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Appunti Welfare State, Appunti di Scienze Umane

Appunti quinto anno scienze umane sul Welfare State

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 31/10/2021

Chiaramilano1712
Chiaramilano1712 🇮🇹

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Il Welfare State: aspetti e problemi
Nella seconda metà del XX secolo, gli Stati europei sconvolti dalla guerra e
dall’esperienza totalitaria ritornarono alla legalità e alla democrazia. In questo contesto
storico si affermò un nuovo modello di rapporto tra Stato e società, efficacemente
indicato dall’espressione Stato sociale (o Welfare State, letteralmente Stato del
benessere”), che rappresentò una tappa significativa del processo di integrazione tra
Stato e società.
Il Welfare State è lo Stato che non abbandona il cittadino, ma lo assiste in ogni
momento della sua esistenza, fornendogli gratuitamente una serie di servizi
essenziali (formativi, sanitari e assistenziali di vario tipo) a cui un tempo provvedevano
le famiglie e le associazioni caritatevoli o solidaristiche.
Storicamente il Welfare State fu messo a punto per la prima volta dal governo laburista
britannico tra il 1945 e il 1950 con l’attuazione del servizio sanitario nazionale gratuito.
Successivamente si diffuse in altri Stati europei, tra l’Italia, attraverso una serie di
importanti riforme sociali realizzate negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso,
di cui citiamo le più importanti: nazionalizzazione dell’industria elettrica (1962);
innalzamento dell’obbligo scolastico a 14 anni e scuola media unificata (1962); riforma
del diritto di famiglia (1975); legge sull’equo canone di affitto (1978); creazione del
sistema sanitario nazionale (1978).
In termini generali e di principio, l’obiettivo del Welfare State, specialmente europeo,
è quello di garantire l’uguaglianza sociale in contesti economici di libero mercato,
rompendo un tabù del liberalismo classico: il divieto per lo Stato di intervenire nelle
dinamiche spontanee della domanda e dell’offerta di beni e servizi.
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Il Welfare State : aspetti e problemi Nella seconda metà del XX secolo, gli Stati europei sconvolti dalla guerra e dall’esperienza totalitaria ritornarono alla legalità e alla democrazia. In questo contesto storico si affermò un nuovo modello di rapporto tra Stato e società, efficacemente indicato dall’espressione Stato sociale (o Welfare State, letteralmente “Stato del benessere”), che rappresentò una tappa significativa del processo di integrazione tra Stato e società. Il Welfare State è lo Stato che non abbandona il cittadino, ma lo assiste in ogni momento della sua esistenza, fornendogli gratuitamente una serie di servizi essenziali (formativi, sanitari e assistenziali di vario tipo) a cui un tempo provvedevano le famiglie e le associazioni caritatevoli o solidaristiche. Storicamente il Welfare State fu messo a punto per la prima volta dal governo laburista britannico tra il 1945 e il 1950 con l’attuazione del servizio sanitario nazionale gratuito. Successivamente si diffuse in altri Stati europei, tra l’Italia, attraverso una serie di importanti riforme sociali realizzate negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, di cui citiamo le più importanti: nazionalizzazione dell’industria elettrica (1962); innalzamento dell’obbligo scolastico a 14 anni e scuola media unificata (1962); riforma del diritto di famiglia (1975); legge sull’equo canone di affitto (1978); creazione del sistema sanitario nazionale (1978). In termini generali e di principio, l’obiettivo del Welfare State, specialmente europeo, è quello di garantire l’uguaglianza sociale in contesti economici di libero mercato , rompendo un tabù del liberalismo classico : il divieto per lo Stato di intervenire nelle dinamiche spontanee della domanda e dell’offerta di beni e servizi.

È quindi evidente che si tratta di un obiettivo di non facile raggiungimento, in quanto ogni intervento che tenda a difendere la libertà di iniziativa economica rischia di alimentare la disuguaglianza (ad esempio, agevolare un imprenditore nell’apertura di una nuova azienda può comportare la diminuzione delle tutele per chi vi lavorerà), così come ogni intervento che miri a ridurre la disuguaglianza rischia di limitare la libertà personale (per riprendere l’esempio precedente, per tutelare le condizioni di lavoro e gli stipendi dei dipendenti di una nuova azienda si rischia di scoraggiare l’imprenditore che intenda avviare una nuova attività). Allo scopo di trovare un giusto equilibrio tra i due poli della libera iniziativa economica e dell’uguaglianza tra i cittadini, il Welfare State individua e tutela i cosiddetti diritti sociali , come il diritto all’istruzione, alla casa, alla salute, all’integrità fisica sul posto di lavoro. Rispetto ai diritti civili e politici, i diritti sociali comportano dunque un intervento diretto dello Stato, il quale attraverso il prelievo fiscale ridistribuisce la ricchezza del Paese a favore dei ceti più deboli , erogando servizi di vario tipo (scolastici, sanitari, pensionistici ecc.). Utilizzando la contrapposizione tra “libertà negativa” e “libertà positiva”, tematizzata dal filosofo politico inglese Isaiah Berlin (1909-1997) e dal politologo italiano Norberto Bobbio (1909-2004), possiamo affermare che: ▪ Lo Stato liberale , tutelando i diritti civili , garantisce la libertà negativa (o libertà “da” ), cioè quella forma di libertà a cui ci appelliamo quando chiediamo di non essere ostacolati, nell’esercizio delle nostre facoltà di individui liberi, da interferenze dello Stato o da altri cittadini;

