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appunti per preparazione esame
Tipologia: Appunti
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Negli anni 50 e 60, Perry Mason fu il protagonista di uno dei primi legal drama della televisione americana, diventando un’icona del genere. Importata in Italia nel 1959, la serie riscosse un grande successo, nonostante la televisione pubblica italiana dell’epoca adottasse una politica restrittiva verso i prodotti seriali stranieri, specialmente quelli americani. Tuttavia, la fama di Perry Mason superò ogni resistenza, e una volta insediato sul Programma Nazionale il personaggio si avviò a diventare rapidamente, anche in Italia, il simbolo dell’avvocato difensore, campione della verità e paladino dell’innocenza. A oltre cinquant’anni dal suo debutto, Perry Mason rimane una presenza costante, a conferma che certi eroi del prime time possono godere di un afterlife , e quindi sopravvivere nel tempo attraverso i circuiti televisivi secondari, i canali multimediali contemporanei o le repliche su reti tradizionali (reti del broadcasting). Recentemente, gli episodi della serie sono ricomparsi nella programmazione sia di Rete 4 sia della rete satellitare Fox Retro , a testimonianza della sua stabilità nel tempo. Tuttavia, il vero segno della sua influenza è la sua permanenza nell’immaginario collettivo italiano, come dimostra l’uso dell’espressione “Perry Mason non abita più qui” per sottolineare l’assenza di figure altrettanto brillanti o risolutive nella realtà. Questa espressione è usata in vari contesti, riflette un senso di mancanza di rispetto a ciò che si ritiene assente nella realtà ed è diventata una verità data per scontata (taken for granted); tuttavia, il suo valore è più evocativo che conoscitivo. A seconda del contesto o dell’intento del discorso, il nome del personaggio richiama l’idealtipo di una categoria professionale, gli avvocati, un particolare approccio al ruolo di difensore e un genere narrativo popolare (il legal e il courtroom drama o il concetto stesso di giustizia (tout- court). E basterebbe il carico simbolico e metaforico associato a Perry Mason per riconoscere come questa figura continui a fornire un punto di riferimento comune. Essa rappresenta un modello, spesso utilizzato per criticare la distanza rispetto all’ideale del sistema giudiziario italiano, sia nelle sue modalità di funzionamento che nella sua rappresentazione. Il tempo ha ridotto alcune distanze, come dimostra l’introduzione del modello accusatorio del processo alla fine degli anni 80, che ha creato un ambiente simile a quello in cui Perry Mason, decenni fa, trionfava nell’affermare l’innocenza. Tuttavia, questa giustizia etica non sempre coincide con l’effettivo funzionamento di un sistema legale che garantisca i diritti degli imputati e una condanna equa dei veri colpevoli. Nella serie e nei romanzi, Perry Mason affronta costantemente un sistema giudiziario disfunzionale, caratterizzato da errori, un’accusa dominante e procedure politiche nella nomina dei giudici. Questo scenario di giustizia imperfetta, che una volta sembrava distante, oggi mostra chiaramente le analogie con i difetti del sistema giuridico nazionale, nonostante le differenze. L’immaginazione di un personaggio come Perry Mason nasce dall’idea di un sistema legale malfunzionante, esposto al rischio di errori giudiziari. Questo crea la necessità di un eroe-difensore, capace di garantire il riconoscimento dell’innocenza e il trionfo della verità contro pratiche distorte del procedimento penale. Questa figura porta sollievo morale e speranza nella giustizia, ma riflette anche una visione personalistica del fare giustizia, che non è estranea nè alla realtà nè all’immaginario italiano. Non ci è estraneo il paradigma manicheo che caratterizza i casi giudiziari di Perry Mason.
