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Appunti dalla scienze umane presi a lei lezione
Tipologia: Appunti
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Socrate (470 - 399 a.C.) e Sofisti Nella polis greca di Atene tra il IV e il V secolo l’interesse filosofico si distoglie dalla natura e dalla ricerca dell'archè per spostarsi invece sull’uomo. Sofisti come Gorgia o Protagora di Abdera sono filosofi e oratori che insegnano a pagamento l’arte della retorica, ossia l’arte di parlare bene (fondamentale per ricoprire cariche pubbliche in una società democratica come quella ateniese) e la tecnica argomentativa dell’eristica, cioè l’arte del disputare, di dimostrare una tesi e il suo contrario. Per questi, conoscere la natura ultima delle cose è impossibile all’uomo, che può solo elaborare opinioni necessariamente fallibili: ciò che conta allora è far prevalere la tesi a noi più funzionale indipendentemente dal suo contenuto di verità (“l’uomo è la misura di tutte le cose”). A essi si contrappone Socrate (470-399 a.C.), di cui conosciamo il pensiero solo grazie alla testimonianza dei suoi principali allievi (su tutti, Platone), in quanto ritiene la scrittura un’attività dannosa per la memoria. Egli, grazie all’arte della maieutica e al metodo dialettico, cerca di giungere a definizioni comuni e quanto più precise e vicine al vero possibile, pur riconoscendo l’ineliminabile ignoranza dell’uomo: proprio questa consapevolezza dovrebbe portare alla liberazione dalla presunzione intellettuale, che è fonte di errore. A differenza dei sofisti, Socrate si focalizza sulla identificazione di valori, e non sulla loro forma. La virtù per Socrate si può imparare ed insegnare, è meritocratica poiché è alla portata di tutti, e la politica deve riguardare tutti, e non solo la stirpe dei conquistatori. Egli fu accusato di empietà e di corrompere i giovani, e condannato perché considerato un pericoloso contestatore dell’ideologia della polis. Platone (427 - 347 a.C.)
Proveniente dall’aristocrazia ateniese e allievo di Socrate, Platone scrive numerose opere soprattutto in forma di dialogo, a imitare il metodo dialettico del maestro, e fonda una propria scuola filosofica ad Atene, l’Accademia. In aperta polemica coi sofisti, conduce una ricerca sulla verità, ben diversa dalle opinioni degli uomini, i quali devono essere educati dalla società a non lasciarsi distrarre dai piaceri mondani del mondo sensibile, che altro non è che una pallida imitazione dell’Iperuranio (il mondo delle idee perfette e immutabili).
La Repubblica (389-369 a.C.) è la prima grande utopia della storia del
pensiero politico (anche se la parola utopia si afferma, come termine e come genere, con Tommaso Moro, nel Cinquecento). La polis ideale immaginata da Platone descrive il fine di giustizia da perseguire, individualmente e collettivamente. Il punto di partenza è la polemica con i sofisti sulla giustizia intesa come il “diritto del più forte”: il buon governante per Platone è colui che sa perseguire e che ha a cuore il bene della comunità. Indagando sulla natura dell’uomo, Platone afferma che il male sia dovuto all’ignoranza, che non ci permette di cogliere in noi stessi l’idea di bene: solo i filosofi, secondo Platone, riescono a contemplarla, grazie al dominio delle passioni e degli istinti tramite l’intelletto. L’anima immortale dell’uomo ha tre funzioni distinte (che è fondamentale siano in equilibrio): una razionale, una irascibile (impulsività) e una concupiscibile (l’appetito del cibo e sessuale): allo stesso modo la società dovrebbe essere divisa in caste, sulla base delle inclinazioni degli individui. I filosofi-governanti sono uomini “d’oro” poiché dotati di ragione (una sorta di “dispotismo illuminato”), i guerrieri “d’argento” sono dominati dal desiderio di potenza e autoaffermazione, e gli uomini “di ferro” sono quelli che si lasciano travolgere dalle passioni, e sono lavoratori, artigiani, contadini. Queste classi sono invalicabili (società chiusa), e ogni fanciullo entrerà in quella più consona alle proprie caratteristiche e doti naturali, dopo essere stato educato dalla società intera: nella polis ideale non esiste proprietà privata, perché questa corrompe l’animo e divide i cittadini che devono invece sentirsi interdipendenti. Dunque tra le prime due classi vige un comunismo familiare: i bambini non conoscono i propri genitori, e i genitori non saranno spinti ad accumulare beni da trasmettere come eredità. Tutti sono al servizio dell’intero corpo sociale, ognuno con la propria funzione e le proprie capacità: la polis nasce perché non bastiamo a noi stessi, e gli uomini non sono uguali e non devono essere trattati come tali, dividendo il lavoro a seconda della disposizione di ciascuno. I più giovani vengono educati secondo le esigenze della politica, ed è la Polis a prendersi questo impegno: si punta a una conoscenza vasta e generalizzata, da impartire ai futuri filosofi in modo che possano comandare gli altri uomini in modo appropriato, tenendo sotto controllo le passioni irrazionali. La società ideale deve essere limitata geograficamente e a livello mercantile e commerciale per evitare la degenerazione, e la riproduzione deve essere pianificata per evitare il sovrappopolamento. La polis buona ed equilibrata è l’unico luogo dove si può sviluppare un individuo dotato di ragione e propenso al bene.
