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Analisi del ruolo trasformativo delle fiabe sulla crescita personale e l'interazione culturale, partendo dalle loro origini orali e popolari e dal loro passaggio alla forma letteraria. Si discutono le funzioni terapeutiche, evidenziando come affrontino paure e promuovano resilienza, e l'uso in contesti educativi e terapeutici, come 'storievasive' per l'integrazione sociale e l'identità personale e culturale dei giovani stranieri. Si analizzano i contributi di studiosi come Bettelheim, Jung, Propp e Zipes, che hanno evidenziato le dimensioni psicologiche, sociali e culturali delle fiabe, sottolineandone il valore universale e l'adattabilità. Infine, si esplora come le fiabe promuovano l'intercultura a scuola e fuori, facilitando il dialogo tra culture.
Tipologia: Sintesi del corso
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La fiaba è un genere antico, complesso e al tempo stesso irresistibile. Pur essendo oggetto di numerosi studi, è spesso ridotta a semplice racconto per l’infanzia. In realtà, per comprenderla davvero occorre uno sguardo multidisciplinare – letterario, pedagogico, antropologico, psicologico e sociologico – capace di coglierne la ricchezza simbolica e le continue trasformazioni nel tempo. Studiare oggi la fiaba significa analizzare non solo i testi, ma anche le sue rimediazioni nei diversi linguaggi: cinema, teatro, televisione, illustrazione, pubblicità, nuovi media. La fiaba è un territorio ibrido in cui convivono reale e fantastico, adulti e bambini, esseri magici e figure umane, in quella zona liminare tra realtà e immaginazione che permette di dare forma e senso al vissuto umano.
La fiaba possiede una natura migrante : nasce da continue ri-narrazioni, si trasforma, attraversa epoche e popoli. Come osserva André Jolles, proviene dalle forme semplici – miti, leggende, proverbi, canti popolari – e come il mito racconta l’avventura dell’essere umano nello spazio e nel tempo, fondendo esperienze, simboli e archetipi universali. La sua vitalità deriva proprio dalla trasmissione orale: ogni racconto nasce dalla voce di chi lo narra e si rigenera nella voce di chi lo ascolta. Dal racconto popolare alla fiaba letteraria Tra Seicento e Ottocento la fiaba passa dalla tradizione orale alla forma letteraria : da racconto popolare diventa genere scritto e sempre più rivolto all’infanzia. La pedagogia le attribuisce funzioni morali e didattiche; vengono attenuati o censurati temi universali – paura, abbandono, amore, morte – e ne emerge una versione più edulcorata e didascalica. Resta tuttavia il legame originario con l’oralità, che fa della fiaba un’esperienza collettiva, dialogica e partecipata. Le prime raccolte Le radici della fiaba moderna si trovano nel XVI-XVII secolo:
Funzione e valore La fiaba è una narrazione flessibile che trascende i confini del realismo e possiede una forte funzione simbolica ed educativa : racconta conflitti, desideri e trasformazioni legati alla crescita personale. È “complessa e irresistibile” perché unisce origine popolare e destino letterario, attraversa culture e linguaggi, e mantiene una funzione universale di racconto dell’umano , continuando a rinascere in forme sempre nuove. Gli studi moderni Con il Romanticismo si diffonde l’interesse filologico, antropologico e psicologico per la fiaba. Come osserva Michele Rak, essa è un genere “forte” per la sua diffusione e “debole” per la sua marginalità accademica.
Perché funziona (con bambini e adulti)
Per Maria Varano , raccontarsi in forma di fiaba è un potente strumento di conoscenza e trasformazione. Nei contesti di formazione o terapia, chiede ai partecipanti di presentarsi narrando una “autofiaba” — chi sono, da dove vengo, cosa cerco, chi vorrei incontrare — per riflettere su di sé e sulle proprie motivazioni. La fiaba permette di osservarsi con distacco , dare forma simbolica a emozioni confuse e avviare un processo di consapevolezza personale e relazionale. L’identità, scrive Varano, è costruita narrativamente : nasce da come ci raccontiamo e da come gli altri ci narrano. Ogni storia condivisa è quindi un atto di fiducia reciproca , che genera legami: è l’ etica intersoggettiva della narrazione. La parola diventa cura , e la narrazione si trasforma in narr-azione , cioè in azione trasformativa. La medicina narrativa ne è un esempio: accanto alla cura della malattia si ascolta la storia della persona , riconoscendo che il tempo del dialogo è parte integrante della cura. La traduzione metaforica del dolore in racconto permette di mimetizzare la sofferenza , esprimerla senza esserne sopraffatti e dare un nuovo senso alla propria esperienza. Come nell’arteterapia, scrivere una fiaba significa spostare fuori da sé l’emozione , guardarla e riformularla , trovando nuovi modi per affrontarla.
