fa pensare questo incipit? Sembra una didascalia teatrale. Il romanzo inizia con un'indicazione di scena. Altri segnali vanno in quella direzione. Nel salotto, a parte Leo (descritto attraverso le sue ginocchia), c'è solo un fascio di luce come un proiettore che illumina le ginocchia dell'uomo mentre l'oscurità avvolge il resto del salotto. Moravia dopo insiste sul cerchio di luce del paralume, mentre gli altri oggetti nell'ombra sono “morti e inconsistenti”. Il gioco di luce e ombra tornerà così spesso ed intenzionalmente da caricarsi quasi di un significato morale. La luce e l'ombra s fronteggiano nella casa di Ardengo quasi a significare ciò che rimane nascosto e ciò che invece è investito dalla luce e chiamato a svelarsi. In questo caso è un oggetto apparentemente insignificante, sembra solo un dettaglio d'ambiente. In realtà questo oggetto meccanico, che ripete un movimento di assenso in modo ripetitivo ritornerà alla fine del romanzo (non propriamente questo, un altro), con un significato molto più importante, l nucLeo concettuale dell'indifferenza. E solo a quel punto tornerà in mente questo incipit. L'incipit è significativo del tipo di realistico che Moravia sta sperimentano con Gli indifferenti e che non rappresenta solo una realtà ma mette anche elementi impercettibili e dissonanti tra loro. Nella seconda metà degli anni '20, in Germania, si sviluppa una corrente pittorica (anche letteraria, ma è un ambito minoritario) che prende il nome di Neue Sachlichkeit ( La nuova oggettività ). Reagisce al soggettivismo esasperato delle avanguardie storiche proponendo un ritorno alla rappresentazione realistica della realtà, che mantenga la carica eversiva antiborghese che era stata dell'espressionismo. In Italia negli anni 30 si parla di Realismo o neo Realismo e lo si fa cercando di tradurre il sintagma Neue sachlichkeit. Si guardava alla metafisica di De Chirico e ad un gruppo di pittori detto Novecento , ritorno alla nitidezza del disegno ma con qualcosa che rimandasse ad un mistero, un elemento leggermente inquietante. Queste caratteristiche si ritrovano tutte nelle descrizioni di Moravia, dove vi sono macchie di colore ( il vino era rosso, il pane marrone, una minestra verde fumava dal fondo delle scodelle ...). Il pittore e lo scrittore, con gli elementi che usa, non si limita a rappresentare la realtà ma a deformarla; questi oggetti rimandano ad una sensazione di disagio, come se in quella realtà ci fosse qualcosa di falso, ed è questa l'impressione che Moravia vuole produrre. C'è teatralità morava, la tragedia non è solo il modello strutturale del romanzo ma è anche un elemento di riflessione ideologica. Il mondo che vuole descrivere e raccontare attraverso la struttura drammatica della tragedia, è un mondo in cui la tragedia è impossibile, in cui la nobiltà e l'altezza dei sentimenti che sono in gioco nella tragedia sono talmente degradati che possono manifestarsi solo nella mascherata. Il dramma che vivono i due protagonisti degli indifferenti è proprio questo: la loro tragedia è quella di vivere in un mondo in cui la tragedia non è più possibile, se non nella sua forma ridicolizzata. Carla, ad esempio, ambisce alla tragedia (perdere l'onore e la dignità, rovinarsi) ma il suo piano è neutralizzato. Il suo piano si realizza, contrariamente a quanto aveva architettato, facendola diventare identica a sua madre, introducendo anche lei non dentro la tragedia bensì dentro la mascherata. Per dare sostanza narrativa al nucLeo concettuale del libro, Moravia predilige due espedienti formali: Discorso indiretto libero : è una spia eloquente del rapporto tra il narratore e i suoi personaggi. Moravia lo impiega per tutti, anche se in misura diversa, e lo usa in senso classico come un modo per far permettere il narratore e far arrivare direttamente il punto di vita del personaggio. Ex fine libro, Carla sa che tutto è fallito e la scelta migliore è sposare Leo. I due fratelli stanno tornando a casa e Moravia usa questo discorso in maniera coerente con il suo programma di recupero dell'equilibrio tra il pensiero e l'azione, che Moravia aveva individuato come unica strada per restituire vita autonoma ai personaggi romanzeschi. In questo romanzo proprio l'uso di questa tecnica valorizza l'intreccio tra vita attiva e vita della coscienze. I personaggi degli Indifferenti sono colti mentre fanno azioni banali, spesso meschine e in questi momenti il discorso indiretto libero dilata le azioni come se venisse dall'interiorità del personaggio e fossero spiegate dal personaggio.