Trattato dialogico di 12 libri che ripercorre la storia delle istituzioni politiche, e immagina che siano sopravvissuti a un cataclisma solo pastori di alta montagna che non conoscono conflitti e vivono in condizioni primitive, sviluppandosi col progresso e l’aumento della popolazione. Il modello educativo prediletto è quello spartano, che dà la priorità alla temperanza, poi alla bellezza e al corpo, solo infine ai beni materiali.
L’uomo è un zòon politikòn , ossia un “animale politico” (sociale), ancor più delle api. L'uomo “non può stare senza gli altri” perché non è né autosufficiente né autonomo: ciò che lo rende un animale politico dipende dalla pulsione aggregativa. 2 spiegazioni:
umana. Passaggi per arrivare alla polis: famiglia, villaggio, polis
di conto, parla) sia degli animali (istinti naturali). Il logos fa distinguere all’uomo cosa è giusto e cosa è sbagliato, e per questo riesce a fondare la polis. La polis è il tipo di comunità propria dell’uomo: è il risultato di un processo naturale di aggregazione. → come per Platone, per A. la buona vita può essere vissuta solo nella buona polis L’uomo si realizza quando segue la ragione e dunque raggiunge la felicità, dunque la buona organizzazione politica deve consentire agli uomini di dedicarsi alla filosofia e dunque essere felici, non ricorrendo troppo spesso alla guerra, ed essendo prospera a sufficienza da non costringere anche gli uomini liberi ad occupare il proprio tempo per procurarsi i mezzi materiali.
La pienezza della capacità deliberativa appartiene solo all’uomo libero cittadino della polis (per natura lo schiavo non la possiede, la donna sì ma senza autorità, il ragazzo sì ma non sviluppata). Chi è cresciuto lontano dalla polis (barbari e orientali) non hanno acquisito l’uso di questa capacità deliberativa e per questo il loro destino è quello di essere servi.
Ma se il governante unico opera per sé lo si dice tiranno. Se, per il bene o felicità di tutti i cittadini, comanda una minoranza di individui composta dai migliori tra tutti si ha l’aristocrazia. Ma se quella minoranza persegue poi il proprio esclusivo interesse si ha il dominio dei “pochi” (oligòi), ossia l’oligarchia. Se a comandare è l’insieme della pòlis conciliando l’interesse di tutti i ceti, si ha la politéia, ossia l’autogoverno della pòlis. Ma se ad imporsi non è l’insieme della comunità, ma il solo “popolino” (“démos”) si ha il “potere del popolo” della “folla” o “moltitudine” (òklos) che è la “demagogia”. QUESTIONI ECONOMICHE Il capofamiglia deve governare la casa, produrre ricchezza e orientare la famiglia verso una vita buona. Aristotele introduce il concetto di “valore di scambio”: non il valore intrinseco di un bene di proprietà, ma quello che esso acquisisce in
quanto scambievole. Lo scambio dunque trae origine da un fatto naturale, cioè che gli uomini hanno di alcune cose più del necessario, di altre meno. Esistono due forme di arricchimento: economica: il padre di famiglia crea benessere attraverso il proprio lavoro (e dei figli e degli schiavi) per soddisfare i propri bisogni, e contribuisce alla ricchezza complessiva della comunità. crematistica: si fonda sul commercio e la speculazione, può coincidere col perseguimento della ricchezza fine a se stessa. CRISTIANESIMO Il Cristianesimo delle origini non si pone in opposizione con il potere politico, ma i magistrati sono ministri di Dio: dovere dell’obbedienza nei confronti dell’autorità civile, come tutte le filosofie dell’epoca professavano. A Roma non c’era distinzione tra vita religiosa e pubblica, il potere politico era al servizio della divinità e viceversa. La religione cristiana era tollerata dall’editto di Costantino (o di Milano) del 313 e diventa religione dell’impero nel 380 con l’editto di Tessalonica. Nell’800, con Carlo Magno, ha inizio il Sacro Romano Impero: gran parte delle proprietà ecclesiastiche erano considerate appannaggio di imperatori e signori feudali che nominavano i vescovi scegliendoli spesso tra i loro figli. LA RIVOLUZIONE DEGLI ORDINI RELIGIOSI Tra X e XI secolo sorge un movimento di purificazione della chiesa: Abbazia di Cluny, Francia: i monaci si strutturano come un unico ordine → esperimento di autogoverno di un ordine religioso che si libera dalle influenze del potere politico.