Le fiabe non sono solo racconti per bambini, ma narrazioni terapeutiche che aiutano ad andare oltre la malattia o la crisi. Varano riporta l’esempio di Ornella , che ha trasformato la sua esperienza di cancro in una fiaba: Inro, figlia dei boschi , dove il percorso di cura diventa un viaggio iniziatico con prove, aiutanti e una rinascita finale. Come nelle fiabe tradizionali, anche qui la difficoltà è l’inizio di un cammino di trasformazione e resilienza. Scrivere o leggere una fiaba di malattia richiede tempo: spesso si può farlo solo dopo la guarigione , quando la mente riesce a rielaborare ciò che è accaduto. Ma questo processo aiuta a consolidare la guarigione , a ridurre il rischio di ricadute e a restituire speranza.
La fiaba diventa così una cura narrativa che riorganizza la memoria del dolore, trasformandola in un racconto di rinascita. Negli ospedali pediatrici , la lettura delle fiabe ha lo stesso scopo: non solo intrattenere, ma aiutare bambini e genitori a comprendere ciò che sta accadendo, a immaginare la guarigione e a riconoscersi protagonisti della propria storia. Attraverso il simbolo e la fantasia, la fiaba rende possibile ciò che nel linguaggio razionale sarebbe indicibile: dire la paura, il dolore e la speranza , e trasformarli in energia di vita.
Il meticciamento tra immagini e fiabe mette in luce il legame profondo tra arte visiva e narrazione come forme complementari di espressione e cura. In arteterapia, come nella creazione di fiabe, è fondamentale instaurare un ambiente sereno e non giudicante , in cui non conta il risultato estetico o stilistico ma la libertà espressiva. Molti adulti, infatti, affrontano entrambe le esperienze con la paura di “non saper disegnare” o “non avere fantasia”: il primo passo è allora liberarsi dal timore del foglio bianco e dalle rigidità scolastiche per poter lasciare emergere emozioni e ricordi. Attraverso colori, segni e parole , la persona entra in contatto con il proprio mondo interiore in modo mediato , protetto dal filtro simbolico dell’immagine o della fiaba. Il terapeuta deve saper accogliere senza giudizio , restando dentro alla relazione e tollerando il dubbio , senza voler interpretare tutto subito. Quando il paziente crea, accade spesso che ciò che emerge sorprenda entrambi: immagine e racconto diventano narrazioni condivise che aiutano a “rendere pensabile l’impensabile”. Entrambe le forme creative hanno una cornice protettiva : in arteterapia è data dai margini del foglio e dallo spazio della stanza; nella fiaba dall’inizio «C’era una volta…» e dal finale che riporta al qui e ora. Questi confini rassicurano e delimitano l’esperienza, consentendo di esplorare emozioni profonde senza perdersi in esse. Le immagini mostrano in modo immediato lo stato emotivo del momento, mentre le fiabe offrono la possibilità di rileggere e risignificare nel tempo la propria storia: ogni nuova lettura svela significati diversi, come se la fiaba cambiasse colore e continuasse ad agire interiormente. Sia nell’arte che nella narrazione, il percorso terapeutico richiede tempo, lentezza e pazienza : la trasformazione non è immediata, ma nasce dall’ascolto, dalla capacità di contenere le emozioni e dal riconoscimento del proprio pensiero simbolico. Questo tipo di linguaggio — fatto di immagini, metafore e simboli — consente di inventare, innovare e curarsi attraverso la creatività, dando voce a ciò che non può essere detto direttamente ma solo rappresentato.
rinascere , ritrovare se stesso e costruire legami autentici, fondati sulla verità, la conoscenza e il rispetto. Le fiabe classiche, dunque, continuano a essere strumenti educativi e terapeutici : attraverso l’identificazione con i personaggi, i bambini imparano a riconoscere le proprie paure , a superare i conflitti interiori e a immaginare il futuro con fiducia. La trasgressione, la scoperta, il cambiamento: tutti elementi che, nelle fiabe come nella vita, insegnano a crescere e a dare forma alla propria identità.