In questi casi, non c’è spazio per dubbi o sfumature: gli indagati sono sempre indiscutibilmente innocenti e gli inquirenti sempre ostinatamente in errore. Non si tratta di una semplice presunzione di innocenza di matrice garantista, contrapposta alla presunzione di colpevolezza che spesso porta a mostri mediatici e a lunghe carcerazioni preventive. Si tratta di una chiara scelta di campo: per principio Perry Mason sceglie di difendere solo gli innocenti, diventando così un paladino per chi è ingiustamente accusato. Tuttavia, questa scelta lo rende meno rappresentativo del diritto alla difesa per tutti gli imputati, anche quelli colpevoli. La principale abilità difensiva di Perry Mason non risiede tanto nel raccogliere ed esibire prove per smontare le tesi accusatorie, quanto nell’ottenere la confessione pubblica dei veri colpevoli attraverso i suoi incalzanti interrogatori. Questo momento drammatico, pur avendo una funzione liberatoria e risolutiva, solleva dubbi sulla sovrapposizione dei ruoli e dei poteri tra difesa e accusa. La scoperta del vero colpevole è il modo migliore per dimostrare l’innocenza dell’imputato e garantire il successo della difesa. Tuttavia, la confessione che Perry Mason ottiene dai colpevoli, senza coercizione o intimidazione, non serve solo alle sue strategie difensive o alla necessità di assicurarsi che il crimine non resti impunito. Perry Mason sembra essere guidato da un credo o da una legge superiore che richiede non solo giustizia, ma verità. Questo lo pone al di sopra del sistema giudiziario tradizionale, con i suoi diritti di difesa, imputazioni di colpa e sentenze di assoluzione o condanna. Si potrebbe discutere sul carattere semplicistico e forse ingannevole di una verità che si rivela inconfutabile nella confessione del colpevole, liberandosi dalle ombre e dai misteri. Tuttavia, non si può negare che proprio nella ricerca instancabile della verità, che è sia condizione che realizzazione della giustizia, risieda la nobilitazione e l’eroicizzazione della figura di Perry Mason. Al di là del mito, emerge un aspetto inquietante: Perry Mason, nella sua ricerca della verità, si appropria di tutti i ruoli e le prerogative del procedimento penale. Agisce non solo come difensore e investigatore , ma anche come pubblico ministero , individuando il colpevole e inducendolo a confessare, e come giudice , emettendo un giudizio assolutorio per i suoi assistiti. La confessione del vero colpevole consegna alla giuria un verdetto già pronto. Affermare che Mason è un avvocato difensore che incarna il concetto Althusseriano di un apparato ideologico statale è probabilmente eccessivo, poichè non si può davvero imputargli di essere al servizio di un progetto autoritario. Tuttavia, la sua tendenza accentratrice e il suo protagonismo lo rendono una figura di uomo di legge la cui assenza nel nostro sistema giudiziario reale e immaginario non dovrebbe suscitare troppi rimpianti e sensi di privazione. Se Perry Mason non è più presente nel legal court drama americano, che è diventato sempre più realistico e critico (come la serie “Law and Order” e i suoi spin-off), è invece ancora presente nella fiction italiana. Qui si è reincarnato nella figura di Rocco Tasca, protagonista del legal drama di successo “Un caso di coscienza” (Rai 1).
2. I PROCESSI CELEBRI. Uno dei motivi per spiegare il successo della serie Perry Mason in Italia è la dinamica del processo penale statunitense, caratterizzato dal rito accusatorio, dalla contesa dialettica tra accusa e difesa, dall’interrogatorio incrociato di imputati e testimoni, e da un clima vivace contraddittorio. Negli anni 50 e 60 questa forma inedita di dibattimento processuale affascinava il pubblico televisivo italiano con i suoi rituali esotici. Oltre alla forma, è la sostanza del processo che spiega l’attrazione esercitata dalla fiction giudiziaria nei primi anni della televisione italiana. In quegli anni, Perry Mason era forse la più popolare e mitopoietica, ma non l’unica narrativa legale-giudiziaria sugli schermi domestici. La memoria sfocata del passato e una storiografia televisiva lacunosa ci fanno scoprire tutto questo.
Il genere delle cause celebri, nato negli anni Trenta del Settecento, combinava romanzo e cronaca giudiziaria, fondendo letteratura e diritto. Traeva ispirazione dagli atti di processi famosi, trasformandoli in racconti spesso pubblicati in serie periodiche. Le raccolte di cause celebri hanno goduto di grande popolarità fino al Novecento. La loro forza drammatica, il coinvolgimento emotivo e la capacità di avvicinare il pubblico ai misteri del potere giudiziario hanno reso il genere ideale per l’adattamento televisivo. Anche in Europa e negli Stati Uniti il courtroom drama ha avuto origine dai processi famosi, come dimostra la serie americana Famous Jury Trials (1949-1952). Tuttavia, rispetto ad altri paesi, la televisione italiana ha posto maggiore enfasi sul dibattimento processuale, rendendolo il fulcro della sua rappresentazione della giustizia, spesso basata sulla narrazione di veri casi giudiziari. L’ispirazione tratta da una realtà giudiziaria documentata da una grande tradizione letteraria che conferisce alla fiction dell’epoca il vantaggio di richiamare nel pubblico il “già noto”. Inoltre, permette di superare la visione uniforme e semplificata della giustizia proposta da serie come Perry Mason, offrendo invece una rappresentazione più complessa, variegata e ricca di chiaroscuri. Il ciclo delle fiction giudiziarie italiane inizia nel 1961 con il caso Mauritius, incentrato su un errore giudiziario e sulle responsabilità dei giudici, e raggiunge un picco di ascolti nel 1978 con “il giudice e il suo boia” di Durrenmatt, che esplora il conflitto tra verità e giustizia. Altre produzioni affrontano temi complessi: confessioni ambigue ( Sotto processo ), astuzie legali ( Bebawi, il delitto di via Lazio ), processi politici ingiusti (L’affare Dreyfus, Sacco e Vanzetti ), e sentenze che non eliminano i dubbi sulla colpevolezza o innocenza degli imputati (Il caso Lafarge, L’enigma Borden). Spicca anche la riflessione sul peso morale dei giudici ( il diario di un giudice ). Nel complesso, emerge una visione problematica della giustizia, spesso difficile da realizzare, che scompare nelle fiction dei decenni successivi.