tutti i vescovi devono essere proclamati dal Papa soltanto. L’Imperatore Enrico IV, appoggiato dal clero tedesco, reagisce esigendo che sia confermata invece la prerogativa imperiale sulla nomina dei vescovi → si apre la lotta delle investiture , che indebolisce il potere imperiale → effetti di carattere politico: facilita la fioritura delle città libere e del ceto commerciale che le abita e le rende ricche. SANT’AGOSTINO (354-430)
convertiti. In campo politico: il compito delle istituzioni pubbliche è la preservazione della pace.
derivi dal non aver abbracciato abbastanza convintamente il cristianesimo, in risposta all’accusa che il Cristianesimo, disinteressato alle vicende terrene, abbia portato Roma a indebolirsi. La vera giustizia è in paradiso, la città di Dio, e il potere politico non
Lo stato è una costruzione logica e fattuale che nasce nell’Europa continentale (poi sarà esportata nel mondo) all’inizio dell’età moderna, cioè tra il ‘400 e il ‘500 quando si assiste a un punto di rottura col medioevo e con il suo assetto politico caratterizzato dalla mancanza di centralizzazione: il potere organizzato in forma statuale si basa invece sul principio di sovranità unica. Lo Stato si pone come l’unica associazione politica possibile, e la riorganizzazione centralizzazione del potere (legislativo, amministrativo e giudiziario) nasce dal concetto di sovranità inventato da Jean Bodin. Ne derivano tutte le caratteristiche principali dello Stato, in primo luogo il monopolio legittimo dell’uso della forza esercitato all’interno del proprio territorio, al fine di mantenere la pace e l’ordine nei rapporti tra cittadini, che non potranno ricorrere alla violenza privata. La popolazione dunque è disarmata, e lo Stato è l’unica scelta possibile di sicurezza per i cittadini, che acconsentono e legittimano questa situazione. Le istituzioni si pongono come istanze uniche ed esclusive, con un apparato burocratico organizzato in modo stabile per far sì che gli uomini al potere possano essere sostituibili. La centralizzazione si fa poi esterna in quanto il sorgere di uno Stato porta alla nascita a catena di altri Stati confinanti, i quali predisporranno le proprie istituzioni per poter regolare i rapporti con le altre nazioni: lo Stato vuole diventare l’unica sintesi politica ordinatrice, e il sistema degli stati sovrani presuppone un certo grado di interdipendenza politica tra essi, a livello europeo ma successivamente anche globale. Lo Stato porta al superamento di tutte le lotte religiose, perché è l’unica autorità che può definire i rapporti tra le confessioni all’interno del proprio territorio.
La precisa data di inizio dell’età moderna è stata dibattuta, le tesi più popolari la fanno coincidere con la fine dell’Impero Romano d’Oriente nel 1453, o con la scoperta dell’America da parte di Colombo, o ancora con la riforma di Martin Lutero che affisse le sue tesi sulle indulgenze alla chiesa di Wittenberg nel 1517. C’è tuttavia chi ritiene erroneamente che il termine “Stato” sia applicabile anche a contesti precedenti: ci sono antichisti che lo utilizzano riferendosi all’antico Egitto o alla Mesopotamia, c’è chi parla di “proto-stato”, teorie evoluzionistiche secondo le quali lo Stato è sempre esistito in qualche forma ed esisterà sempre. L’antropologo del secolo scorso Robert Carneiro definisce lo Stato come un’unità politica autonoma con un governo centralizzato e la facoltà di promulgare leggi e farle rispettare, riscuotere le tasse, arruolare uomini che lo difendano in guerra. Questi elementi, però, non si possono ritrovare nelle società del 4000 a.C., quando egli ritiene si possano considerare nati i primi Stati della storia. Altri studiosi, come Norberto Bobbio, considerano moderno lo Stato come “prodotto finito” di un’evoluzione nata e proseguita anche in tempi antichi e classici, perché vi proiettano il linguaggio e le categorie del diritto moderni,