Capitolo 2 - La fiaba come strumento di dialogo: l’altrove (Amelia Ceci)
La narrazione è un universale umano : cambiano luoghi e tempi, ma l’ istinto narrativo ci accompagna ovunque. In questa prospettiva, a Baghdad (estate 2001) , in un contesto segnato da embargo , povertà educativa e controllo statale (era il regime di Saddam Hussein ), le fiabe sono diventate un metodo didattico e, soprattutto, uno strumento di dialogo con l’Altrove : una lingua comune per conoscersi, raccontarsi, lavorare insieme. Il progetto fu realizzato con Un Ponte Per (UPP) , ONG nata nel 1991, impegnata in cooperazione , peace building e diritti. In Iraq, l’embargo aveva colpito duramente la scuola : analfabetismo in crescita , strutture fatiscenti , diritto allo studio compromesso, soprattutto per bambine e donne. Dentro questo scenario, Musamir (da samir , “ compagno dei discorsi serali ”, cioè cantastorie ) ha proposto una Summer School in un quartiere popolare di Baghdad, con formazione attiva per insegnanti e laboratori ludico-narrativi per i bambini.
1) Orientamento e organizzazione.
In un contesto segnato da sorveglianza ministeriale e regole rigide , le fiabe sono state la nostra lingua franca : un dispositivo narrativo capace di aprire spazi relazionali autentici pur rispettando i vincoli. Ogni giorno le insegnanti venivano contattate dal Ministero per riferire cosa fosse accaduto in aula; ottenuto l’ assenso , potevamo proseguire. Dentro questo perimetro, la fiaba ha funzionato come zona protetta : consentiva di parlare di sé senza esporsi direttamente, usando metafora e simbolo. Parallelamente, si sono creati spazi informali femminili (visite in casa, henné , ceretta col filo , scambi su usi e rituali , ricette , giochi d’infanzia ). Momenti “ tra donne ” che hanno favorito fiducia , coprogettazione e una narrazione più sincera—pur con autocensure comprensibili. Formalmente sarebbero servite autorizzazioni per le visite domestiche; di fatto, non ci furono problemi : un segno della relazione costruita. Un ruolo decisivo l’ha avuto Randa , la traduttrice-mediatrice : libanese, cresciuta in Italia, italiano perfetto , arabo nativo, niente inglese. Non traduceva solo parole , ma contesti : ci ha aiutato a leggere i limiti , accettare le cornici operative e trovare margini d’azione. In pratica, ha svolto un doppio lavoro di mediazione linguistica e culturale , trasformando ogni scambio in un ponte. Altre condizioni-cornice hanno orientato il metodo: attività solo al mattino per l’ afa (fino a 60°C ); pomeriggi riparati dal sole , idratazione , datteri. Quando sono partite le attività con i bambini , le insegnanti hanno riusato le fiabe dei nostri laboratori nei laboratori di disegno : la parola diventava immagine , e l’immagine rimandava alla parola , in un circolo espressivo che decentrava l’emozione e rendeva narrabile l’esperienza. Il criterio guida (in sintonia con l’idea che “ la fiaba rende attraente il cambiamento ”): usare la storia come viaggio che permette distanza emotiva , rilettura e riformulazione. Così, anche in un clima controllato , si aprivano microscopici Altrove dove poter dire , ascoltare , immaginare.
L’ultima fase del progetto ha visto le insegnanti diventare protagoniste creative : hanno raccolto e narrato fiabe tratte dalla loro cultura o reinterpretate in chiave locale, per poi proporle ai bambini nei laboratori di narrazione e disegno. Le storie — semplici, brevi, dense di insegnamenti morali — sono diventate strumenti di dialogo interculturale , ma anche mezzi di auto-riflessione e trasmissione di valori. La fiaba, come dice Maria Varano , è un viaggio avventuroso che rende attraente l’esperienza del cambiamento : grazie a questa dimensione simbolica, le docenti irachene hanno potuto rileggere se stesse e la propria infanzia , offrendo ai bambini un linguaggio narrativo e visivo per esprimere emozioni e desideri. Attraverso il racconto e la successiva rappresentazione grafica , i bambini hanno trovato una forma di libertà comunicativa : le immagini, nate dai loro disegni, hanno dato corpo a paure, sogni, relazioni e scoperte , creando un filo continuo tra parola e segno. Questo doppio canale – narrare e disegnare – ha permesso di trasformare l’esperienza educativa in un laboratorio di senso , dove ogni bambino ha potuto portare qualcosa di sé.
