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Metafora Strutturale: Ontologiche e di Orientamento - Prof. Longobardi, Esercizi di Linguistica

appunti di qualche lezione con il professore

Tipologia: Esercizi

2021/2022

Caricato il 16/09/2022

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miriana-rosano-1 🇮🇹

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Linguistica applicata
Metafora strutturale ontologiche e di orientamento:CAP 5 ,DEFINIAMO LA METAFORA: La metafora La
metafora in linguistica è un tropo, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato. Le
basi cognitive della metafora VENNERO DEFINITE da Kant come il principio dell’Als Ob. Secondo tale
principio, nella mente umana è innata la tendenza a interpretare le categorie astratte come oggetti
percepibili attraverso i sensi, riportando l’astratto al concreto attraverso un processo di analogia. Nella
lingua, quindi, le categorie astratte appaiono come se fossero oggetti concreti oppure processi materiali.
Tale principio è stato riconosciuto in linguistica come il meccanismo cognitivo delle metafore. Per questo la
lingua quotidiana tende ad associare nozioni astratte con fenomeni fisici concreti. Nell’ambito di questa
concretizzazione si possono osservare le connotazioni culturali in alcune collocazioni metaforiche che
riguardano la vita e la morte, ad es. ripercorrere la propria vita (metafora spazio-temporale: vedere la vita
come un percorso da attraversare) o passare a miglior vita, dare la propria vita (metafora di Lakoff &
Johnson che vedono la vita come valore economico, oggetto di possesso o scambio). Il Grande Dizionario
della Lingua Italiana fornisce la seguente definizione di “metafora”: Metàfora sf. Retor. Figura retorica,
fondata su un rapporto analogico, che consiste nel trasportare un vocabolo dal suo proprio significato a un
altro che abbia con il primo relazione di somiglianza; traslato, tropo,- In partic. Catacresi. le metafore
strutturali utilizzano un concetto già strutturato per strutturarne un altro. Quindi elaborano un concetto
astratto nei dettagli, mettendone in risalto certi aspetti e lasciandone da parte altri. Es. concetto già
strutturato è la metafora strutturale “La discussione è una guerra”; grazie a questa metafora è possibile
interpretare costruzioni come: le tue affermazioni sono indifendibili; non ha mai vinto una discussione. E
si possono interpretare collocazioni come: attaccare una posizione; brandire argomento; disarmare
teoria; armare litigio. in bradire un argomento, argomento (in virtù della metafora la discussione è una
guerra) è concepito come un’arma per battere verbalmente l’avversario. È questa immagine concettuale
che ci permette di legare il sostantivo al verbo brandire. Attraverso la scelta di questo verbo, vengono messi
in risalto alcuni tratti semantici che connotano la base: l’argomento non è un’arma qualsiasi, ma uno
strumento leggero, agile e pungente che può portare alla vittoria colui che la brandisce. Ecco perché le
metafore strutturali conferiscono ricchezza semantica e efficacia evocativa a una collocazione. Oltretutto
chiariscono il perché una base preferisca un collocato piuttosto che un altro. Es. Le idee sono oggetti. Grazie
a questa metafora concettuale, è possibile interpretare una frase come .accarezzare un’idea. L’idea, in
quanto frutto della nostra creatività, viene concettualizzata come un’entità concreta su cui riversiamo il
nostro affetto. Attraverso la scelta di questo verbo, vengono messi in risalto alcuni tratti semantici che
connotano la base: accarezzare è infatti un verbo iterativo (azione che si attua in modo ripetuto) ed è
connotato positivamente. Allo stesso modo, si torna ripetutamente, più volte a pensare una stessa idea e
ciò è positivo. ONTOLOGICA:esperienze che compiamo in interazione con altri e con l’esterno. Queste
esperienze ci fanno associare nozioni astratte come azioni,eventi,attività,strutture e concetti più
concreti:concretizzare un concetto astratto può avvenire attraverso la personificazione e la metonimia.
Esempi: (15) ammazzare il tempo, conciliare sonno, scacciare paura, nutrire speranza, alimentare speranza;
(16) assalire dubbio, regnare silenzio, correre diceria, sorridere sorte, soffiare vento. La personificazione
comporta la proiezione di tratti di tipo [+animato] su concetti che denotano entità astratte o stati
psicofisici(tempo,sonno,paura), permettendo in questo modo di associare a dette entità azioni rivolte
tipicamente a persone o, più in generale, a essere animati(ammazzare,schiacciare,coinciliare). In effetti il
verbo ‘ammazzare’ appare con maggiore frequenza associato ai sostantivi “uomo” e “persone”. Pare,
pertanto, singolare che un predicato di questo tipo selezioni un sostantivo come “tempo”(inanimato) [-
animato]. O meglio, vorremmo avanzare l’ipotesi che si piuttosto il sostantivo tempo a determinare la
presenza del verbo ammazzare. Ciò risulta plausibile in virtù della metafora ontologica(cioè “il tempo è un
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Linguistica applicata Metafora strutturale ontologiche e di orientamento:CAP 5 ,DEFINIAMO LA METAFORA: La metafora La metafora in linguistica è un tropo, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato. Le basi cognitive della metafora VENNERO DEFINITE da Kant come il principio dell’Als Ob. Secondo tale principio, nella mente umana è innata la tendenza a interpretare le categorie astratte come oggetti percepibili attraverso i sensi, riportando l’astratto al concreto attraverso un processo di analogia. Nella lingua, quindi, le categorie astratte appaiono come se fossero oggetti concreti oppure processi materiali. Tale principio è stato riconosciuto in linguistica come il meccanismo cognitivo delle metafore. Per questo la lingua quotidiana tende ad associare nozioni astratte con fenomeni fisici concreti. Nell’ambito di questa concretizzazione si possono osservare le connotazioni culturali in alcune collocazioni metaforiche che riguardano la vita e la morte, ad es. ripercorrere la propria vita (metafora spazio-temporale: vedere la vita come un percorso da attraversare) o passare a miglior vita, dare la propria vita (metafora di Lakoff & Johnson che vedono la vita come valore economico, oggetto di possesso o scambio). Il Grande Dizionario della Lingua Italiana fornisce la seguente definizione di “metafora”: Metàfora sf. Retor. Figura retorica, fondata su un rapporto analogico, che consiste nel trasportare un vocabolo dal suo proprio significato a un altro che abbia con il primo relazione di somiglianza; traslato, tropo,- In partic. Catacresi. le metafore strutturali utilizzano un concetto già strutturato per strutturarne un altro. Quindi elaborano un concetto astratto nei dettagli, mettendone in risalto certi aspetti e lasciandone da parte altri. Es. concetto già strutturato è la metafora strutturale “La discussione è una guerra”; grazie a questa metafora è possibile interpretare costruzioni come:  le tue affermazioni sono indifendibili; non ha mai vinto una discussione. E si possono interpretare collocazioni come:  attaccare una posizione; brandire argomento; disarmare teoria; armare litigio. in bradire un argomento, argomento (in virtù della metafora la discussione è una guerra) è concepito come un’arma per battere verbalmente l’avversario. È questa immagine concettuale che ci permette di legare il sostantivo al verbo brandire. Attraverso la scelta di questo verbo, vengono messi in risalto alcuni tratti semantici che connotano la base: l’argomento non è un’arma qualsiasi, ma uno strumento leggero, agile e pungente che può portare alla vittoria colui che la brandisce. Ecco perché le metafore strutturali conferiscono ricchezza semantica e efficacia evocativa a una collocazione. Oltretutto chiariscono il perché una base preferisca un collocato piuttosto che un altro. Es. Le idee sono oggetti. Grazie a questa metafora concettuale, è possibile interpretare una frase come .accarezzare un’idea. L’idea, in quanto frutto della nostra creatività, viene concettualizzata come un’entità concreta su cui riversiamo il nostro affetto. Attraverso la scelta di questo verbo, vengono messi in risalto alcuni tratti semantici che connotano la base: accarezzare è infatti un verbo iterativo (azione che si attua in modo ripetuto) ed è connotato positivamente. Allo stesso modo, si torna ripetutamente, più volte a pensare una stessa idea e ciò è positivo. ONTOLOGICA:esperienze che compiamo in interazione con altri e con l’esterno. Queste esperienze ci fanno associare nozioni astratte come azioni,eventi,attività,strutture e concetti più concreti:concretizzare un concetto astratto può avvenire attraverso la personificazione e la metonimia. Esempi: (15) ammazzare il tempo, conciliare sonno, scacciare paura, nutrire speranza, alimentare speranza; (16) assalire dubbio, regnare silenzio, correre diceria, sorridere sorte, soffiare vento. La personificazione comporta la proiezione di tratti di tipo [+animato] su concetti che denotano entità astratte o stati psicofisici(tempo,sonno,paura), permettendo in questo modo di associare a dette entità azioni rivolte tipicamente a persone o, più in generale, a essere animati(ammazzare,schiacciare,coinciliare). In effetti il verbo ‘ammazzare’ appare con maggiore frequenza associato ai sostantivi “uomo” e “persone”. Pare, pertanto, singolare che un predicato di questo tipo selezioni un sostantivo come “tempo”(inanimato) [- animato]. O meglio, vorremmo avanzare l’ipotesi che si piuttosto il sostantivo tempo a determinare la presenza del verbo ammazzare. Ciò risulta plausibile in virtù della metafora ontologica(cioè “il tempo è un

