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Il Ruolo Trasformativo delle Fiabe: Un'Analisi Approfondita - Prof. Zizioli, Sintesi del corso di Pedagogia dell'infanzia e pratiche narrative

Analisi del ruolo trasformativo delle fiabe sulla crescita personale e l'interazione culturale, partendo dalle loro origini orali e popolari e dal loro passaggio alla forma letteraria. Si discutono le funzioni terapeutiche, evidenziando come affrontino paure e promuovano resilienza, e l'uso in contesti educativi e terapeutici, come 'storievasive' per l'integrazione sociale e l'identità personale e culturale dei giovani stranieri. Si analizzano i contributi di studiosi come Bettelheim, Jung, Propp e Zipes, che hanno evidenziato le dimensioni psicologiche, sociali e culturali delle fiabe, sottolineandone il valore universale e l'adattabilità. Infine, si esplora come le fiabe promuovano l'intercultura a scuola e fuori, facilitando il dialogo tra culture.

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

In vendita dal 11/11/2025

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Narrare: l’oltre, l’altrove, l’altrimenti
Introduzione – La fiaba: complessa e “irresistibile”
La fiaba è un genere antico, complesso e al tempo stesso irresistibile. Pur essendo oggetto di
numerosi studi, è spesso ridotta a semplice racconto per l’infanzia. In realtà, per
comprenderla davvero occorre uno sguardo multidisciplinare – letterario, pedagogico,
antropologico, psicologico e sociologico – capace di coglierne la ricchezza simbolica e le
continue trasformazioni nel tempo.
Studiare oggi la fiaba significa analizzare non solo i testi, ma anche le sue rimediazioni nei
diversi linguaggi: cinema, teatro, televisione, illustrazione, pubblicità, nuovi media. La fiaba è
un territorio ibrido in cui convivono reale e fantastico, adulti e bambini, esseri magici e figure
umane, in quella zona liminare tra realtà e immaginazione che permette di dare forma e
senso al vissuto umano.
Origine e natura migratoria
La fiaba possiede una natura migrante: nasce da continue ri-narrazioni, si trasforma,
attraversa epoche e popoli. Come osserva André Jolles, proviene dalle forme semplici – miti,
leggende, proverbi, canti popolari – e come il mito racconta l’avventura dell’essere umano
nello spazio e nel tempo, fondendo esperienze, simboli e archetipi universali.
La sua vitalità deriva proprio dalla trasmissione orale: ogni racconto nasce dalla voce di chi lo
narra e si rigenera nella voce di chi lo ascolta.
Dal racconto popolare alla fiaba letteraria
Tra Seicento e Ottocento la fiaba passa dalla tradizione orale alla forma letteraria: da
racconto popolare diventa genere scritto e sempre più rivolto all’infanzia. La pedagogia le
attribuisce funzioni morali e didattiche; vengono attenuati o censurati temi universali – paura,
abbandono, amore, morte – e ne emerge una versione più edulcorata e didascalica.
Resta tuttavia il legame originario con l’oralità, che fa della fiaba un’esperienza collettiva,
dialogica e partecipata.
Le prime raccolte
Le radici della fiaba moderna si trovano nel XVI-XVII secolo:
Straparola, con Le piacevoli notti (1550), introduce racconti a cornice di tono
fantastico;
Basile, con Lo cunto de li cunti (1634–36), compone la prima vera raccolta di fiabe
occidentali;
Perrault, con i Contes (fine Seicento), consolida in Francia il genere autonomo
destinato alle corti e all’infanzia.
Da queste esperienze nasce il modello di fiaba moderna: una narrazione libera, contaminata
da culture diverse, aperta a infiniti significati secondo l’ascoltatore e il contesto.
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Scarica Il Ruolo Trasformativo delle Fiabe: Un'Analisi Approfondita - Prof. Zizioli e più Sintesi del corso in PDF di Pedagogia dell'infanzia e pratiche narrative solo su Docsity!

Narrare: l’oltre, l’altrove, l’altrimenti

Introduzione – La fiaba: complessa e “irresistibile”

La fiaba è un genere antico, complesso e al tempo stesso irresistibile. Pur essendo oggetto di numerosi studi, è spesso ridotta a semplice racconto per l’infanzia. In realtà, per comprenderla davvero occorre uno sguardo multidisciplinare – letterario, pedagogico, antropologico, psicologico e sociologico – capace di coglierne la ricchezza simbolica e le continue trasformazioni nel tempo. Studiare oggi la fiaba significa analizzare non solo i testi, ma anche le sue rimediazioni nei diversi linguaggi: cinema, teatro, televisione, illustrazione, pubblicità, nuovi media. La fiaba è un territorio ibrido in cui convivono reale e fantastico, adulti e bambini, esseri magici e figure umane, in quella zona liminare tra realtà e immaginazione che permette di dare forma e senso al vissuto umano.