ma ciò è indebito: è una nostra fallacia pensare alla politica al di fuori dello Stato. In realtà, l’organizzazione politica del medioevo e dell’età antica non è assimilabile a quella dell’età moderna, non sono forme statuali: lo Stato è un insieme di teorie su concetti come sovranità e rappresentanza, che non descrivono realtà già esistenti in natura, è un manufatto ideologico. Sulla precisa datazione esistono svariate differenze fra gli studiosi, che derivano dall’analisi di alcuni assetti di potere in epoca pre-moderna, ritenuti di carattere statuale da alcuni. Mentre per taluni studiosi la genesi dello Stato andrebbe fatta coincidere con le monarchie assolute del XV secolo, nelle quali il potere era accentrato nelle mani del Re, secondo altri questo non può bastare in quanto la produzione del diritto da parte di un ordinamento giuridico appare ancora troppo frammentaria. Dunque la forma statuale compiuta nascerebbe con la fine delle Rivoluzioni e la “rivoluzione giuridica” rappresentata dalla riorganizzazione napoleonica, che cambia lo stesso modo di concepire e formulare il diritto. Molti cercano di anticipare la nascita dello Stato: il professor Maurizio Fioravanti sostiene che anche in età antica e medievale esista una società statuale, seppur non sovrana e senza pretese di monopolio. Lo storico Pierangelo Schiera afferma che si devono esplorare le origini dello Stato nel medioevo maturo e Gianfranco miglio (1918-2001) indicava nel periodo 1250- 1350 “il grande secolo in cui si fonda lo Stato”. Arnaldo D’Addario (1922-2006 individua l’origine dell’ordinamento statuale nell’affermazione dei principati assoluti (in particolare quello toscano dei governi monarchici dei Medici). E ancora, c’è chi vede il prototipo dello Stato nei Comuni e nelle signorie medievali italiane, chi nello Standestaat del XIII secolo, chi afferma che sia da datare alle imprese di Napoleone. In realtà, lo Stato emerge dal Quattrocento e raggiunge la forma più matura due secoli più avanti. Niccolò Machiavelli (1469-1527) Niccolò Machiavelli, umanista e colto uomo politico fiorentino, viene considerato il primo vero scienziato della politica, dal suo saggio sul
inizia la riflessione sullo stato moderno. Egli ricopre varie posizioni politiche che lo mantengono attivo negli affari pubblici, in particolare è capo della seconda cancelleria e segretario di ambasciata: nel corso delle sue missioni diplomatiche ha modo di osservare il clima politico europeo, nel Cinquecento costellato di monarchie assolute. Quando i Medici tornano al potere a Firenze, Machiavelli viene mandato in esilio ed escluso dalla vita politica in quanto considerato un traditore: a San Casciano nel 1512 scrive “Il Principe” e i “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, che verranno messi all’indice dei libri proibiti. Studia i classici poiché ritiene che la natura umana sia immutabile, e di conseguenza anche la scienza politica: nonostante le differenti
desiderio di sicurezza delle masse. nessuna sensibilità per i problemi religiosi, anche se si trova all’inizio del secolo della Riforma nessun interesse per il diritto, in un secolo in cui nascerà la concezione giuridica dello Stato Prevale dunque una visione di un principato spietatamente utilitaristica: nessuna sensibilità per i problemi della legittimazione del potere, per il modo nel quale il principe deve presentarsi ai suoi seguaci e ai suoi sudditi → la legittimazione del potere è data solo dall’effetto deterrente della violenza e dell’uso della forza, grazie alla quale i sudditi seguono le leggi. Per Machiavelli è preferibile che il Principe sia temuto piuttosto che amato, egli deve essere coraggioso, capace di eccellere, in grado di convincere i sudditi della necessità delle regole che egli impone, un buon gestore del potere sui propri possedimenti: questa è la vera virtù politica. Questo atteggiamento è legato al pessimismo antropologico del Segretario fiorentino: che gli uomini sono naturalmente ed essenzialmente malvagi, egoisti ed opportunisti, e solo chi sa essere furbo nell’ingannare riesce a non essere ingannato, perché sarebbe fallace affidarsi alla lealtà degli uomini, irriconoscenti e meschini. Non per caso, l’eroe del Principe è Cesare Borgia (figlio del papa Alessandro VI detto “il Valentino”), del quale è particolarmente nota la spregiudicatezza, ma che aveva avuto sfortuna (il padre muore improvvisamente e la malattia lo coglie nel momento cruciale della sua espansione territoriale).