nemico”) che costituisce la base cognitiva della collocazione in esame: da secoli l’uomo percepisce il tempo come un antagonista, un nemico della giovinezza, della vitalità e della bellezza. Per opporsi a questa forza negativa l’uomo può arrivare anche a tentarne l’eliminazione fisica. In che modo? L’unica soluzione è fare scorrere il tempo compiendo attività futili. Per attivare processi simili(personificazione) è necessaria la concettualizzazione del tempo quale nemico fisico, tale da rendere ammissibile la selezione di un predicato come ammazzare. Nonostante l’apparente coesione e fissità che ritroviamo in (17) possiamo comunque rilevare in (18)la disposizione delle collocazioni ad ammettere svariate modificazioni e manifestare una flessibilità sintattica sconosciuta alla maggior parte delle locuzioni idiomatiche. Es. (18) conciliare meglio il sonno, conciliare un buon sonno notturno. Il predicato conciliare fa emergere il rapporto antagonistico. La concettualizzazione del sonno come nemico permette di pensare da un lato di poterlo contrastare(attraverso per esempio l’assunzione di sostanze eccitanti come caffè, tè...) ma dall’altro anche di avvicinarvisi, appunto conciliarlo. A livello concettuale, quindi, si presume che, secondo le regole di funzionamento dei meccanismi metaforici, la nozione di nemico venga proiettata sulla nozione di ‘sonno’, in modo tale che sia legittimata anche la selezione del verbo ‘conciliare’. In particolare le dinamiche di personificazione comportano la proiezione di tratti di tipo [+animato] su concetti che denotano entità astratte o stati psicofisici, permettendo in questo modo di associare a dette entità azioni rivolte tipicamente a persone o, più in generale, a essere animati. La personificazione dell’elemento denotato dal sostantivo- base avviene a livello concettuale e non ostacola in alcun modo la comprensione:il significato della base rimane, infatti, trasparente. Il senso metaforico viene, invece, attivato sul verbo-collocato in relazione al tipo di concettualizzazione a cui è sottoposta la base. Ritornando agli esempi proposti in (17), abbiamo anche scacciare la paura. La metafora ontologica richiamata è sempre quella del nemico, attraverso cui la ‘paura’ assume il ruolo di rivale che in questo caso viene messo in fuga(‘scacciare’). Per cui la struttura metaforica comune è quella dell’antagonista; malgrado ciò ciascun nemico esibisce caratteristiche peculiari e con ciascuno di essi l’uomo si rapporta in modo diverso. Sulla scorta di quanto illustrato, la scelta del collocato appare meno arbitraria e immotivata di quanto potesse essere considerata. Infatti in (20) abbiamo un’ulteriore conferma di ciò, vedendo appunto i radicali cambiamenti e mantici che si hanno tentando di sostituire il collocato. Es. (20) *conciliare il tempo, *scacciare il tempo, *ammazzare la paura (sono tutte espressioni non usate e non considerate corrette). -Il collocato come entità affettiva Negli esempi in (21) i sostantivi aspettative, speranze, piani denotano alcuni prodotti della nostra creatività: idee, piani, sogni, speranze, verso i quali riveliamo una certa affezione. Es.(21) nutrire aspettative, alimentare speranze, concepire piani. Certamente non si tratta sempre di prodotti positivi, infatti i medesimi verbi si trovano a predicare anche sostantivi negativi come timori, dubbi, sospetti. Comunque, si noti che i predicati ‘concepire’, ‘alimentare, ‘nutrire’ sono tipicamente legati alla sfera dei rapporti tra familiari: nutrire, alimentare, e concepire sono azioni che rimandano alle cure materne o paterne verso la prole. Ai prodotti della nostra mente, alle nostre pulsioni(i nostri desideri o le nostre speranze) tendiamo ad assegnare lo stesso status di elemento prezioso della nostra vita. Il corso di queste nozioni rispecchia quello della vita umana: il concepimento, la necessità di essere alimentate per crescere e svilupparsi, e di essere difese e protette da fattori esterni ostili. Concepire riguarda lo staio immediatamente precedente alla creazione di qualcuno o qualcosa. Alimentare e nutrire predicano entità che hanno bisogno di nutrimento per crescere: quando si parla di alimentare le speranze significa favorirne la crescita. La concettualizzazione di queste ENTITà ASTRATTE quali valori su cui riversare la nostra attenzione e cura, rende possibile la loro predicazione da parte di verbi semanticamente relativi al dominio concettuale degli esseri animati(umani o animali). Per questa ragione siamo tenuti a interpretare in modo figurato il collocato(il verbo) al fine di conciliarlo col meccanismo di personificazione sotteso alla base(sostantivo). Altri esempi: nutrire speranze, concepire idee, concepire progetti, abbracciare idee o proposte, alimentare la disperazione. -La base come argomento esterno Nei casi analizzati prima, la base(il nome, che nei casi precedenti era argomento interno

argomento del predicato ululare è assolutamente prevedibile in virtù del rapporto di implicazione che intercorre tra i due elementi. 2) In secondo luogo, per le solidarietà lessicali sembra valere la selezione canonica predicato—>argomento: infatti il verbo ululare seleziona l’argomento esterno lupo in virtù di quei tratti interni alla sua semantica. 3) Infine nelle solidarietà lessicali abbiamo un legame che si stabilisce per implicazione, invece nelle collocazioni il legame è piuttosto dovuto a dinamiche metaforiche. Infatti le solidarietà lessicali dimostrano una perfetta trasparenza semantica. Il gruppo (27) raccoglie combinazioni particolarmente afni a quelle appena considerate dal momento che sono composte da verbi che esprimo azioni tipiche delle entità designate dagli elementi nominali. Come nei casi precedenti, inoltre, non si rileva la presenza di alcuna metafora o di meccanismi specifici attivi a livello concettuale. Riassumendo: le espressioni in (25), (26) e (27) appaiono semplici solidarietà lessicali. Tuttavia, esistono molteplici strutture(come, ad esempio, le costruzioni N+prep+N) che possono corrispondere a sintagmi liberi come casa di legno , sia a composti sintagmatici come sedia a rotelle, sia a solidarietà come branco di cani. O ancora a locuzioni idiomatiche come buono a nulla, e anche a collocazioni come ciclo di conferenze. La metonimia [ricerca da Internet per semplificare la definizione— Partiamo, prima di tutto, dalla definizione. La metonimia è una figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine con un altro quando quest’ultimo è legato al primo da una particolare relazione di vicinanza. Detta in altri termini, si è davanti a una metonimia quando, al posto di una parola, se ne usa un’altra concettualmente vicina.] Riprendendo il manuale—Iniziamo presentando alcuni esempi in cui il processo emergente è quello della metonimia. Si considerino le collocazioni in (28) (28) A. Scoppiare guerra B. Colpire tempesta c. Soffocare rivolta Si noti che in 28(a) la metonimia è lo strumento preminente, mentre negli altri due abbiamo anche altri meccanismi metaforici intrecciati a quelli metonimici. La natura eventiva del sostantivo guerra ci permette di rappresentarlo come un’entità circoscritta nel tempo: infatti la guerra(come evento) si compone di un inizio, una fase centrale, e una conclusione. Operando attraverso il meccanismo metonimico è possibile focalizzare l’attenzione solamente sul momento iniziale dell’evento: l’inizio della guerra è solitamente repentino, violento, rumoroso. Questi tratti di repentinità, violenza e grande frastuono, sono trasferiti sul verbo che denota l’inizio dell’evento. Se ad es. avessimo detto iniziare una guerra questo verbo generico avrebbe formato una combinazione libera, poiché non vi è un trasferimento dei tratti come quelli sopraindicati. Il medesimo processo conduce alla formazione di altre collocazioni in cui il collocato scoppiare viene selezionato da sostantivi che denotano eventi caratterizzati da tratti simili a quelli della guerra: i sostantivi scandalo, rivoluzione, crisi, ad es., denotano eventi il cui iniziò tipico si rivela brusco, rumoroso, spesso caratterizzato da violenza fisica e/o verbale. Per cui troviamo collocazioni come scoppiare scandalo, scoppiare rivoluzione, scoppiare crisi. Nel caso di 28(b) il verbo colpire rimanda a un’azione concreta: permane la connotazione prettamente fisica e violenta del gesto. Considerando l’attivazione dei processi metonimici, possiamo rilevare che l‘evento tempesta si manifesta attraverso entità fisiche assolutamente concrete, come la pioggia e il vento. Infatti nella realtà sono QUESTI elementi che durante l’evento tempesta colpiscono fisicamente tutto ciò su cui si abbattono. La loro azione è violenta e ripetitiva, proprio come quella del frustare. Al processo di personificazione si somma quello metonimico. Nel caso di 28(c) per rivolta l’italiano offre due possibilità: soffocare e schiacciare. La scelta di ‘schiacciare’ suggerisce una concettualizzazione della ribellione come un oggetto dotato di forma e compattezza. Una pressione esercitata dall’esterno ha come conseguenza la deformazione dell’oggetto. La forza esterna, infatti, ne modifica la forma e in particolare ne riduce la portata. Si tratta, dunque, di una modalità violenta e repressiva di affrontare la ribellione. Altrettanto violenta è l’azione denotata dal verbo ‘soffocare’ che, però, lessicalizza piuttosto la modalità di repressione: qui si tratta di privare qualcuno o qualcosa dell’ossigeno. Questo predicato esprime un’azione che ha come oggetto più tipico esseri umani che necessitano di ossigeno per sopravvivere. È necessario, dunque, che la rivolta sia concettualizzata come un organismo che vive grazie alla respirazione dell’ossigeno. È possibile, a questo punto, una doppia interpretazione della

