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vita e opere: I divoratori, Marion Artista di Caffè-Concerto, Naja Tripudians, L'invasore
Tipologia: Appunti
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È metà italiana, figlia di un uomo di Mantova (esiliato nel 1860 per i moti irredentisti e si sposta a Londra, ma prima attraversa tutta l’Europa nomadismo) e Lindav, una signora tedesca di origine ebrea. Annie nasce e si forma a Londra – durante l’età vittoriana, periodo in cui l’Inghilterra è un grande impero coloniale. La scrittrice testimonia come ci sia questa politica pragmatica e colonialista che influenzi l’educazione (letteratura, geografia, storia ecc sono volte a celebrare l’Impero). Sin da bambina ha l’ambizione a essere scrittrice, ma rimaneva il problema della lingua in cui scrivere: aveva l’impressione che l’inglese fosse la lingua delle sgridate e il tedesco quella dei sogni è un’idea che torna nella produzione della Vivanti. In fondo l’inglese è quello che lei ha appreso dalle governanti severe che hanno cercato (senza riuscirci) di inculcarle una cultura imperialista. Poi c’è il tedesco che è la lingua della madre, la Germania è una patria ideale, della poesia e si forma sui più grandi scrittori tedeschi. Il tedesco è una lingua fortemente letteraria, anche se non le piace la mentalità rigida tedesca (che prenderà in giro proprio nei racconti americani). Annie quindi parla bene l’italiano, il tedesco, il francese (lingua della cultura) e l’inglese, lingua amata e odiata, perché lingua che riflette la mentalità anglosassone. In una prima fase scrive in italiano e ha un relativo successo; poi si trasferisce negli States, in cui scrive in inglese e ottiene grande successo; quando ritorna in Italia, però, la critica la snobba. Nel 1892 sposa un irlandese, che è un combattente per l’indipendenza dell’Irlanda dalla GB e questo dà sfogo alla repulsione della mentalità e formazione che ha avuto diventa attivista e scriverà anche in difesa dei paesi colonizzati dal Regno Unito, scrive testi in cui muove pesanti critiche alla mentalità e in generale alla Gran Bretagna. È una donna molto coraggiosa: pur avendo una famiglia tradizionale parla di donne che vanno contro la morale borghese e questo lo fa anche quando va negli stati uniti in cui c’è una mentalità puritana.
quanto le donne possano essere colte, non arriveranno mai al livello degli uomini pensiero sostenuto anche da Carducci, il più grande poeta italiano del tempo. Annie ha molta stima nei confronti di Carducci, tanto che si reca a Bologna e gli manda una lettera nella quale chiede al poeta di scrivere un’introduzione alla sua raccolta (era una strategia editoriale, avrebbe permesso alla Vivanti di avere molto più successo); Carducci la apprezza e scrive non solo un’introduzione, ma anche una recensione alla raccolta. Tra i due nasce una bella amicizia (si dice che il poeta fosse innamorato di Annie, tanto che lei diventa una sua musa). Sin dalla sua prima raccolta emerge uno dei temi principali, cioè quello del viaggio: c’è un testo all’interno di Lirica in cui c’è un vero e proprio invito al viaggio, moda che era stata lanciata da Baudelaire. Qui Annie si rivolge a un Tu indeterminato che coincide con il lettore: in quanto scrittrice sente la necessità di instaurare un rapporto letterario di intimità con il lettore e lo invita a uscire dalla dimensione domestica (in cui è costretta a vivere una donna del tempo), che è stretta, non permette alla donna di portare avanti le sue aspirazioni, di conoscere il mondo e soprattutto confrontarsi, mettersi alla prova per dimostrare che vale. Annie Vivanti ha una formazione autodidatta, da parte di governanti: da una parte c’è la letteratura, che ama (non a caso va a Cercare Carducci, che per lei è un idolo), ma cerca anche di istituire tra la letteratura e la vita un rapporto vero. La letteratura è vita, devono essere collegate ed è per questo che tutte le sue opere sono come dei travestimenti: tutti i personaggi portano in sé qualcosa della vera Annie, ma non solo, perché vengono totalmente reinventati. Tutti i suoi personaggi, in un modo o nell’altro, hanno un qualcosa di autobiografico. Per assurdo quando