Origine e natura migratoria

La fiaba possiede una natura migrante : nasce da continue ri-narrazioni, si trasforma, attraversa epoche e popoli. Come osserva André Jolles, proviene dalle forme semplici – miti, leggende, proverbi, canti popolari – e come il mito racconta l’avventura dell’essere umano nello spazio e nel tempo, fondendo esperienze, simboli e archetipi universali. La sua vitalità deriva proprio dalla trasmissione orale: ogni racconto nasce dalla voce di chi lo narra e si rigenera nella voce di chi lo ascolta. Dal racconto popolare alla fiaba letteraria Tra Seicento e Ottocento la fiaba passa dalla tradizione orale alla forma letteraria : da racconto popolare diventa genere scritto e sempre più rivolto all’infanzia. La pedagogia le attribuisce funzioni morali e didattiche; vengono attenuati o censurati temi universali – paura, abbandono, amore, morte – e ne emerge una versione più edulcorata e didascalica. Resta tuttavia il legame originario con l’oralità, che fa della fiaba un’esperienza collettiva, dialogica e partecipata. Le prime raccolte Le radici della fiaba moderna si trovano nel XVI-XVII secolo:

  • Straparola , con Le piacevoli notti (1550), introduce racconti a cornice di tono fantastico;
  • Basile , con Lo cunto de li cunti (1634–36), compone la prima vera raccolta di fiabe occidentali;
  • Perrault , con i Contes (fine Seicento), consolida in Francia il genere autonomo destinato alle corti e all’infanzia. Da queste esperienze nasce il modello di fiaba moderna: una narrazione libera, contaminata da culture diverse, aperta a infiniti significati secondo l’ascoltatore e il contesto.

Funzione e valore La fiaba è una narrazione flessibile che trascende i confini del realismo e possiede una forte funzione simbolica ed educativa : racconta conflitti, desideri e trasformazioni legati alla crescita personale. È “complessa e irresistibile” perché unisce origine popolare e destino letterario, attraversa culture e linguaggi, e mantiene una funzione universale di racconto dell’umano , continuando a rinascere in forme sempre nuove. Gli studi moderni Con il Romanticismo si diffonde l’interesse filologico, antropologico e psicologico per la fiaba. Come osserva Michele Rak, essa è un genere “forte” per la sua diffusione e “debole” per la sua marginalità accademica.

  • Fratelli Grimm – con le Fiabe del focolare (1812-1856) – fondano gli studi moderni, interpretandola come espressione dell’anima popolare e dell’umanità primitiva.
  • Freud vi riconosce l’espressione dei desideri e dei conflitti inconsci.
  • Bettelheim , con Il mondo incantato (1977), ne sottolinea la funzione terapeutica: aiuta il bambino ad affrontare paure e frustrazioni, trasmettendo un messaggio di lotta e speranza.
  • Jung e von Franz vedono nei personaggi fiabeschi gli archetipi dell’inconscio collettivo, processi psichici universali con valore simbolico e curativo.
  • Propp , nella Morfologia della fiaba (1928), individua le funzioni narrative costanti: ogni azione del personaggio ha un significato e la sequenza di queste funzioni compone la struttura profonda del racconto, derivata dai riti di iniziazione trasformati in narrazione.
  • Zipes propone una lettura storico-sociale, interpretando la fiaba come meme culturale : un’unità di replicazione che, come i geni, si diffonde per imitazione, muta e si adatta ai tempi e ai media (stampa, cinema, digitale). Radici e funzione simbolica La fiaba, nata dalla trasformazione del mito, ordina la realtà, dà forma all’interiorità e fonda il senso dell’esistenza. È una fantasia condivisa, una mappa simbolica dei problemi universali dell’essere umano. Il suo valore educativo risiede non solo nei contenuti, ma nella qualità narrativa e relazionale : la fiaba vive se “funziona come racconto” (Solinas Donghi), se genera piacere, memoria e dialogo tra narratore e ascoltatore. Narrazione, identità e infanzia La narrazione è la base dell’identità: il Sé narrativo (Bruner, Ricoeur, Stern) si forma raccontando e ascoltando storie. Per Winnicott , la fiaba abita l’“area transizionale”, uno spazio creativo dove tutto è possibile; per Bruner , l’identità umana ha struttura narrativa. Così, raccontare fiabe significa trasmettere emozioni, valori e visioni del mondo, mantenendo viva la meraviglia e il bisogno di senso. L’infanzia diventa oggi la custode della memoria fiabesca , offrendo agli adulti la possibilità di riconnettersi con la propria parte più autentica. La fiaba rimane un mezzo magico di trasmissione della memoria e dell’identità , capace di unire passato, presente e futuro e di ricordarci, come Ulisse nel suo viaggio, che solo raccontando possiamo comprendere e dare forma alla nostra esperienza.