Edoardo Sanguineti è uno dei primi a studiare Moravia e individua i nuclei narrativi ripetuti negli scontri tra Michele e Leo, tra i quali c'è ostilità latente, che partono sempre da Michele, e che tutti finiscono nel nulla. Questi scontri non sono sollo dei nuclei ripetuti ma disegnano anche dei climax: l primo è nel terzo capitolo, un semplice insulto: “mascalzone”. Questo insulto rivolto a Leo con indifferenza viene preso sul serio dagli altri personaggi presenti (Mariagrazia, Carla e Leo). Nel capitolo sesto c'è un altro diverbio tra u due in cui Michele tenta di dare uno schiaffo a Leo, quest'ultimo riesce a prendergli il posto prima che lo schiaffo arrivi a destinazione e lo blocca. Al capitolo ottavo Michele prende un portacenere e lo lancia contro Leo, mollemente. Vede sua madre gridare, perchè colpisce la madre a una spalla. Infine, il vero atto mancato de romanzo è al capitolo quindicesimo quando Michele compra pistola e proiettili e, dopo aver scoperto quello che ha fatto Leo a sua sorella, vuole ucciderlo. Spara due volte, poi la pistola è scarica. Si dimentica di caricare la pistola, un po' come Zeno cosini vuole tantissimo andare al funerale dell'amico Guido e sbaglia funerale. Per la strappini i nuclei strutturati del romanzo sono i pasti della famiglia Ardengo, cioè i momenti di socialità familiare che riuniscono quasi tutti i personaggi e li fanno interagire in un ambiente angusto (la sala da pranzo) in una convivenza obbligata che sono lo specchio dell'angustia della loro condizione e dell'immutabilità di questa condizione. Quando Moravia rappresenta questi momenti di convivialità forzata, il suo punto di vidta straniante è quello di Carla. Vedi capitolo secondo, capitolo quarto, capitolo settimo e capitolo dodicesimo. C'è una ripetitività coatta nei movimenti dei personaggi. Ad un certo punto, questa situazione di stallo conosce una frattura, un momento di svolta che divide in due il romanzo. A notare questa particolarità è stato Giuseppe Antonio Borgese, uno dei primi a recensire il romanzo di Moravia. Da un certo momento in poi (il momento è dopo la fine del decimo capitolo, ovvero dopo la prima notte che parla passa con Leo) si verifica un cambiamento fondamentale: l'indifferenza che fino a quel momento stata attribuita a Carla e Michele, non è èiù un tratto caratterizzante dei personaggi ma diventa un nucLeo tematico essenziale per la narrazione. Diventando l'oggetto del romanzo il fulcro della narrazione si sposta sul personaggio che più di tutti è consapevole di questo: Michele. C'è uno sbilanciamento nel senso letterale del termine. Quando il fulcro narrativo e tematico si sposta su Michele, succede un’altra cosa: i fatti, le azioni, diventano sempre meno concreti e tangibili. Il succo della narrazione coincide con le fantasie, le riflessioni, le velleità di Michele. Nella prima parte è gelidamente distaccato, nella seconda tra il narratore e Michele si instaura una solidarietà che fa sì che il punto di vista si sposti su quello soggettivo di Michele, per questo nella seconda parte del romanzo Michele si carica di istanze etiche. Michele è anche il personaggio che più di tutti giustifica il titolo del romanzo, lui stesso pronuncia la parola indifferenza/indifferente all'interno della narrazione. Il male di Michele sta tra la coscienza e la capacità di agire. Moravia si muoveva nell'ambito di una diagnosi del suo tempo oramai consolidata. L'indifferenza, però, non coincide con l'inettitudine. Ha qualche caratteristica in comune, ma non tutto. Gli inetti di muovevano da malato in un mondo considerato ancora sano. Ne Gli indifferenti , Moravia mette in scena un mondo del tutto malato, corrotto, la cui corruzione può prendere le vesti del cinismo di Leo (uomo spregiudicato economicamente e sessualmente), nel patetismo di Mariagrazia o nel sentimentalismo sdolcinato di Lisa. In un mondo così, l'inetto non è più lo sconfitto che non riesce ad essere uguale agli altri ma è quello che rendendosi conto di avere a che fare con antagonisti così meschini e squallidi, si accorge