stessa base: da una parte possiamo adoperare il meccanismo dell metonimia associando la rivolta alle persone che la compongono(maggiore è il numero di persone che appoggiano la causa perorata, maggiore diviene la portata della rivolta), dall’altra possiamo concepire la rivolta attraverso la metafora “la rivolta è un fuoco”: come il fuoco essa necessita di ossigeno per bruciare e come il fuoco può subire un ridimensionamento. La seconda interpretazione è forse quella più attendibile, dato che l’espressione contraria è alimentare una rivolta. In realtà, secndo quanto sostenuto da Lakoff e Johson la scelta di certe rappresentazioni piuttosto che altre rimane strettamente vincolata all’esperienza di ciascun individuo: non c’è un’immagine giusta e una sbagliataDetto questo, abbiamo comunque tentato di mettere in evidenza che esistono dei tratti semantico-cognitivi essenziali che vengono lessicalizzati e veicolati proprio attraverso la scelta del collocato. Anche queste collocazioni presentano un’ampia flessibilità dal punto di vista sintattico(ad es. si può dire lo schiacciamento della ribellione), oppure i verbi possono combinarsi anche con più di un sostantivo(es. schiacciare un’insurrezione/una rivolta...). Si possono avere anche casi di sinonimia (es. schiacciare una rivolta/soffocare una rivolta/ reprimere una rivolta). Un’ulteriore evidenza di dinamiche di trasmissione/negoziazione di tratti della base sul collocato è offerta dall’espressione estinguere un debito. Ad es. noi abbiamo osservato che un’insurrezione può essere immaginata come un fuoco che va estinto, e per questo era possibile associarvi il verbo ‘soffocare’. La stessa immagine può essere utilizzata per il concetto del ‘debito’. In questo caso, però, i tratti del fuoco che si vogliono evidenziare sono altri: la rivoluzione è vista come un fuoco prorompente e per contrastarlo vengono selezionate azioni violente e coercitive, mentre il debito è un fuoco di un’altra natura. Infatti l’esperienza ci insegna che il debito si contrae solitamente quando non si dispone di sufficienti risorse per entrare immediatamente in possesso di qualcosa. Lo stato di indebitamento si distribuisce nel tempo delineando un processo più o meno lento e graduale. La GRADUALITÀ che caratterizza tipicamente il processo di annullamento di un debito è un tratto definitorio che dalla base viene trasmesso per la scelta del predicato. Riassumendo—>Esiste un gruppo di collocazioni in cui i principali processi metaforici in atto sono rappresentati dalla PERSONIFICAZIONE e dalla METONIMIA. Attraverso la personificazione il sostantivo- base denotante un’entità viene rappresentato a livello concettuale con tratti di animatezza, in virtù dei quali è in grado di selezionare predicati che proiettano, tipicamente, il ruolo tematico di Agente. Dal canto suo la metonimia consente di focalizzare l’attenzione solamente su alcune parti dello schema di immagine di un concetto e di proiettarvi certi tratti prototipi i dell’evento denotato dal base per poi richiamarli nella scelta del predicato. Verrà infatti selezionato il predicato che lessicalizza in modo più efficace i suddetti tratti. In ogni caso, la base mantiene il suo significato letterale, mentre la sua rappresentazione concettuale determina la selezione di un determinato collocato rendendo necessaria una lettura figurata del medesimo. Inoltre, una volta selezionato il collocato, tra i due componenti ha luogo una sorta di negoziazione di sfumature semantiche da cui emerge un vincolo ancora più complesso. Per concludere, abbiamo intrapreso l’analisi dei casi asserendo che su un immaginario continuum che va dall locuzioni più fisse e opache alle associazioni più libere e produttive, è possibile localizzare le collocazioni a metà fra le locuzioni idiomatiche e i sintagmi liberi. Cominciamo con i primi esempi: collo di bottiglia, gambe del tavolo. Come abbiamo visto, tra le metafore più lessicalizza te ve ne sono alcune riguardanti l’identificazione del corpo umano con un oggetto, o, viceversa, l’associazione di un oggetto a parti del nostro corpo: come succede, appunto, negli esempi. Queste sono tradizionalmente indicate come catacresi o “metafore morte”. Prima di procedere con gli esempi, è interessante notare che la presenza della metafora e la memorizzazione del solo legame metaforico, piuttosto che dell’intera espressione collocazionale, determinano sia la flessibilità sintattica sia una certa produttività. Infatti, una volta lessicalizzato il vincolo collocazionale, è possibile costruire nuove collocazioni a partire dalla medesima struttura metaforica. Altri esempi: (31) rompere l’amicizia, rompere un fidanzamento, rompere un trattato, rompere un patto. Dall’osservazione di due oggetti che mantengono una certa vicinanza, resistendo a forze esterne che tenderebbero a separarli, si genera l’ipotesi che la