Perché funziona (con bambini e adulti)

  • Dice l’indicibile : traumi, tabù, perdite diventano rappresentabili.
  • Ridà potere : mette in luce risorse, talenti, sogni , rafforza la self-efficacy.
  • Dà continuità : il passato doloroso può essere riletto e integrato ; la fiaba dipinge un viaggio verso una rinascita possibile.
  • Cura anche chi cura : per educatori/operatrici è spazio di riflessione , valutazione dei passi fatti, scarico d’ansia e rigenerazione creativa.

1.2 – Tras-Formare

Per Maria Varano , raccontarsi in forma di fiaba è un potente strumento di conoscenza e trasformazione. Nei contesti di formazione o terapia, chiede ai partecipanti di presentarsi narrando una “autofiaba”chi sono, da dove vengo, cosa cerco, chi vorrei incontrare — per riflettere su di sé e sulle proprie motivazioni. La fiaba permette di osservarsi con distacco , dare forma simbolica a emozioni confuse e avviare un processo di consapevolezza personale e relazionale. L’identità, scrive Varano, è costruita narrativamente : nasce da come ci raccontiamo e da come gli altri ci narrano. Ogni storia condivisa è quindi un atto di fiducia reciproca , che genera legami: è l’ etica intersoggettiva della narrazione. La parola diventa cura , e la narrazione si trasforma in narr-azione , cioè in azione trasformativa. La medicina narrativa ne è un esempio: accanto alla cura della malattia si ascolta la storia della persona , riconoscendo che il tempo del dialogo è parte integrante della cura. La traduzione metaforica del dolore in racconto permette di mimetizzare la sofferenza , esprimerla senza esserne sopraffatti e dare un nuovo senso alla propria esperienza. Come nell’arteterapia, scrivere una fiaba significa spostare fuori da sé l’emozione , guardarla e riformularla , trovando nuovi modi per affrontarla.

1.3 – Storie per andare oltre la malattia

Le fiabe non sono solo racconti per bambini, ma narrazioni terapeutiche che aiutano ad andare oltre la malattia o la crisi. Varano riporta l’esempio di Ornella , che ha trasformato la sua esperienza di cancro in una fiaba: Inro, figlia dei boschi , dove il percorso di cura diventa un viaggio iniziatico con prove, aiutanti e una rinascita finale. Come nelle fiabe tradizionali, anche qui la difficoltà è l’inizio di un cammino di trasformazione e resilienza. Scrivere o leggere una fiaba di malattia richiede tempo: spesso si può farlo solo dopo la guarigione , quando la mente riesce a rielaborare ciò che è accaduto. Ma questo processo aiuta a consolidare la guarigione , a ridurre il rischio di ricadute e a restituire speranza.

La fiaba diventa così una cura narrativa che riorganizza la memoria del dolore, trasformandola in un racconto di rinascita. Negli ospedali pediatrici , la lettura delle fiabe ha lo stesso scopo: non solo intrattenere, ma aiutare bambini e genitori a comprendere ciò che sta accadendo, a immaginare la guarigione e a riconoscersi protagonisti della propria storia. Attraverso il simbolo e la fantasia, la fiaba rende possibile ciò che nel linguaggio razionale sarebbe indicibile: dire la paura, il dolore e la speranza , e trasformarli in energia di vita.

