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appunti su Annie Vivanti, Racconti Americani
Tipologia: Appunti
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Non è un titolo scelto dall’autrice. Si tratta di cinque racconti che lei pubblica in una rivista americana e sono prevalentemente di ambientazione americana. È un titolo che viene scelto da Capirossi quando si occupa della pubblicazione e sono racconti che Annie Vivanti ha scritto per il pubblico americano in inglese e non ha mai pensato di tradurli. Perché? Prima di tutto l’autrice qui sperimenta per la prima volta la scrittura narrativa nella lingua inglese (sono delle prove preparatorie) e tengono conto del contesto – in fondo si tratta di riviste americane; probabilmente avrebbe dovuto lavorare molto convertire questi testi al contesto italiano. Non troviamo le imperfezioni della lingua che si intravedono nei testi in italiano tradotti da lei – scrive in un italiano letterario che è perfetto al 99%, perché molto spesso traduce alla lettera delle espressioni inglesi, che il pubblico italiano non riesce a capire. In questi testi troviamo dei temi eterni che sono tipici della narrativa e della visione della Vivanti. C’è ancora quella strana connessione tra elemento di finizione e elemento autobiografico (ancora il tema del travestimento, dunque); ma le donne protagoniste di queste storie finiscono sempre non di assomigliare ad Annie Vivanti, ma ad assomigliare alle maschere che la donna ha costruito di sé.
Francesca viene indicata con un epiteto “perfetta” che rappresenta la chiave di lettura di tutto il racconto. Karl, un giovane tedesco (rappresentante della mentalità tedesca del tempo) è in Italia per studiare canto e a Firenze incontra questa strana italo americana di cui si innamora subito perché le appare di una perfezione che è paragonabile alla perfezione delle immagini di donna che si trova nei capezzali. Questa donna si presenta come una donna insofferente di tutte le costrizioni che vengono dalle convenzioni sociali e dalle regole che stampano la donna dentro determinate confini (a proposito di ruolo) e questa sua ricerca di libertà si manifesta con questo suo desiderio di compiere un viaggio che però sia il più possibile libero. Viaggio = evasione dalle convenzioni sociali. C’è un contrasto tra questa immagine artefatta di donna libera e intraprendente e il ruolo che veramente ha quotidianamente Francesca si trova in vacanza in Italia e ben presto deve tornare a NY dalla figlia e dal marito. [cambiano i nomi, ma c’è sempre il fantasma di questa famiglia composta da tre persone] però qui a Firenze Karl e Francesca inscenano quasi teatralmente un rituale amoroso che sembra una commedia di sapore letterario: si intrattengono leggendo opere e non a caso c’è una scena in cui leggono il V canto dell’Inferno (mal interpretato, era diventato il prototipo dell’amore che viola le condizioni sociali). non a caso lei si chiama Francesca. Il racconta gioca consapevolmente su questo luogo comune che l’amore sia l’unico luogo in cui la donna può veramente affermare la propria personalità e i due giocano a fare il Paolo e Francesca della situazione. Ancora una volta si gioca con il tema dell’identità: Francesca dice a Karl In fondo usa uno stereotipo dell’italianità e la componente identitaria italiana del personaggio diventa a tutti gli effetti una maschera che Francesca può esibire o nascondere. E soprattutto la nasconde nel momento in cui si deve confrontare con Jack, il marito il classico marito anglosassone che corrisponde allo stereotipo di englischness, l‘uomo pratico, concreto, che regola tutta la sua esistenza sul principio di common sense. Ma soprattutto appare un uomo ostinato di mentalità ristretta, incapace di comprendere la bellezza. La donna però deve partire e quindi ritorna alla dimensione famigliare che è quello di una donna comune. C’è una seconda parte del racconto, che smonta tutto il mito romantico che si costruisce nei momenti in cui i due sono in Italia, in cui Karl inaspettatamente decide di presentarsi a casa sua e si viene a confrontare con una donna completamente diversa. Karl viene accolto dalla famiglia di Francesca e però si raffredda nei confronti della donna perché in fondo la vanta per la sua perfezione, ma per la stessa perfezione ora non la può più amare la donna è perfetta perché unisce da un lato l’artista, la donna che vive in una dimensione di bellezza (che è lo stereotipo dell’italianità), dall’altro la donna che sa essere anche madre e moglie. Riprende ancora una volta la mentalità romantica, secondo cui la donna può giocare su tre personalità: «lo sa Dio quanto profondamente io sia italiana! Quanto abbia lasciato un pezzettino d’anima in ogni angolo di terra e ad ogni lazzarone di strada. Lo sa Dio quanto possano aprirmi il cuore le dita azzurre di questo cielo, quanto la bellezza dell’Italia mi riempia di felicità, quanto il suo cuore possa rapirmi, quanto la sua povertà mi ferisca. Mi sento come una zingara qui, vorrei andare in gito con un fazzoletto rosso in testa e vivere di polenta e serenate! Ma questa non è casa mia. Casa mia è un posto ben preciso, regolato, in una città vivace e attiva, irrimediabilmente confortevole, inesorabilmente corretta»