dalla nostra dimensione fisica a domini dell’esperienza posti a livelli più astratti. Se le percezioni originate dal contatto con l’ambiente esterno riflettono il modo in cui esperiamo il medesimo attraverso la nostra struttura biologica, allora il linguaggio funge da strumento per la traduzione delle immagini mentali formatesi in seguito a dette esperienze. Le collocazioni alle quali sono sottese metafore di orientamento rappresentano un ampio gruppo e si presentano principalmente secondo le strutture N-A o V-A. -“Alto” è maggiore in quantità e migliore in qualità. L’altezza, la veticalità, la proiezione verso l’alto vengono trattate come qualità universalmente positive, in virtù anzitutto della loro corrispondenza con la posizione eretta dell’uomo: tale posizione lo distingue da molti animali(quadrupedi) e soprattutto contraddistingue un uomo in salute da uno privo di forze o di vita, che in tal caso assume una posizione orizzontale. La cultura occidentale, in particolare, associa all’altezza la localizzazione del nostro cervello, che in effetti occupa la posizione più elevata nel nostro corpo. Il cervello rappresenta la dimensione fisica della ragione, e il possesso della ragione è un’altra proprietà che contraddistingue positivamente l’essere umano. Per svariate ragioni dunque si tende ad associare ciò che è “su/alto” a valori positivi e, viceversa, ciò che è “giù/basso” a valori negativi. Un secondo aspetto connesso alla verticalità riguarda la dimensione quantitativa. L’esperienza quotidiana ci insegna che maggiore è la quantità di una sostanza in un contenitore più alto sarà il livello raggiunto dalla stessa all’interno del medesimo contenitore. Allo stesso modo, maggiore è la quanità di oggetti solidi raccolti in un luogo, più elevato apparirà il cumulo che essi formeranno. Quindi se dal punto di vista qualitativo l’altezza rappresenta valori positivi, sotto l’aspetto quantitativo essa rimanda a valori universalmente legati all’idea di “maggiore quantità”. Negli esempi di collocazioni elencate in (50) l’aggetivo alto deve essere interpretato in senso figurato. (50) alto incarico alta onorificenza alta considerazione alti ideali/alte ambizioni Qui alto incarico denota un incarico importante, prestigioso, allo stesso modo in cui alta onorificenza designa un’onorificenza importante. Per cui la proprietà dell’ALTEZZA in (50) trasmette una connotazione positiva. Mentre per alta opinione la base assume il senso di “molto buona”(contrario: scarsa opinione). Lo stesso aggettivo “alto” associato alla base ideali non ne qualifica più tanto la qualità, bensì il valore morale. Nel caso di alte ambizioni l’aggettivo va a connotare grandi soddisfazioni personali. Si osservi, dunque, come la variazione della base comporti una distinta interpretazione di uno stesso aggettivo. Esistono poi molti esempi di collocazioni V-N, dove la connotazione positiva del collocato viene trasmessa all’intera combinazione. Esempi in (51) : levare l’embargo, levare una proibizione, levare una sanzione, levare un veto. Il collocato “levare” lessicalizzando il carattere semantico di direzionalità verso l’alto(#Path, infatti “levare” significa alzare) riceve una connotazione positiva tramite la metafora di orientamento. Le collocazioni in (51) indicano l’annullamento di un dettame precedentemente imposto designato dalle basi(embargo, proibizione, ecc.). Se sostituissimo il verbo ‘levare’ con predicati che indicano ugualmente l’annullamento otterremmo delle costruzioni libere come “rimuovere l’embargo/eliminare una proibizione/annullare una sanzione”. La distizinzione principale consiste nel fatto che le costruzioni libere appaiono trasparenti; al contrario, il verbo levare assume un significato traslato dal momento che il gesto concreto di sollevare denotato dal verbo collocato rimanda a un processo astratto di annullamento. Il dettame imposto dall’alto può essere rappresentato come una sorta di ostacolo che pesa su qualcuno. L’azione di sollevare detto impedimento è connotata positivamente e non è un caso che il predicato scelto abbia direzionalità verticale: dal basso all’alto. Un caso, che parrebbe un controesempio, è rappresentato dall’esempio in (52): prezzo alto. Chi potrebbe, infatti, asserire che il prezzo alto è un concetto positivo, e quello basso è un concetto negativo? Tuttavia, si è parlato di un doppio valore del riferimento ala verticalità: quantitativo e qualitativo. Infatti, in questo caso, agli esempi prezzo basso/prezzo alto non viene assegnata alcuna connotazione di tipo qualitativo, ma QUANTITATIVO: per cui a una maggiore altezza corrisponde una maggiore quantità e viceversa. In altre parole la base prezzo viene rappresentata concettualmente come una massa di sostanza fisica che può crescere o diminuire. -“Basso” è minore in quantità e minore in qualità Ciò che è basso viene associato a sensazioni di disagio,

sgradevolezza, peggioramento. Nelle collocazioni elencate in (53), l'aggettivo basso non mantiene il significato letterale proprio, bensì assume un'accezione figurata. (53) bassi desideri basse passioni bassi istinti Abbiamo detto che l'esperienza concreta che compiamo attraverso il nostro corpo dipende dai limiti dello stesso. Tali limiti determinano la nostra consapevolezza rispetto a certe opposizioni: sappiamo, infatti, discernere ciò che è alto/su da ciò che è basso/giù, ciò che è dentro da ciò che è fuori, etc. A queste dimensioni sono state associate col tempo anche giudizi morali come buono o positivo o cattivo o negativo. Possiamo, di conseguenza, comprendere il senso della presenza dell'aggettivo basso nelle collocazioni in (53). I sostantivi DESIDERI, PASSIONI, e ISTINTI sono concetti appartenenti a domini astratti. Sono concetti appartenenti alla sfera più istintiva e meno razionale della natura umana, sottratta al controllo della ragione. La connotazione negativa può essere trasmessa a tali concetti grazie all'aggettivo basso, per due ragioni strettamente connesse: 1) abbiamo la metafora di orientamento "basso è negativo"; 2) il riferimento alla bassezza appare adeguato se pensiamo alla tendenza a cui facevamo riferimento sopra, diffusasi soprattutto nella cultura occidentale, che guarda con sospetto tutto ciò che si allontana dall'essere razionale. Il primato della ragione sulla razionalità rende molto vivida l'immagine della repressione, limitazione e costrizione, in luoghi nascosti e profondi, dei nostri istinti e pulsioni, legati alla parte più irrazionale del nostro essere. Per cui l'aggettivo "basso" si riferisce a una MORALITÀ INFERIORE. A qualcosa considerato moralmente inferiore, cioè i desideri, le passioni e gli istinti(come vediamo nell'esempio). Infatti la collocazione bassi desideri si contrappone a alte aspirazioni poiché queste ultime sono frutto del pensiero razionale e lungimirante. [Ancora una volta, ciò fa emergere che il legame collocazionale, sebbene apparentemente orientato dalla base al collocato, si rivela in realtà più complesso perché la scelta di un determinato collocato mette in evidenza alcuni tratti rilevanti della base]. La stessa tipologia di metafora di orientamento è sottesa alle collocazioni V-N elencate in (54): cadere nell’oblio, cadere in disuso, cadere in tentazione. Sulla scorta dell'argomento di Lakoff e Johnson, se "basso è negativo" anche i predicati che denotano un moto verso il basso assumono connotazione negativa. Infatti, le stesse basi (cioè OBLIO e DISUSO) vengono percepite come spazi remoti, lontani, lontani dalla memoria e dalla ragione. Il verbo "cadere" si presenta doppiamente appropriato: anzitutto perché possiede polarità negativa, e poi perché designa un movimento di discesa verso il basso. Trattandosi però di luoghi metaforici(LA MEMORIA, LA DIMENTICANZA, ECC.) si tratta di una discesa QUALITATIVA/MORALE. Infatti, nell'es. "cadere in tentazione" rimanda al tema dei valori morali che abbiamo trattato negli esempi precedenti, associati appunto alla dimensione spaziale. Le tentazioni esulano dal raggio di influenza della ragione e appartengono al dominio semantico degli istinti e dei desideri, connessi metaforicamente a ubicazioni basse e nascoste. Esistono molteplici collocazioni come quelle in (54) come ad es. cadere in disgrazia, cadere in depressione, cadere prigioniero Collocazioni: Non è facile fornire una definizione di collocazione che sia universalmente accettata. Usando le parole di Firth, essa corrisponde a un certo modo di dire le cose. È una combinazione di parole che è stata lessicalizzata. Ci sono dei fattori per riconoscere una collocazione e per distinguerla da altre combinazioni di parole (combinazioni libere; idiomi). È Hausmann a far emergere alcune caratteristiche essenziali delle collocazioni: 1. La collocazione è composta esclusivamente da due elementi lessicali (non grammaticali) eventualmente intercalati da elementi funzionali quali preposizioni o articoli. Questi due elementi sono detti base e collocato. Così facendo Hausmann restringe significativamente il dominio delle collocazioni. Dunque in genere le collocazioni prototipiche hanno la dimensione di un sintagma.  Base: costituisce l’elemento autonomo e trasparente dal punto di vista semantico. Essa mantiene un significato letterale, anche se denota entità astratte. In genere determina il significato del collocato (es. in raggiungere un verdetto, verdetto cambia il significato di raggiungere)  Collocato: è sottoposto a un specificazione semantica, attraverso cui gli viene associato un significato distinto da quello trasmesso dal medesimo