1.4 – Meticciamento tra immagini e fiabe

Il meticciamento tra immagini e fiabe mette in luce il legame profondo tra arte visiva e narrazione come forme complementari di espressione e cura. In arteterapia, come nella creazione di fiabe, è fondamentale instaurare un ambiente sereno e non giudicante , in cui non conta il risultato estetico o stilistico ma la libertà espressiva. Molti adulti, infatti, affrontano entrambe le esperienze con la paura di “non saper disegnare” o “non avere fantasia”: il primo passo è allora liberarsi dal timore del foglio bianco e dalle rigidità scolastiche per poter lasciare emergere emozioni e ricordi. Attraverso colori, segni e parole , la persona entra in contatto con il proprio mondo interiore in modo mediato , protetto dal filtro simbolico dell’immagine o della fiaba. Il terapeuta deve saper accogliere senza giudizio , restando dentro alla relazione e tollerando il dubbio , senza voler interpretare tutto subito. Quando il paziente crea, accade spesso che ciò che emerge sorprenda entrambi: immagine e racconto diventano narrazioni condivise che aiutano a “rendere pensabile l’impensabile”. Entrambe le forme creative hanno una cornice protettiva : in arteterapia è data dai margini del foglio e dallo spazio della stanza; nella fiaba dall’inizio «C’era una volta…» e dal finale che riporta al qui e ora. Questi confini rassicurano e delimitano l’esperienza, consentendo di esplorare emozioni profonde senza perdersi in esse. Le immagini mostrano in modo immediato lo stato emotivo del momento, mentre le fiabe offrono la possibilità di rileggere e risignificare nel tempo la propria storia: ogni nuova lettura svela significati diversi, come se la fiaba cambiasse colore e continuasse ad agire interiormente. Sia nell’arte che nella narrazione, il percorso terapeutico richiede tempo, lentezza e pazienza : la trasformazione non è immediata, ma nasce dall’ascolto, dalla capacità di contenere le emozioni e dal riconoscimento del proprio pensiero simbolico. Questo tipo di linguaggio — fatto di immagini, metafore e simboli — consente di inventare, innovare e curarsi attraverso la creatività, dando voce a ciò che non può essere detto direttamente ma solo rappresentato.

rinascere , ritrovare se stesso e costruire legami autentici, fondati sulla verità, la conoscenza e il rispetto. Le fiabe classiche, dunque, continuano a essere strumenti educativi e terapeutici : attraverso l’identificazione con i personaggi, i bambini imparano a riconoscere le proprie paure , a superare i conflitti interiori e a immaginare il futuro con fiducia. La trasgressione, la scoperta, il cambiamento: tutti elementi che, nelle fiabe come nella vita, insegnano a crescere e a dare forma alla propria identità.

Capitolo 2 - La fiaba come strumento di dialogo: l’altrove (Amelia Ceci)

2.1 – Il progetto “Musamir” della Summer School a Baghdad

La narrazione è un universale umano : cambiano luoghi e tempi, ma l’ istinto narrativo ci accompagna ovunque. In questa prospettiva, a Baghdad (estate 2001) , in un contesto segnato da embargo , povertà educativa e controllo statale (era il regime di Saddam Hussein ), le fiabe sono diventate un metodo didattico e, soprattutto, uno strumento di dialogo con l’Altrove : una lingua comune per conoscersi, raccontarsi, lavorare insieme. Il progetto fu realizzato con Un Ponte Per (UPP) , ONG nata nel 1991, impegnata in cooperazione , peace building e diritti. In Iraq, l’embargo aveva colpito duramente la scuola : analfabetismo in crescita , strutture fatiscenti , diritto allo studio compromesso, soprattutto per bambine e donne. Dentro questo scenario, Musamir (da samir , “ compagno dei discorsi serali ”, cioè cantastorie ) ha proposto una Summer School in un quartiere popolare di Baghdad, con formazione attiva per insegnanti e laboratori ludico-narrativi per i bambini.

Tre fasi operative

1) Orientamento e organizzazione.

  • Arrivo a Baghdad via Amman (no-fly zone), prime negoziazioni con il Ministero dell’Istruzione : niente selezione autonoma del personale e no a materiali che promuovessero pensiero critico.
  • Ristrutturazione degli spazi, acquisto di arredi e materiali, iscrizioni dei bambini.
  • Adattamento del programma e dei materiali : uso dell’ italiano (la traduttrice, Randa , non lavorava in inglese). 2) Avvio della Summer School e formazione.
  • 200 bambini divisi per fasce d’età, attività 9:00–12:30 per sei giorni (riposo il venerdì ).
  • Cinque ambiti ludico-culturali: sport , disegno , musica , teatro , letteratura popolare.
  • Parallelamente, formazione per le insegnanti, centrata su metodologie attive e narrazione fiabesca. 3) Lavoro con classi e restituzione pubblica.
  • Le insegnanti hanno personalizzato i percorsi, organizzato una mostra (disegni e artigianato) e una rappresentazione di tradizioni di Baghdad.
  • Gite finali orientate al gioco all’aperto (bisogno primario emerso dal gruppo bambini).

