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Plauto: vita e opere, Appunti di Lingua Latina

Una panoramica della vita e delle opere del drammaturgo romano plauto, che visse tra il iii e il ii secolo a.c. La posizione di plauto nella storia della letteratura romana, la sua influenza sulla commedia romana e la sua relazione con la commedia greca. Vengono inoltre analizzati i suoi stili di scrittura e la sua tecnica di adattamento dei modelli greci.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 14/02/2024

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I MENECMI DI PLAUTO
Plauto è uno degli autori più famosi della letteratura antica e i Menecmi è uno
dei capolavori che ha avuto più fortuna ed è rimasto a lungo nel tempo tanto
che le sue commedie furono rappresentate più volte e subirono pertanto
rifacimenti e manipolazioni ; il tema basato sull’ equivoco dei gemelli identici
ha avuto fortuna anche dal punto di vista cinematografico.
Il tema dei gemelli dopo l’ avvento della psicoanalisi è diventato nella
cinematografia e nella rappresentazione teatrale un tema macabro ed
inquietante. Di solito le storie che giano sui gemelli sono anche storie di
disturbi psicologico. Al tempo di Plauto non esisteva tutto ciò ed infatti lo
scambio dei gemelli era unicamente un gioco, un espediente scenico che
ovviamente rispondeva alle leggi della commedia.
Plauto, vita e opere
Ci troviamo nel III secolo a.C, in età arcaica, la quale finisce attorno al 90 a.C
con la fine della dittatura di Silla. E’ in questo periodo che si inserisce Plauto
che sta tra il 250 a.C e il 184 a.C. Si tratta di un’ esistenza piuttosto
evanescente, infatti Plauto come persona storica sappiamo ben poco e le
notizie che ci giungono sono autoschedasmi. Questo termine significa che i
grammatici quando cercavano di ricostruire la vita di un personaggio di cui si
sapeva poco, gli proiettavano addosso le caratteristiche tipiche delle opere
che avevano scritto, e gli attribuivano dunque il profilo dei personaggi delle
loro opere. Basti pensare a Lucrezio che nelle sue opere parlava delle follie d’
amore e San Girolamo lo definisce come “Pazzo d’ Amore”.
Plauto parla spesso di schiavi e servi furbi e scaltri, dunque, visto questo
personaggio ricorrente nelle sue opere, leggiamo in Aulogenio che ad un
certo punto della sua vita Plauto era diventato schiavo perché i suoi affari
erano falliti, e quindi trovandosi a corto dal punto di vista economico, passa
alcuni anni della sua vita in questa condizione. Ovviamente è una notizia non
affidabile visto che anche in questo caso, si tende ad attribuire all’ autore dei
caratteri tipici del suo personaggio.
Sembra che Plauto sia vissuto tra il 251 e il 184 a.C.. L’anno di nascita lo si
ricava da Cicerone (Cato 50), per cui il commediografo era già senex
(ultrasessantenne) quando scrisse il Truculentus e lo Pseudolus: poiché
questa commedia fu rappresentata nel 191, come riferisce una didascalia, il
251 sarebbe il terminus ante quem per la nascita. Sempre Cicerone (Brut.60)
ci riferisce come data di morte il 184 a.C. (la censura di Catone).
Secondo Gellio (3,3, 1-14) Plauto era un attore comico; dopo aver sperperato
con il commercio tutto quello che aveva guadagnato recitando, fu costretto a
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I MENECMI DI PLAUTO