Fissità:quando parliamo di fissità possiamo ricordare RUIZ Ruiz →In Spagna, Ruiz chiarisce concetti fondamentali della fraseologia, quali: la fissità, l’idiomaticità e la fraseologizzazione. ▪ La fissità riguarda la stabilità della forma, da ciò deriva l’impossibilità di commutazione, di permutazione e di estrazione di alcun componente facente parte dell’espressione. ▪ L’idiomaticità presuppone che la frase o locuzione abbia un valore figurato complessivo non corrispondente alla somma degli elementi che la compongono, da ciò deriva la mancanza di composizionalità o l’utilizzo della metafora e della metonimia nella sua costruzione. ▪ La fraseologizzazione, infine, si tratta di un processo attraverso il quale si creano unità fraseologiche, ovvero combinazioni tra parole che hanno come caratteristiche la fissità e l’idiomaticità, che possono essere totali o parziali, a seconda del tipo di espressioni che si creanp.poii con BILLY Tuttavia la fraseologia come disciplina linguistica(a cavallo fra lessicografia e sintassi) ha origini piuttosto recenti: Bally(1951) propone il termine “fraseologia” proprio per denominare una nuova disciplina che ha come oggetto di studio le unità pluriverbali fisse nel linguaggio di ciascuna comunità linguistica. Bally indica come tratto distintivo di queste unità→la fissità, che è il risultato dell’uso ripetuto di una stessa combinazione di parole. Per cui la co- occorrenza di queste parole è connessa alla percezione che ha il parlante nativo che queste combinazioni appaiano già formate, pronte per essere riprodotte in modo quasi automatico. Espressioni idiomatiche con opacità e idiomaticità: Queste combinazioni di parole/unità lessicali prendono il nome di espressioni idiomatiche → cioè espressioni il cui significato non è dato dalla somma dei significati delle parole che le compongono. Essendo le espressioni idiomatiche coese, esse godono di un certo grado di flessibilità lessicale e sintattica, che può manifestarsi attraverso l’inserimento(Francesca si è tolta un grande peso dallo stomaco) o la sostituzione(Fare quattro passi o Fare due passi) di uno dei suoi componenti. N.B: Ad esempio “fare quattro passi” può essere sostituito con “fare due passi”, ma non con altri numeri, poiché in tal caso si perderebbe il significato idiomatico della frase. Altre espressioni come “Mettere le carte in tavola” consentono la forma passiva “Le carte sono state messe in tavola”, altre espressioni non lo consentono. Esistono dunque espressioni idiomatiche assolutamente congelate che non accettano nessun tipo di modificazione, mentre altre sono più elastiche e consentono alcune variazioni. Le espressioni idiomatiche hanno inoltre diversi gradi di opacità semantica, la quale le differenzia dalle espressioni letterali che sono semanticamente trasparenti Vi sono espressioni: parzialmente opache → sotto sopra, presto detto; totalmente opache → essere al verde, essere in gamba; Il grado di opacità o trasparenza, unito a quello di cristallizzazione o flessibilità, dà luogo ad un continuum in cui si dispongono le varie espressioni. È interessante notare che le espressioni con il maggior grado di opacità sono anche le meno modificabili. L’immodificabilità e la cristallizzazione di un’espressione idiomatica dipende dal tempo di conservazione di tale espressione nella lingua. Infatti quando un’espressione entra a far parte della lingua, essa possiede una certa flessibilità che tende a scomparire con il tempo rendendo l’espressione sempre più cristallizzata. (ad es. Tagliare la corda, + opaca, - modificabile. Non si può dire, ad esempio, tagliare lo spago). I gradi di idiomaticità del lessico Glucksberg individua due diverse tipologie di forme idiomatiche: • La prima è costituita da espressioni idiomatiche il cui significato è stabilito arbitrariamente. Esempio: attaccare bottone, essere in gamba, ingoiare il rospo. Fanno parte del modello definito direct look-up(poiché il significato non può essere desunto dalla somma dei significati delle parole che lo compongono ma l’allievo deve memorizzare il significato così com’è attraverso attività didattiche o appunto guardando sul dizionario). • La seconda è costituita da espressioni idiomatiche che traggono origine da fatti storicamente accaduti, in seguito stigmatizzati come esempi e quindi divenuti esemplari di determinate situazioni. Esempio: andare a Canossa (che significa: ammettere di aver sbagliato). Fanno parte del modello composizionale(poiché possono essere chiari da un punto di vista composizionale, ma rimanere opachi se non si conosce il contesto d’uso). Un ulteriore caso è quello delle espressioni idiomatiche che sono comprensibili sul piano composizionale, ma con un significato traslato desumibile solo dal contesto. Per

queste espressioni esiste un significato letterale possibile ugualmente accettabile. Ad es: rompere il ghiaccio. Possiamo, infatti, rompere il ghiaccio con un bastone camminando in montagna, ma possiamo indicare anche qualcuno che fa qualcosa per superare l’imbarazzo iniziale. Però, mentre nell’uso letterale è possibile modificarle ad es. frantumare il ghiaccio , nell’uso idiomatico non è ammessa altrettanta flessibilità. Un altro tipo di classificazione delle espressioni idiomatiche è stato proposto da Moon, il quale descrive sette categorie sulla base del contenuto semantico: 1) Azioni: parlare a vanvera 2) Avvenimenti: crollo in borsa, lancio sul mercato 3) Situazioni: essere nei pasticci, non avere lacrime per piangere 4) Persone: essere un pagliaccio 5) Paragoni: essere brutto come un debito, essere bianco come uno strofinaccio 6) Valutazioni: avere il fiuto per gli affari 7) Emozioni: essere verde dalla rabbia, essere rosso dalla vergogna Alcune espressioni, come già detto, hanno un maggior grado di flessibilità, come ad esempio: (1) correre un pericolo (2) fumatore incallito Possiamo ad esempio accettare (3) correre un rischio senza che il senso dell’enunciato muti notevolmente. Inoltre, è accettabile nella (1) correre un grandissimo pericolo. Si può anche dire fumatore veramente incallito. Altre espressioni non permettono tali modifiche, come nel caso di Altre espressioni non permettono tali modifiche, come nel caso di: (4) tagliare la corda (5) alzare il gomito Se ad esempio nella frase (4) sostituiamo corda con spago, tale espressione non può essere utilizzata nella sfera dell’idiomaticità. Non si può pronunciare (6) tagliare la robusta corda sperando che il significato idiomatico si mantenga. Tali espressioni non ammettono dunque alcuna intersezione.

sostituzione del ch-k Kappa: sui social vediamo anche la sostituzione del Ch, con la K. La sostituzione

aveva un senso quando ogni carattere aveva un costo, mentre oggi non sarebbe strettamente necessaria per ragioni di denaro o spazio, ma può risultare utile per questioni di tempo (es: maskio). La K non è l'unica lettera strana dell'alfabeto dei social Ma c'è anche la y, in sostituzione della lettera i. Oltre alla K e alla Y sui social si assiste una costante tendenza ad alterare la grafia delle parole; c'è uno scempiamento delle parole, un'aggiunta o sottrazione di pezzi di parola (es: agliuto).

trasposizione del latino: Oltre l’inglese, che rimane la lingua franca del mondo e di internet, nel

tessuto social-italiano si trovano anche tracce di spagnolo, francese, tedesco e latino (quest’ultimo

come probabile reminiscenza scolastica).

Lo spagnolo esercita un effetto deformante sull’italiano, con chiari effetti umoristici. Nei decenni

passati, la presenza di questa lingua è stata fatta risalire al gergo dei paninari , un movimento

giovanile degli anni Ottanta. Molto in voga erano i falsi ispanismi creati con il suffisso – os

applicato a qualsiasi parola. Oggi troviamo nell’uso parole come hola o no tengo dinero , vamos ,

hasta la vista , que pasa ecc.

Tra i francesismi troviamo parole come voilà o déja vu e forme pseudoadattate come mersì bocù

per merci beaucoup.

Non mancano alcuni termini tedeschi che non hanno esatta corrispondenza in italiano, come

shadenfreude , ‘felicità per le disgrazie altrui’.

Il giapponese compare in alcune sporadiche espressioni come kawaii ‘carino’ o otaku ‘persona che

coltiva interessi ossessivi’ (appassionati di anime e manga ).