3. LA BREVE STAGIONE DEL MAGISTRATO Nel gennaio 1988 debutta su Rai 3 “Un giorno in pretura” , uno dei programmi più duraturi della televisione italiana. Ispirato nel titolo a un film umoristico degli anni 50, il programma introduce le telecamere nelle aule giudiziarie, mostrando veri dibattimenti processuali. Le riprese, effettuate in dirette, vengono poi ampiamente montate per adattarle al formato televisivo. Questa formula, sebbene innovativa, era stata preceduta nel 1979 dalla trasmissione di processi come quello per stupro e il dibattimento sulla strage di piazza Fontana. Con “Un giorno in pretura”, il procedimento giudiziario diventa una presenza stabile e seriale nei palinsesti televisivi. Da allora, gli italiani possono accedere virtualmente alle aule dei tribunali ogni settimana, seguendo casi giudiziari di varia rilevanza, dai più piccoli ai più noti, come Tangentopoli e il mostro di Firenze. Non è un caso che il ciclo delle cause celebri si esaurisca, ad eccezione di un tentativo fallimentare negli anni 90, proprio quando casi giudiziari reali vengono proposti in versione documentaristica, simbolo dell’ascesa della “Tv verità”. Tuttavia, la fiction non abbandona completamente il genere giudiziario, ma i titoli delle produzioni degli anni 90 rivelano chiaramente una svolta rispetto al passato.
I titoli delle fiction giudiziarie non si concentrano più su “processi”, “casi”, o “affari”, ma sulle figure che rappresentano la pubblica accusa e la difesa privata, come magistrati e avvocati. Questi nuovi protagonisti riflettono un decennio caratterizzato da fenomeni di personalizzazione mediatica di alcuni esponenti del sistema di giustizia. Nella fiction italiana emerge una tendenza ibrida, caratterizzata da trame narrative multilineari in cui vicende e problemi di vita pubblica e privata, così come aspetti personali e professionali dei protagonisti, si intrecciano e si mescolano. Ritrarre magistrati e avvocati anche nella loro vita privata aiuta a renderli più vicini e umani agli occhi del pubblico. Questo li fa apparire come persone comuni, condividendo una condizione umana con gli spettatori, nonostante il loro ruolo di potere e l’influenza che esercitano. In questo modo, il procedimento giudiziario, pur rimanendo un elemento centrale dei legal e courtroom drama, tende a perdere importanza sul piano narrativo e temporale. La scena del dibattimento perde centralità, mentre la fase investigativa prevale sulla rappresentazione del processo. Inoltre, la nuova struttura narrativa, incentrata su figure di “attori” del sistema di giustizia che sono eroi positivi e vincenti, crea le condizioni affinchè nelle storie di fiction la giustizia sia sempre fatta. Magistrati e avvocati si alternano sulla scena televisiva. Tuttavia, nella seconda metà del decennio, gli avvocati sostituiscono i giudici e i pubblici ministeri, ma faticano a imporsi come protagonisti- eroi. “L’avvocato delle donne” è il primo e unico esperimento dei legal drama al femminile, ma i tentativi di consolidare l’immagine degli avvocati come artefici di giustizia non raggiungono lo scopo. Bisognerà attendere gli anni duemila per vedere un cambiamento significativo. Nella produzione discontinua di fiction giudiziaria degli anni novanta, emerge la figura del giudice De Santis, protagonista del ciclo di miniserie “Un cane sciolto" trasmesse su Rai 1 tra il 1990 e il 1992. De Santis è un “buon magistrato”, lontano sia dagli eroici furori di un pretore d’assalto sia da una distaccata formalità dell’iconografia tradizionale del giudice. E’ dotato di umana sensibilità e di un alto senso della giustizia e della dignità del suo ruolo. Il giudice De Santis è caratterizzato da uno stile misurato e sobrio, privo di atteggiamenti protagonisti. La sua correttezza procedurale, il tenace impegno nella ricerca della verità e dei colpevoli, e la sua indipendenza da qualsiasi potere lo rendono un giudice credibile e affidabile. Attraverso questo personaggio emerge l’immagine di una giustizia imperfetta ma migliorabile. Nelle tre edizioni di “ Un cane sciolto ”, vengono esaminati criticamente vari aspetti del malfunzionamento del sistema giudiziario, come la burocratizzazione , le lentezze , gli errori , gli abusi e i legami pericolosi con un’informazione sensazionalistica. Tuttavia, lo sguardo rimane critico ma non disilluso o cinico, e non cerca soluzioni “pirotecniche”. La giustizia è vista come un obiettivo raggiungibile, anche se non facile. Nella terza edizione, il giudice De Santis riconosce pubblicamente un errore commesso in fase istruttoria e, quasi alla fine del processo, mette in dubbio il suo stesso castello accusatorio, chiedendo alla giuria di assolvere l'imputato, consapevole della propria vulnerabilità. La terza edizione di “ Un cane sciolto ” va in onda a metà gennaio del 1992. Un mese dopo, l’ordine di cattura di Mario Chiesa da parte del giudice di Pietro dà inizio all’inchiesta Mani pulite. A maggio e luglio dello stesso anno, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono assassinati. Da quel momento, due nuove immagini del magistrato emergono nell’immaginario collettivo degli italiani: l’inquisitore della corruzione politico- finanziaria e l’eroe- martire della lotta antimafia. Il giudice De Santis, che secondo gli autori e il produttore Sergio Silva avrebbe dovuto essere l’eroe della fiction degli anni novanta, come il
L'attenzione è spesso rivolta alla fase investigativa, trascurando discussioni su legittimità delle procedure, garanzie degli imputati, attendibilità delle prove, adeguatezza delle norme, interpretazione delle leggi, fondatezza dei giudizi, certezza della pena e responsabilità dei vari attori della magistratura. Nella fiction italiana, il sistema della giustizia rimane opaco e complesso, caratterizzato da burocratizzazione e discrezionalità. La serie "Un caso di coscienza", con l'avvocato Rocco Tasca, rappresenta la giustizia come verità, seguendo la parafrasi dei versi di John Keats: «la giustizia è verità, la verità è giustizia». Tasca incarna una variante domestica di Perry Mason, realizzando l'intento della fiction italiana di creare un eroe legale nostrano attraverso un lungo percorso di prove ed errori. Come Perry Mason, Rocco Tasca difende solo gli innocenti, con eccezioni per chi ha ucciso per pietà e amore, o assume le difese di parte civile per tutelare i diritti delle vittime. Non si limita al ruolo di difensore, ma conduce indagini, acquisisce prove e interviene nei dibattimenti, agendo come avvocato e magistrato. Il suo obiettivo è scoprire e smascherare i colpevoli con determinazione. Rocco Tasca, con una spiccata tendenza alla verbalizzazione, persegue sopra ogni cosa la verità e la "pretende" con enfasi retorica. Di norma, ottiene e mostra la verità in aula attraverso le dichiarazioni dei testimoni, convinti dall'avvocato e dai suoi collaboratori. Diversamente da Perry Mason, Tasca non consegna rei confessi (imputati che hanno confesso) al giudizio del tribunale, e non si arriva mai al verdetto. I colpevoli, la cui presunta innocenza è sostenuta da difensori arroganti, vengono smentiti dalle rivelazioni dei testimoni. La variante domestica si manifesta non solo nello spazio ampio dedicato alla vita privata del protagonista, ma anche in una divisione sociale della colpa e dell'innocenza. Nei casi trattati dall'avvocato Tasca, i responsabili dei crimini sono quasi sempre esponenti delle élite del potere e del denaro, motivati dall'avidità e dalla ricerca del profitto. Le vittime, invece, sono persone semplici e indifese. La scoperta dei colpevoli permette a Tasca di esprimere la sua indignazione contro coloro che mettono il profitto al di sopra della vita umana. Questo lo distingue nettamente da Perry Mason. Tasca, con la sua retorica della verità e la sua fede nelle testimonianze, è molto diverso da un altro personaggio della fiction italiana, l'ispettore Niccolò Montella. Montella, protagonista delle indagini su " Il delitto di via Poma " diretto da Roberto Faenza, lascia un segno memorabile nella rappresentazione della giustizia. Di fronte agli errori e ai risultati confusi dell'inchiesta, Montella ammette amaramente: «mentono tutti…è un paese di bugiardi».