L’unico limite al potere del principe è la fortuna, ossia la potenza delle circostanze imprevedibili e arbitrarie che sfidano la virtù del principe. Se in principio Machiavelli pensava all’impossibilità di farvi fronte, poi non si è sentito di negare del tutto la capacità umana di dominare gli eventi, giungendo ad affermare che la fortuna controlli solo la metà delle azioni umane. “La fortuna è donna: ed è necessario, volendola sottomettere, batterla e urtarla. Le donne, poi, si sa si innamorano de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano” (la fortuna aiuta gli audaci, come dicevano i latini).
Il principe virtuoso sa agire preventivamente per evitare i danni causati dalla fortuna e mantenere il proprio potere. Ma virtù è anche capacità di cambiare comportamento a seconda delle condizioni: se necessario, si agisce in modo spietato. La politica è un gioco, e in quanto tale si può imparare: secondo questa visione meccanicista basta imparare i meccanismi del potere e come gestirli, per poter governare ed avere successo.
Il poeta italiano Ugo Foscolo, vissuto tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, fornisce una sua interpretazione repubblicana al Principe di Machiavelli, che sarebbe un’opera che tenta di portare alla luce i metodi oscuri e disonesti dei tiranni, smascherandone l’immoralità e la brutalità, al fine di fare riflettere, scioccare il lettore. Il Machiavelli “repubblicano” è inteso come la figura di passaggio che ci permette di cogliere la sopravvivenza del pensiero repubblicano classico in pieno Rinascimento. Tale interpretazione è condivisa anche da Baruch Spinoza e Jean- Jacques Rousseau e viene tuttora riproposta.
meglio di un principato, perché consente il vivere libero, che è preferibile al vivere sicuro dalla violenza e dai crimini delle monarchie. Questo sembra un cambiamento di ideologia rispetto al pessimismo antropologico del principe: nelle repubbliche il conflitto è risolto dal confronto, e se parlare può (anche se difficilmente) risolvere le controversie allora c’è anche del buono nell’uomo. Ciò è possibile però solo in una repubblica perfettamente bilanciata, altrimenti si rischierebbe una guerra civile e un grande numero di morti: in tal caso, sarebbe da privilegiare un principato che garantisca il vivere sicuro che è assente. Inoltre, il vantaggio della repubblica è la maggiore facilità con cui il capo del governo può cambiare: ciò aiuta a fronteggiare la fortuna, ponendo al potere un uomo sempre migliore del precedente nel gestire le diverse situazioni. Ancora oggi il dibattito su Machiavelli è aperto: ci si chiede se fosse repubblicano, monarchico, realista, scienziato politico. Questo perché le sue due opere principali sembrano lasciar trasparire orientamenti differenti: se il principe appare come un’inno alla monarchia, nei Discorsi vengono trattate le repubbliche a partire dai primi dieci libri dell’opera “Ab Urbe condita” di Tito Livio (dalla fondazione di Roma alla terza guerra sannitica). In realtà noi non possiamo dire con certezza che lui fosse un repubblicano o un monarchico, perché lui non lo ha mai reso noto: il critico italiano Luigi Russo (1892- 1961) sostiene che a Machiavelli non interessava la monarchia o la repubblica, ma semplicemente l'arte della politica. Questa teoria pare più convincente di quella repubblicana, data la prontezza di Machiavelli nel dispensare consigli a tiranni e oppressori, ma anche a cittadini rivoltosi.
Il nucleo fondamentale della comunità politica è la famiglia, che detiene il diritto di proprietà, governata da un pater familias, la cui patria potestas è una raffigurazione di quella del sovrano sullo Stato. B. (al contrario di Moro) non cerca un ipotetico Stato perfetto, ma uno Stato ben ordinato: teorizza che il regime perfetto sia quello monarchico legittimo, temperato da un governo popolare: tale regime assicura un grado di giustizia, moralità e funzionamento della società superiore a qualsiasi altra forma istituzionale, e garantisce un'obbligazione reciproca tra sovrano e cittadini, in cui il sovrano dà ai cittadini giustizia e protezione, e i cittadini danno al sovrano obbedienza e fedeltà. L’UTOPIA
L’utopia è un genere letterario di carattere politico: un'utopia è un assetto politico, sociale e religioso che non trova riscontro nella realtà, ma viene proposto come ideale e come modello. Il termine può anche riferirsi ad una meta intesa come puramente teorica e del tutto irraggiungibile. Quindi, per concezione utopistica si intende un ideale etico-politico che non ha possibilità, o comunque poche, di realizzarsi nella realtà sul piano istituzionale, ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell'azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti. In questo senso “utopismo” è diventato l’opposto di “realismo”. La prima utopia di tutta la storia è ‘La Repubblica’ di Platone. Tutte le utopie del XVI e XVII secolo sono un’evidente presa in considerazione della opera di Platone: società isolata, ‘chiusa’, comunione dei beni, totalitarismo della comunità politica, uguaglianza come sommo bene da proteggere, e inesistenza di conflitti e scioperi. I caratteri generali del genere utopico sono i seguenti:
indipendenti da altri stati o nazioni o culture che possono corrompere lo spirito della perfezione di essa.