Esempio di funzione lessicale: il senso di intensificazione (intenso/intensamente/molto; in latino MAGN) si esprime vicino a un lessema x (dormire, pioggia, ferito, negare) attraverso uno o più lessemi y. Magn(x)=y (intensamente)(dormire)=dormire come un ghiro, come un sasso, profondamente (intensamente) (ferito)=ferito gravemente (intensamente)(pioggia)=pioggia battente (intensamente)(negare)=negare categoricamente Ci sono poi altre funzioni: oper fare, operare oper(bacio)=dare un bacio; oper(passeggiata)=fare una passeggiata; oper(prestito)=fare un prestito, effettuare un prestito mult: moltitudine (produce un valore che denota un nome-massa); mult(cani)=branco di cani ; mult(uccelli)=stormo di uccelli caus= causare Se si sostituisce la parola-chiave, il valore della funzione cambia. Una delle critiche mosse a questa teoria: attraverso le funzioni lessicali si possono produrre non solo collocazioni ma anche combinazioni libere. Ramos risponde sostenendo che effettivamente l’utente di un dizionario si aspetta di poter trovare tutte le possibili combinazioni. Le funzioni come magn sono funzioni lessicali perché i loro argomenti e i loro valori sono esclusivamente dei lessemi. Le funzioni lessicali si suddividono in standard/non standard e paradigmatiche/sintagmatiche: 1. Standard: si applicano a molte x e sviluppano molte y 2. Non standard: si applicano a poche x e sviluppano poche y; es. func privazione(caffè)=caffè nero dove nero, se associato a caffè, assume l’accezione di ‘senza latte’. Ma questa accezione è possibile solo accanto a caffè. 3. Paradigmatiche: comprendono i correlati lessicali di un determinato lessema (iperonimi, sinonimi, quasi-sinonimi, situazione implicata da L, partecipante implicato da L). es. per L=scuola esistono le funzioni paradigmatiche= insegnante, studente, materia, esame, lezione, insegnare, studiare ecc… Queste funzioni si riferiscono a un principio di selezione. 4. Sintagmatiche: formano collocazioni con un determinato lessema L e sono alla base dell’analisi della co-occorrenza ristretta (caffè nero: non si può selezionare un sinonimo come scuro, non vorrebbe dire caffè senza latte) Queste funzioni si riferiscono a un principio di combinazione. Document shared on www.docsity.com Downloaded by: ZioFrankCastle ([email protected]) Con la teoria senso-testo si possono confutare o confermare delle ipotesi sulla struttura semantica di determinati lessemi I lessemi ‘certo’ e ‘dubitare’ hanno caratteristiche combinatorie opposte rispetto agli intensificatori (FL=magn). Infatti si dice: -Sono assolutamente/completamente certo che Pietro sia venuto -Dubito fortemente che Pietro sia venuto. ESSERE CERTO: la componente semantica di certo è non essere disposto a e non si può intensificare una negazione (sono certo che la penna è rossa= non sono disposto a credere che la penna sia blu), perché una negazione non è un principio graduale. DUBITARE: la componente semantica di dubitare è essere disposto a e quindi si può intensificare. perché presuppone una graduazione.  L’ipotesi sulla struttura semantica dei lessemi ‘certo’ e ‘dubitare’ è confermata. MERITI: Le funzioni lessicali sono valori universali e Mel’cuk ne ipotizza una sessantina che rappresentano tutte le relazioni paradigmatiche e sintagmatiche tra unità lessicali. Il grande pregio della Teoria senso-testo e delle funzioni lessicali consiste nella loro universalità: si possono applicare a tutte le lingue. Le funzioni permettono di descrivere la co-occorrenza lessicale di qualsiasi lingua servendosi degli stessi criteri e facilitando la traduzione tra lingue diverse. Grazie alla teoria senso-testo, sono stati codificati (attraverso un numero limitato di funzioni lessicali) molti legami semantici che descrivono il rapporto tra base e collocato in molte collocazioni. PUNTO DEBOLE: il carattere puramente descrittivo della teoria. Mel’cuk non riesce a definire la natura delle collocazioni, non ne dà una definizione. Definisce solo il rapporto dei collocati. solidarietà lessicali COSERIU E SOLIDARIETA’ LESSICALI A differenza delle collocazioni, nelle solidarietà lessicali sono presenti due elementi che condividono almeno un tratto distintivo. Coseriu descrive il fenomeno delle solidarietà lessicali come: Una classe, un arcilessema o un lessema che appartengono alla definizione semantica di una determinata parola sul piano dei tratti distintivi. Quindi non si tratta di una

relazione tra due sole parole, nemmeno nel caso di una relazione tra due lessemi: Naso aquilino: aquilino si dice solo di naso, ma a naso possono applicarsi molte altre parole oltre ad aquilino. Inoltre, le solidarietà lessicali sono fenomeni sintagmatici condizionati paradigmaticamente: Cavallo (lessema che appartiene all’arcilessema animale) funziona come tratto distintivo nel paradigma dei nomi dei colori, ottenendo baio, sauro, morello ecc… La solidarietà lessicale  È un’implicazione sintagmatica di contenuto, codificata linguisticamente, tale per cui uno dei due termini funziona da tratto distintivo per il secondo. Nelle solidarietà sono presenti:  Lessema determinante: lessema che funziona da tratto distintivo per l’altro lessema (cavallo)  Lessema determinato: lessema che riceve tale tratto distintivo (baio, sauro) Coseriu distingue poi due tipi di solidarietà lessicali: 1. Unilaterali: caratterizzate da determinazione interna, poiché il tratto distintivo del lessema determinante non ha valore oppositivo nell’asse paradigmatico (coppia mordere/denti; mordere contiene il tratto distintivo coi denti e questo tratto distintivo non può essere sostituito con altri tratti; un lessema che corrisponde al contenuto di mordere ma senza il tratto coi denti non esiste). In genere il lessema determinante è assente (morderei coi denti è un’espressione tautologica, si dice solo mordere) Queste solidarietà funzionano solo sintagmaticamente. 2. Multilaterali: caratterizzate da determinazione esterna, poiché il tratto distintivo del lessema determinante ha valore oppositivo nell’asse paradigmatico. In cane/abbaiare, abbaiare contiene il tratto distintivo per cani e questo tratto può essere sostituito per esempio con per cavalli, per leoni… ottenendo così le coppie di opposizione paradigmatica: cane/abbaiare; cavallo/nitrire; leone/ruggire ecc… Il lessema determinante solitamente è espresso, anche se la sua presenza non è necessaria per capire di cosa si sta parlando (è ovvio che abbaiare si riferisca a un cane) Queste solidarietà costituiscono dei paradigmi (se in un sintagma di questo tipo si sostituisce un lessema, bisogna sostituire anche l’altro) Coseriu distingue poi:  Affinità: si parla di affinità nel momento in cui la classe del lessema determinante funziona da tratto distintivo. bere/abbeverarsi: in bere il tratto distintivo è essere umano, in abbeverarsi è animale.  Selezione: si parla di selezione quando è l’arcilessema del lessema determinante che funge da tratto distintivo. Nave/viaggiare (con un mezzo di trasporto): l’arcilessema di nave è mezzo di trasporto, che comprende anche aereo, barca, treno ecc… se si sostituisce nave con aereo allora viaggiare diventa volare.  Implicazione: si parla di implicazione quando è tutto il lessema determinante che funge da tratto distintivo. Cavallo/baio: cavallo è il tratto distintivo di baio (rosso applicato al manto dei cavalli) Cavallo/bianco: si tratta di una semplice combinazione libera extra-linguistica. È interessante l’uso metaforico delle solidarietà. Non latrare detto a una persona la fa apparire come un cane, un animale (si vuole quindi offendere questa persona, privandola della sua razionalità tipica degli esseri umani), poiché in latrare è presente il tratto distintivo cane. impoverimento semantico IMPOVERIMENTO SEMANTICO DEL COLLOCATO Si parla di impoverimento semantico del collocato quando questo ha un significato che non è per niente trasparente, ha solo un ruolo funzionale (funzione iperbolica) e serve solo da intensificatore. Es.  Bevitore incallito (oltre a quanto detto prima, vuol dire anche ‘gran bevitore’)  Noia soporifera  Ira cieca  Odio mortale  Caldo soffocante  Odio mortale  Crisi acuta  Cambio radicale  Fame madornale Infatti, anche provando a decodificare in maniera analitica e letterale queste espressioni, non si hanno risultati sensati. Noia soporifera: non si intende dire che la noia ha come effetto scientificamente provato l’assopimento, ma in realtà si vuol dire che è una noia estrema, molto intensa. Si può esprimere nella funzione Magn(noia)=noia soporifera Odio mortale: non si intende un odio che causa morte, ma solo un odio molto intenso. Magn(odio)=odio mortale, odio profondo L’interpretazione di queste collocazioni muove principalmente dalla base, il collocato fa solo da intensificatore. Ciascuno dei collocati può essere interpretato solo in riferimento alla base cui è associato. In particolar modo la semantica di certi aggettivi è ben legata al contenuto semantico del lessema che modificano. Es. se dico ‘Jumbo è un elefante’ è VERO CHE ‘Jumbo è un animale’ Ma se dico ‘Jumbo è un elefante piccolo’ NON è VERO CHE ‘Jumbo è un animale piccolo’ Nel primo caso, il modificatore ‘piccolo’ si