che la tragedia è impossibile. Questa idea viene cesellata da Moravia nella seconda parte del romanzo, quando Michele deve decidere cosa fare con Lisa (amante o no) e con Leo. Proprio in questa seconda parte, meno attiva e più riflessiva, questo motivo della tragedia dell'impossibilità della tragedia, comincia ad emergere. Per Michele e per Moravia la perdita del senso del tragico equivale alla perdita del contatto con la realtà. La perdita di quel mondo in cui la tragedia era possibile equivale alla perdita del contatto con la realtà. Tutto quello che gli rimane è la nostalgia per un mondo della borghesia ottocentesca prima della crisi del mondo borghese, in cui tra pensiero e azione c'era perfetta solidarietà e in cui era al massimo l'azione a prevalere sul pensiero. In un certo senso è anche indicazione metadiscorsiva. Moravia si trova a voler costruire personaggi vivi, che agiscono, a tutto tondo, a partire dalla loro incapacità ad agire. Il programma che enuncia non è solo egressivo- restauratore. Sa che per fare un
romanzo costruttivo deve usare gli elementi della crisi, non può far finta che non esistano. A sua volta Michele è consapevole che questa nostalgia della tragedia che avverte è l'unica cosa che lo distingue dai personaggi che ha intorno. Capisce anche che se tentasse questa sua nostalgia per la tragedia, farebbe la fine della sorella, diventerebbe quindi uno spregevole uomo d'azione. Quello che, in un mondo nobile, poteva essere un gesto nobile, si tradurrebbe ora in un gesto spregevole. Il suo proposito di vendetta non sarebbe più il gesto tragico e melodrammatico, ama diventerebbe solo uno squallido omicidio a coronamento di una squallida vicenda di soldi e d sesso. Michele arriva alla conclusione che l'indifferenza è l'unica scelta morale ancora possibile, nel senso della non azione. Questo, Michele lo mette a fuoco con un'evidenza materiale, nel momento in cui sta andando al famoso appuntamento con Lisa, che era stato tentato di rifiutare. Ha deciso di andare da lei volontaristicamente nel suo ultimo tentativo di aderire alla vita e ad un sentimento. Si è quasi imposto di amare Lisa e diventarne l'amante. In una vetrina, vede un oggetto che riporta al Buddha dell'incipit del romanzo.
Conclusione
Negli ultimi capitoli del romanzo, alle rare azioni della prima parte si sostituiscono le riflessioni, il dialogo con se stesso e qui si vede l'influenza di Dostoevskij su Moravia. Gli ultimi 4 capitolo sono occupai dal contraddittorio che Michele ingaggia su se stesso e riflette quello dello scrittore russo e dei suoi personaggi in balia di sensazioni opposte, come se ospitassero due sistemi di valori opposti che combattono tra loro. Qualcosa del genere accade anche begli indifferenti, Michele sta camminando per recarsi all'appuntamento a casa di lisa, ha deciso di andare e provare ad aderire alla vita e di coltivare un sentimento per questa donna, ma si imbatte in una vetrina che espone un pupazzo meccanico pubblicitario: qui si chiarisce il primo piano del fascio di luce che Moravia aveva proiettato su quel soprammobile a inizio romanzo. L'apparizione di questo fantoccio-réclame, racchiude e sintetizza in maniera visibile per Michele il significato di una qualsiasi azione, di una qualsiasi fede in qualcosa nel mondo borghese ed è a questo punto che Michele compie, dentro di sé, la scelta dell'indifferenza che viene ribadita dal fallito omicidio di Leo. Questo fallimento da un lato è il segno dell'impotenza di Michele e della sua incapacità di agire, espelle Michele dalla vita ma, al tempo stesso, ne garantisce la purezza. Così quella che è la condanna di Michele, il fatto di non poter aderire alla vita, è anche la sua salvezza, dove Carla, nel suo tentativo di rivolta, alla fine aderisce a quella vita e si perde, diventa come tutti gli altri. C'è un gusto tipicamente Moraviano della costruzione geometrica. Carla e Michele, i loro destini e il loro percorso esistenziale dentro la narrazione soddisfano il gusto per le simmetrie morali di cui il narratore parla all'inizio del romanzo.