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Tipologia: Appunti
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Power Point 1- Origini II millennio a.C. età del bronzo tre civiltà convivevano nella penisola greca Civiltà cicladicaisole Cicladi, Santorini “Thera” Civiltà minoica Creta Civiltà Micenea Peloponneso, argo, pilo L’unica civiltà che utilizzava la lingua greca durante l’età dell’oro era quella micenea ossia alla scrittura sillabica un ideogramma che rappresenta una sillaba. Lineare A apparteneva ai Micenei e non è una lingua indoeuropea. Lineare B utilizzata dai Micenei è una scrittura sillabica. Lineare B I micenei La società micenea era fondata su un sistema palaziale come, ad esempio, il palazzo di Cnosso, costruito dai minoici ma conquistato dai Micenei nel 1450 a.C. Vi erano diverse sedi di potere dinastici regionali. La vita sociale della città cresceva attorno ai palazzi come, ad esempio, i depositi (lato sinistro) erano interni al palazzo. Cnosso
Il primo collasso avvenne tra ala fine del diciottesimo- diciassette metà del XVII secolo a.C. Quando ad Atene avvenne un terremoto che distrusse il palazzo di Pilo e l’Acropoli di Atene, Gli antichi per spiegare il collasso diedero la colpa a varie concause: i terremoti e le invasioni dei Dori. La fine dei regni micenei e le grandi migrazioni 1250-1150 a.C. distruzione violenta palazzi micenei di Pilo e Atene. Caduta della civiltà micenea, che le fonti connettono con l’invasione dorica, che Tucidide data nel 1104 a.C., 80 anni dopo la caduta di Troia (Tuc., 12,1). Lontane memorie di un periodo di grave instabilità. Nel 1200 i popoli del Mare noti dai testi Ittiti attaccano l’Egitto. 1050 a.C. ca: migrazione ionica: storica, coloni dalla Grecia alle coste dell’Anatolia (Ionia). La migrazione dorica Popolazione della Grecia centrale che invase il Peloponneso dal nord e da est secondo le fonti letterarie mitologiche i Dori furono guidati dagli Eraclidi, discendenti di Eracle che decisero di fare ritorno nella loro terra ancestrale. La migrazione ionica (metà XI sec. a.C.) Dalla Grecia centro orientale si spostano verso le coste della penisola anatolica ossia l’attuale Turchia questa migrazione è documentata da fonti archeologiche costruzione della città di Ionia sulla costa.
Nella sala centrale sono state rinvenute due sepolture mentre all’ingresso quattro sepolture di cavalli. Le sepolture umane appartengono ad un uomo e una donna. Sepoltura femminile la salma è stata inumata all’interno di una cassa linea arredata con monili e oggetti in bronzo. Sepoltura maschile la salma è stata cremata come simbolo di superiorità all’interno di un calderone in bronzo con collo sbalzato. Cremazione classi abbienti, erezione di una pira più costoso
Successivamente l’edificio fu coperto da un tumulo di terra poteva essere la loro casa. Sopra vi fu eretto un edificio monumentale. FORME VASCOLARI Amphora (anfora) Dal greco “essere portato da entrambe le parti”. Due anse, forma chiusa diametro più piccolo dell’imboccatura rispetto al corpo del vaso. Erano destinate al trasporto di acqua e vino + anfora panatenaica. Hydria (Idria) Utilizzate per il trasporto d’acqua. Due anse sulla spalla + un’ansa dalla spalla al collo. Olpe (brocca) un manico dal collo alla spalla. Collo svasato pancia ovoidale. Krater (cratere) utilizzato per miscelare il vino e l’acqua per il Simposio poiché era considerato barbarico bere il vino puro. -a volute: due anse ha volute oltre l’orlo -a calice: svasato
del tutto isolato poiché con la stessa datazione è stata rinvenuta una statuetta di cervo ad Atene. Periodo geometrico (IX-VIII secolo a.C.) GA 900- GM 850- GT 750- La più antica iscrizione greca 740 a.C. Anfora geometrica dalla necropoli del Diplyon Apollo Daphnephoros Eretria 800-750 a.C. Di indubbia funzione religiosa, secondo gli scavatori, è invece il Daphnephorion nella vicina Eretria. Qui, se la ricostruzione proposta è esatta, abbiamo un edificio absidato, datato alla prima metà del secolo VIII a.C., lungo circa 10 m, le cui pareti, sostenute internamente ed esternamente da pali disposti a tenaglia, erano fatte di rami di alloro, albero sacro ad Apollo, a significare una destinazione a edificio di culto.
Il modellino da Perachora Accanto a questi edifici che, per grandezza, maggiore impegno economico e più evoluta competenza tecnica, sono da considerarsi rari ed episodici, la forma templare più consueta e diffusa, almeno fino al secolo VII a.C. dovette essere quella del più modesto oikos, con eventuale vestibolo ad ante, una sorta di piccolo “tempio di villaggio” (Gruben), il naiskos, per lo più in legno e argilla, esteticamente meno pretenzioso e strutturalmente meno elaborato. Ne ricostruiamo l’aspetto in maniera apprezzabile grazie a decine di modellini di naiskoi in terracotta e in pietra, rinvenuti per lo più come doni votivi nei santuari stessi. Questi oggetti offrono un importante complemento alla valutazione storica dell’arte di costruire dei Greci di età geometrica, consentendo osservazioni sugli alzati e sulle decorazioni policrome, altrimenti difficilmente percepibili. Le terrecotte votive dell’aera sacra di Perachora di fronte a Corinto restituiscono, ad esempio, modelli di naiskoi sia rettangolari che absidati, con tetto a falde diritte o ricurve. Il modellino da Argo
geometrico di 8x4 colonne dell’Artemision di Efeso che, con una peristasi lignea, avvolge il recinto nel quale viene eretto un tabernacolo a protezione dell’agalma. L’area risulta frequentata a scopo sacro fin dal secolo X a.C., dall’epoca cioè dello stanziamento alla foce del fiume Kaystros di un gruppo di Ioni, i quali avrebbero con il tempo assimilato alla greca Artemide un precedente culto anatolico della dea madre, signora della natura; all’aspetto notturno di questa divinità era forse legato anche l’orientamento del tempio, non canonico, verso ovest. Il primitivo recinto assume nell’Heraion di Samo le forme di un edificio rettangolare molto allungato con copertura piana (secondo altri invece coperto tetto in paglia). Sull’isola, nei pressi del delta dell’Imbrasos, data infatti entro la prima metà del secolo VIII a.C. un Hekatompedon rettangolare di mattoni crudi su muri in piccole pietre squadrate, il cui tetto era sostenuto da una fila centrale di pilastri lignei in funzione di un architrave corrente nel senso della lunghezza. Al tempio si accedeva da un lato corto aperto, tristilo in antis (con tre colonne tra le ante); la statua di culto della dea, verosimilmente in legno, era collocata sul fondo, su una base leggermente fuori asse, perché la fila di pali centrali non ne disturbasse la vista. La presenza di una peristasi lignea, più volte messa in discussione, troverebbe, se ammessa, un interessante confronto nel citato periptero geometrico di Efeso. Pur in assenza di un coerente sviluppo architettonico, quale sarà possibile cogliere solo a partire dal secolo successivo, si può concludere che fin dal secolo VIII a.C. si afferma presso i Greci l’esigenza di delimitare un’area nella quale la presenza della divinità si espliciti concretamente tramite la statua di culto. Geometrico Antico Anfora GA 900-850 a.C. Il geometrico antico è ad Atene un periodo di sviluppo rapido e impetuoso che si accompagna alla ripresa dei contatti con il vicino oriente; ricompaiono gradualmente l’oro, lavorato nella tecnica della filigrana e della granulazione, e materiali pregiati quali l’avorio. Il repertorio morfologico dei vasi vede ancora, tra le forme
maggiormente prodotte, le anfore, i larghi crateri, gli skyphoi e le pissidi globulari, con una più netta destinazione delle prime, le anfore, usate per raccogliere e trasportare l’acqua, ai corredi delle tombe femminili; dei secondi, i crateri, necessari a mescolare acqua e vino, a quelli delle tombe maschili. La decorazione, di ritmo e ispirazione ancora pienamente geometrici, si dispone preferibilmente per fregi orizzontali sovrapposti a scandire la dinamica del vaso, con un netto prevalere degli elementi rettilinei e obliqui (zig-zag, meandri, clessidre) e un progressivo scomparire delle forme tracciate a compasso. Persistono le ampie superfici semplicemente campite di nero. Geometrico Medio Anfora GM (850-760 a.C.) Il passaggio tra geometrico antico e geometrico medio non è naturalmente determinabile con certezza, ma è abbastanza evidente che intorno alla metà del secolo IX a.C., mentre l’ordito geometrico va a poco a poco estendendosi all’intera superficie del vaso, compaiono per la prima volta, ma ancora sporadicamente, raffigurazioni di animali e, intorno alla fine del secolo IX a.C., di uomini, resi a silhouette. I laboratori ceramici di Atene e di altre località dell’Attica, con un improvviso salto di qualità, danno prova di piena maturità tettonica e decorativa. I vasi, soprattutto quelli destinati a fungere da segnacolo sulla tomba (sema), assumono proporzioni monumentali; si affermano i crateri su alto piede, con vasca molto larga e capiente, per un’altezza media intorno a 50 cm, mentre le anfore superano talvolta 80 cm. In questa fase conosce particolare fortuna anche la pisside a scatola bassa e schiacciata, il cui coperchio è spesso dotato di un’impugnatura plastica conformata a cavallini fittili. Ai vasi destinati a comporre i corredi funebri, ma tanto più a quelli commissionati per essere monumentali semata funerari sulle tombe, spetta il compito di esprimere l’orgoglio del defunto e della sua famiglia, di evocarne i valori etici e di appartenenza sociale. Così i cavallini fittili sulle pissidi richiamano la matrice oplitico-contadina dell’aristocrazia di età geometrica.
Interessante è anche il corredo di una tomba femminile, databile intorno alla metà del secolo IX a.C., rinvenuta nell’agorà di Atene, e contenente, oltre alle consuete ceramiche, anche un modellino fittile di granaio a simboleggiare la natura agricola della ricchezza del personaggio; la ricca signora, nota in bibliografia come “Rich Athenian Lady”, fu sepolta insieme a una parure di gioielli in avorio, pasta vitrea, oro, ferro e bronzo. Geometrico Tardo Nel geometrico tardo i corredi funebri attestano per Atene e per l’Attica una sensibile crescita di popolazione, di ricchezza e di importazione di prodotti di lusso stranieri. Mentre la decorazione geometrica si espande a occupare tutta la superficie del vaso, si moltiplicano anche le scene figurate, contenute entro pannelli metopali, oppure disposte per fregi sovrapposti. Accanto a episodi funebri, di esposizione (prothesis) oppure di trasporto (ekphorà) del cadavere, compaiono scene di carattere narrativo, spesso chiaramente ispirate agli eroi dell’Iliade e dell’Odissea; in esse, tuttavia, non è sempre agevole individuare con certezza episodi del mito, per la mancanza di iscrizioni identificanti i personaggi o di chiari e definiti attributi. La costruzione della figura umana, così come viene dipinta sulle ceramiche, è tutt’altro che semplificata e schematica; essa osserva al contrario una disciplina stretta e serrata. I pittori scelgono infatti di enfatizzare opportunamente alcuni elementi del corpo umano: nell’uomo, che viene generalmente inteso nudo, le spalle sono ampie, la vita stretta, le cosce forti, braccia muscolose impugnano lance, spade e scudi; le donne sono invece dotate di seni e tuniche lunghe. È stato notato (Snell) che i Greci dei primi secoli non paiono concepire il corpo come unità, bensì come pluralità di elementi interagenti, da assemblare quindi di volta in volta secondo un criterio rigoroso: tale concezione sembra riguardare la figura umana sia nell’arte sia nella lingua se, come affermato, anche Omero conosce e usa nomi specifici e distinti per indicare le singole membra del corpo umano. La complessità del repertorio figurativo, esplosa con potenza nel geometrico tardo, consente di individuare ora diversi gruppi stilistici, botteghe e pittori, attivi ad Atene negli ultimi decenni del secolo VIII a.C. L’esercizio di attribuzione è certamente facilitato dall’incrementato uso della decorazione figurata e dal ricorrere di taluni dettagli e criteri di composizione che si riconoscono specifici, ora di una mano pittorica, ora di un’altra. Poiché tuttavia nessuno dei pittori o dei ceramisti attivi in questo periodo si firma (non si dimentichi che l’alfabetizzazione è documentata proprio a partire dal secolo VIII a.C.), non si conoscono i nomi reali degli artefici, essi vengono dunque indicati con nomi convenzionali.
Anfora del Diplyon TG (750-700 a.C.) Scena di prothesis, museo archeologico nazionale Atene Intorno al 760 a.C., inizia la sua attività la bottega del Diplyon, che trae nome dalla necropoli ateniese presso l’omonima porta; da qui provengono molti dei vasi attribuiti all’officina. Essa domina incontrastata per circa una generazione, specializzandosi nella produzione e decorazione di grandi vasi funerari. Lo stile della bottega e del suo più dotato maestro, il Pittore del Diplyon, è splendidamente esemplificato dall’anfora n° 804. Il vaso, alto 1,55 m, è esempio di mirabile equilibrio tra la tessitura geometrica, tanto fitta da non lasciare requie allo sguardo, e il pennello figurato con scena di prothesis, collocato sul diametro massimo dell’anfora. Sul letto funebre è steso il defunto, per alcuni una donna in tunica, per altri un uomo avvolto in un telo, come narrato per Patroclo nell’Iliade (XVIII, vv. 350-353). Un fanciullo si aggrappa con gesto di dolore alla testata del letto; ai piedi due figure inginocchiate e due sedute, portando le mani al capo, sono impegnate con gesti iterati nel lamento rituale, cui si unisce il coro dei presenti, disposti ai lati del feretro. Cratere del Diplyon TG scena di ekphorà, museo archeologico nazionale Atene
Bronzistica – tripodi geometrici Museo di Olimpia Rinvenuti in tutti i principali santuari della Grecia. Da un utensile creato alla fine dell’epoca micenea come contenitore per bollire le carni, si evolve ora un ricco e monumentale dono votivo offerto agli dèi: i manici ad anello, decorati con motivi incisi, a cordone, a treccia, a spirale, sono spesso ornati da leste in bronzo a fusione piena. Come applicazioni alle anse dei tripodi o come elementi isolati, ricca è anche la serie di cavallini in bronzo, un importante status symbol aristocratico, provenienti sia da contesti sacri che funerari, e molto vicini ai cavalli fittili delle pissidi medio e tardo geometriche; per il principio di costruzione additiva delle masse muscolari, i cavallini ricordano quelli dipinti sulle ceramiche coeve. Altrettanto numerose sono le rappresentazioni a tutto tondo di tori, cervi, arieti, volatili, offerte votive o sostituti di sacrifici, destinati verosimilmente a essere esposti (appesi?) nei santuari. museo di Delfi
Piccola plastica geometrica in bronzo (TG) Museo di Olimpia L’auriga da Olimpia, della metà circa del secolo VIII a.C., decorava forse il manico di un tripode; la figura, alta poco più di 14cm, con capigliatura a calotta pesante, ha glutei brevi, fianchi stretti e una struttura geometrica compatta e vigorosa, costruita secondo principi di rigida frontalità e rigorosa assialità; immediato è il richiamo alle figure maschili sui vasi del geometrico tardo. New York MET Nel gruppo di New York con lotta di un eroe con il centauro (secondo alcuni rappresenterebbe invece Pholos che accoglie Eracle nella sua dimora in Arcadia, oppure Zeus in lotta contro un titano) siamo di fronte a una composizione più articolata, i cui elementi e le cui formule restano si quelle usuali, ma assemblate con maggiore organicità e coerenza, e con una libertà che prelude agli sviluppi successivi.
L’Apollo di Mantiklos Boston, Museum of fine arts, da Tebe, in Beozia. 700 a.C. Intorno al 700 a.C. Mantiklos, la cui identità è a noi peraltro sconosciuta. Dedicò all’Apollo di Tebe una statuetta in bronzo; la dedica, scritta in esametri, recita: “Mantiklos mi dedicò come decima al (dio) lungisaettante dell’arco d’argento; e tu, o Febo, concedi per ricompensa una buona sorte”. La figura parla in prima persona e l’iscrizione ha reminiscenze omeriche. Il bronzetto rappresenta verosimilmente Apollo con l’arco nella sinistra e forse le frecce nella destra, ora perduta. La statuetta è chiara espressione della direzione verso cui si evolve la concezione figurativa greca nel momento di passaggio tra i secoli VIII e VII a.C. Nel solco della tradizione geometrica la figura è infatti ancora un bronzo di piccole dimensioni (alto 20 cm), realizzato nella tecnica a fusione piena, ma diversamente dall’Auriga di Olimpia e dal guerriero dell’Acropoli di Atene, l’Apollo di Mantiklos ha abbandonato la forma del nucleo piatto ritagliato dallo spazio circostante per un più accentuato potenziamento delle singole masse dei pettorali, dell’addome, dei glutei, delle cosce; queste vengono a comporre ora un volume solido e potente, costruito sempre nel rigido rispetto di un’addizione assiale. Un solco verticale, infatti, attraversa l’intera figura e costituisce il discrimine rispetto al quale vengono assemblate le cosce muscolose con le ginocchia marcate, il torace asciutto dai pettorali rilevati e il lunghissimo collo; la linea centrale spartisce perfino i dettagli del volto triangolare, fissando la posizione della bocca, del naso e della scriminatura centrale della capigliatura a lunghe trecce.
Power Point 3 -Orientalizzante- VII sec a.C. importazioni orientali in Grecia calderone fenicio (da Cipro) Attache orientale da Olimpia L’invenzione della tegola La tradizione letteraria assegna a maestranze di area corinzia intorno al 680 a.C. il merito dell’introduzione della tecnica di copertura a tegole fittili; Plinio il Vecchio e Atenagora raccontano di un vasaio di nome Butades, originario di Sicione, ma attivo a Corinto, il quale avrebbe per primo plasmato nell’argilla delle maschere (antefisse) a decorazione delle estremità del tetto. La possibilità di apprestare tramite matrici elementi di copertura omogenei e accostabili con precisione l’uno all’altro rese possibile coperture a falde, di norma a doppio spiovente, dalle quali venne progressivamente ritagliandosi lo spazio triangolare del frontone. Tegole in terracotta paiono già messe in opera per la copertura di un tempio a Corinto, eretto, forse per iniziativa dei potenti Bacchiadi, intorno al 680-670 a.C.; dell’edificio sono emerse tracce nell’area del successivo Apollonion periptero di età arcaica. L’orditura di tetti con copertura in tegole rese più solidi e più duratori gli edifici, ma impose anche una differente inclinazione del tetto che per ragioni statiche non poteva superare 33-25%;