2.1.2 – Il ruolo delle fiabe e della traduttrice

In un contesto segnato da sorveglianza ministeriale e regole rigide , le fiabe sono state la nostra lingua franca : un dispositivo narrativo capace di aprire spazi relazionali autentici pur rispettando i vincoli. Ogni giorno le insegnanti venivano contattate dal Ministero per riferire cosa fosse accaduto in aula; ottenuto l’ assenso , potevamo proseguire. Dentro questo perimetro, la fiaba ha funzionato come zona protetta : consentiva di parlare di sé senza esporsi direttamente, usando metafora e simbolo. Parallelamente, si sono creati spazi informali femminili (visite in casa, henné , ceretta col filo , scambi su usi e rituali , ricette , giochi d’infanzia ). Momenti “ tra donne ” che hanno favorito fiducia , coprogettazione e una narrazione più sincera—pur con autocensure comprensibili. Formalmente sarebbero servite autorizzazioni per le visite domestiche; di fatto, non ci furono problemi : un segno della relazione costruita. Un ruolo decisivo l’ha avuto Randa , la traduttrice-mediatrice : libanese, cresciuta in Italia, italiano perfetto , arabo nativo, niente inglese. Non traduceva solo parole , ma contesti : ci ha aiutato a leggere i limiti , accettare le cornici operative e trovare margini d’azione. In pratica, ha svolto un doppio lavoro di mediazione linguistica e culturale , trasformando ogni scambio in un ponte. Altre condizioni-cornice hanno orientato il metodo: attività solo al mattino per l’ afa (fino a 60°C ); pomeriggi riparati dal sole , idratazione , datteri. Quando sono partite le attività con i bambini , le insegnanti hanno riusato le fiabe dei nostri laboratori nei laboratori di disegno : la parola diventava immagine , e l’immagine rimandava alla parola , in un circolo espressivo che decentrava l’emozione e rendeva narrabile l’esperienza. Il criterio guida (in sintonia con l’idea che “ la fiaba rende attraente il cambiamento ”): usare la storia come viaggio che permette distanza emotiva , rilettura e riformulazione. Così, anche in un clima controllato , si aprivano microscopici Altrove dove poter dire , ascoltare , immaginare.

2.2 – Le fiabe delle insegnanti e i disegni dei bambini

L’ultima fase del progetto ha visto le insegnanti diventare protagoniste creative : hanno raccolto e narrato fiabe tratte dalla loro cultura o reinterpretate in chiave locale, per poi proporle ai bambini nei laboratori di narrazione e disegno. Le storie — semplici, brevi, dense di insegnamenti morali — sono diventate strumenti di dialogo interculturale , ma anche mezzi di auto-riflessione e trasmissione di valori. La fiaba, come dice Maria Varano , è un viaggio avventuroso che rende attraente l’esperienza del cambiamento : grazie a questa dimensione simbolica, le docenti irachene hanno potuto rileggere se stesse e la propria infanzia , offrendo ai bambini un linguaggio narrativo e visivo per esprimere emozioni e desideri. Attraverso il racconto e la successiva rappresentazione grafica , i bambini hanno trovato una forma di libertà comunicativa : le immagini, nate dai loro disegni, hanno dato corpo a paure, sogni, relazioni e scoperte , creando un filo continuo tra parola e segno. Questo doppio canale – narrare e disegnare – ha permesso di trasformare l’esperienza educativa in un laboratorio di senso , dove ogni bambino ha potuto portare qualcosa di sé.