collaterali”( termini tipici di un certo settore non legati a necessità comunicative ma preferite per la loro connotazione tecnica, ad es. espletare anzicché svolgere nel linguaggio giuridico), e i tecnicismi specifici che sono propri di ciascun settore e hanno un significato univoco. Nelle lingue speciali le collocazioni, per distinguerle da quelle della lingua comune, vengono designate anche come appunto “tecnicismi collaterali”, in ogni settore: medico, giuridico, tecnico etc. Non sono necessarie alla comunicazione, ma sono preferite per la connotazione tecnica. Esempi: il malato accusa dolore(linguaggio medico) vs il malato sente dolore(lingua comune). Secondo Mortara Garavelli, questi tecnicismi collaterali sono un ostacolo insormontabile nella comprensione di testi giuridici da parte dei non addetti, siano essi semplici utenti o traduttori. Per quanto riguarda i traduttori, la conoscenza dei tecnicismi collaterali è imprescindibile per evitare che il testo prodotto risulti carente all’esperto di settore, nonostante la correttezza dei termini impiegati e del contenuto. liang 4 criteri che distinguono una collocazione da espr idiomatica: Liang individua le caratteristiche che ci permettono di distinguere una collocazione da idiomi (e combinazioni libere): 1. Autonomia delle parole che compongono la collocazione: i legami tra le parole che formano la collocazione sono legami flessibili. Infatti si può invertire l’ordine delle parole (raggiungere un verdetto-il verdetto raggiunto), aggiungere o inserirvi all’interno altre parole (raggiungere un verdetto decisivo). Ma non tutte le collocazioni hanno lo stesso status di autonomia e permettono tali modifiche. Mentre gli idiomi non hanno un minimo di questa autonomia. 2. Inalterabilità semantica delle parole della collocazione: le parole mantengono il loro senso (meglio dire la base mantiene il suo senso) e costituiscono il senso dell’unità in modo che un interlocutore o lettore possa indovinarlo a una prima occhiata (ottenere successo) o dopo una breve riflessione (soffocare una risata) 3. Possibile sostituibilità del collocativo: il collocativo di una certa base può essere sostituito da un altro semanticamente analogo senza cambiare il senso della collocazione (gettare/stabilire le basi) 4. Limiti lessicali: c’è comunque una restrizione lessicale, poiché il collocato può essere sostituito con poche altre parole a lui analoghe; lo stesso vale per la base (cogliere l’attimo, il momento ma non il tempo) 1,2 e 3 sono i punti per cui una collocazione differisce dagli idiomi, 4 il punto per cui differisce da una combinazione libera Per Liang 1 e 4 sono i punti più importanti. 2 e 3 sono caratteristiche anche di alcune espressioni idiomatiche. metonimia esempi: La metonimia ha una doppia funzione: - quella di concettualizzare un’entità secondo la sua relazione con un’altra oppure - una funzione referenziale in atto quando intendiamo parlare di una cosa riferendoci, però, a una parte caratteristica della stessa e quindi sottolineandone un aspetto specifico. Es: bere una bottiglia d’acqua, leggere Leopardi. [ricerca da Internet per semplificare la definizione— Partiamo, prima di tutto, dalla definizione. La metonimia è una figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine con un altro quando quest’ultimo è legato al primo da una particolare relazione di vicinanza. Detta in altri termini, si è davanti a una metonimia quando, al posto di una parola, se ne usa un’altra concettualmente vicina.] Riprendendo il manuale—Iniziamo presentando alcuni esempi in cui il processo emergente è quello della metonimia. Si considerino le collocazioni in (28) (28) A. Scoppiare guerra B. Colpire tempesta c. Soffocare rivolta Si noti che in 28(a) la metonimia è lo strumento preminente, mentre negli altri due abbiamo anche altri meccanismi metaforici intrecciati a quelli metonimici. La natura eventiva del sostantivo guerra ci permette di rappresentarlo come un’entità circoscritta nel tempo: infatti la guerra(come evento) si compone di un inizio, una fase centrale, e una conclusione. Operando attraverso il meccanismo metonimico è possibile focalizzare l’attenzione solamente sul momento iniziale dell’evento: l’inizio della guerra è solitamente repentino, violento, rumoroso. Questi tratti di repentinità, violenza e grande frastuono, sono trasferiti sul verbo che denota l’inizio dell’evento. Se ad es. avessimo detto iniziare una guerra questo verbo generico avrebbe formato una combinazione libera, poiché non vi è un trasferimento dei tratti come quelli sopraindicati. Il medesimo processo conduce alla formazione di altre

collocazioni in cui il collocato scoppiare viene selezionato da sostantivi che denotano eventi caratterizzati da tratti simili a quelli della guerra: i sostantivi scandalo, rivoluzione, crisi, ad es., denotano eventi il cui iniziò tipico si rivela brusco, rumoroso, spesso caratterizzato da violenza fisica e/o verbale. Per cui troviamo collocazioni come scoppiare scandalo, scoppiare rivoluzione, scoppiare crisi. Nel caso di 28(b) il verbo colpire rimanda a un’azione concreta: permane la connotazione prettamente fisica e violenta del gesto. Considerando l’attivazione dei processi metonimici, possiamo rilevare che l‘evento tempesta si manifesta attraverso entità fisiche assolutamente concrete, come la pioggia e il vento. Infatti nella realtà sono QUESTI elementi che durante l’evento tempesta colpiscono fisicamente tutto ciò su cui si abbattono. La loro azione è violenta e ripetitiva, proprio come quella del frustare. Al processo di personificazione si somma quello metonimico. Nel caso di 28(c) per rivolta l’italiano offre due possibilità: soffocare e schiacciare. La scelta di ‘schiacciare’ suggerisce una concettualizzazione della ribellione come un oggetto dotato di forma e compattezza. Una pressione esercitata dall’esterno ha come conseguenza la deformazione dell’oggetto. La forza esterna, infatti, ne modifica la forma e in particolare ne riduce la portata. Si tratta, dunque, di una modalità violenta e repressiva di affrontare la ribellione. Altrettanto violenta è l’azione denotata dal verbo ‘soffocare’ che, però, lessicalizza piuttosto la modalità di repressione: qui si tratta di privare qualcuno o qualcosa dell’ossigeno. Questo predicato esprime un’azione che ha come oggetto più tipico esseri umani che necessitano di ossigeno per sopravvivere. È necessario, dunque, che la rivolta sia concettualizzata come un organismo che vive grazie alla respirazione dell’ossigeno. È possibile, a questo punto, una doppia interpretazione della stessa base: da una parte possiamo adoperare il meccanismo dell metonimia associando la rivolta alle persone che la compongono(maggiore è il numero di persone che appoggiano la causa perorata, maggiore diviene la portata della rivolta), dall’altra possiamo concepire la rivolta attraverso la metafora “la rivolta è un fuoco”: come il fuoco essa necessita di ossigeno per bruciare e come il fuoco può subire un ridimensionamento. La seconda interpretazione è forse quella più attendibile, dato che l’espressione contraria è alimentare una rivolta. In realtà, secndo quanto sostenuto da Lakoff e Johson la scelta di certe rappresentazioni piuttosto che altre rimane strettamente vincolata all’esperienza di ciascun individuo: non c’è un’immagine giusta e una sbagliata. Detto questo, abbiamo comunque tentato di mettere in evidenza che esistono dei tratti semantico-cognitivi essenziali che vengono lessicalizzati e veicolati proprio attraverso la scelta del collocato. Anche queste collocazioni presentano un’ampia flessibilità dal punto di vista sintattico(ad es. si può dire lo schiacciamento della ribellione), oppure i verbi possono combinarsi anche con più di un sostantivo(es. schiacciare un’insurrezione/una rivolta...). Si possono avere anche casi di sinonimia (es. schiacciare una rivolta/soffocare una rivolta/ reprimere una rivolta). Un’ulteriore evidenza di dinamiche di trasmissione/negoziazione di tratti della base sul collocato è offerta dall’espressione estinguere un debito. Ad es. noi abbiamo osservato che un’insurrezione può essere immaginata come un fuoco che va estinto, e per questo era possibile associarvi il verbo ‘soffocare’. La stessa immagine può essere utilizzata per il concetto del ‘debito’. In questo caso, però, i tratti del fuoco che si vogliono evidenziare sono altri: la rivoluzione è vista come un fuoco prorompente e per contrastarlo vengono selezionate azioni violente e coercitive, mentre il debito è un fuoco di un’altra natura. Infatti l’esperienza ci insegna che il debito si contrae solitamente quando non si dispone di sufficienti risorse per entrare immediatamente in possesso di qualcosa. Lo stato di indebitamento si distribuisce nel tempo delineando un processo più o meno lento e graduale. La GRADUALITÀ che caratterizza tipicamente il processo di annullamento di un debito è un tratto definitorio che dalla base viene trasmesso per la scelta del predicato. Lessico: LESSICO: si costituisce di singole parole e di unità lessicali (parole formano cooccorrenze che nel tempo si sono lessicalizzate). Le unità lessicali hanno ognuna un diverso grado di idiomaticità. Le combinazioni di parole possono essere di 4 tipi: 1. Grado elevato di variabilità di co-occorrenza fra le parole