nostro mondo, diventando semplici materiali; (in More viene utilizzato l'oro per fare catene per i prigionieri o vasi da notte).
nell'Utopia di More, c'è la possibilità di divorzio, l'eutanasia per i malati terminali.
società, vige generalmente la tolleranza religiosa
una vita decisa dalla società che lo comanda, anche nel suo intimo, viene deciso dall'alto la sua attività all'interno della società.
Le utopie hanno regimi generalmente totalitari che si impegnano nel far perdere ogni traccia di individualità dell'uomo. C'è uniformità sociale, non ci sono ceti o nobili, il legislatore ha una dignità notevole, quasi rappresentato come divinità, che ha posto le regole di tale società ideale. Poche leggi per la salvezza e felicità collettiva.
scopo di migliorare la razza (Platone), facendo accoppiare i migliori con i migliori e così via, l'educazione dei bambini non è genitoriale ma di carattere sociale, i figli, come generalmente le donne, sono un bene comune della società.
garantita dal fatto che sono state eliminate le passioni.
Campanella presenta una struttura circo-centrica a cerchi, in quella di More, l'isola comprende 54 città, uguali di lingua, architettura, istituzioni e leggi. “La Repubblica” (389-369 a.C.), opera in cui Platone immagina la polis ideale in cui vivere, si potrebbe definire la prima utopia, poiché la descrive senza alcun riferimento ad una comunità politica terrena. Il genere letterario dell’utopia però viene fatto risalire a Thomas More, che nel periodo in cui emerge il potere sovrano tratta di Repubbliche immaginarie (contemporaneamente, Machiavelli dà la risposta opposta allo stesso problema: il suo realismo politico descrive i principi della scienza politica e ricerca la verità effettuale della cosa) L’opera utopica del 1516 di More si intitola proprio utopia , da “òu topos”, cioè "non luogo", il posto che non c'è (nello specifico un'isola), oppure da “eu topos”, cioè luogo positivo, buono. Questa ambiguità potrebbe essere voluta: More descrive un’isola che non esiste ma anche perfetta e felice. Il filosofo calabrese Tommaso Campanella (1568-1639) scrive “La città del sole ” nel 1602, con evidenti analogie alla Repubblica di Platone. I secoli a lui successivi videro la fioritura delle utopie. Le più note del '600 sono “la nuova Atlantide” di Francis Bacon e “La repubblica di Oceana ” di James Harrington, ma è il '700 il secolo delle utopie, che siano cristiane, archeologiche, fantascientifiche.→ nel 1771 viene pubblicato il Best seller "L’anno 2440. Sogno se mai ve ne fu uno” di Louis-Sébastien Mercier (l’autore- narratore-protagonista si addormenta e sogna di svegliarsi in una parigi a settecento anni dalla sua nascita. Città, isole e regni collocati in non luoghi o in località esotiche, sotto terra, nello spazio Via via che ci si avvicina alla fine del secolo l'utopia assume forme
Nelle comunità utopiche l'uguaglianza è il sommo bene da proteggere, la comunione dei beni è la regola, il denaro non esiste, il commercio è abolito, bisogna evitare ogni possibilità di arricchimento. La vita utopica è perfetta, non ci sono rivolte, niente tumulti, non c'è però neanche un'evoluzione, un appiattimento. L'utopia è inoltre intimamente portatrice di un progetto laico e lontano da qualunque ideale di trascendenza religiosa, la religione non fa parte del regno dell'utopia.