Sul piano politico , il Welfare State può mettere in difficoltà il parlamento , impegnandolo in discussioni senza fine ed esponendolo alle pressioni di gruppi organizzati influenti che tutelano i propri interessi. Infatti, ogni volta che si decide di erogare un servizio gratuito in favore di una certa categoria di persone (ad esempio, gli anziani o i malati psichici), ci si trova ad affrontare le richieste di chiarimento o addirittura l’opposizione di quei parlamentari che sostengono gli interessi di altri gruppi, i quali, avendoli votati, si attendono da loro provvedimenti in proprio favore; senza contare poi la pressione dei sindacati, associazioni di categoria, gruppi di volontariato, organi di stampa, che invitano governo e parlamento a mettere in agenda la soluzione di particolare problemi sociali a loro avviso trascurati. Tutto questo avviene perché la tutela dei diritti sociali non riguarda tutti i cittadini indistintamente (come avviene nel caso dei diritti civili), ma impone delle scelte a favore delle situazioni giudicate più urgenti. Sul piano organizzativo , il Welfare State è caratterizzato dall’ espansione della macchina statale e dall’ aumento dei suoi dipendenti , sia di quelli impegnati a prestare direttamente un servizio (medici, infermieri, insegnanti), sia di quelli preposti a garantire la legittima fruizione dei servizi stessi (personale amministrativo e burocratico). Negli ultimi decenni il pubblico impiego ha costituito, e in parte costituisce ancora oggi, un’occasione di elevazione sociale e una garanzia di stabilità professionale: non stupisce dunque che tendenzialmente la domanda di lavoro nell’ambito dei servizi pubblici superi l’offerta, al punto che la creazione di nuovi posti è stata talvolta finalizzata più ad assecondare le aspirazioni professionali di potenziali elettori che a rispondere agli effettivi bisogni dei cittadini.

Il risultato complessivo di questo fenomeno, al di là della sua più o meno plausibile giustificabilità, è stato un ingigantirsi della macchina amministrativa ignoto alle forme più tradizionali di Stato.

2. Declino o riorganizzazione del Welfare State****? I problemi appena ricordati hanno purtroppo contribuito, negli anni Settanta del secolo scorso, all’avvento di un periodo di crisi e di declino del Welfare State e all’avvio di un difficile processo di riorganizzazione della complessa trama di rapporti tra Stato e società, ovvero tra pubblico e privato. La crisi ha ragioni sia interne alla forma dello Stato sociale sia esterne : ▪ Tra le cause interne , accanto alle disfunzioni organizzative di cui abbiamo già parlato, va segnalata la tendenza della società civile a moltiplicare le richieste di tutela , sia a manifestare la sua insoddisfazione per un servizio giudicato inadeguato e insufficiente, oltre che massificante e omologante. D’altronde, il forte incremento dei servizi comporta quasi necessariamente un effettivo malfunzionamento del sistema, sia per quanto riguarda la distinzione tra le esigenze, sia per quel che concerne la tempestività della risposta ai bisogni del cittadino;

Per esprimere questo concetto si parla talora di passaggio dal Welfare State alla Welfare Society (o Community ): non un’erogazione di servizi da parte della struttura pubblica, ma una rete di supporto ai bisogni che coinvolga più soggetti sociali (enti, associazioni, volontariato, privati cittadini ecc.) nei confronti dei quali lo Stato può svolgere un’opera di coordinamento.

3. Una questione dibattuta: le politiche per la famiglia Una questione di rilievo, che è emersa con una certa frequenza soprattutto nel dibattito politico del nostro Paese, è quella degli interventi del Welfare State nei confronti della famiglia , intesa come soggetto sociale specifico e destinatario di un’attenzione particolare. A giustificare la centralità di una tale questione concorrono diversi fattori. Innanzitutto, nel nostro Paese è la stessa Costituzione a dare alla famiglia una centralità particolare , riconoscendola portatrice di autonomi diritti (purché sia sancita dal vincolo matrimoniale, dal momento che le cosiddette “famiglie di fatto” non godono, almeno al momento, di alcune tutele sancite dal matrimonio) e ascrivendo allo Stato il compito di sostenerla con misure economiche e altri tipi di provvedimenti, soprattutto in relazione alla funzione di cura, socializzazione e educazione che svolge nei confronti dei figli (artt. 29, 30 e 31).

Ma la centralità della famiglia è sottolineata anche dal principio di sussidiarietà prima menzionato: il nucleo familiare, infatti, costituisce in modo eminente uno di quei “corpi intermedi” tra l’individuo e lo Stato che, se da un lato rivendica spazi autonomi di esistenza e di azione, dall’altro richiede di essere sostenuto quando non è in grado di portare a compimento le proprie funzioni. In altre parole: le politiche di sostegno nei confronti della famiglia sono necessarie in quanto, di fatto, essa “sgrava” lo Stato di compiti che esso non potrebbe svolgere se non con un notevole dispendio di risorse (pensiamo, ad esempio, alla cura delle persone anziane, malate o disabili, di cui spesso è la famiglia a farsi carico). Tutti gli interventi predisposti dallo Stato o dagli Enti locali in favore delle famiglie sono detti “ politiche per la famiglia ” e possono andare in diverse direzioni. Le principali forme di sostegno sono: ▪ Misure di tipo economico , come l’erogazione diretta di contributi in denaro o le agevolazioni fiscali per i nuclei familiari numerosi o con soggetti non autosufficienti; ▪ Provvedimenti legislativi a sostegno della maternità e dell’infanzia , come le norme volte a garantire per le madri e i padri la conciliabilità tra la vita professionale e quella familiare; ▪ La creazione di strutture che rispondano alle esigenze concrete della vita familiare e ai bisogni dei suoi membri, come asili-nido, ludoteche, centri diurni per disabili o anziani;