Le fiabe raccolte Le insegnanti, attingendo alla tradizione orale e alla memoria familiare, hanno selezionato alcune fiabe universali (rivisitate) e racconti locali :

  • Il coniglio e la tartaruga : la classica storia della lentezza che vince sull’arroganza. Insegna a non sottovalutare l’altro e a valorizzare la costanza.
  • I bambini della foresta : tre orfani affrontano la paura grazie all’ ingegno collettivo ; una metafora della solidarietà e del rispetto per la natura.
  • Il corvo assetato : l’astuzia e la riflessione come risorsa vitale. Mostra che l’intelligenza può supplire alla forza.
  • Il boscaiolo e il serpente : una fiaba morale sul rispetto delle promesse e sul valore della parola data.
  • Biancaneve e i sette nani : riscritta in chiave locale (la mela sostituita da una banana, il principe che arriva su un cammello). Il tema universale della gelosia e della rinascita viene reinterpretato con elementi arabi e familiari ai bambini.
  • Leila e il lupo : una “Cappuccetto Rosso” araba che insegna ad ascoltare i consigli dei genitori e a non smarrirsi nel bosco della disobbedienza.
  • La sirenetta Saluà e il pescatore : racconto ambientato lungo il fiume Tigri , dove l’amore impossibile tra un uomo e una creatura marina diventa simbolo del conflitto tra desiderio e realtà , e del bisogno umano di appartenenza e libertà.
  • San Zaccaria : racconto religioso e rituale legato alla festa femminile del desiderio di maternità , in cui il cibo e la preghiera diventano riti propiziatori di vita e speranza. Il valore educativo e culturale Queste fiabe, pur nella loro apparente semplicità, contengono valori universali (rispetto, ingegno, fedeltà, solidarietà, amore, giustizia) ma anche sfumature culturali proprie del contesto iracheno. Il laboratorio di narrazione si è trasformato in un luogo di scambio interculturale : le insegnanti hanno potuto riappropriarsi della propria voce narrativa e i bambini hanno imparato a pensare simbolicamente , riconoscendo nella fiaba una chiave di accesso alla realtà. I disegni dei bambini , che illustravano le storie, sono stati la traduzione visiva delle emozioni : linee semplici, colori intensi, gesti spontanei che parlavano più delle parole. Ogni disegno racchiudeva una storia personale , un ricordo o un sogno, e diventava testimonianza di crescita e riconciliazione con il mondo adulto.

2.3 – Narrazioni, storie e discorsi. Narrare per conoscere

Secondo Jerome Bruner , la forma narrativa rappresenta il principale veicolo di conoscenza : è il modo con cui gli esseri umani organizzano l’esperienza , attribuiscono senso e costruiscono legami con la realtà simbolica e relazionale che li circonda. La psicologia popolare , infatti, si fonda su basi narrative, perché ogni individuo e ogni cultura interpretano il mondo attraverso storie condivise. Per questo motivo, nel progetto in Iraq sono state raccolte e raccontate le fiabe delle maestre locali: la narrazione non è solo un esercizio linguistico, ma una forma universale di pensiero , capace di dare voce alle culture e di creare connessioni tra vissuti diversi. In ogni civiltà, fin dalle origini, l’uomo ha usato il racconto per spiegare l’inspiegabile , per

Capitolo 3 — Fiabe per raccontarsi… altri-menti (Caterina Benelli )

3.1 In punta di piedi…

L’autrice chiarisce subito il suo punto di vista: non una specialista di letteratura per l’infanzia, ma una professionista dell’ area pedagogico-sociale (docenza, formazione, psicologia) che usa la fiaba come strumento narrativo e di cura. La fiaba, qui, è un escamotage rispettoso per entrare “ in punta di piedi ” in storie difficili : ciò che sarebbe scomodo da dire in modo diretto può essere riformulato in metafora , diventando dicibile , condivisibile, lavorabile. Altri-menti: cosa significa