Plauto è uno degli autori più famosi della letteratura antica e i Menecmi è uno dei capolavori che ha avuto più fortuna ed è rimasto a lungo nel tempo tanto che le sue commedie furono rappresentate più volte e subirono pertanto rifacimenti e manipolazioni ; il tema basato sull’ equivoco dei gemelli identici ha avuto fortuna anche dal punto di vista cinematografico. Il tema dei gemelli dopo l’ avvento della psicoanalisi è diventato nella cinematografia e nella rappresentazione teatrale un tema macabro ed inquietante. Di solito le storie che giano sui gemelli sono anche storie di disturbi psicologico. Al tempo di Plauto non esisteva tutto ciò ed infatti lo scambio dei gemelli era unicamente un gioco, un espediente scenico che ovviamente rispondeva alle leggi della commedia. Plauto, vita e opere Ci troviamo nel III secolo a.C, in età arcaica, la quale finisce attorno al 90 a.C con la fine della dittatura di Silla. E’ in questo periodo che si inserisce Plauto che sta tra il 250 a.C e il 184 a.C. Si tratta di un’ esistenza piuttosto evanescente, infatti Plauto come persona storica sappiamo ben poco e le notizie che ci giungono sono autoschedasmi. Questo termine significa che i grammatici quando cercavano di ricostruire la vita di un personaggio di cui si sapeva poco, gli proiettavano addosso le caratteristiche tipiche delle opere che avevano scritto, e gli attribuivano dunque il profilo dei personaggi delle loro opere. Basti pensare a Lucrezio che nelle sue opere parlava delle follie d’ amore e San Girolamo lo definisce come “Pazzo d’ Amore”. Plauto parla spesso di schiavi e servi furbi e scaltri, dunque, visto questo personaggio ricorrente nelle sue opere, leggiamo in Aulogenio che ad un certo punto della sua vita Plauto era diventato schiavo perché i suoi affari erano falliti, e quindi trovandosi a corto dal punto di vista economico, passa alcuni anni della sua vita in questa condizione. Ovviamente è una notizia non affidabile visto che anche in questo caso, si tende ad attribuire all’ autore dei caratteri tipici del suo personaggio. Sembra che Plauto sia vissuto tra il 251 e il 184 a.C.. L’anno di nascita lo si ricava da Cicerone ( Cato 50), per cui il commediografo era già senex (ultrasessantenne) quando scrisse il Truculentus e lo Pseudolus : poiché questa commedia fu rappresentata nel 191, come riferisce una didascalia, il 251 sarebbe il terminus ante quem per la nascita. Sempre Cicerone ( Brut. 60) ci riferisce come data di morte il 184 a.C. (la censura di Catone). Secondo Gellio (3,3, 1-14) Plauto era un attore comico; dopo aver sperperato con il commercio tutto quello che aveva guadagnato recitando, fu costretto a

spingere la macina di un mulino. Gellio non lo dice, ma questo tipo di lavoro era riservato agli schiavi, che in molte commedie plautine sono minacciati di subire un simile trattamento; si crede pertanto che la tradizione biografica sia nata da tale circostanza. Plauto ottenne fin da subito grande successo: le sue commedie furono rappresentate più volte e subirono pertanto rifacimenti e manipolazioni; inoltre diversi titoli gli furono attribuiti per accreditare opere di autori meno prestigiosi. Venne così a formarsi un corpus plautino comprendente un gran numero di commedie (130 secondo Gellio 130, circa 100 secondo Servio). Già dal II secolo ne furono curate varie edizioni, con didascalie, sigle dei personaggi e struttura metrica). L’erudito Varrone (116-27 a.C.) nel suo trattato De comoediis plautinis aveva distinto 21 commedie autentiche, 19 dubbie (ma a suo parere attribuibili a Plauto per ragioni stilistiche), e un gruppo di spurie. L’opera di Varrone condizionò la tradizione dei testi plautini, tanto che le commedie giunte fino a noi sono appunto le 21 varroniane ( Amphitruo , Asinaria , Aulularia , Bacchides , Captivi , Casina , Cistellaria , Curculio , Epidicus , Menaechmi , Mercator , Miles gloriosus , Mostellaria , Persa , Poenulus , Pseudulus , Rudens , Trinummus , Truculentus , Vidularia , quest’ultima frammentaria). Alla serie delle commedie si aggiungono 200 versi di tradizione indiretta, tratti da circa 30 commedie. La datazione delle commedie è assai difficile da stabilire: solo di alcune esistono le didascalie (lo Pseudolus fu rappresentato nel 191, lo Stichus nel 200), la Casina contiene un’allusione al senatusconsultus de Bacchanalibus del 186; una delle ipotesi è che Plauto abbia progressivamente ampliato le parti cantate, per cui le commedie più recenti sarebbero quelle più ricche di cantica. Dalle commedie stesse possiamo solo prudentemente ricavare che la Cistellaria fu rappresentata quando ancora durava la II guerra punica che volgeva al meglio per i romani; che le Bacchilides, composte dopo il 190 a.C furono precedute, probabilmente di poco, da una commedia che Plauto dichiara di essergli cara come se stesso: l’ Epidicus. Per sitle, lingua ,metrica e tecnica teatrale Nevio fu un grande punto di riferimento, essendo già celebre quando Plauto esordiva. Anche il nome di Plauto sembra essere un nome fittizio, in quanto è un nome parlante, come spesso erano anche i nomi dei personaggi delle sue opere. Uno dei personaggi di Plauto,ad esempio il parassita, prendeva il nome di Viniculus che può avere diversi significati; uno di questi è spazzola, poiché “spazzola la tavola quando mangia”, si riferisce dunque alla caratteristica del personaggio. Nel caso di Plauto, il nome è Tito Maccio Plauto che è stato tramandato nella forma dei tria nomina. Tali nomi erano posseduti a Roma dall’ aristocrazia

della civitas romana, molto attenta a celebrare i suoi successi e lo fa in particolare nella forma dell’ epica , la quale ha inizialmente uno stretto rapporto con l’ epica omerica, poi in seguito inizia ad assumere un proprio carattere, diventando un’ epica storica, basti pensare agli Annales di Ennio. In seguito avremo anche Nevio con le guerre puniche, I generi drammatici C’era un genere del teatro romano che prendeva il nome di praetesta e che è un tipo di tragedia ambientata a Roma, che metteva in scena personaggi della leggenda e della storia romana. La praetexa era infatti una tunica orlata di porpora usata dai magistrati romani in certe solennità. Una parte del teatro diventa un’ occasione per esibire le grandi imprese fatte da questi personaggi. Ennio scrive una praetexa chiamata Ambracia, che si basa sulla conquista della città di Ambracia, quindi il teatro diventa un modo per esibire ad un pubblico popolare queste conquiste e risvegliare il senso di appartenenza collettiva. Il teatro prevede però anche generi diversi che sono la commedia e la tragedia greca. Nel teatro latino e greco ci sono quattro tipi di generi teatrali. In opposizione alla praetexa romana, c’è la cothurunata (da cothurnus , calzatura rialzata che rendeva imponente l’attore tragico; va però osservato che il nome cothurnata è stato dato dai moderni, mentre gli antichi la chiamavano semplicemente tragoedia ); Poi abbiamo i due generi della commedia i quali sono la Palliata e la Togata che prendono nome da capi di abbigliamento. La commedia di ambientazione greca fu detta palliata , dal caratteristico costume greco, il pallium (un mantello di forma rettangolare), si rappresentava infatti una Grecia molto stereotipata; la commedia di ambientazione romana (pure riconducibile al teatro greco nella struttura e nella tipologia degli intrecci), era detta togata. Sempre in àmbito comico, esistevano poi l’atellana (la farsa a maschere fisse di origine osca) e il mimo, che si affermerà sulle scene romane dall’epoca di Cesare ai padri della Chiesa. Questo avviene perché durante questo periodi di espansioni e di conquiste, spostandosi soprattutto verso sud, i romani vengono a contatto con la cultura greca, la quale è dominante. Una frase di Orazio dice” Grecia conquistata, conquistò il fiero vincitore”. Come direbbe Gianbiagio Conte, la letteratura latina è una letteratura di secondo grado che nasce interamente dalla tragedia greca. Anche a teatro infatti è proprio la Grecia quella che piace di più. Un grande successo lo riscuote infatti la palliata, nella quale i personaggi greci sono interamente stereotipati e viene rappresentata una Grecia ibrida, non esistente, alla quale Gatwick assegna la definizione di “plautopoli”.