Le fiabe raccolte Le insegnanti, attingendo alla tradizione orale e alla memoria familiare, hanno selezionato alcune fiabe universali (rivisitate) e racconti locali :
Secondo Jerome Bruner , la forma narrativa rappresenta il principale veicolo di conoscenza : è il modo con cui gli esseri umani organizzano l’esperienza , attribuiscono senso e costruiscono legami con la realtà simbolica e relazionale che li circonda. La psicologia popolare , infatti, si fonda su basi narrative, perché ogni individuo e ogni cultura interpretano il mondo attraverso storie condivise. Per questo motivo, nel progetto in Iraq sono state raccolte e raccontate le fiabe delle maestre locali: la narrazione non è solo un esercizio linguistico, ma una forma universale di pensiero , capace di dare voce alle culture e di creare connessioni tra vissuti diversi. In ogni civiltà, fin dalle origini, l’uomo ha usato il racconto per spiegare l’inspiegabile , per
Capitolo 3 — Fiabe per raccontarsi… altri-menti (Caterina Benelli )
L’autrice chiarisce subito il suo punto di vista: non una specialista di letteratura per l’infanzia, ma una professionista dell’ area pedagogico-sociale (docenza, formazione, psicologia) che usa la fiaba come strumento narrativo e di cura. La fiaba, qui, è un escamotage rispettoso per entrare “ in punta di piedi ” in storie difficili : ciò che sarebbe scomodo da dire in modo diretto può essere riformulato in metafora , diventando dicibile , condivisibile, lavorabile. Altri-menti: cosa significa
Le fiabe rappresentano un mezzo straordinario per avvicinarsi al racconto autobiografico , perché attraverso i loro simboli e le loro metafore raccontano i processi di crescita, di cambiamento e di trasformazione che ogni persona vive nella propria esperienza. Raccontano, in forma simbolica, ciò che può accadere nel percorso formativo ed evolutivo di ciascuno di noi: le prove, le paure, i desideri, i conflitti interiori. Per questo possono diventare uno strumento educativo e formativo , capace di favorire la conoscenza di sé, l’apertura all’altro e il dialogo tra culture. Chi si mette in ascolto di una fiaba, o ne scrive una autobiografica, compie un viaggio: entra in contatto con parti profonde di sé , ma anche con mondi “altri”, con le tradizioni e i miti di popoli diversi. Dal punto di vista psicologico, la fiaba mette in luce processi interiori profondi , perché il protagonista della storia rappresenta in realtà una parte del narratore stesso. Così come l’eroe fiabesco affronta prove e ostacoli per crescere, anche chi scrive o legge una fiaba compie un cammino simbolico dentro la propria storia personale, trovando nuovi significati e nuove possibilità. Le funzioni formative del racconto di sé Caterina Benelli individua quattro principali funzioni formative della narrazione autobiografica, valide nella scuola e in altri contesti educativi. Esse rispondono ai bisogni fondamentali delle giovani generazioni, ma anche degli adulti, e si collegano ai valori della cura di sé , della relazione e della creatività.
La fiaba, legata alla tradizione orale , resta oggi un mezzo di comunicazione e comprensione interculturale anche attraverso nuovi linguaggi come i libri, i media e i laboratori di narrazione. Progetti come “Storievasive” mostrano come fiabe e storie di vita possano diventare strumenti formativi e inclusivi , capaci di unire persone e culture attraverso il potere del racconto.
Il progetto Storievasive , realizzato tra il 2005 e il 2006 in Lombardia e Toscana , rappresenta un significativo esempio di come fiabe, autobiografia e intercultura possano intrecciarsi in percorsi educativi e di reintegrazione sociale. L’iniziativa ha coinvolto la Cooperativa Sociale Articolo 3 di Milano e l’ Associazione Volontariato Penitenziario (AVP) di Firenze, con la supervisione di Graziella Favaro , pedagogista esperta in educazione interculturale, e la collaborazione della Fondazione Vodafone Italia , della Regione Toscana e della Provincia di Milano. L’obiettivo principale era duplice:
La fiaba, spesso liquidata come semplice svago, è in realtà un potente dispositivo didattico-pedagogico : accende immaginazione e creatività, propone modelli di comportamento , allena all’ accoglienza del diverso , arricchisce il linguaggio e apre a altre culture. Per questo attraversa tutta la scuola, dal nido all’università, entrando nel bagaglio culturale di ciascuno. Metterla in scena ne moltiplica il valore: il teatro della fiaba è inclusivo perché attiva talenti differenti (luci, suono, scenografia, costumi, regia, recitazione), crea cooperazione e coesione di classe. Le rappresentazioni in lingua straniera (da Brentano ai Grimm) offrono un’occasione concreta di educazione linguistica e letteraria anche in tecnici e professionali: si lavora su metrica, lessico, sintassi, riscrittura di battute, scoprendo nuovi registri espressivi. Anche fuori dalla scuola, eventi come “Montale, paese della fiaba” mostrano la funzione civica e identitaria della narrazione: