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Quarta lezione del corso: esploriamo la tradizione jainista, la sua filosofia e come si affronta la sofferenza. L'aatman, l'anima, la non-violenza e la rinuncia all'azione. Il jainismo e la sua storia, le scuole filosofiche e la via della non-azione. La sofferenza e i cinque aggregati dell'attaccamento.
Tipologia: Appunti
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Controllare la città dalle undici porte è un riferimento alle pratiche psico-fisiche dello yoga al termine della Upa'nishad che abbiamo visto la volta scorsa. Nella tradizione occidentale con l'idea di Anima ci si riferisce a qualcosa che ha aspetti psichici e psicologici, mentre invece l'Aatman non ne ha, quindi è sbagliato raffrontare o concepire l'Aatman come una sorta di Anima. L'Aatman è un Sé che in quanto sorgente dell'atto di coscienza è intrinsecamente de-invidualizzato. La fruizione del frutto della azione è vista come un ostacolo all'uscita dalla catena. Un'ipotesi potrebbe essere: ok, allora disinneschiamo il meccanismo interrompendo le azioni. E' quello che alcuni hanno pensato anche in India. Una volta introdotto quell'assioma concernente la catena (che infatti prima, nei secoli dei Veda non c'era), pensare alla rinuncia alla azione è una delle possibili risposte più ovvie a questo problema. Fin da sùbito, infatti, qualcuno si scaglia contro l'agire, particolarmente all'interno di alcuni gruppi shramanici. Ci sono estremisti della non-azione, che cercano la non-azione e radicalizzano l'idea del non agire. Il mondo dei Ja'ina puo' essere collocato all'interno di questo tipo di correnti. I Ja'ina radicalizzano l'idea di non- violenza. Il Jainismo si sviluppa intorno alla metà del I millennio avanti Cristo. In questa tradizione i Brahmani sono irrilevanti. Questa tradizione crede all'esistenza passata di una serie di Tirtha'mkara, l'ultimo dei quali è il Jina che darà il nome appunto al Jainismo. Anche il penultimo probabilmente è una figura storica, ma non sappiamo con certezza quali di queste figure avessero una consistenza storica e quali no! Il punto interessante è che loro propongono una visione di rinascite in cui esistono delle vere e proprie anime. Qui l'immaginazione è vicina a quella delle anime nel senso anche del Cristianesimo medioevale. Si crede che il mondo sia composto di vivente e di non vivente. E si crede che il vivente corrisponda alle anime, o Jiva, che sarebbero leggere, cioè che tendenzialmente andrebbero verso l'alto. E' un'immaginazione molto arcaica, anche mitologica. I Jiva sono le parti viventi di noi, appunto queste anime, sono costretti a essere pesanti perché l'agire produce un residuo di appesantimento intorno a questa anima o Jiva. Il Jainismo non dice di interrompere immediatamente tutte le azioni, ma di inserirsi un percorso di azione che va verso la non-azione. Secondo il Jainismo si tratta di effettuare un controllo dell'intenzione e della visione delle cose, ma soprattutto dell'intenzione, il desiderio di non nuocere agli altri, il principio della non-violenza, allo scopo di gradualmente ridurre questo appesantimeno. C'è tutta una serie di passi descritti, i primi dei quali continuano ad appesantire, poi poco alla volta portano verso un progressivo alleggerimento e a una purificazione. A un certo punto l'individuo diventerebbe capace di un non agire radicale, a portare cioè alla non azione vera e propria. Questo stadio, a detta dei Ja'ina stessi, oggi è raggiunto da pochissimi se non da nessuno. E sarebbe questo lo stadio che porta alla liberazione di un Jiva. Concretamente, non fare del male a nessun Jiva pone il problema di come fare a nutrirsi. Già il fatto di nutrirsi è un atto intrinsecamente violento. Per arrivare al non-agire radicale bisognerebbe anche astenersi dall'alimentazione, cioè dalla violenza che è necessariamente intrinseca all'atto di alimentarsi. Quindi, c'è uno stadio finale, indicato come potenzialmente ideale ma che si dice che sia stato da raggiunto soltanto da pochi, e che porta alla morte per fame, che non è un suicidio per via di digiuno ma è una radicalizzazione di un atteggiamento non-violento portato fino a un rifiuto di alimentarsi. A un certo punto nel Jainismo si sviluppano due correnti. Entrambe si organizzano monasticamente, come anche il Buddhismo, con una vita monastica alla quale si associa complementarmente la vita dei laici che mantengono i Monaci. La prima corrente è quella di coloro che hanno la veste bianca, più vicini ad alcune forme di compromesso, gli altri sono i vestiti di spazio, cioè nudi, che girano veramente nudi, non si vestono, perché vestirsi implica un atto violento. Non c'è nessun dio. E' una tradizione religiosa ma non deistica. Ci saranno anche delle scuole filosofiche Ja'ina. Da questo punto di vista il Jainismo è stato considerato una forma di relativismo, o almeno di multilateralismo epistemologico. C'è la storia dei cinque ciechi e un elefante. Il Jiaa è vivo ma è anche dotato di coscienza. Se si purifica, raggiunge quella purezza che lo porta anche ad una conoscenza totale, si parla di onniscienza del liberato, che non significa che conosce ogni dettaglio, ma che vuol dire che non ci sarebbe più, per il liberato, questo multilateralismo. L'accento sull'intenzione porta a un sovraccarico di responsabilità perché implica l'analisi delle conseguenze di ogni proprio atto. E' una forma molto radicale di ascetismo. E' una non-violenza
che non si ferma tanto all'idea della compassione, che pure c'è, ma che sarà enfatizzata di più da altre scuole. La compassione gioca un ruolo importantissimo anche nel Jainismo ma non esaurisce la spiegazione jainista del perché la violenza debba essere evitata. Veniamo al Buddhismo. Delle sue biografie leggendarie c'è il fatto che prima egli aveva fatto parte dei non agenti. Si era unito agli asceti radicali, praticando le cose più estreme, il silenzio assoluto, forse l'immobilità, forse il digiuno, insomma, pratica tutte quelle tecniche che sono riassunte nell'idea del non agire. Ridotto a pelle e ossa, decide di andare a bere, cosa che non avrebbe dovuto fare secondo quella via, e addirittura parla con una donna e accetta da questa del riso. Infatti viene espulso da quel gruppo di asceti. Poi per conto suo scopre la sua nuova grande verità su come sconfiggere il dolore, che si articola a sua volta in quattro verità fondamentali. Vi giunge senza intervento esterno, è una sua conquista. Anzi, ci sono invece dei tentatori che cercando di distoglierlo. Pero' il dio Indra gli chiede di rivelarla anche agli altri adesso che lui la ha trovata per sé. Ma, insomma, c'era stato questo precedente di essere stato in compagnia di asceti che predicavano la astensione totale dall'agire e lui invece predicherà la forma di una "via mediana". E' una via mediana, che quindi non accetta l'estremizzazione della astensione dall'agire, ma non accetta neanche la sua vita precedente, inconsapevole, tutta dedita ai piaceri e al soddisfacimento immediato di qualunque desierio. Entrambe le cose vengono ritenute sbagliate dal Buddha dopo il suo "risveglio". Infatti il primo discorso attribuito al Buddha, quello intitolato "delle quattro nobili verità", o "della messa in moto della ruota del Dhamma", inizia proprio cosi'. E il Buddha condanna quelle due vie estreme proprio in questo suo primo discorso che è rivolto ad alcuni dei suoi vecchi compagni. Via mediana non significa fare un po' di piacere e un po' di macerazione, ma un tentativo di oltrepassare questi due estremi, non stare in mezzo, ma andare oltre. Nel prosieguto del discorso, il Buddha assume l'atteggiamento del curatore, del medico. Infatti è il discorso della messa in ruoto della ruota del Dhamma, e qui per Dhamma non si intende il sostegno della norma del mondo o la norma che regge l'Universo, ma ha un significato più specifico, vuol dire proprio: la dottrina del Buddha. E mettere in moto la ruota è l'atto tipico dei re. Il Buddha era di famiglia reale, ma qui si sta presentando come re spirituale. Diagnostica la malattia, dice qual è la causa del dolore, dice che si puo' curare, dice qual è la cura. Sono quattro passi tipicamente medici. Queste sono le quattro nobili verità secondo questo schema medico. La malattia viene chiamata duh.kha, cioè dolore, frustrazione, sofferenza. E' legata anche, come vedremo, alla distanza tra il desiderio e il suo soddisfacimento. La causa, Buddha la chiama "sete". E' una spiegazione non letterale, è un simbolo. E' una sete radicale, una inquietudine, una incapacità di essere stabili, un essere continuamente trasportati nell'altrove, un'aridità intrinseca che chiede in qualche modo di essere sanata. E' qualcosa di molto profondo che chiede di essere sanato. Bisogna quindi eliminare la causa: esiste una cura, esiste un percorso. La quarta verità è la spiegazione di questa cura, che a sua volta è composta di otto passi, il nobile ottuplice sentiero. Commenteremo la prossima volta ognuno di questi otto passi. "Ora, oh Monaci", è un anacronismo, perché i suoi primi discepoli non erano ancora Monaci, ma chi scrisse il testo anni dopo evidentemente pensava già ai Monaci. Gli aggregati dell'attaccamento vengono definiti come coincidenti con il dolore. Questi sono i costituenti della nostra entità empirica: il corpo, ma anche quella che noi chiamiamo psiche. Li descriveremo meglio la prossima volta. Il problema non è il desiderio in sé, ma è cio' che è alla base del desiderio, una sete di desiderio, una inquietudine, una tensione, che puo' indurci anche a cercare la non-esistenza. La soluzione è la rinuncia a questa sete, la liberazione da questa sete. QUINTA LEZIONE 7 MARZO 2021 Abhinavagupta è intriso di Tantra. Buddha sarebbe vissuto tra il V e il IV secolo, forse più vicino al V, ma non più VI come si credeva fino a qualche anno fa. Le quattro nobili verità e la coproduzione condizionata sono i due punti fondamentali di tutta la dottrina buddhista. Le quattro nobili verità restano fondamentali per tutte le diverse fra loro scuole del Buddhismo. Il primo passo del percorso è la retta visione, il modo di vedere le cose, perché spesso vediamo le cose in modo erroneo. Poi, dobbiamo esprimere dentro di noi l'intenzione di procedere nel modo giusto, in conformità a quella retta visione. Poi, procedere con sincerità, la retta parola, la retta azione e il retto modo di vivere, tre passi che riguardano il comportamento. Insomma,
alla consapevolezza, mi evita di distinguere cio' che ho percepito in me e cio' che percepisco negli altri. Il dolore non è mio, non è di altri, ma c'è, e questa nozione non si associa a un io o a un tuo o di altri, ma si associa alla sua diagnosi, alla sua verificazione, quindi la compassione consiste nell'individuare la frustrazione e il dolore dovunque si manifesti, indipendentemente dal fatto che sia mia o non mia. A questa compassione si associa la cosiddetta benevolenza o amichevolezza. Come se fosse mio io cercherei di eliminare il dolore, cosi' se è di altri: comunque si deve cercare di liberare tutto dal dolore e non solo sé stessi, da cui il discorso della benevolenza. Questo tentativo di liberare dal dolore anche gli altri è la benevolenza o amichevolezza. Questa mancanza di circoscrizione tra l'io e la realtà si traduce nella terza virtù, che è chiamata indifferenza o equanimità. Equanimità significa appunto ignorare questa presunta differenza tra me e l'altro, eliminare il privilegio al presunto io. Il correlato positivo di questa equanimità è la gioia condivisa: il superamento del dolore di altri è una gioia anche mia. Il retto sforzo è solo la preparazione ai due passi meditativi successivi, perché questo percorso meditativo non viene naturale e richiede uno sforzo per iniziare a percorrerlo.