Fondamentale la pedagogia : come in platone i cittadini devono essere plasmati e rieducati alla vita comunitaria, senza possibilità di contestazione il fattore pedagogico e culturale rientra in un modello tipico delle società chiuse: un modello in cui le persone sono plasmate e rieducate senza possibilità di contraddire o di opporsi al potere precostituito. Di fatto, nelle utopie e nelle distopie, l’esasperata ricerca dell’uguaglianza per tutti e tutto crea un’appiattimento totale di idee che non potrà mai generare quell’evoluzione che la pedagogia pone come obiettivo futuro. Nelle società utopiche i cittadini devono essere plasmati e rieducati alla vita comunitaria senza possibilità di contestazione Dal punto di vista politico prevale la noia, poiché non esiste un evoluzione ma le strutture politiche hanno raggiunto la piena maturità e non invecchiano mai poiché son perfette. L'utopia porta laicità, la religione è tassativamente esclusa, a meno che si parla di un culto totalmente superficiale. Lo spazio urbano utopico è ordinato e simmetrico, spesso ripetitivo. Oggi “utopistica” è ogni concezione politica e sociale che abbia minime possibilità di essere realizzata (l’opposto di realismo) Nel manifesto del partito comunista (1848) Marx ed Engels sostengono che tutti i pensatori precedenti a loro fossero utopisti, perché proponevano degli scenari sul futuro senza tener conto del corso della storia, manca una analisi scientifica della realtà. Si deve all’autore ungherese Karl Mannheim l'inizio di una rivalutazione del concetto di utopia nella storia: in Ideologia e utopia, del 1929, sostiene che se l'ideologia ha una funzione conservatrice (dunque tipica delle classi dominanti, che desiderano mantenere lo status quo), l'utopia al contrario rappresenta un modo di proiettare verso il futuro aspirazioni, speranze e idealità dei dominati. Mannheim però non si riferiva alle ideologie in senso stretto, ma a quei movimenti moderni che auspicavano il cambiamento dell'ordine politico e sociale (come il comunismo) Herbert Marcuse (1898-1977), esponente della Scuola di Francoforte, sostiene che l'utopia si realizzerà presto, portando una trasformazione sociale: gli unici limiti che si pongono sono quelli delle leggi fisiche e
scientifiche che governano il mondo. Thomas More (Tommaso Moro, 1478-1535) Umanista, scrittore e politico cattolico londinese, parte del circolo riformatore di Oxford e impegnato nella vita civile: ha una brillante carriera politica nel Regno di Enrico VIII, è membro della camera dei comuni, componente del Consiglio privato della Corona e Lord Cancelliere. Quando il parlamento vota l’Atto di Supremazia nel 1534 con cui si sancisce lo scisma anglicano Moro si rifiuta di accettarlo: viene imprigionato e giustiziato. Per questo motivo è stato santificato dalla Chiesa Cattolica.
capostipite del genere letterario-filosofico utopistico. In quest’opera vi sono due parti fondamentali:
prodotte dalle dinamiche economiche e sociali presenti in quegli anni in inghilterra
sociale della società perfetta nell’immaginaria isola di Utopia Il rapporto tra la prima e la seconda parte non è la critica alla società del tempo che fa nascere Utopia, ma al contrario è il mettere in evidenza come potrebbe essere una società che funziona bene, a mettere in luce i problemi della società del tempo, quasi a indicare che più che un assetto sociale perseguibile, quello di Utopia è in realtà un evidenziare un certo tipo di valori, come se fosse da utilizzare come criterio per diagnosticare e in qualche modo curare quelle che M. chiama le “malattie della società reale”. La repubblica federale dell’Isola di Utopia è stata fondata da un saggio legislatore illuminato, e qui il popolo vive nella concordia e nell’abbondanza. Caratteristiche di questa società: proprietà comune e non privata, abolizione del denaro, educazione permanente e ricerca e sviluppo di tecniche e “arti” utili a rendere più comodo e semplice il vivere dei cittadini. Tutto ciò affiancato a una moralità di fondo permette ai cittadini liberi di Utopia di perseguire il bene comune, mettere al bando l’ingiustizia sociale, sconfiggere la povertà, la corruzione e il vizio e alimentare sentimenti collettivi di virtù pubblica ma anche privata. Altro punto importante di Utopia: il concetto di famiglia, messo a fondamento dell’intera organizzazione sociale, produttiva e politica. La famiglia è al tempo stesso una comunità di vita, di lavoro, di educazione e di affetti, ed è l’unità principale che lega l’individuo allo Stato. E’ la struttura politica di base su cui poggiano tutti gli istituti rappresentativi. Famiglia eletta a luogo privilegiato di educazione e formazione della personalità dell’individuo.