C’è una variazione sul tema. Anche qui c’è un gioco di seduzione che viene condotto da una donna in maniera più spregiudicata di Francesca. Viviane è una scrittrice di racconti di fanciulli che incontra un illustratore a cui chiede di illustrare i suo racconti. All’inizio il rapporto tra i due è all’insegna dell’incomprensioni; sembrano appartenere a due mondi diversi. Earle è un uomo in là con gli anni, totalmente adagiato su un’esistenza quotidiana fatta di piccoli piaceri e piccole cose mentre Viviane è una giovane donna ambiziosa che è disposta a mettere in gioco ogni cosa pur di realizzare la propria personalità. All’inizio Viviane gioca una carta tipica di Annie Vivanti: si diminuisce agli occhi dell’umo, è una strategia di seduzione mostrarsi debole per sedurre. In questo racconto c’è l’alternanza di pagine di diario di Earl e Viviane e vediamo come i due personaggi cambino ma seguendo delle storie opposte una all’altre. Viviane parte quasi operando questo tentativo di seduzione, vorrebbe portare quest’uomo ad amarla e a rinunciare a tutte le piccole cose su cui aveva fondato la sua esistenza, invece poi la donna tornerà alla dimensione domestica e fa capire al lettore che il suo è stato solo un gioco spregiudicato, per mettere alla prova il suo potere di seduzione, l’uomo si ritrova da solo. In un primo momento il personaggio femminile gioca la carta di sminuire se stessa, mentre lui si sofferma su altri dettagli dell’aspetto di Viviane: «bei denti forti, delle mani gradevoli e due occhi grandi, profondi» (sono inoltre delle caratteristiche fisiche della Vivanti stessa, come apprendiamo dagli scritti di Carducci). Viviane costruisce un’immagine che ricorre agli stereotipi di italianità. Da una parte c’è un giustificarsi del suo comportamento in quanto c’è questa oscillazione tra l’identità italiana e quella tedesca, ma in realtà in questo oscillare il personaggio non si sposta, rimane sempre lo stesso. È talmente brava a costruire l’immagine di sé, che spinge l’uomo che sta seducendo a vedere e concentrarsi su tutt’altre caratteristiche. Non vede questa polarità nel carattere di Viviana, bensì una miscela rara e potente che poi è l’elemento scatenante della passione a tal punto che sarebbe disposto ad abbandonare moglie, professione per partire per l’Italia con lei. Ovviamente Viviane è un po' attrice di se stessa e ricorre ai soliti travestimenti dei personaggi vivantiani: «vestitino bianco» e «un lungo mantello nero e un melodrammatico velo di pizzo sulla testa» sceglie i capi di abbigliamento perché sa che le permettono di ottenere un determinato effetto su quest’uomo. «quello stupido velo» lo chiama stupido perché ad un certo punto la donna è stufa di questo gioco, sa di poter piegare facilmente il povero Earl a questo suo giro seduttivo tanto che diventa una sorta di giocattolo anche il capo di «i nervi di mio padre italiano e la fantasia tedesca di mia madre si danno battaglia bell’anima mia e mi fanno essere quella che sono… così felice, eccitata e selvaggia! Jack dice che è malato… spero che non lo sia… detesto le cose malate» «che suo padre sia stato un brigante italiano spiega molte sue particolarità, la sua insolenza, quegli occhi sensuali, la bocca calda e selvaggia, la sua mancanza di decoro e di riserbo… mentre invece avrebbe aver ereditato il naso adunco, le mani patrizie e un intelletto sognatore e nobile dalla principessa tedesca»
che fa scaturire un sentimento/esperienza estetica definita come sublime (reazione emotiva di fronte a monumenti o paesaggi naturali che destano nello spettatore un duplice sentimento di ammirazione ma anche paura/terrore). Tutto il racconto è attraversato dai soliti temi come quello della lingua: Mrs Van Cleef parla «un bizzarro italiano tutto suo – un misto di Dante, di dialetto e del Come viaggiare all’estero in quattro lingue». All’italiano così ridicolo dei viaggiatori viene contrastato l’inglese del fanciullo, che ha un carattere totalmente diverso, sebbene sia imperfetto «lo facevano parlare col suo inglese sgangherato […] è vero, un inglese sgangherato ma da gentiluomo, siccome l’aveva imparato da questi turisti inglesi e americani ricchi e istruiti che sovvenzionavano lui e il Vesuvio, e da quei pittori che prendevano a noleggio la sua bellezza per due franchi l’ora» Vengono contrapposti due linguaggi diversi: da una parte il linguaggio della modernità (quello dei turisti) che è il risultato di una combinazione superficiale e utilitaristica della lingua italiana, alla lingua imperfetta di questo fanciullo che, però, ha una matrice culturale perché Cicillio, l’emblema della bellezza mediterranea, ha imparato l’inglese degli artisti/pittori stranieri per cui a volte fa il modello mercificazione perché incarna una bellezza che appartiene a un mondo che si sta chiudendo perché va ridotto a puto commercio, pura mercificazione. Diventa una specie di sovvenir per questi turisti, tanto che alcuni propongono di comprarlo dal padre, portarlo a New York come una sorta di souvenir e di esibirlo nella propria abitazione come un pezzo di collezione, facendolo cantare e facendolo travestire da personaggi che appartengono agli stereotipi di italianità. In questo modo il ragazzino diventa una piccola divinità dell’ambiente borghese di New York e viene trattato come una sorta di piccolo schiavo di bellezza (come se la bellezza si potesse comprare). La sua bellezza diventa una condanna, Cicillio diventa un giocattolo di questi adulti. Il finale: si costruisce un rapporto quasi sentimentale tra il fanciullo e Lucy, che vorrebbe approdare in maniera più autentica a valori di bellezza mediterranea incarnati da Cicillio, ma questo gli è impedito da un altro personaggio: Mrs Norden (nome parlante) una signora del nord rappresentate della mentalità anglosassone e che vede in modo negativo questo rapporto. Dice che Cicillio appartiene al mondo delle fiabe, ma loro sono solo dei pragmatici americani che non possono vivere in un mondo di fiabe e persuade Lucy a liberarsene. Il racconto finisce con il fanciullo che si suicida con un pugnale che era stato usato come accessorio dei personaggi che doveva interpretare. In fondo è la sua personalità stessa, il suo appartenere al mondo ideale della bellezza che non è compatibile con il nuovo mondo della modernità, del progresso.