  • Altri-menti (da altrimenti , Treccani): in altro modo , con altra postura cognitiva , altro sguardo. Lavorare con le fiabe significa spostare il punto di vista , aprire possibilità di senso là dove il discorso lineare si inceppa. Perché fiabe “altri-menti” L’esperienza cardine è quella di Baghdad (2001), descritta nel cap. 2: in contesti d’altrove (culturali, politici, educativi) la fiaba ha aperto una strada di dialogo, permettendo comprensione reciproca e co-viaggio pur da orizzonti diversi. Oggi come allora (pensiero alle attuali aree di conflitto), percorsi basati su fiabe possono facilitare l’intercultura nella scuola e nell’extra-scuola, con adulti e minori, sempre in punta di piedi. Fiaba e autobiografia: due binari che si incontrano
  • Accanto alla fiaba, l’autrice usa l’ autobiografia (dal 1997, ricerche con pre- adolescenti in quartieri marginali): anche segni e scritte sui luoghi quotidiani diventano tracce di racconto di sé.
  • Fiaba + autobiografia creano uno spazio ibrido : la metafora fiabesca consente di ripercorrere luoghi interiori , incontrare personaggi-parte di sé , tradurre il simbolico nel reale. L’eroe che supera prove illumin(a) chi scrive nel trovare strategie concrete per la vita quotidiana. Cosa succede quando ci raccontiamo in forma di fiaba
  • Si attiva il pensiero simbolico : desideri e paure prendono una forma creativa.
  • Aumenta la consapevolezza : si intravedono obiettivi , mezzi , strategie.
  • Si sbloccano possibilità : la vita torna a essere un romanzo aperto (occasioni di senso non ancora scritte). Una pratica senza confini
  • La fiaba è trans-disciplinare (interessa antropologia, linguistica, psicologia, pedagogia ) e trans-culturale : non appartiene a confini nazionali, ma a motivi ricorrenti che viaggiano tra epoche e popoli.
  • La sua forza sta nell’ oralità : prima di essere testo è narrazione viva. Come ricorda Bettelheim , mito–novella popolare–fiaba formano la “letteratura” delle società pre-letterate , serbatoi di sapienza condivisa per il passaggio generazionale e per i riti di transizione.

Il ruolo del narratore: il cantastorie

  • Preferenza per “cantastorie/contastorie” (invece di storyteller ): richiama un radicamento popolare e civile del narrare.
  • In questa scia si collocano percorsi formativi (es. scuole di cantastorie legate all’autobiografia) che formano operatori capaci di ascoltare/scrivere/rappresentare storie nelle comunità.

3.2 – Fiaba e narrazione autobiografica

Le fiabe rappresentano un mezzo straordinario per avvicinarsi al racconto autobiografico , perché attraverso i loro simboli e le loro metafore raccontano i processi di crescita, di cambiamento e di trasformazione che ogni persona vive nella propria esperienza. Raccontano, in forma simbolica, ciò che può accadere nel percorso formativo ed evolutivo di ciascuno di noi: le prove, le paure, i desideri, i conflitti interiori. Per questo possono diventare uno strumento educativo e formativo , capace di favorire la conoscenza di sé, l’apertura all’altro e il dialogo tra culture. Chi si mette in ascolto di una fiaba, o ne scrive una autobiografica, compie un viaggio: entra in contatto con parti profonde di sé , ma anche con mondi “altri”, con le tradizioni e i miti di popoli diversi. Dal punto di vista psicologico, la fiaba mette in luce processi interiori profondi , perché il protagonista della storia rappresenta in realtà una parte del narratore stesso. Così come l’eroe fiabesco affronta prove e ostacoli per crescere, anche chi scrive o legge una fiaba compie un cammino simbolico dentro la propria storia personale, trovando nuovi significati e nuove possibilità. Le funzioni formative del racconto di sé Caterina Benelli individua quattro principali funzioni formative della narrazione autobiografica, valide nella scuola e in altri contesti educativi. Esse rispondono ai bisogni fondamentali delle giovani generazioni, ma anche degli adulti, e si collegano ai valori della cura di sé , della relazione e della creatività.

  1. Educazione all’ascolto di sé Raccontarsi significa imparare ad ascoltarsi, a sostare su di sé e a ritrovare spazi di silenzio in un mondo frenetico. La scrittura autobiografica – come un diario o una poesia – permette di fermare le emozioni e dare valore alle esperienze, aiutando a comprendere meglio ciò che si prova e a dare senso ai propri cambiamenti interiori.
  2. Educazione all’alterità e alle storie degli altri Ascoltare e condividere le storie altrui insegna l’empatia e la relazionalità. Come ricordano Piaget ed Erikson, la socializzazione è una tappa fondamentale nella crescita: conoscere le vite degli altri aiuta a costruire la propria identità e a sviluppare rispetto, ascolto e senso di comunità.
  3. Educazione alla memoria e al ricordo Raccontare e raccogliere storie significa creare ponti tra passato, presente e futuro , riscoprendo le radici della propria identità e della storia collettiva. Progetti come il “Reporter della memoria” o la “Public History” mostrano come la narrazione personale possa diventare un modo per custodire la memoria sociale e dare voce a chi non l’ha avuta.

La fiaba, legata alla tradizione orale , resta oggi un mezzo di comunicazione e comprensione interculturale anche attraverso nuovi linguaggi come i libri, i media e i laboratori di narrazione. Progetti come “Storievasive” mostrano come fiabe e storie di vita possano diventare strumenti formativi e inclusivi , capaci di unire persone e culture attraverso il potere del racconto.