costitutivi dell’animo umano, cioè potenza, sapienza e amore. La città è governata da un principe sacerdote, il Sole (o Metafisico), che ha tre Principi collaterali: Pon Sin e Mor, cioè Potestà (che si occupa dell’arte militare) Sapienza (ha cura delle scienze e delle arti meccaniche) e Amore (unisce gli uomini per farli procreare) La città è divisa in 7 cerchi, ognuno dei quali prende il nome dai pianeti, è divisa in piani ed è formata da palazzi tutti uniti gli uni agli altri, sulle cui mura sono riportate figure matematiche, leggi, carte topografiche, flora e fauna: la conoscenza intera della città. Il vero nemico della civiltà è la proprietà privata, la famiglia arriva a scomparire per lasciar spazio alla comunità delle donne, dei figli, dei beni. Nell'isola di Utopia di More il lavoro è di 6 ore per ognuno, e a quasi un secolo di distanza Campanella parla di turni di 4 ore, inoltre la crescita economica non ha nessun ruolo anzi deve essere evitata per non corrompere l’animo e distrarre le persone da attività più nobili (analogia con la Repubblica di Platone) Nella città del sole terminato il lavoro, si studia e la vita di ogni individuo è minuziosamente organizzata. Ma c'è di più: viene fatto un vero e proprio progetto di eugenetica e miglioramento della specie: i più belli e virtuosi si accoppiano solo con i propri simili (analogia Repubblica di Platone) Nella città vige la massima tolleranza, ma gli atei non possono essere eletti a cariche pubbliche DIRITTO NATURALE ANTICO E MODERNO La dottrina del diritto naturale accompagna la riflessione occidentale dal quinto secolo ac: ci si appella al diritto naturale all’interno dell’Impero romano, nel momento in cui bisogna giudicare due uomini di cittadinanze diverse, ma anche nel XVII e XVIII secolo durante le rivoluzioni per contrastare le monarchie assolute. L’idea di diritto naturale è stata utile alla ricerca di un canone per limitare il potere politico, valutare le forme di governo, discutere della giustizia. Dietro ogni teoria del diritto naturale si cela una ricerca di un ordine politico fondato sulla ragione, sul senso morale, sulle leggi immutabili dell’universo, sulla “natura umana”, sui principi di ciò che è giusto. Se per David Hume (1711 –1776) è impossibile argomentare sulla base di principi razionali in ambito etico, perché la morale risiede nel sentimento del soggetto, Immanuel Kant (1724-1804) crede nella possibilità di fondare un sistema etico e universale per tutti gli uomini, basato sulla ragione. Le dottrine fondate sul diritto naturale presentano questi elementi: la natura è conoscibile dall’uomo attraverso l’uso della sua ragione, la natura stessa fornisce valori sui quali orientare l’azione e questi sono universali, immutabili
e moralmente vincolanti per tutto il genere umano Dramma dell’Antigone di Sofocle, 441 a.C., eroina del diritto naturale Si deve ad Aristotele l’ingresso del tema “legge di natura” nella filosofia occidentale e la sua collocazione centrale nel dibattito che da allora si è sviluppato. La polis è nel suo stato naturale quando ricerca il vantaggio comune e la giustizia. Secondo gli stoici, la natura è governata da una legge universale razionale di origine divina: il massimo bene è vivere secondo natura e secondo la ragione. In campo sociale, le leggi, prodotte dalla ragione, possono realizzare la giustizia. Cicerone afferma che vi sia una legge superiore al potere politico, inviolabile e universale: l’essenza razionale dell’uomo, legge umana sostenuta da Dio.
L’idea di diritto naturale implica l’opposizione fra questo e le leggi e le convenzioni esistenti (es: dicotomia tra nomos, convenzioni, e physis, natura per i greci), ma per gli antichi i diritti individuali non superano le leggi civili, nonostante l’esistenza di uno standard di ciò che è giusto ed equo in ogni tempo. Il Medioevo cristiano fece un ampio utilizzo delle nozioni ciceroniane della legge, in particolare dell’idea che la legge sia un editto della natura e non la volizione del comandante supremo. Poi, siccome Cicerone era influenzato dagli stoici che ritenevano dio, la Natura e la ragione la stessa cosa, in alcune sue definizioni afferma che “la legge è data da Dio” e quindi nell’età cristiana non vi fu neanche bisogno di mutare i testi. SAN PAOLO DI TARSO fu il primo ad usare l’espressione “iscritta nel cuore degli uomini” per la legge di natura: e Colui che l’aveva iscritta era proprio Dio. Si tratta di qualcosa che ci insegna a distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La stessa legge, rivelata da Dio per mezzo di Mosè e confermata da Cristo nel Vangelo, è stata iscritta dal Creatore nella natura umana. MEDIOEVO MATURO Il diritto canonico incominciò a strutturarsi intorno al 1100, furono allora i pensatori cristiani ad utilizzare la nozione di diritto naturale in una maniera che già adombra l’uso rivoluzionario successivo. La legge di natura è ascrivibile a Dio: la sua autenticità si ritrova nelle Scritture. Giacché la legge naturale è data da Dio è di origine divina, non umana, e quindi soppianta qualunque altra legge ed è assolutamente vincolante. MONACO GRAZIANO 1411, “Decretum Gratiani” del monaco Graziano: raccolta ragionata volta a