Il rapporto con i modelli greci Sia la tragedia cosiddetta cothurnata che la commedia palliata si presentano come versioni latine di originali greci. La produzione teatrale attica viene trasferita in un diverso sistema linguistico-culturale, un’operazione che richiede una serie di adattamenti: in primo luogo le opere teatrali dovevano tener conto delle esigenze di un pubblico ampio (a teatro andavano anche le donne e gli schiavi) e non necessariamente dotto; l’uditorio era rumoroso e volubile (una descrizione efficace è nel prologo del Poenulus plautino), pertanto, se lo spettacolo non era abbastanza avvincente, poteva accadere che gli spettatori se ne andassero ad assistere alle esibizioni dei saltimbanchi o ai combattimenti di pugilato. La tragedia, in genere ispirata ai modelli di Euripide e di Sofocle, accentuava, rispetto agli originali greci, gli aspetti spettacolari e patetici: i protagonisti venivano posti in situazioni estreme (delitti orrendi, efferatezze di ogni genere), sullo sfondo di paesaggi non comuni, evocati da dettagliate descrizioni. Anche l’apparato scenico era grandioso, con costumi fastosi e numerose comparse. La traduzione Una parola chiave di questa epoca è uertere o vertere. E’ un verbo di movimento che vuol dire trasformare, cambiare il verso di un testo. La traduzione viene vista come una vera e propria opera di riscrittura. Plauto è un traduttore di commedie già andate in scena, ma questa traduzione comporta anche delle modifiche e una rielaborazione. Spesso molte parti vengono tolte o aggiunte completamente nuove, scene riprese da altre commedie greche tradotte ecc. E’ una vera e propria manipolazione dei testi greci. La letteratura romana, dunque, nasce inevitabilmente dall’imitazione di quella greca, non si tratta però dell’assunzione passiva di un modello, ma di una «traduzione artistica», che ricrea l’originale, adattandolo alle esigenze del pubblico romano. Roma si fa così erede ed interprete dei valori del mondo greco ellenistico: universalismo e individualismo trovano un nuova realizzazione nell’ humanitas romana. La letteratura arcaica è una letteratura in frammenti e Plauto è una delle poche figure di cui abbiamo delle opere intere. La Palliata Quanto alla palliata , la commedia latina si propone come rielaborazione della “commedia nuova” (Néa) di età ellenistica, in particolare dei lavori di Menandro, Difilo e Filemone. Questa mette in scena trame complicate (intrighi d’amore, peripezie, riconoscimenti) con personaggi stereotipati (il soldato presuntuoso, il lenone, il cuoco); è divisa in atti e alterna uno “parlato” (in trimetri giambici) e “recitativo” (versi più lunghi, giambico trocaici, declamati con accompagnamento musicale): l’intento è quello di riprodurre lo

Gli autori di palliata: I principali sono Plauto e Terenzio, gli unici di cui ci siano pervenuti testi integri, ma non furono i soli: anche Livio Andronico, Ennio, Nevio, Cecilio, Turpilio e altri minori scrissero palliate di cui ci sono giunti pochi frammenti, a volte solo titoli. I modelli greci La commedia a cui Plauto si ispira è la cosiddetta commedia nuova o detta anche nea. Le commedie plautine sono adattamenti da originali greci, per lo più della Commedia Nuova. A differenza di Terenzio, Plauto non specifica di volta in volta il suo modello, né mostra preferenze per un autore in particolare; si rifà a Menandro (nelle Bacchides , Cistellaria , Srichus e nell’ Aulularia ); a Difilo ( Casina , Rudens , Vidularia ), a Filemone ( Mercator e Trinummus ), ma non mancano riprese da un certo Demofilo ( Asinaria ), da Alessi ( Poenulus ) e dalla Commedia di Mezzo ( Amphitruo , ricondotta a Rintone, e Persa). Plauto, pur recuperando dai modelli la trama e gli intrecci, attua una profonda rielaborazione, sia strutturale che linguistica. I titoli, ad esempio, vengono quasi sempre cambiati rispetto all’originale e non di rado sono dati dal nome di uno schiavo ( Pseudolus , Epidicus ), una figura a cui Plauto dedica uno spazio più ampio che in àmbito greco. In generale, le peculiarità della riscrittura plautina sono le seguenti:

  1. Rispetto ai modelli, Plauto ha spesso ampliato lo spazio di certi personaggi (soprattutto il servus ), espandendo le scene farsesche e sopprimendone altre di minore effetto comico; egli ha dunque praticato quella che Terenzio chiama la contaminatio , ossia l’innesto di un modello secondario all’interno del modello principale.
  2. Diversamente degli autori della commedia nuova, interessati al realismo dell’azione drammatica e all’approfondimento degli aspetti psicologici, Plauto punta sull’effetto buffonesco dei dialoghi, su una comicità «dell’improvviso» che ricorre ai giochi di parole, ai neologismi, ai doppi sensi; numerose le allusioni alla vita romana alle istituzioni politiche, alle pratiche religiose, alle procedure legali.
  3. Tipicamente plautina è la riduzione delle parti parlate (i deverbia ), a favore di quelle cantate ( cantica ), che possono occupare anche un terzo della commedia (ad es. nella Casina ); i cantica possono consistere in pezzi monodici, duetti o terzetti e sono caratterizzati da una grande varietà metrica (l’epigramma 73 Blänsdorf esalta la versatilità metrica di Plauto, i numeri innumeri ). Tra i cantica più famosi, quello del lenone Ballione ( Pseudolus 133-264), che impartisce ordini a schiavi e meretrici con il linguaggio del magistrato romano, o il monologo dell’innamorato

Alcesimarco ( Cistellaria 203-224), che esprime davabti al pubblico le sue pene d’amore usando i tono dell’eroe tragico. Le ipotesi formulate sul modo di procedere di Plauto rispetto agli originali greci hanno trovato una conferma nel ritrovamento del Dis exapaton (“Doppio inganno”) menandreo, che fa da modello alle Bacchides plautine: Plauto, pur conservando la struttura complessiva della commedia, ha cambiato il titolo e i nomi dei personaggi; inoltre ha tagliato alcuni dialoghi in modo da giungere più rapidamente allo scioglimento del dramma e ha fuso due monologhi in uno solo. È infine evidente che la traduzione plautina (il vertere di Plauto) presenta le caratteristiche di una vera e propria riscrittura volta ad esaltare al massimo la creatività verbale e stilistica dell’autore. I personaggi Questa commedia potrebbe definirsi “sofisticata”, con un rovesciamento dei tipici stereotipi, sul modello di Menandro La figura della prostituta che di solito è una figura aggressiva nella tradizione comica, è invece una figura più , sofferente, malinconica. Menandro fa riflettere molto sulla dimensione emotiva e psicologica dei personaggi. Plauto questo aspetto lo cancella definitivamente e lo riduce a zero. Come nella commedia nuova, i personaggi della palliata sono fissi (si discute infatti se gli attori portassero maschere per i diversi tipi): l’innamorato, il vecchio genitore, la meretrix , il servus , il leno , il cuoco compaiono pressocché sempre. Se Menandro cercava di approfondire i caratteri in senso realistico, Plauto mira piuttosto ad accentuare l’elemento caratteristico di ogni tipo, giungendo alla caricatura in personaggi come il soldato vanaglorioso, la meretrice rapace, il servo astuto, il vecchio avaro. Gli intrecci Come i personaggi, anche gli intrecci sono estremamente prevedibili: vengono in genere anticipati nel prologo, in cui uno dei personaggi, una divinità o un concetto astratto ( Auxilium , Luxuria , Inopia ) si rivolgono direttamente al pubblico per informarlo dell’antefatto. Di solito il punto di partenza dell’azione è un conflitto - tra padri e figli, padroni e schiavi, ricchi e poveri – per il raggiungimento di un bene (donna o denaro). Il desiderante è assistito da un servo che finisce per essere il vero e proprio protagonista. Egli organizza inganni sempre più complessi per assistere il giovane padrone qualificandosi come il demiurgo dell’azione, quasi un eroe epico-tragico (esempi significativi sono Pasudolo, nell'omonima commedia, e Crisalo, nelle Bacchides ). In quanto organizzatore dell’intreccio, il servo diviene una specie di alter ego del poeta: lo spettatore assiste alla messa in scena di situazioni fittizie di cui lo schiavo è il regista (ad esempio, nello Pseudolus , Pseudolo fa travestire Simia per fargli prendere il posto di Arpace); attraverso il servo poeta, quindi, il teatro plautino rappresenta se stesso in una sorta di specchio, svelando allo spettatore i propri meccanismi (un procedimento definito “metateatro”). Risolutivo, per lo scioglimento della commedia è

All’ inizio era un teatro bastato sull’ improvvisazione, infatti non c’erano testi ma solo canovacci. Ci sarà solo in età repubblicana l’ atellana letterari id cui ci sono rimaste alcune testimonianze. Quando si propone una commedia basata su un testo scritto, greco per un pubblico così particolare bisogna inserire qualcosa che catturi l’ attenzione degli ascoltatori. Plauto aggiunge degli elementi che riguardano la vita di Roma anche se la Palliata è di ambientazione greca ed inserisce anche la musica, il canto, che nella commedia greca non era presente. Dobbiamo pensare che nelle commedie di Plauto, alcune parti del testo venivano cantate, lo possiamo capire dalla C a bordo pagina che significa Canticum. Le trame complicate tipiche della commedia greca vengono conservate perché piacevano al pubblico, ma i personaggi diventa in Plauto molto più stereotipato di quanto non fosse in Menandro. In plauto gli stereotipi sono confermati perché facevano ridere. Una figura che plauto utilizza molto e che accentua i suoi tratti tipici, è la figura del servo, che nella commedia di Plauto diventa un imbroglione aggiungendo caratterisitche. Spazio teatrale A Roma a differenza della Grecia, non c’erano teatri in muratura. A Roma si comincia con delle strutture lignee che venivano montate in città per dare possibiltà agli attori di esibirsi. L’organizzazione di questi eventi era curata dal magistrato della res publica, l’ edile addetto anche ai ludi, agli spettacoli. Tutti gli eventi avvenivano durante la bella stagione quindi tra la primavera e l’ inizio dell’ autunno, poiché si stava all’aperto. Gli edili facevano di tutto per allestire delle gare a cui partecipavano diversi poeti, però in realtà la gestione delle gare a Roma era un po' diversa e non erano tanto importanti i poeti in sé ma i loro intermediari, c’erano infatti degli impresari teatrali che gestivano le compagnie di attori alle loro dipendenze ed erano loro a contrattare con l’ Edile la commedia da portare in scena. E l’edile che era un politico, nello scegliere le commedie, non usava un criterio culturale, ma basato sulla posizione del consenso, sceglieva cioè delle commedie che potessero avere una forte presa sul pubblico. Questo spiega perché un poeta come Plauto diventa molto popolare e invece un poeta come Terenzio che è più vicino ai modelli greci e propone una commedia più sofisticata, ha meno successo Si comincia a costruire teatri in muratura nel 55 a.C,il primo teatro è stato quello di Pompeo. Tipicamente la scena romana è sempre una scena urbana, con le abitazioni perché i personaggi non fanno altro che entrare e uscire da queste case o arrivare in scena dai due lati dell’ abitazione stessa che convenzionalmente sono associati ai due diversi lati della città, un lato va verso il porto da dove arrivano i personaggi stranieri e l’ altro invece va verso

l’agorà, mentre nella palliata romana si va al foro. La palliata romana è un mondo ibrido quindi ci sono dei personaggi greci ma anche delle situazioni della tipica vita quotidiana romana, poiché c’era l’ esigenza di attirare l’ attenzione del pubblico romano, rappresentando nelle scene nella quale potesse rispecchiarsi. Uno scenario simile lo abbiamo anche nei menecmi, dove ci sono due abitazioni sullo sfondo, una che è la casa di uno dei due gemelli e l’ altra è la casa della sua amante. Un altro tema della differenza tra il teatro greco e quello romano, è il problema delle maschere. Noi abbiamo dati certi che ci dicono che nel teatro greco si usassero delle maschere tragiche e delle maschere comiche, non così per il teatro romano, non abbiamo infatti nessuna prova esplicita dichiarata, le uniche maschere che abbiamo sono delle maschere in pietra che venivano utilizzato come ornamento delle abitazione. Non è una notizia sicura che a Roma si usassero e questo ha aperto un dibattito tra gli studiosi Se leggiamo alcune commedie ci sembra strano però che in queste commedie non venissero usate le maschere come le commedie del doppio come quella di gemelli o dell’anfitrione, quando Giove prende le sembianze di Anfitrione. Sono soprattutto gli studiosi anglosassioni che rifiutano la maschera perché hanno una concezione diversa, basta sul modello shakespiriano secondo il quale la maschera non era ammissibile in quanto l attore doveva essere riconoscibile dal pubblico ed era importante anche la voce perchè l’ attore popolare era un elemento di attrazione per il pubblico, nel quale esso si doveva riconoscere. Emilio Turpio era un attore che favori molto quella dose di successo che ebbe Terenzio. Non ci sono prove certe ma si pensa che le maschere venissero usate a Roma I menecmi è un una commedia basta sullo scambio di persona e pone il problema che il pubblico doveva distinguere bene i due personaggi, era essenziale che il pubblico li riconoscesse. Nell’ Anfitrione viene già detto nel prologo che Giove è quello con un cordoncino dorato sulla veste. Nei menecmi ci sono dei segnali che diventano per il pubblico man mano più chiari, un gemello infatti ha sempre con sé un oggetto, importante anche la sequenza delle parti cantate e non cantate, infatti un gemello canta e l’ altro no. E questo contribuisce a delineare delle caratteristiche proprie del gemello, anche nel cinema contemporaneo infatti vengono spesso differenziati i due gemelli identici, proprio in base al carattere. Qui abbiamo un gemello molto festoso, allegro etc, l’ altro invece più cupo e malinconico per certi aspetti.

M enaechmum omnes civem credunt advenam.

E umque appellant meretrix, uxor, et socer.

I se cognoscunt fratres postremo invicem

M ercator Siculus, quoi erant gemini filii,

E i surrepto altero mors optigit.

N omen surrepticii indit illi qui domist

A vos paternus facit Menaechmum e Sosicle.

Un mercante siciliano che aveva due figli gemelli morì dopo che

uno dei due gli era stato rapito. Il nonno paterno dà al figlio rimasto

a casa il nome del rapito: da Sosicle, lo rende Menecmo.

Mercator Siculus...

surrepto altero abl. ass. (= sub. temp. 1° gr.)

ei... mors optigit PP con anacoluto

quoi (= cui) erant gemini filii sub. 1° gr. relativa

nomen surrepticii indit illi coord. alla PP

qui domist (= domi est) sub. 1° gr. relativa

avos (= avus) paternus facit coord. alla PP

Menaechmum e Sosicle.

E t is germanum, postquam adolevit, quaeritat 5

C ircum omnis oras, post Epidamnum devenit.

H ic fuerat alitus ille surrepticius.

M enaechmum omnes civem credunt advenam.

E umque appellant meretrix, uxor, et socer.

I se cognoscunt fratres postremo invicem. 10

E questi, una volta cresciuto, va cercando il fratello per ogni lido,

infine giunge a Epidamno. Qui era stato cresciuto il fratello rapito.

Tutti credono che lo straniero sia il Menecmo loro concittadino. Lo

chiamano così l’amante, la moglie e il suocero. Infine i fraelli si

riconoscono l’un l’altro

E t is germanum.... quaeritat PP

C ircum omnis (= omnes) oras,

postquam adolevit sub. temp. 1° gr.

post (= postea) Epidamnum devenit. coord. alla PP

H ic fuerat alitus (= erat alitus) ille surrepticius. PP

M enaechmum omnes civem credunt advenam. PP

E umque appellant meretrix, uxor, et socer. PP

I se cognoscunt fratres postremo invicem. PP

nam homini misero si ad malum accedit malum,

maior lubido est fugere et facere nequiter.

nam se ex catenis exĭmunt aliquo modo,

tum compediti anum lima praetĕrunt 85

aut lapide excutiunt clavom. nugae sunt eae.

Perché per un disgraziato, se a un male se ne aggiunge un altro, è

ancora più grande la voglia di scappare e di combinare guai. E

allora in un modo o nell’altro si disfano delle catene: se hanno i

piedi legati, segano l’anello con la lima, o spaccano il chiodo con un

sasso. Sono cose da niente, queste!

nam homini misero si sub. 1° gr. protasi

... ad malum accedit malum 1° tipo

maior lubido (= libido) est

.... fugere et facere nequiter. PP (apodosi)

nam se ex catenis exĭmunt coord. apodosi

aliquo modo

tum compediti anum PP con part.

sostantivato

lima praetĕrunt

aut ... excutiunt clavom (=clavum). coord. alla PP

nugae sunt eae. PP

quem tu adservare recte, ne aufugiat, voles,

esca atque potione vinciri decet.

apud mensam plenam homini rostrum deliges;

dum tu illi quod edit et quod potet praebeas, 90

suo arbitratu ad fatim, cottidie,

numquam edepol fugiet, tam etsi capital fecerit,

Se vuoi tenere uno sotto stretta sorveglianza, che non scappi,

bisogna che lo leghi col mangiare e con il bere. Legagli il muso a

una tavola imbandita; finché gli dai da mangiare e da bere a

volontà, a sazietà, ogni giorno, non fuggirà mai, per Pollùce!

neanche se ha commesso un delitto capitale;

facile adservabis, dum eo vinclo vincies:

ita istaec nimis lenta vincla sunt escaria,

quam magis extendas, tanto adstringunt artius. 95

lo sorveglierai facilmente, finché lo legherai con questa catena; e

poi queste catene commestibili sono davvero elastiche: quanto più

le allunghi, tanto più stringono.

facile adservabis PP

dum eo vinclo vincies sub. 1° gr. temp.

ita istaec (= ista) nimis lenta vincla

... sunt escaria: PP

quam magis extendas sub. 1° grado comp.

tanto adstringunt artius. PP

domi domitus sum usque cum caris meis. 105

È così, il ragazzo: gran mangiatore, dà cene degne di Cerere, mette

su certe tavole, sistema certe moli di piatti: bisogna alzarsi in piedi

sul letto, se si vuole qualcosa dalla cima. Ma in questi giorni, ormai

da molti, c’è stata un’interruzione. Sono stato chiuso in casa tutto il

tempo con i miei cari

Cerealis cenas dat PP

ita mensas exstruit coord. alla PP

tantas struices concinnat patinarias coord. alla PP

standumst (= standum est) in lecto PP (apodosi)

si quid de summo petas. sub. 1°gr. protasi

(2°tipo)

sed mi (= mihi) intervallum... fuit coord. alla PP

domi domitus sum... cum caris meis coord. alla

coord

nam neque edo neque emo nisi quod est carissumum. †id quoque iam, cari qui instruuntur deserunt. nunc ad eum inviso. sed aperitur ostium. Menaechmum eccum ipsum video, progreditur foras [109] difatti io mangio e compro solo quello che è più caro. E c’è anche questo: i miei cari, appena si schierano a tavola, spariscono. Adesso vado a fargli visita. Ma si apre la porta. Ecco, vedo Menecmo in persona: sta uscendo. nam neque edo PP neque emo nisi (id) coord. alla PP quod est carissumum. sub. rel 1° gr. †id quoque iam (est): PP cari.... deserunt coord alla PP qui instruuntur sub. rel 1° gr. nunc ad eum inviso. PP

sed aperitur ostium. coord alla PP Menaechmum eccum ipsum videoPP progreditur foras coord. alla PP

Scena II

(vv. 110-181)

canticum di Menecmo I (il gemello di

Epidamno)

MENAECHMUS:

ni mala, ni stulta sies 110 ni indomita imposque animi 110a quod viro esse odio videas, 111 tute tibi odio habeas. 111a praeterhac, si mihi tale post hunc diem 112 faxis, faxo foris vidua visas patrem e se non fossi cattiva e stupida, se non fossi selvatica e fuori di te, quello che vedi essere in odio a tuo marito, lo detesteresti tu sola per te. Inoltre, se dopo questa giornata mi farai una cosa simile, farò in modo che tu te ne vada fuori a far visita a tuo padre, senza marito. ni (= nisi) mala (sis) sub. 1° gr. (protasi) ni stulta sies coord. protasi (nisi sis) indomita imposque animi coord. protasi quod... videas sub. 1° gr. rel. (id) viro esse odio sub. 2° gr. inf. ogg. (id) tute tibi odio habeas. PP (apodosi) praeterhac, si mihi tale... faxis sub. 1° gr. (protasi) faxo PP (apodosi) foris vidua visas patrem sub. 1° gr. completiva ogg. paratattica . nam quotiens foras ire volo, 114 me retines, revocas, rogitas, 114a quo ego eam, quam rem agam, quid negoti geram [115] quid petam, quid feram, quid foris egerim. Perché tutte le volte che voglio uscire, mi trattieni, mi chiami indietro, insisti a domandare: dove vado, cosa faccio, che affare sto trattando, cosa cerco, cosa porto, cosa ho fatto fuori.