3.4 – Il progetto “Storievasive”

Il progetto Storievasive , realizzato tra il 2005 e il 2006 in Lombardia e Toscana , rappresenta un significativo esempio di come fiabe, autobiografia e intercultura possano intrecciarsi in percorsi educativi e di reintegrazione sociale. L’iniziativa ha coinvolto la Cooperativa Sociale Articolo 3 di Milano e l’ Associazione Volontariato Penitenziario (AVP) di Firenze, con la supervisione di Graziella Favaro , pedagogista esperta in educazione interculturale, e la collaborazione della Fondazione Vodafone Italia , della Regione Toscana e della Provincia di Milano. L’obiettivo principale era duplice:

  • rafforzare l’identità personale e culturale dei giovani stranieri in situazioni di disagio o devianza;
  • favorire l’integrazione interculturale , creando occasioni di incontro e scambio tra culture diverse. Il progetto ha coinvolto ragazzi tra i 14 e i 21 anni , provenienti da istituti penali minorili e comunità per minori stranieri non accompagnati , insieme a coetanei italiani. Attraverso laboratori di narrazione e scrittura autobiografica , i giovani hanno potuto raccontarsi, recuperare le proprie origini e scoprire punti di contatto tra culture apparentemente lontane. Le fiabe e le storie d’infanzia si sono rivelate strumenti potenti: permettevano di parlare di sé, di evocare figure familiari e ricordi, e di trasformare esperienze difficili in racconti simbolici, spesso a lieto fine. Nel corso dei laboratori sono nate numerose storie, poi selezionate e pubblicate dalla casa editrice Carthusia in quattro libri illustrati bilingui (in italiano e nella lingua d’origine). Tra i titoli: Al lupo, al lupo! (Italia) e Chi la fa l’aspetti (Marocco). Parallelamente è stato creato un kit didattico , “ Voci del mondo in gioco ”, con fiabe, giochi e schede operative per replicare l’esperienza nelle scuole primarie. Una parte importante del progetto è stata l’iniziativa “Impara a insegnare a te stesso” , in cui i ragazzi, diventati veri e propri mediatori culturali , hanno portato le loro storie e fiabe nelle scuole, condividendole con i bambini più piccoli. Questo scambio ha avuto un forte valore educativo e simbolico: i giovani, spesso etichettati come “a rischio”, hanno potuto mostrarsi come portatori di cultura e risorse , riscoprendo così la dignità e il valore della propria identità. Il progetto si è concluso con una valutazione partecipata , che ha coinvolto ragazzi, educatori e insegnanti. Le riflessioni raccolte hanno mostrato un profondo cambiamento: i giovani si sono sentiti ascoltati, riconosciuti e valorizzati; i bambini, invece, hanno imparato a guardare la diversità con curiosità e rispetto.

Postfazione di Tiziano Pierucci – “La fiaba come strumento di crescita e

formazione”.

La fiaba, spesso liquidata come semplice svago, è in realtà un potente dispositivo didattico-pedagogico : accende immaginazione e creatività, propone modelli di comportamento , allena all’ accoglienza del diverso , arricchisce il linguaggio e apre a altre culture. Per questo attraversa tutta la scuola, dal nido all’università, entrando nel bagaglio culturale di ciascuno. Metterla in scena ne moltiplica il valore: il teatro della fiaba è inclusivo perché attiva talenti differenti (luci, suono, scenografia, costumi, regia, recitazione), crea cooperazione e coesione di classe. Le rappresentazioni in lingua straniera (da Brentano ai Grimm) offrono un’occasione concreta di educazione linguistica e letteraria anche in tecnici e professionali: si lavora su metrica, lessico, sintassi, riscrittura di battute, scoprendo nuovi registri espressivi. Anche fuori dalla scuola, eventi come “Montale, paese della fiaba” mostrano la funzione civica e identitaria della narrazione:

  1. Incontro tra generazioni e ritorno all’oralità che contrasta l’isolamento digitale;
  2. Stimolo alla creatività individuale e collettiva, fino a reinventare le trame;
  3. Costruzione dell’identità culturale di comunità attorno a memorie e autori locali (es. Gherardo Nerucci). In sintesi: la fiaba forma , include , collega. È ponte tra saperi, lingue, generazioni e territori— un’educazione “viva” che rende i ragazzi protagonisti del proprio crescere.