degli ultimi libri che scrive) ambientato in Egitto, in cui lei cerca di trasmettere al lettore la bellezza di questa civiltà con una particolare attenzione alla figura femminile, che è stata capace di mettersi al comando (Nefertiti, Cleopatra) ed esprimere tutte le potenzialità di una donna. Nonostante questo libro debba parlare del suo viaggio in Egitto, l’autrice lo reinventa. Gioca in continuazione tra la finzione narrativa e l’aspetto autobiografico legato alla sua esperienza di donna europea. [quando Annie va in Egitto, evita i posti turistici perché vuole entrare davvero in contatto con la gente locale, avere un dialogo. Le importa il contatto umano, che non si può avere se si mantiene un atteggiamento di superiorità] Attraverso i suoi racconti e i suoi personaggi (che, in fondo, parlano un po' di lei), notiamo il suo voler apparire fragile (in realtà Annie era molto forte e coraggiosa) in cui gioca molto con lo stereotipo del sesso debole; rinunciare ai propri
abiti consueti significa rinunciare alla civiltà a cui appartiene (colonialista) e avere un dialogo alla pari con “l’altro” senza avere dei pregiudizi superiorità – che invece avevano gli inglesi. Apparire fragili = disarmarsi = togliere il vestito da colonialista Annie Vivanti dice che “non ho paese è mia tutta la Terra” non esiste un’unicità dell’identità nazionale. Ogni luogo che contribuisce a formarti diventa la tua casa, sempre la tua casa provvisoria, tanto che si definisce “zingara”. Quando negli anni ’20 scrivono una recensione in cui la definiscono “randagia”, la donna si offende, dicendo che preferisce il termine “zingara” in quanto non viaggia perché costretta, bensì perché la casa, il posto in cui vive le sembra stretto; la sua è una scelta. Viaggerà per tutta la sua vita. I viaggi continui portano a un continuo cambiamento dell’identità. Ecco che si sviluppa il sentimento della lontananza (che è diverso rispetto alla Filosofia del Lontano di Pirandello – che ha a tutti gli effetti dei caratteri filosofici) Tutte le sue opere, in un modo o nell’altro, parlano dell’emigrazione, o meglio, di viaggi. Tutti i personaggi sono tutti animati da questo amore delle distanze, ma rispondono a questo bisogno sempre in maniera diversa: c’è il personaggio cosmopolita, che fa parte di un mondo mondano e che parte per piacere, c’è invece chi parte che siano per lavoro, necessità o esperienza di vera e propria emigrazione. Dopo l’uscita di Lirica , si cimenta in un romanzo Marion , artista di caffè-concerto (1891) e inventa una sorta di controfigura; la protagonista è una minorenne che canta e balla nei cabaret e diventa rappresentante di una morale opposta a quella borghese. Ha relazioni con vecchi aristocratici e grazie a loro può concedersi viaggi. Il primo viaggio che fa Marion è in Svizzera avviene una riflessione su come la geografia politica (i confini) non corrispondano alla realtà (non ci sono veramente le linee, come credeva Marion, in base a ciò che le era stato insegnato a scuola) e siano un modo per giustificare le ingiustizie che fanno i colonizzatori: è una crudeltà. Lo spazio non si crea artificialmente, ma lo fa il viaggiatore muovendosi nello spazio, muovendosi tra memorie e affetti. Viaggiare ha anche un altro senso a Marion fa passeggiate che lo portano sul ciglio di strade mondane e ammira come gli altri la guardano. Esporsi = sporgersi = si corre il rischio di cadere. Il romanzo ha un successo enorme, tanto che viene realizzato anche un film nel 1921. All’inizio del 900 c’è un’altra occasione di viaggio per la scrittrice perché scopre che la figlia Vivienne è una bambina prodigio – suona il violino allora Annie segue la figlia, che avrà un grandissimo successo fino ai 12 anni; in questo momento non è più una scrittrice (si dedica interamente alla figlia, non coltivando la sua passione per la scrittura), ma la “mamma di una star” e la accompagna in giro per gli USA. Quando cresce, Vivienne si sposa e diventa casalinga, quindi la Vivanti può continuare a scrivere e si concentra principalmente sul pubblico americano. Nel 1911 pubblica I divoratori , che esce prima in inglese e poi in italiano. Racconta la storia di tre generazioni diverse. Nonna, mamma (ha la passione per la scrittura), figlia (ha la passione per la musica). Ogni donna è divoratrice della propria mamma l’esistenza della madre è tutta dedicata alla figlia. La vera protagonista è Nancy (poetessa) che è mamma e figlia ed è quasi sempre il suo punto di vista che prevale e si avvicina di più al personaggio della Vivanti. Vestirsi è sempre travestirsi. Adottare un diverso aspetto permette di proporre una diversa immagine di sé. In questo caso sta scrivendo e ha un personaggio ignoto, un uomo che ha conosciuto per caso su un giornale e crea questo scambio epistolare. Quest’uomo non l’ha mai vista quindi lei può descriversi non com’è veramente, ma come vorrebbe essere. Poi però dovrà far cadere la maschera. in Zingaresca (1918) racconta come sia nato. Ha una curiosità per l’altrove, che la porta a viaggiare, trasferirsi… da una parte c’è il desiderio di novità che la muove; ma ogni partenza presuppone un ritorno. Quando parti provi un piacere che è scaturito dalla consapevolezza che ritornerai. Il fatto di essere attesa è fonte di piacere io parto con piacere perché so che ci sarà qualcuno ad aspettarmi al mio ritorno. Vorrebbe scrivere il poema perfetto, ma non ha mai tempo perché prima deve badare alla figlia – prima di essere una poetessa è una mamma e proprio per questo sente la necessità di reinventare se stessa TEMA: ricerca di una nuova identità. Come? Viaggiando e travestendosi.
Annie Vivanti pubblica la versione inglese un anno prima rispetto a quella italiana, nel 1910. A colpo d’occhio notiamo come il testo in inglese sia molto più asciutto e questa è una scelta di stile. La Vivanti quando scrive in inglese adotta uno stile anglosassone più diretto, fatto di frasi bevi, molto incisive con un grande ritmo narrativo e anche con un risparmio lessicale non ci sono gli indugi di un vocabolario poetico che poi troviamo nella versione in italiano (tradotta dalla scrittrice stessa). Nella versione italiana intervengono una serie di importanti inserimenti, invece il discorso inglese è molto sintetico; nella parte inglese manca parte la notazione finale che è diciamo di denuncia che parla della condizione dell’emigrante: stranieri, senza casa, uno sconfitto dall’esistenza. L’emigrante che va negli USA per migliorare la propria vita e far fortuna, ma in realtà fallisce. Perché questa differenza? La Vivanti dimostra di essere molto attenta al pubblico: sa che il pubblico americano a cui si rivolge nel 1910 non apprezzerebbe questa visione pessimistica della vita che gli emigrati conducono nelle grandi città. Si autocensura e solo quando si rivolge al pubblico italiano può allargare il suo discorso e inserire notazioni molto più serie. Esplicita degli elementi che nel testo di partenza sono invisibili. È proprio in queste pagine in cui parla della condizione degli emigranti che si vede la maggior differenza tra versione inglese e italiana, perché nelle altre parti è molto aderente al testo.