collocazioni N-A. Attraverso la funzione Magn possiamo descrivere le combinazioni errore madornale, momento cruciale, crassa ignoranza. Per le collocazioni V-N la funzione lessicale più comune è Oper,il cui senso è “fare, operare”. Verrà utilizzata, ad esempio, per dire: fare una passeggiata. Elenco di FUNZIONI LESSICALI: MAGN(odio)=mortale OPER(pericolo)=correre MULT(cani)=branco N.B La funzione lessicale “MULT” denota un nome-massa o un’insieme di unità. Dunque, le funzioni come Magn sono funzioni lessicali [=FL] perché i loro argomenti e i loro valori sono esclusivamente dei lessemi. Le funzioni lessicali si suddividono in Funzioni standard : sono valide per ambiti lessicali molto estesi; • Funzioni non-standard : hanno un’applicazione molto limitata; • Funzioni paradigmatiche : che comprendono i correlati lessicali di un determinato lessema, come sinonimi o quasi-sinonimi, nozione generale di L, una situazione implicata da L o un partecipante implicato da L. Ad es. per L=scuola esistono le funzioni paradigmatiche: insegnante, studente, materia, esame, lezione, insegnare, studiare ecc. Questi correlati lessicali hanno un legame derivazionale con L. • Funzioni sintagmatiche : Le funzioni sintagmatiche formano, invece, collocazioni con un determinato lessema L e sono alla base della co-occorrenza ristretta. Per distinguere le funzioni standard da quelle non-standard, Mel’cuk cita un esempio: caffè nero indica il caffè senza aggiunta di latte e questo significato(nero→“senza aggiunta di latte) è possibile solo in combinazione con il lessema “caffè”(per cui si tratta di una funzione non-standard). Diversamente, le funzioni standard sono applicabili a tutte le lingue, sono quelle più “universali”. (Basta vedere se è possibile la traduzione, SE NON SBAGLIO DEVI CONTROLLARE). Un’ulteriore distinzione è anche quella fra funzioni sintagmatiche e funzioni paradigmatiche: le funzioni paradigmatiche si riferiscono ad un principio di selezione, mentre le funzioni sintagmatiche si riferiscono ad un principio di combinazione. I legami strutturali tra le ipotesi semantiche e quelle co-occorrenziali del modello di Mel’cuk, vengono illustrati con l’esempio: a. Sono molto certo che Pietro sia venuto ~Sono assolutamente certo che Pietro sia venuto b. Dubito fortemente che Pietro sia venuto ~Dubito *assolutamente che Pietro sia venuto Perché “certo” e “dubitare” hanno delle caratteristiche combinatorie opposte rispetto agli intensificatori?(=i valori della FL Magn). Scomponendo le unità a. e b. è facile capire il perché. La componente semantica centrale di “certo” è non essere disposto a e non si può intensificare una negazione , perché una negazione non è un principio graduale: *molto e *fortemente sono quindi inaccettabili. Con “dubitare” la componente centrale è essere disposto a e questo presuppone anche una graduazione: in effetti si può essere più o meno disposti a , da ciò deriva la collocabilità degli intensificatori molto e fortemente. In questo caso la scelta di due tipi diversi di valori della FL Magn è semanticamente giusticata. Il grande pregio della Teoria Senso-Testo e delle funzioni lessicali consiste nella loro universalità. Infatti le tecniche descritte da Mel’cuk si applicano a tutte le lingue. Le funzioni lessicali permettono, così, di descrivere la co-occorrenza lessicale di qualsiasi lingua servendosi degli stessi criteri e facilitando- di conseguenza- un paragone tra lingua diverse che facilita anche la traduzione. Come già detto la teoria Senso-Testo prevede anche un dizionario: il DEC. Un articolo del DEC comprende, oltre alla definizione del lessema L e del suo regime grammaticale, una lista di FL di L con i loro valori, cosicché il DEC copre tutte le collocazioni di L.(Contiene frasemi, idiomi, collocazioni..). Le principali proprietà formali di un DEC sono state messe in evidenza dallo stesso Mel’cuk: • È un dizionario teorico perché è elaborato sulla base di una teoria linguistica che comprende l’aspetto semantico, sintattico e morfologico della lingua; • È un dizionario attivo perché progettato per la produzione linguistica • È un dizionario semantico perché basato sulla descrizione semantica di tutte le espressioni che contiene, e avendo come parte centrale di ogni lemma la sua definizione • È un dizionario combinatorio perché centrato sulla co-occorrenza ristretta sia lessicale che sintattica • È un DATABASE LESSICALE. Lo scopo principale di un DEC è quello di trattare in maniera esaustiva tutti i lessemi e frasemi. È, di conseguenza, un mezzo efficace ed esaustivo di rappresentazione del linguaggio. Un’ultima precisazione sul contributo di Mel’cuk riguarda l’aspetto semantico delle collocazioni. Rispetto alle locuzioni e alle espressioni idiomatiche, le collocazioni appaiono assolutamente trasparenti, nel senso che ogni costituente lessicale

rappresenta anche un costituente semantico. In che senso, allora, si distinguono dalle combinazioni libere? In realtà le collocazioni appaiono solo parzialmente composizionali(si parla infatti anche semi-idiomaticità). Questa parziale trasparenza caratteristica delle collocazioni emerge in Mel’cuk quando le descrive come espressioni binarie che soddisfano i seguenti requisiti: 1) il significato della combinazione contiene il significato di almeno uno dei componenti; 2) uno dei componenti è stato scelto dal parlante in modo regolare e non limitato, 3) la scelta del secondo componente e è stata operata in funzione del primo e del significato che si vuole esprimere(selezione ristretta). Uno degli elementi (la BASE) mantiene il proprio significato, mentre il COLLOCATO subisce, in una collocazione, una specificazione semantica. Per formare la collocazione caffè nero il parlante sceglie liberamente il lessema “caffè”(BASE) e, al fine di veicolare il significato “senza latte”, vi associa l’aggettivo “nero”(COLLOCATO), che in questa combinazione acquisisce un significato distinto da quello di qualità cromatica che generalmente vi assegnamo. In definitiva la Teoria Senso-Testo di Mel’cuk ha permesso di codificare - attraverso un numero limitato di funzioni lessicali- i legami semantici che descrivono il rapporto fra la base e il collocato di innumerevoli collocazioni. Il punto debole di questo approccio consiste nel suo carattere puramente descrittivo: Mel’cuk non chiarisce mai quale sia la vera natura delle collocazioni, osserva solo i legami semantici che intercorrono fra le parti che la costituiscono. Il paradigma di Mel’cuk appare, dunque, uno strumento insufficiente. Qualia: Qualia structure Passiamo infine a un terzo livello di analisi lessicale, quello proposto da Pustejovsky, il quale riprende il concetto aristotelico di qualia per indicare alcuni aspetti principali del significato di un lessema. Il modello a cui fa riferimento Pustejovsky prevede quattro livelli(4 qualia), ciascuno riguardante un aspetto particolare del significato del lessema: 1. Costitutivo: indica la relazione tra l’oggetto designato e le sue parti costitutive(materiale, peso, parti, elementi componenti); 2. Formale: indica il dominio più vasto a cui appartiene il lessema (orientamento, grandezza, importanza, forma, dimensione, colore, posizione) 3. Telico: fornisce informazioni sulla finalità o funzione principale 4. Agentivo: informa sulla sua origine(creatore, catena causale) Una struttura simile ci permette di evidenziare come l’associazione tra lessemi non sia affatto casuale; anzi, le restrizioni di selezione possono essere adeguatamente spiegate proprio prendendo in esame i qualia dei lessemi che entrano in combinazione. Esistono poi alcuni meccanismi che legano le quattro strutture, alcuni di questi processi consentono di far luce anche sui legami che intercorrono tra i componenti delle combinazioni di cui ci occupiamo. (Meccanismi come selective binding cioè quando un elemento lessicale o sintagma esercita la sua influenza su parte della sottostruttura del lessema o sintagma; co-composition cioè quando molteplici elementi di un sintagma operano come funtori che determinano nuovi sensi non lessicalizzati per le parole in combinazione, type coercion quando un elemento lessicale o un sintagma riceve forzatamente una determinata interpretazione semantica senza che avvenga alcun cambiamento sintattico). In particolare si manifesta SELECTIVE BINDING quando un elemento lessicale o sintagma esercita la sua influenza su parte della sottostruttura del lessema o sintagma. Tale processo risulta attivo, ad esempio, in collocazioni come bevitore incallito dove il modificatore esercita la sua influenza sul quale telico del verbo bere, e non sul lessema in senso gestaltico; oppure questo processo lo notiamo in denaro sporco poiché non si fa riferimento al colore superficiale ma all’illegalità del processo attraverso cui è venuto in essere, per cui il modificatore non esercita, pertanto, la sua influenza sul quale formale, bensì su quello agentivo, dal momento che quello agentivo indica proprio il tipo di processo che sottostà alla formazione dell’oggetto denotato dal lessema base della collocazione. Va evidenziato che lo stesso aggettivo sporco appare anche in altre collocazioni come gioco sporco dove funge ancora da modificatore del quale agentivo e, quindi, denotante la scarsa onestà del processo di compimento dell’azione. Un ulteriore meccanismo, spesso attivo nelle collocazioni lessicali, è quello della CO-COMPOSITION, secondo cui gli elementi di un’espressione determinano il significato delle parole in combinazione, associandovi nuovi significati. Ad es. in collocazioni