Annie Vivanti sa che il suo testo pubblicato negli Usa può attirare il pubblico americano medio fatto da immigrati che si possono riconoscere nel personaggio principale; proprio per questo si autocensura preventivamente a una serie di considerazioni pungenti riguardo le lingue parlate nei quartieri di NY. Parla della lingua che usa la signora tedesca (molto generosa, che le ha permesso di trovare sistemazione) Versione inglese: dice solo che parla un inglese strano Versione italiana: intervengono una serie di aggettivi che sottolineano l’attenzione che Nancy ha nei confronti di questa lingua, che è uno spaventoso inglese. Questo accade anche perché Nancy è una scrittrice e cerca di salvaguardare questa sua dimensione soprattutto proponendosi come la protettrice della naturalezza e purezza della lingua. Rabbrividisce al pensiero che sua figlia stia cominciando a parlare in quel modo. Nancy tra scrittrice e madre preoccupata: ha due identità. Quando Annie parla di Anne Marie: contrapposizione tra italiano puro (della toscana – nella versione inglese dice solamente “perfetto italiano” il lettore non capirebbe la sfumatura) e inglese orrido. «Then, at last, Seventh Avenue, where there were streets full of quiet, squalid boarding- houses, fewer screaming childern, fewer dirty shops, and no trains» «Poi, finalmente, la Settima Avenue – una via tranquilla, squallida, senza treni – traversata da altre strade tranquille e squallide, dove v’erano meno bambini strillanti e meno negozi sporchi, ma delle file di case scialbe e repellenti, dei boarding-houses, dove alloggiano gli infelici, gli stranieri, la gente senza casa, i naufraghi della vita» Frau Schmidl «parla quello spaventoso linguaggio che è l’inglese dei tedeschiamericani. Anne-Marie ama assai quel modo di parlare, e lo imita. Mi vien freddo pensando che Anne-Marie imparerà a parlare così» «she [Frau Schm] speaks English strangely» «Anne-Marie had spoken Italian like a royal princess, but her GermanAmerican English was of 7th Avenue and 82nd Street. And Anne-Marie’s pleasures were, as those of every child, taken where she found them» «Anne-Marie aveva parlato italiano come una principessina di Toscana; ma il suo inglese, imparato dai tedesco-americani della Settima Avenue e dell’82ma Strada, era un idioma orrido e grottesco. Ogni volta che Anne-Marie apriva la piccola bocca soave, ne uscivano delle frasi che erano come dei pugni nel cuore a Nancy. Invano le aveva ella raccontato la storia della principessa stregata a cui, quando parlava, saltavano fuor dalla bocca i ranocchi; mentre sua sorella, la principessa buona, aveva la bocca “di rose piena, e di perle e di dolci parole”. – Mi piace di più quella coi ranocchi, – diceva Anne- Marie, semplice e sincera. E le gioie di Anne-Marie erano elementari ed inestetiche»
L’anima di Nancy tremava di mortificazione la traduzione italiana sottolinea l’orrore linguistico che prova la protagonista nel sentire una ragazzina di origine tedesca che parla inglese; rabbrividisce e basta, ma non manifesta il suo disappunto.
Il romanzo prende il nome da un serpente velenoso indiano (simbolo della corruzione del mondo anglosassone, infatti anche questo romanzo è a tematica colonialista) È la storia di due bambine che vivono nella campagna inglese insieme al padre, che era stato medico in India e a cui viene inculcata una mentalità imperialista. Il tema principale però è la tratta delle bambine le due bambine vengono mandate a passare del tempo a Londra da una donna aristocratica, ma quando arrivano scoprono che la donna le vuole dare “in pasto” a pedofili e drogati. La bambina piccola viene drogata e sparisce nel nulla, la grande riesce a scappare nella nebbia di Londra (= città infernale) ma perde le tracce della sorella tema scandaloso, a cui il pubblico italiano non è ancora pronto. Altri testi: