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Capitolo de La luna e i falò, Dispense di Filologia italiana

Descrizione dettagliata dei capitoli della luna e i falò

Tipologia: Dispense

2025/2026

Caricato il 27/05/2026

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maria-catania-11 🇮🇹

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LA LUNA E I FALO’ – Cesare Pavese
Cesare Pavese (1908–1950) rappresenta un caso di particolare rilievo per la filologia italiana del Novecento, soprattutto
nell’ambito della filologia d’autore. Nato a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, territorio che diventerà il nucleo simbolico
centrale della sua opera, Pavese si forma a Torino e si inserisce presto nell’ambiente culturale legato alla casa editrice
Einaudi, di cui sarà redattore, traduttore e figura intellettuale di primo piano. Nel 1935 viene condannato per attività
antifasciste: l’esperienza dell’isolamento, insieme a un profondo disagio esistenziale, segna in modo duraturo la sua
visione del mondo e della scrittura, concepita come disciplina rigorosa e “mestiere”. La sua vita si conclude con il suicidio
nel 1950, poco dopo la pubblicazione de La luna e i falò.
Dal punto di vista filologico, la produzione pavesiana è ampiamente documentata da manoscritti, da ttiloscritti e
materiali preparatori, in gran parte conservati presso l’Archivio Einaudi, che consentono di ricostruire con precisione il
processo di elaborazione dei testi. L’analisi delle varianti mostra una pratica di scrittura fondata sulla riscrittura continua
e su un controllo rigoroso della forma, con un progressivo movimento verso la semplificazione sintattica e la riduzione
degli elementi espressivi superflui. Pavese lavora prevalentemente per sottrazione: elimina lirismi espliciti, chiarisce la
struttura del periodo e affina il ritmo della prosa, che resta sempre attentamente scandito. In questo senso, il diario Il
mestiere di vivere costituisce una fonte fondamentale non solo per la comprensione della sua poetica, ma anche per lo
studio genetico delle opere, perché documenta la piena consapevolezza tecnica dello scrittore.
La lingua pavesiana si caratterizza per una scelta deliberatamente anti-aulica: lessico comune, sintassi piana e spesso
paratattica, uso misurato di regionalismi piemontesi, mai folkloristici. I dialoghi, costruiti su un’oralità fortemente stilizzata,
non mirano al realismo mimetico, ma svolgono una funzione strutturale, rendendo l’incomunicabilità e la distanza tra i
personaggi. Questo equilibrio tra semplicità apparente e forte controllo formale emerge con particolare evidenza proprio
attraverso lo studio delle varianti.
La luna e i falò (1950), ultimo romanzo di Pavese, rappresenta il punto di arrivo della sua narrativa. Il testo è costruito come
racconto di ritorno alle origini: il protagonista Anguilla torna nelle Langhe dopo anni di lontananza, ma il ritorno si rivela
impossibile, perché il passato non è recuperabile se non come memoria e mito. La narrazione procede per episodi e
ricorrenze simboliche più che per sviluppo lineare, e il paesaggio assume un valore fortemente emblematico. Anche qui
la lingua è piana, controllata, anti-retorica, frutto di un lungo processo di riscrittura.
Introduzione
La storia di Anguilla
La vicenda de La luna e i falò si apre nelle Langhe, all’inizio del Novecento. Un neonato viene abbandonato sugli scalini del
duomo di Alba e affidato a una famiglia contadina della valle del Belbo, che lo accoglie soprattutto per il compenso
garantito dallo Stato. Il bambino cresce senza conoscere le proprie origini e viene soprannominato Anguilla. Vive a
Gaminella, un podere poverissimo, con Virgilia, la madre adottiva, Padrino, il padre adottivo, e le loro figlie Giulia e
Angiolina, che Anguilla considera come vere sorelle. L’infanzia è segnata dalla miseria, ma anche da legami affettivi
autentici; solo crescendo Anguilla prende coscienza della propria condizione di bastardo e subisce le umiliazioni degli
altri bambini. La morte di Virgilia segna la fine definitiva dell’infanzia: la famiglia si disgrega, Padrino è costretto ad
andarsene a lavorare altrove (e morirà poco dopo) e Anguilla resta solo. Da questo momento inizia per lui una vita di
sradicamento e di continui passaggi.
Il parroco lo affida quindi alla Mora, la grande cascina del sor Matteo, ambiente ricco e fertile, in netto contrasto con la
miseria di Gaminella. Qui Anguilla vive come garzone e viene a contatto con un mondo più agiato. Alla Mora abitano
anche le figlie del sor Matteo, Silvia e Irene, figure bellissime e irraggiungibili, oggetto di un’ammirazione silenziosa, e la
nuova moglie Elvira, con la figlia Santina. In questo contesto Anguilla matura, lavora, guadagna un salario e comincia a
comprendere le dinamiche della vita adulta, del desiderio e delle differenze sociali.
Figura centrale della sua formazione è Nuto, musicista e intellettuale autodidatta, che rappresenta per Anguilla una guida
morale e culturale. Attraverso il confronto con lui nasce il desiderio di partire, di uscire dalle Langhe per costruirsi
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LA LUNA E I FALO’ – Cesare Pavese

Cesare Pavese (1908–1950) rappresenta un caso di particolare rilievo per la filologia italiana del Novecento, soprattutto nell’ambito della filologia d’autore. Nato a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, territorio che diventerà il nucleo simbolico centrale della sua opera, Pavese si forma a Torino e si inserisce presto nell’ambiente culturale legato alla casa editrice Einaudi, di cui sarà redattore, traduttore e figura intellettuale di primo piano. Nel 1935 viene condannato per attività antifasciste: l’esperienza dell’isolamento, insieme a un profondo disagio esistenziale, segna in modo duraturo la sua visione del mondo e della scrittura, concepita come disciplina rigorosa e “mestiere”. La sua vita si conclude con il suicidio nel 1950, poco dopo la pubblicazione de La luna e i falò. Dal punto di vista filologico, la produzione pavesiana è ampiamente documentata da manoscritti, dattiloscritti e materiali preparatori , in gran parte conservati presso l’Archivio Einaudi, che consentono di ricostruire con precisione il processo di elaborazione dei testi. L’analisi delle varianti mostra una pratica di scrittura fondata sulla riscrittura continua e su un controllo rigoroso della forma, con un progressivo movimento verso la semplificazione sintattica e la riduzione degli elementi espressivi superflui. Pavese lavora prevalentemente per sottrazione : elimina lirismi espliciti, chiarisce la struttura del periodo e affina il ritmo della prosa, che resta sempre attentamente scandito. In questo senso, il diario Il mestiere di vivere costituisce una fonte fondamentale non solo per la comprensione della sua poetica, ma anche per lo studio genetico delle opere, perché documenta la piena consapevolezza tecnica dello scrittore. La lingua pavesiana si caratterizza per una scelta deliberatamente anti-aulica : lessico comune, sintassi piana e spesso paratattica, uso misurato di regionalismi piemontesi, mai folkloristici. I dialoghi, costruiti su un’oralità fortemente stilizzata, non mirano al realismo mimetico, ma svolgono una funzione strutturale, rendendo l’incomunicabilità e la distanza tra i personaggi. Questo equilibrio tra semplicità apparente e forte controllo formale emerge con particolare evidenza proprio attraverso lo studio delle varianti. La luna e i falò (1950), ultimo romanzo di Pavese, rappresenta il punto di arrivo della sua narrativa. Il testo è costruito come racconto di ritorno alle origini: il protagonista Anguilla torna nelle Langhe dopo anni di lontananza, ma il ritorno si rivela impossibile, perché il passato non è recuperabile se non come memoria e mito. La narrazione procede per episodi e ricorrenze simboliche più che per sviluppo lineare, e il paesaggio assume un valore fortemente emblematico. Anche qui la lingua è piana, controllata, anti-retorica, frutto di un lungo processo di riscrittura.

Introduzione

La storia di Anguilla La vicenda de La luna e i falò si apre nelle Langhe, all’inizio del Novecento. Un neonato viene abbandonato sugli scalini del duomo di Alba e affidato a una famiglia contadina della valle del Belbo, che lo accoglie soprattutto per il compenso garantito dallo Stato. Il bambino cresce senza conoscere le proprie origini e viene soprannominato Anguilla. Vive a Gaminella, un podere poverissimo, con Virgilia, la madre adottiva, Padrino, il padre adottivo, e le loro figlie Giulia e Angiolina, che Anguilla considera come vere sorelle. L’infanzia è segnata dalla miseria, ma anche da legami affettivi autentici; solo crescendo Anguilla prende coscienza della propria condizione di bastardo e subisce le umiliazioni degli altri bambini. La morte di Virgilia segna la fine definitiva dell’infanzia: la famiglia si disgrega, Padrino è costretto ad andarsene a lavorare altrove (e morirà poco dopo) e Anguilla resta solo. Da questo momento inizia per lui una vita di sradicamento e di continui passaggi. Il parroco lo affida quindi alla Mora, la grande cascina del sor Matteo, ambiente ricco e fertile, in netto contrasto con la miseria di Gaminella. Qui Anguilla vive come garzone e viene a contatto con un mondo più agiato. Alla Mora abitano anche le figlie del sor Matteo, Silvia e Irene, figure bellissime e irraggiungibili, oggetto di un’ammirazione silenziosa, e la nuova moglie Elvira, con la figlia Santina. In questo contesto Anguilla matura, lavora, guadagna un salario e comincia a comprendere le dinamiche della vita adulta, del desiderio e delle differenze sociali. Figura centrale della sua formazione è Nuto, musicista e intellettuale autodidatta, che rappresenta per Anguilla una guida morale e culturale. Attraverso il confronto con lui nasce il desiderio di partire, di uscire dalle Langhe per costruirsi

un’identità autonoma. Intanto, alla Mora si consuma il dramma delle figlie del sor Matteo: Irene, dopo una malattia, sposa un uomo violento e viene portata lontano; Silvia, dopo una vita sentimentale tormentata, muore in seguito a un aborto clandestino. Anche il sor Matteo muore per un ictus, e con lui si dissolve il mito della Mora come luogo stabile e felice. Anguilla, ormai adulto, ha già lasciato le Langhe: prima fa il soldato, poi lavora a Genova e infine emigra in America, aiutato da Teresa, una donna che gli salva la vita quando la sua attività antifascista lo mette in pericolo. Negli Stati Uniti divent a ricco e potente, ma comprende che quella terra, pur offrendo successo materiale, è priva di radici e di memoria. È un mondo senza passato, incapace di dargli una vera identità. Durante la guerra matura così la decisione di tornare. Dopo la fine del conflitto rientra in Italia e nelle Langhe. Ora è conosciuto come l’“Americano”, rispettato e benestante, ma sente il bisogno profondo di riconnettersi alla propria infanzia. Ritrova Nuto, profondamente cambiato dall’esperienza della guerra e della Resistenza: ha smesso di suonare, è diventato falegname e ha assunto una visione disincantata della vita. Per Nuto il ritorno è impossibile, perché la storia ha spezzato definitivamente il legame con l’innocenza. Anguilla visita i luoghi del passato e scopre che tutto è mutato o distrutto. A Gaminella incontra Cinto, un bambino storpio e maltrattato dal padre Valino, in cui riconosce se stesso. Cerca di proteggerlo e di offrirgli una possibilità di riscatto, ma la violenza esplode tragicamente: Valino uccide le donne di casa, incendia la cascina e si suicida. Gaminella brucia, cancellando definitivamente il passato di Anguilla. Il romanzo si chiude con l’episodio più tragico e simbolico: Santina, divenuta adulta, è stata uccisa dai partigiani per tradimento e il suo corpo è stato bruciato in un falò per preservarne la dignità. Il fuoco diventa così il simbolo centrale dell’opera: distruzione e memoria, sacrificio e impossibilità del ritorno. Anguilla comprende che non si può davvero tornare alle origini: il passato non è recuperabile, la terra resta, ma gli uomini e i significati cambiano. L’unica patria possibile è la consapevolezza del tempo e della storia. Il Pavese della “Luna” La luna e i falò rappresenta il libro del congedo di Cesare Pavese, l’opera conclusiva e più compiuta del suo percorso narrativo. Pur continuando a scrivere poesia negli ultimi mesi della sua vita (poi raccolta in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ), Pavese considera La luna e i falò il suo libro più vero, quello che racchiude l’intera esperienza umana e letteraria, definito da lui stesso come l’“ultima scheggia del monolito”, ossia la sintesi finale della propria ricerca. Il romanzo nasce da un’ispirazione particolarmente intensa, vissuta come un autentico momento di grazia creativa. Pavese lo scrive in un arco di tempo molto breve, tra settembre e novembre del 1949, con una fluidità eccezionale che testimonia il rapporto profondo e immediato con la materia narrata. Per alimentare la scrittura torna nei luoghi dell’infanzia, soprattutto a Santo Stefano Belbo, ma evita consapevolmente un realismo diretto o documentario: i riferimenti storici e geografici vengono attenuati e trasfigurati, e la realtà è trasformata in mito. Emblematico è l’uso di simboli evocativi al posto di elementi concreti, come lo “scudo d’argento” che sostituisce le cinque lire del sussidio statale per i bambini adottati. Dal punto di vista stilistico, La luna e i falò è il risultato di una ricerca di equilibrio assoluto. Il linguaggio è sobrio e controllato, la sintassi prevalentemente paratattica, il lessico semplice ed essenziale. Le ripetizioni, le anafore e la riduzione dell’aggettivazione non sono segni di povertà espressiva, ma strumenti simbolici: Pavese elimina gli aggettivi enfatici e ridondanti per ottenere uno stile volutamente asciutto, talvolta monotono, capace di riflettere lo stato interiore del protagonista Anguilla. La scrittura assume così un carattere “liminare”, sospeso, che rispecchia la condizione esistenziale del personaggio, diviso tra partire e tornare, radicarsi e perdersi. Per Pavese la scrittura del romanzo è un’esperienza di felicità profonda, ma anche di confronto diretto con la morte. La luna e i falò nasce da una sorta di “ascesi”, intesa come distacco dal mondo necessario per poterlo comprendere e rappresentare con maggiore lucidità. Tuttavia, al di fuori dell’atto creativo, lo scrittore avverte un vuoto esistenziale che l’arte non riesce a colmare del tutto. Eventi biografici decisivi incidono profondamente su questa fase della sua vita e sulla genesi del romanzo: l’incontro con Constance Dowling, ultimo e doloroso amore, e il suicidio di Matthiessen, studioso da lui ammirato. In questo contesto emerge con forza il tema della maturità, intesa non come pacificazione, ma come accettazione tragica della vita e della

rendeva abitabile, inserendola in un ciclo naturale di distruzione e rinascita. Questo modello risulta decisivo per Pavese, perché consente di pensare la maturazione non come progresso lineare, ma come movimento circolare, fatto di ritorni, ripetizioni e soglie. La maturità non coincide con il superamento dell’infanzia, bensì con la capacità di ritornarvi consapevolmente, riconoscendone il valore simbolico. In questo senso, il mito eleusino diventa una struttura portante della Luna : il viaggio di Anguilla non è un semplice ritorno geografico, ma un ritorno rituale, carico di significati arcaici. Si analizza poi la figura del fanciullo divino, centrale nei Prolegomeni e decisiva per la costruzione del personaggio di Anguilla. Questo fanciullo presenta caratteristiche contraddittorie: è abbandonato, esposto, orfano, spesso di origini ignote, ma al tempo stesso portatore di una forza sacra destinata a rinnovare il mondo. La sua debolezza iniziale non è un limite, bensì la condizione stessa della sua funzione simbolica. Jung interpreta il fanciullo divino come immagine del Sé: non l’infanzia cronologica, ma l’infanzia come origine permanente, riserva di energia psichica che impedisce all’individuo di irrigidirsi nell’età adulta. Per questo il fanciullo divino è legato a situazioni liminari: nascita misteriosa, esposizione all’acqua, sopravvivenza miracolosa. Accanto a questa figura compare quella della Kore, la fanciulla rapita e restituita, che incarna il legame tra perdita e ritorno. Nel mito eleusino, Kore scompare e riappare ciclicamente, garantendo la fertilità della terra. Nella Luna questa figura si riflette in personaggi femminili come la Mora, associata alla fecondità, alla terra, alla possibilità di radicamento. Anguilla, come il fanciullo divino, è un orfano: non conosce i genitori, non sa con certezza da dove venga, ed è “venuto dall’acqua”, secondo una nascita quasi mitica. Il suo soprannome rimanda a un animale simbolicamente legato alla trasformazione, alla migrazione, al ritorno. La sua vicenda assume così un valore universale: non è solo la storia di un individuo, ma la riproposizione moderna di un mito arcaico di formazione. Anguilla non è un eroe trionfante; la sua grandezza sta nella capacità di attraversare la perdita senza annullarla, accettando la tensione tra appartenenza e sradicamento. Il ritorno di Anguilla nelle Langhe, dopo l’esperienza americana, ha una funzione simbolica fondamentale. L’America rappresenta una terra profana, priva di mito e tradizione; il ritorno alle origini significa invece riallacciarsi alla continuità della vita e alla sapienza ancestrale, secondo il modello eleusino. Il viaggio di Anguilla è dunque psicologico e spirituale: affrontare Eleusi significa entrare in contatto con la ciclicità della vita e della morte, con Bios e Thanatos. Il ritorno nella casa di Padrino e Virgilia simboleggia la rinascita e l’integrazione: Padrino è il padre putativo, Virgilia una figura demetriaca, mentre le figlie rappresentano aspetti della fanciulla divina. La successione dei luoghi e dei personaggi ricalca simbolicamente i riti eleusini: acqua, spiga, ciceone e fuoco segnano la rinascita e la trasmissione della vita. Accanto al mito eleusino, il romanzo intreccia un evidente parallelismo con la Divina Commedia. Gaminella rappresenta l’Inferno: luogo di miseria, degradazione e dannazione. La Mora è il Purgatorio: spazio di transizione, di attesa e di formazione. Nuto assume la funzione di Virgilio, guida sapiente che accompagna Anguilla verso la maturità attraverso lavoro, disciplina, gioco, vino, eros e festa. L’America diventa l’Inferno moderno: terra straniera e disumanizzata, popolata da falsi miti, violenza e solitudine. Il ricordo di Nuto e dei luoghi originari guida Anguilla nel ritorno, che diventa purificazione e interiorizzazione. Solo dopo aver attraversato nuovamente Inferno e Purgatorio, può aspirare a un personale “paradiso terrestre”. Il romanzo si chiude in una dimensione liminare. La figura di Santa incarna una dualità irriducibile: prostituta e vittima sacrificale, presenza profana e sacra insieme. I trentadue capitoli diventano così una meditazione sulla condizione umana, sospesa tra morte e rinascita, senza una sintesi definitiva. La luna e i falò resta aperta, come il mito: non risolve, ma insegna ad abitare la soglia.

IL LIBRO

CAPITOLO I

Il romanzo si apre con un monologo interiore del protagonista , che spiega perché è tornato in un determinato paese delle Langhe e non in un altro vicino. Avrebbe infatti potuto scegliere anche Canelli, Barbaresco o Alba , poiché non conosceva il paese in cui era nato : non aveva mai conosciuto i suoi genitori ed era stato abbandonato sulle scale del duomo di Alba , da dove era stato portato in un orfanotrofio. Successivamente era stato prelevato e affidato a una famiglia di Gaminella. Il protagonista chiarisce subito che Gaminella non era veramente casa sua , poiché era stato

adottato solo per interesse economico : l’ospedale di Alessandria pagava una somma mensile a chi prendeva in affidamento un “bastardo”. Probabilmente la famiglia lo aveva accolto anche perché aveva già due figlie e lui avrebbe potuto aiutare nei lavori. La famiglia adottiva era composta da Virgilia, Padrino e le due figlie Giulia e Angiolina. Il protagonista riconosce con amarezza che solo i miserabili prendevano in affido un bastardo e ricorda quanto si offendesse quando veniva chiamato così. È cresciuto quindi a Gaminella , insieme alle figlie della famiglia adottiva. Quando aveva dieci anni , Virgilia morì e in quel momento venne a conoscenza della verità sulla sua adozione. Dopo la morte della madre adottiva, Angiolina smise di giocare con lui e con Giulia e prese il posto della madre , assumendo un ruolo più adulto e autoritario. Il protagonista rimase con la famiglia fino all’età di tredici anni ; nel 1921 andò a vivere come servitore alla cascina della Mora , dove lavorò fino al compimento dei diciotto anni. In seguito partì per il servizio militare a Genova , città in cui ora vive stabilmente. Nonostante abbia viaggiato molto e abbia anche fatto fortuna in America , sente di non sapere ancora quale sia davvero il suo paese. Alla cascina della Mora conobbe Nuto , il suo amico del Salto , più grande di lui di tre anni. Nuto trascorreva spesso le sere alla Mora, suonando il clarino nel cortile per allietare le serate. Nuto è una figura fondamentale del romanzo: non ha mai abbandonato il paese e accompagna il protagonista nel corso dei suoi ricordi , restando un punto di riferimento costante. Il ritorno del protagonista è accompagnato da un continuo alternarsi di presente e passato : il romanzo è costruito come un lungo flashback , in cui i ricordi dell’infanzia, della giovinezza e del lavoro alla Mora si intrecciano con il tempo presente. Il protagonista afferma che ora che è tornato gli piace ricordare la sua infanzia , i tempi della cascina e tutta la sua giovinezza. Ricorda con piacere anche la strada per Canelli e le persone che la percorrevano , e considera le colline di Canelli come la porta del mondo. Tuttavia, quando qualche anno prima era tornato a Gaminella, aveva notato che le cose erano cambiate : i noccioli non c’erano più , i luoghi erano gli stessi ma la vita e le persone di una volta non esistevano più , e per questo non aveva sentito quel paese come suo. Il protagonista riflette sul fatto che avere un paese è fondamentale per non sentirsi soli e per sapere che esiste un luogo in cui c’è qualcosa che ti appartiene. Eppure, si chiede come sia possibile che a quarant’anni , dopo aver visto il mondo, non sappia ancora qual è il suo vero paese. CAPITOLO II Durante l’estate del 1948 , il protagonista torna nel paese e alloggia per circa quindici giorni all’albergo dell’Angelo , situato sulla piazza di Santo Stefano Belbo. Arriva nel periodo della Madonna d’Agosto (Ferragosto) , quando il paese è pieno di gente, feste e confusione; questo lo rende più tranquillo perché può mimetizzarsi più facilmente. In piazza ci sono le giostre , la musica, le urla, il vino e l’allegria: il protagonista nota che, anche se non conosce più nessuno e incontra solo facce nuove , il modo di divertirsi è rimasto identico a quello di una volta. La festa gli riporta alla mente il passato e in particolare il ricordo di Nuto , che va a trovarlo all’albergo. Nuto è ormai adulto: si è sposato , ha un figlio , ha preso il posto del padre come falegname del Salto ed è anche politicamente impegnato. In passato aveva suonato il clarino per circa dieci anni in molte feste e in diversi paesi, ma dopo la morte del padre aveva abbandonato la carriera di musicante, sia perché poco remunerativa e incerta , sia per la guerra , che aveva cambiato l’umore della gente. Alla domanda del protagonista sul perché avesse smesso di suonare, Nuto risponde che la musica diventa un vizio e bisogna smettere. I due ricordano il periodo trascorso alla cascina della Mora : Nuto, più grande di tre anni, dava consigli ai ragazzi e riflette sul fatto che non tutti ce l’hanno fatta. Lui era riuscito a salvarsi grazie al pane ricevuto dal Padrino, ma molti altri ragazzi non erano riusciti a emergere. Nuto chiede anche al protagonista se sia già tornato a rivedere la Mora; lui risponde di no, ma che lo farà presto. Parlando dell’America, Nuto dice di sapere già qualcosa di ciò che il protagonista ha vissuto, grazie alle voci arrivate da Genova. Il protagonista racconta che in America erano tutti “bastardi”, senza nome né radici, e che questa cosa inizialmente gli era piaciuta; Nuto però osserva che non è una bella condizione, perché il fatto che qualcuno riesca a vivere non significa che tutti possano farcela. CAPITOLO III Il dialogo con Nuto porta il protagonista a ricordare un periodo della sua vita in America , dove aveva svolto molti lavori: giardiniere, lattaio, barista. Dopo aver lasciato la squadra dei ferrovieri, era arrivato in California e aveva lavorato nelle campagne, ma la presenza di molti piemontesi non gli piaceva. Si era quindi trasferito a Oakland , dove faceva il lattaio , e successivamente a San Francisco , dove venne anche messo in carcere , senza che ne venga spiegato il motivo. Dopo questa esperienza aveva cominciato a pensare seriamente di tornare sulle colline. In America aveva una fidanzata , che lavorava con lui in un locale come cassiera. La ragazza lo osservava continuamente e lui se ne era già stancato; lei preferiva andare nei locali e in città, mentre lui avrebbe voluto stare in campagna. Una sera, mentre lavorava come

segno di sventura. Dopo qualche tempo, anche Mentina morì. Il protagonista si accorge che il ragazzo non stava ridendo, ma sembrava farlo per via delle mascelle sporgenti e dei denti radi , mentre in realtà stava attento e ascoltava. Decide allora di andare a cercare Valino alla riva , e le donne gli mandano dietro Cinto. Per il protagonista è un’occasione per ripercorrere i luoghi della sua infanzia , quelli che aveva conosciuto fino ai tredici anni, prima che il Padrino e la famiglia si trasferissero lasciandolo alla Mora. Camminando, si accorge che non riconosce più i filari delle viti : è strano come tutto sia cambiato e allo stesso tempo uguale , con gli stessi colori, odori e sapori. Parlando con Cinto, gli chiede se esistono ancora i noccioli , e il ragazzo risponde che qualcuno c’è ancora. Gli chiede se sia mai uscito dall’aia e com’è la sua vita; il protagonista racconta allora episodi della propria infanzia , delle feste, dei giochi, della capra che portava a pascolare, dei cacciatori e dei lupi. Cinto ascolta a bocca aperta. A un certo punto, il bambino rivela che alla riva è stato trovato un tedesco morto , sepolto dai partigiani: sullo sfondo compare così il ricordo della lotta partigiana. CAPITOLO VII I due sentono il rumore della roncola contro il legno : è Valino , che sta tagliando rami di salice vicino al fiume. Valino rimane freddo e indifferente verso il protagonista. Parlano della vigna , dei lavori da fare e Valino dice che per lavorare gli servirebbero le braccia dei figli morti in guerra. Inizia così un discorso sulla guerra : Valino ne critica le ragioni e i risultati e sostiene che sarebbe stato meglio se i tedeschi fossero tornati a casa loro , perché tutta quella distruzione non ha portato nulla. Il protagonista non condivide questo pensiero e crede, come Nuto, che il mondo sia da ricostruire. A un certo punto Valino chiede a Cinto se ha fatto l’erba; il bambino abbassa gli occhi e il padre gli dà uno schiaffo , arrivando anche a colpirlo con il salice. Valino non invita il protagonista a entrare in casa, raccoglie i rami e si incammina in silenzio verso la cascina senza voltarsi. Il protagonista e Cinto scendono a valle insieme. Continuano a parlare: il bambino gli mostra delle carte , parlano anche di calcio , e il protagonista racconta che, ai suoi tempi, molti uomini si giocavano tutto , anche mogli e figli, e perdevano ogni cosa. Arrivati al canneto, Cinto si siede su un muretto mentre il protagonista si allontana, lasciando dietro di sé l’immagine di un’infanzia che si ripete. CAPITOLO VIII Il protagonista continua a pensare a Cinto e al suo futuro: teme che il ragazzo rimarrà sempre lì , senza vedere nulla del mondo. Intanto la festa della Madonna d’Agosto è finita e il paese torna alla normalità. Dalla finestra dell’ albergo dell’Angelo , Anguilla osserva il paese dall’alto, quasi come un sindaco , sentendosi separato e distante. Una mattina prende il caffè con una persona anziana conosciuta come il Cavaliere , figlio dell’omonimo proprietario di grandi terre e mulini ai tempi dell’infanzia del protagonista. Il Cavaliere racconta la propria vita: è un avvocato , ma non esercita; ha dissipato tutto il patrimonio ereditato dal padre. Sua moglie è morta e il suo unico figlio si è suicidato , a causa di debiti di gioco e di una questione di donne. Da dodici anni ha quindi un morto al cimitero. Ora al Cavaliere resta solo un castello e un vigneto , che rappresenta l’unica cosa che porta ancora il suo nome in paese e gli permette di avere radici e di sentirsi qualcuno. Nel castello vivono anche i mezzadri , che spesso lo prendono in giro, ma lui ha bisogno della loro compagnia e accetta la situazione. Nonostante la decadenza, conserva abitudini da nobile ed è un uomo equilibrato. Invita il protagonista al castello e gli confida tutta la sua storia, chiarendo anche che non intende vendere la vigna , perché è l’unico legame che gli resta con il paese. CAPITOLO IX Dopo essersi allontanato dal Cavaliere, il protagonista passa sul ponticello della Gaminella , dove incontra di nuovo Cinto , che sembra aspettarlo. Anguilla pensa spesso al ragazzo e gli racconta della vita di città , del porto di Genova e di ciò che esiste fuori dal paese; Cinto ascolta con grande interesse. Gli chiede se da quelle parti si facciano ancora i falò. Cinto risponde che ormai se ne fanno pochi, solo uno grande alla stazione o nella notte di San Giovanni , e spiega che, secondo suo padre, i falò fanno bene alla campagna e ingrassano la terra. Il protagonista riflette sul significato dei falò e sul fatto che gli anziani credano che portino la pioggia. Successivamente Anguilla parla di Cinto con Nuto. Secondo lui, il ragazzo dovrebbe imparare un mestiere , cavarsela da solo e allontanarsi dal padre, perché finché resterà lì verrà su come Valino. Ritiene importante accendere in Cinto il desiderio di andarsene , così come lui aveva avuto la sua “Mora”. Nuto invece lo rimprovera: gli dice che è inutile riempire un ragazzo povero e storpio di speranze irrealizzabili , raccontandogli un mondo che probabilmente non vedrà mai. I due discutono anche dei falò e della luna. Il protagonista chiede a Nuto se creda davvero a queste cose. Nuto risponde di sì: crede nell’effetto benefico dei falò e soprattutto nella luna , che favorisce o ostacola i lavori dei contadini. Spiega che non si tratta di superstizione dannosa, ma di una tradizione contadina legata

all’istinto primitivo dell’uomo. Il protagonista resta colpito dal fatto che Nuto, così critico verso la politica e la religione, creda fermamente alla luna. La discussione è accesa, ma si conclude quando chiamano Nuto in segheria; i due scendono lo stradone ridendo. Anguilla pensa di passare dalla Mora , ma poi attraversa il Belbo continuando a pensarci soltanto. Ricorda anche i primi giorni a Genova , quando cercava ovunque un po’ d’erba, una vigna, un canneto come quelli della sua infanzia, e capisce che, pur conoscendo un tempo le storie della luna e dei falò, ora non le sente più sue. CAPITOLO X Il capitolo si apre con una riflessione del protagonista: si rende conto di non essersi mai dimenticato del luogo in cui è cresciuto, ma di aver avuto bisogno di allontanarsi per capire quanto si fosse portato dietro gli stessi odori, gli stessi sapori e gli stessi ricordi. In paese molti lo chiamano ancora “quello della Mora” e pensano che sia tornato per affari, per comprare qualcosa; in realtà lui è tornato solo per rivedere ciò che aveva già visto : fienili, carri, attrezzi, il suo passato ancora presente. Anguilla riflette anche sull’idea di stabilirsi a Genova e creare una famiglia, ma capisce che sarebbe stato impossibile: una moglie cresciuta al porto non avrebbe mai potuto comprendere il valore della valle. Inoltre, capisce che forse è meglio non raccontare troppo ciò che esiste fuori, perché alcuni ci credono e altri no. Parlando con Nuto, torna il discorso su Valino , sulla sua violenza verso la cognata e verso Cinto , e sulla miseria in cui vivono. Nuto lo invita a non idealizzare la vita dei campi. Il protagonista viene poi a sapere, dalla nuora del Cora , della fine della famiglia che lo aveva cresciuto: quando lui a tredici anni era andato alla Mora, Padrino, Giulia e Angiolina si erano trasferiti a Cossano. Le figlie si erano sposate e vivevano lontano dal paese. Giulia era morta colpita da un fulmine , mentre Angiolina , dopo aver avuto sette figli , era morta di tumore. Il Padrino , rimasto solo e cacciato di casa, aveva chiesto l’elemosina ed era morto prima della guerra in una cascina. Capito che non avrebbe avuto senso cercare le sorelle, Anguilla va un giorno a Canelli per sbrigare alcune faccende economiche e rimane colpito dallo sviluppo della città , che pure gli ricorda il passato come “porta del mondo”. Ripensando ai discorsi con Nuto, si rende conto di non credere alla luna. Tornando la sera, passa dalla casa di Nuto , che trova cupo e in grembiule: sui pianori della Gaminella sono stati ritrovati i cadaveri di due spie repubblichine fucilate. Il protagonista non capisce fino in fondo perché l’amico ne sia così turbato, ma avverte che il passato recente continua a pesare sul presente. CAPITOLO XI Il protagonista ricorda una disavventura avvenuta anni prima in America. In quel periodo aveva lavorato prima come operaio ferroviario , poi aveva acquistato un camioncino con cui trasportava liquori. Durante un viaggio verso sud, diretto in Messico , il furgone si fermò improvvisamente in aperta campagna , nel deserto nei pressi di Yuma. Rimase completamente solo in quella pianura desolata e provò paura , sia per l’isolamento sia per i rumori della notte. Fortunatamente aveva con sé coperte e whisky , che lo aiutarono a resistere al freddo. Pensava ai racconti di persone morte in quei luoghi e si rassicurò solo ricordando di aver superato poco prima un carretto di messicani , che avrebbero potuto aiutarlo. Scese dal camion e osservò la luna , che gli apparve come “una ferita di coltello che insanguinava la pianura”, aumentandogli il senso di inquietudine. CAPITOLO XII Nel paese si discute animatamente della morte dei due repubblichini trovati sui pianori della Gaminella. Molti abitanti accusano i comunisti e i partigiani , ritenendoli responsabili non solo dell’uccisione dei due giovani, ma anche delle sofferenze causate dalla guerra. I due morti non vengono riconosciuti; solo da una medaglietta di San Gennaro si intuisce che fossero meridionali , probabilmente campani. Il pretore li dichiara sconosciuti e chiude l’inchiesta. Il parroco, non potendo accusare direttamente nessuno, decide comunque di intervenire pubblicamente : organizza un funerale solenne , al quale partecipa tutto il paese, e durante il quale lancia un anatema contro i rossi , trasformando la cerimonia in un atto politico. Nuto ricorda che in passato era accaduto qualcosa di simile: una banda di ragazzi aveva catturato e ucciso due zingari , e anche in quell’occasione il parroco aveva celebrato il funerale. Anguilla interviene nel dibattito ricordando che in America aveva letto del proclama di Badoglio , che invitava gli italiani a combattere i tedeschi, e difende la posizione dei partigiani, che non erano un’organizzazione strutturata ma persone comuni che avevano preso le armi. CAPITOLO XIII Il parroco continua la sua azione con una predica apertamente anticomunista : invita i fedeli a non iscriversi a partiti sovversivi, a non leggere stampa anticristiana, a non frequentare Canelli, e ammonisce anche le donne sul modo di

subito per il suo carattere espansivo e gioviale : beve come un uomo, parla con tutti, racconta storie, fa ridere e imita i personaggi più ridicoli. Lavora già con il padre al Salto , suona, è conosciuto da tutti e sa sempre come muoversi. Per Anguilla diventa una guida , qualcuno che gli insegna come comportarsi e come funziona il mondo. Stare con lui gli dà la sensazione di bere vino e sentire musica , ma allo stesso tempo lo fa sentire inferiore, incapace di cavarsela da solo. Ricorda alcune uscite a Canelli , le donne sui carretti, gli uomini che le portavano nelle case, e le serate passate insieme. Poco prima che Nuto partisse per il servizio militare , i due arraffavano una bottiglia in cantina, salivano al Salto e la bevevano alla bocca, parlando di donne , mentre Nuto dispensava consigli come un adulto. CAPITOLO XVIII Fu Cirino a parlare con sor Matteo affinché Anguilla venisse “aggiustato” e messo a giornata , perché lavorava ormai come un uomo: zappava, dava lo zolfo, arava, conosceva le bestie. Un giorno sor Matteo lo chiama sul terrazzo , dove sono presenti anche Silvia e la moglie. Gli chiede notizie del Padrino e poi si discute dell’aumento. La moglie ironizza sul fatto che, quando era arrivato, Anguilla fosse magro e senza forze, mentre ora stava bene e chiedeva anche un aumento. Silvia chiede al padre di essere portata a Canelli , ma lui non le dà ascolto. Sor Matteo decide infine di assumerlo per cinquanta lire al mese , con vitto e alloggio. Anguilla è felice e lo racconta a tutti, ma non si sente cambiato: ha lo stesso corpo di prima e tutti continuano a chiamarlo Anguilla. Pensa che con quei soldi un giorno potrà partire, ma finisce per sperperare tutto alle feste, al tiro a segno e in sciocchezze. Ora che ha dei soldi pensa di andare a Cossano a trovare Angiolina, Giulia e il Padrino, ma non trova mai il tempo di farlo. CAPITOLO XIX Nel primo giorno di mercato , Cinto va all’ Albergo dell’Angelo per vedere Anguilla. Il protagonista gli chiede di scegliere tra dei soldi o un coltello, e Cinto decide per quest’ultimo. Anguilla lo compra alla fiera; il ragazzo lo sceglie con entusiasmo, ascolta i racconti di Anguilla con gli occhi spalancati, poi arriva Valino e lo porta via. Anguilla riflette sui giorni di festa , quando tutti andavano a Canelli e loro restavano a Gaminella. Ricorda una sera alla Mora in cui era rimasto completamente solo: tutti erano andati alla festa di Canelli, famosa per l’albero della cuccagna, la corsa nei sacchi e la partita di pallone. Arrivarono anche due ufficiali di Nizza in cerca di signorine, ma lui non rispose. Tagliò i fiori, bevve da solo una bottiglia di vino buono, la ruppe fingendo che fosse stato il gatto, e da ubriaco accudì perfino gli animali. Quando la gente tornò dalla festa e gli raccontò cosa era successo, chi aveva vinto e cosa avevano fatto, Anguilla si sentì partecipe anche lui , pur non essendoci mai stato. Ripensando a Cinto, confessa che non prova compassione , ma invidia : vorrebbe vedere il mondo con i suoi occhi, ne invidia i sogni, i pensieri, perfino il modo in cui cammina zoppo per la piazza. Invidia tutti quelli che vanno a Canelli, anche i mendicanti e gli storpi. CAPITOLO XX Il protagonista rievoca il valore del tempo scandito dalle stagioni , quando ogni attività seguiva un ordine naturale legato ai lavori agricoli, ai raccolti, al clima e alle usanze. Ogni stagione aveva un suo significato preciso , e proprio questa regolarità rendeva quei tempi più autentici e armoniosi rispetto al presente. Anguilla ricorda quando, insieme a Nuto , andava sui coppi o sulla terrazza della casa del padrone, sor Matteo , dove si trovavano dei vecchi libri che i due sfogliavano con curiosità. Da lì sentivano Irene , la figlia bionda del padrone, suonare il pianoforte e cantare. La musica di Irene rappresentava qualcosa di superiore , un segno di raffinatezza e di cultura distante dal mondo contadino di Anguilla e Nuto. Nuto, che nutriva una sincera ammirazione per Irene, talvolta si recava apposta ad ascoltarla suonare. Secondo lui Irene aveva una dolcezza musicale straordinaria , quasi innata. Silvia, l’altra figlia di sor Matteo, invece non sapeva suonare il pianoforte, e questo accentuava la differenza tra le due sorelle. In un’occasione Silvia diede appuntamento a Nuto sul terrazzo; anche Anguilla era presente e i due suonarono insieme. Tuttavia, nonostante questi momenti di apparente vicinanza, Anguilla è pienamente consapevole che Irene e Silvia non sono donne accessibili : sono troppo belle, troppo giovani e soprattutto socialmente irraggiungibili. Malgrado questa certezza, Anguilla ammette di averle sempre osservate con desiderio, invidia e simpatia , continuando a pensarle e a idealizzarle, pur sapendo che non avrebbero mai potuto appartenere al suo mondo. CAPITOLO XXI Il protagonista passa a ricordare il periodo del servizio militare a Genova , dove lavora come attendente di un colonnello che possiede una villetta sul mare. Qui svolge mansioni umili: fa il giardiniere, accende le stufe e prepara l’acqua calda

per il bagno. A Genova conosce Teresa , una giovane cameriera che gli ricorda Irene e Silvia. Teresa diventa la sua fidanzata e gli dimostra affetto sincero; cerca di consigliarlo e di stargli vicino. Gli chiede spesso perché non voglia indagare sulle sue vere origini familiari, ma Anguilla evita l’argomento , perché il tema dell’identità e della famiglia rimane per lui irrisolto. Nonostante dica a Teresa che a Genova sta bene, Anguilla si rende conto di essersi già stancato di lei e di desiderare qualcosa di più. Sente il bisogno di andare oltre , di vendere la propria arte e di cercare fortuna altrove. Questa inquietudine lo spinge a partire per l’America , stabilendosi a Fresno. Negli Stati Uniti Anguilla afferma che “sono tutti bastardi” , perché nessuno si cura delle origini familiari: italiani, messicani e altre etnie convivono senza radici comuni. Qui conosce Rosanne , una maestra con cui intrattiene una lunga relazione e con cui sta per sposarsi. Rosanne desidera apparire, essere fotografata e diventare famosa; pur non bevendo alcol, consiglia ad Anguilla di produrre il gin del tempo del proibizionismo , che riscuote grande successo. Rosanne gli chiede di diventare americano e di aprire un locale insieme, ma Anguilla sa che prima o poi tornerà. Lei sarebbe disposta ad avere un figlio da lui, ma Anguilla si interroga su che tipo di figlio potrebbe nascere , sperando che possa assomigliare a suo padre o a suo nonno per capire finalmente chi è. Improvvisamente Rosanne lo lascia senza spiegazioni e torna dai suoi genitori, andandosene per sempre. Anguilla non la rivedrà mai più ; le invierà soltanto dei soldi quando lei glieli chiederà tramite una lettera, senza sapere altro della sua vita. CAPITOLO XXII Il protagonista riflette sulle numerose donne incontrate nella sua vita e si rende conto che molte di loro erano migliori di Irene e Silvia , anche se questa consapevolezza l’aveva già maturata ai tempi della Mora. Ricorda in particolare la notte di San Giovanni , quando si accendevano i falò e le ragazze scendevano a parlare e a stare insieme ai servitori. In quei momenti sembrava che le distanze sociali si riducessero, ma questa illusione durava poco. Con il tempo, Irene e Silvia cambiano atteggiamento: diventano nervose, sbattono le porte, piangono, rifiutano il cibo. Emilia racconta che la contessa di Genova , che abitava alla cascina del Nido vicino a Canelli, aveva organizzato una festa senza invitare loro né la signora Elvira. Questo episodio ferisce profondamente le due ragazze. Anguilla riflette sulla figura della contessa: proveniva da Genova, aveva sposato un ufficiale francese, era rimasta una vedova ricca e manteneva numerosi nipoti. Quando non invitava Irene e Silvia alle sue feste, le faceva sentire escluse e umiliate. Il protagonista comprende che Irene e Silvia sono simili a lui : quando vengono maltrattate o ignorate, diventano cattive e piene di rancore. Desiderano uscire dalla Mora e far parte di un mondo ricco e importante che, però, si dimentica di loro. Anguilla intuisce così che esiste sempre qualcuno più in alto dei padroni, qualcuno per cui loro non contano nulla. CAPITOLO XXIII Anguilla ricorda la vendemmia , il periodo più bello dell’anno, tanto piacevole da non sembrare nemmeno un lavoro. Rievoca anche le passeggiate per funghi, l’arrivo dell’inverno e la neve, simboli dell’avvicendarsi ciclico delle stagioni. Racconta poi della frequentazione di Arturo , figlio del medico, che inizia a uscire con Irene e Silvia. Arturo fa spesso visita alla loro casa: corteggia Irene , che però lo respinge, mentre Silvia lo segue e lui si diverte con lei. Sor Matteo non approva questa frequentazione, e Irene è d’accordo con il padre perché considera Arturo ignorante e incapace di comprendere la musica. Un giorno Arturo porta anche un amico toscano che parla solo italiano; così si formano due coppie: Irene con il toscano, Silvia con Arturo. Anguilla e Nuto ascoltano di nascosto, sotto una vite seccata, i ragazzi che fumano il sigaro e si vantano delle loro avventure , provando invidia e senso di esclusione. Alla signora Elvira quei giovani piacciono, ma il padrone affronta Arturo e lo allontana dalle figlie, accusandolo di essere uno sporcaccione. In seguito altri uomini frequentano le ragazze, tra cui due ufficiali che attraversano i prati. Cirino li detesta perché rovinano l’erba medica con i cavalli, e Nuto tende loro una trappola con un filo di ferro, facendoli cadere. Da allora non passano più. Con la bella stagione le ragazze escono sempre di più , spesso accompagnate da giovani, e si divertono liberamente. CAPITOLO XXIV Il protagonista descrive la piccola Santa , che ha preso il carattere capriccioso dalla madre, mentre sor Matteo e le due figlie sono più gentili. Santa è bionda come Irene e ha gli occhi neri come Silvia. A Genova la situazione migliora: la contessa organizza una festa e Irene, Silvia ed Elvira vengono finalmente invitate. Anguilla le accompagna con il biroccio e riceve ordine di tornare a mezzanotte, ma nessuna si presenta. Dopo aver atteso, si reca al palazzo e una cameriera gli dice che qualcun altro le riporterà a casa. Anguilla pensa subito che Irene sia con un uomo. Si scopre infatti che Irene frequenta un nipote della contessa , chiamato Cesarino, definito “ un morto in piedi ”. Lui non va mai a trovarla, ma le scrive

sfoga la sua frustrazione in un’esplosione di violenza ferina: uccide a calci la cognata Rosina e la madre di lei , infierendo brutalmente sulle costole e sul volto. L’atto finale è il falò distruttivo : Valino utilizza una lampada senza vetro per dare fuoco al fienile, alla paglia e all'intero casotto, trasformando il fuoco da simbolo di fecondità agricola a strumento di annientamento nichilista. Cinto, il figlio storpio, riesce a salvarsi fuggendo verso la riva armato di un coltello, unico segno di una resistenza disperata. Il trauma culmina nella visione del padre che, dopo aver cercato invano il figlio per ucciderlo, si suicida: Cinto vede i piedi del padre pendere dal ramo di un noce , con la scaletta abbattuta al suolo. Il capitolo si chiude con la constatazione dell'indifferenza sociale: la padrona esige il risarcimento dei danni dal bambino superstite, mentre il parroco nega la benedizione alla salma , poiché il Valino è morto in "peccato mortale". Anguilla e Nuto decidono quindi di assumersi la responsabilità del futuro di Cinto, sottraendolo alla maledizione della terra. CAPITOLO XXVIII In questo capitolo la narrazione retrospettiva esplora la decadenza delle figlie del Sor Matteo, simboli della bellezza fragile della Mora. Irene sopravvive al tifo , ma ne esce trasformata: il corpo è smagrito, l'anima è stanca e il suo pretendente, Cesarino, l’ha abbandonata senza lasciare traccia. Parallelamente si consuma la "caduta" di Silvia, la cui condotta riflette il desiderio di evasione dalla provincia. Dopo i fallimenti sentimentali con Matteo di Crevalcuore e il ragionier Canelli, Silvia intraprende una relazione con un uomo maturo di Milano, il Lugli , figura ambigua che rappresenta l'illusione di una vita cittadina. Il legame si rivela catastrofico: Lugli fugge lasciando debiti ingenti, spingendo Silvia a una fuga disperata verso Genova. Qui la donna vive l'esperienza della degradazione, soffrendo la fame sulle panchine di Brignole e meditando il suicidio sotto un treno. Sebbene il padre riesca a riportarla alla Mora, la situazione è ormai compromessa: Silvia torna a casa incinta , segnando il punto di non ritorno per l'onore della famiglia. Il capitolo evidenzia come il tentativo di ascesa sociale delle ragazze si scontri inevitabilmente con la realtà di un mondo che non permette loro alcuna vera emancipazione. CAPITOLO XXIX Il capitolo XXIX chiude il cerchio sulla rovina della Mora. La morte della vecchia proprietaria e la chiusura definitiva del palazzo del Nido simboleggiano la fine di un'epoca storica e mitica. Mentre Anguilla cerca di elevarsi culturalmente attraverso la lettura, Nuto gli consegna una verità brutale e universale: "il sangue è rosso dappertutto" , una riflessione che unifica la sofferenza delle Langhe a quella del mondo intero. La tragedia di Silvia giunge al suo epilogo nel giugno del 1925: la giovane si sottopone a un aborto clandestino presso una levatrice di Costigliole e muore pochi giorni dopo a causa delle complicazioni. La sua morte è descritta come un atto di estrema solitudine: non parla con il prete né con i parenti, invocando solo il padre a bassa voce. Il Sor Matteo, ormai alienato dalla realtà, non comprende il lutto e reagisce con demenza senile ai canti funebri. Infine, il destino di Irene si compie nell'amarezza: sposa Arturo nel 1926 solo per sfuggire all'ambiente domestico soffocante, ma finisce per essere vittima di violenze coniugali a Nizza , dove il marito la batte regolarmente. La Mora, un tempo luogo di speranza e bellezza, si rivela definitivamente come un teatro di sopraffazione e sogni infranti. CAPITOLO XXX Il capitolo trentesimo si configura come un ampio flashback memoriale ambientato nel settembre del 1924, durante la festa del Buon Consiglio. Questo episodio rappresenta il momento di massima vicinanza del protagonista al mondo dorato e inaccessibile della Mora. Anguilla, all'epoca sedicenne, accompagna a cavallo Irene e Silvia alla festa, vivendo un momento di sospensione mitica. Il racconto mette in luce la distanza sociale e psicologica del protagonista: egli osserva le due sorelle con un misto di ammirazione e invidia, desiderando di appartenere a quel mondo di eleganza e giovinezza. Mentre le ragazze si divertono con gli amici e i pretendenti, Anguilla le osserva da lontano, quasi a voler fissare nella memoria i loro abiti e la loro bellezza prima che il tempo e la tragedia le corrompano. Il ritorno a casa a notte tarda sancisce la fine di una giornata "sacra", l'ultima immagine di un'armonia che, come i capitoli precedenti hanno mostrato, è destinata a una dissoluzione violenta. CAPITOLO XXXI Il capitolo XXXI segna il ritorno al presente narrativo e la preparazione alla partenza definitiva del protagonista. Anguilla pianifica il futuro di Cinto, decidendo di affidarlo alla falegnameria di Nuto affinché impari un mestiere, con la promessa di trovargli successivamente un impiego a Genova. È un atto di rottura del determinismo sociale: Cinto non sarà vittima

della terra come suo padre Valino. Durante un'ultima passeggiata rituale sulla cima della Gaminella , Nuto decide finalmente di sciogliere il silenzio sulla figura di Santa , la terza e più giovane figlia del Sor Matteo. Santa rappresenta l'evoluzione estrema della bellezza della Mora: bionda, colta (faceva la maestra a Canelli) e ambiziosa. Tuttavia, la Storia con la "S" maiuscola interviene a spezzare il mito: dopo l'estate del 1943 e l'instaurazione della Repubblica di Salò, Santa rimane coinvolta nelle trame politiche del fascismo alessandrino. Nuto descrive con crudezza la degradazione morale della donna, che si "ubriacava e andava a letto con le brigate nere ", diventando una figura ambigua e pericolosa nel contesto della guerra civile. CAPITOLO XXXII Il capitolo conclusivo del romanzo svela la verità definitiva sulla sorte di Santa, trasformando la sua vicenda in un sacrificio rituale. Nuto confessa il ruolo di Santa come doppio giochista : la donna forniva informazioni ai partigiani (attraverso Nuto stesso) mentre continuava a frequentare i comandi fascisti. Questa ambiguità politica, dettata forse da un desiderio di indipendenza o da una fatale incoscienza, ne decreta la condanna a morte. Scoperto il tradimento da parte dei partigiani, il comandante Baracca ne ordina l'esecuzione. La scena della morte è priva di eroismo: Santa viene condotta fuori da un casotto sulla Gaminella e giustiziata con una scarica di mitra mentre tenta la fuga. Il dettaglio più significativo e terribile riguarda il trattamento del cadavere: per evitare che la salma venisse ritrovata e diventasse oggetto di ulteriore contesa o scandalo, Baracca ordina di coprirla con sarmenti di vigna, versarvi benzina e appiccare il fuoco. La conclusione del romanzo ricollega la morte di Santa alla simbologia del titolo: Santa diventa cenere , e il luogo della sua esecuzione rimane segnato come "il letto di un falò". Questo falò non è propiziatorio né agricolo, ma è un fuoco purificatore e distruttivo che chiude definitivamente i conti con il passato. La cenere di Santa si mescola alla terra delle Langhe, suggellando l'impossibilità di un ritorno alla purezza del mito e confermando che ogni "falò" nella storia degli uomini richiede un sacrificio di sangue.

Note al testo

Alle origini della Luna e i falò La storia dell’ultimo romanzo di Cesare Pavese inizia da un appunto del 13 maggio 1948 , nel quale lo scrittore annota alcune “situazioni tipiche” : «violenza e sangue sui campi / festa in collina / camminata in cresta / mare da riva». Quando il romanzo sarà terminato, rileggendo questo appunto, Pavese scriverà a margine, nel novembre del 1949 : «Non è il tema della Luna e i falò ?». Nell’ aprile del 1949 , mentre stanno nascendo le prime idee del romanzo, Pavese annota nel diario una frase enigmatica e isolata: «Un giornale nero di titoli come un temporale». Questa frase verrà poi inserita nel capitolo XVIII del romanzo, quando Nuto , con la sua saggezza disincantata, paragona il rapporto tra governanti e governati a quello tra padroni e cani. Secondo Nuto, anche la Prima guerra mondiale era stata una guerra in cui «tanti cani» erano stati mandati a uccidersi dai padroni, che così potevano continuare a comandare. Queste parole tornano alla mente di Anguilla quando cerca di isolarsi dal mondo e, camminando per strada, vede la gente con «i fogli in mano neri di titoli come un temporale». Una settimana prima, Pavese aveva riflettuto nel diario sulla forza delle passioni dell’infanzia , definite come «miti ambiziosi o libidinosi», che sono insaziabili , perché l’età adulta – l’unica che potrebbe soddisfarle – ha ormai perso le occasioni. Nel mese precedente si era interrogato sul modo di costruire un ritmo narrativo capace di creare una realtà alternativa che servisse come strumento di analisi: «Non analizzare, ma rappresentare. Dare un’altra realtà». A questa riflessione si affianca quella sul dialetto , visto come una forma di “sottostoria”, e sulla lingua , intesa come accesso alla storia. Tuttavia Pavese distingue l’uso letterario del dialetto, che è sempre una scelta consapevole , un «modo di far storia». Come in altri romanzi ( Il compagno , Tra donne sole ), anche per La luna e i falò Pavese costruisce un indice in progress , modificato continuamente, insieme a una rete di temi, personaggi, situazioni e parole-chiave. L’insieme degli appunti è frammentario, ma mostra una forte coerenza del progetto narrativo. Questo metodo riflette un’idea già espressa da Pavese: il racconto non deve seguire uno sviluppo naturalistico, ma procedere per brusche mutazioni , come blocchi di granito già pronti da disporre.

  • nel capitolo I , dove compare già l’avvio del capitolo II;
  • nel capitolo XII , il cui finale contiene due brevi frasi-tema poi sviluppate nel capitolo XIII. Un esempio chiaro di questo procedimento è dato dal confronto tra la prima stesura dell’inizio del capitolo II e la versione definitiva dell’autografo (tenendo presente che il dattiloscritto introdurrà ulteriori correzioni fino alla versione pubblicata). Il confronto mostra come Pavese lavori per progressive rifiniture, mantenendo però una forte continuità narrativa. La grande fluidità della materia narrativa si vede anche nei casi in cui ciò che era stato pensato come incipit di un capitolo viene poi trasformato nella chiusa del capitolo precedente. Dopo l’ultima carta del capitolo XXXII, il manoscritto conserva un foglio intestato «XV», che in realtà contiene il finale del capitolo XIV. Questo foglio porta la stessa data di composizione del capitolo XV («23-24 ottobre»). Ciò indica che, mentre scriveva il nuovo inizio del capitolo XV, Pavese si è accorto che il finale del XIV era incompleto e ha quindi collegato i due momenti. Alla fine del capitolo II si trovano inoltre degli schemi dei capitoli III-VI , copiati da un altro foglio di appunti. Tuttavia, nel trascriverli, Pavese elimina una precedente suddivisione alfabetica dei capitoli III e VI, che in origine prevedeva:
  • IIB: Cinto e magia infantile (fuochi, Esiodo, boschi);
  • IIIC: passeggiate con Nuto;
  • VIB: strada fresca della Mora adolescente;
  • VIC: grande festa dell’Ascensione. Questi schemi non corrispondono esattamente ai capitoli che Pavese sta per scrivere. Questo sembra contraddire la sicurezza progettuale del romanzo, ma va considerato che siamo solo al 20 settembre : Pavese scrive da due giorni e, mentre conclude il capitolo II, non ha ancora deciso lo spazio da dedicare agli episodi americani del romanzo. Per questo il progetto cambia rapidamente. Gli schemi successivi, che vanno dal 1° ottobre al 6 novembre , non coincidono quasi mai con la stesura effettiva dei capitoli. Ciò dimostra una sfasatura tra progetto e scrittura , tra la mappa mentale della storia e il testo vero e proprio. Gli innesti diretti sono rari. Un esempio risalente forse all’ 8 - 9 ottobre mostra però un appunto che confluirà quasi direttamente nel testo del capitolo IX : la descrizione della vigna ben lavorata, paragonata a un corpo sano, e l’idea che ogni vigna abbia la sua “macchia” o “boschetto”, come anche le donne. Per molti capitoli, tuttavia, gli schemi riflettono chiaramente la trama del romanzo. Analizzandoli, si nota che Pavese torna spesso sul capitolo XIV , che diventa un punto centrale dell’opera. Siamo al 20 ottobre , circa a metà del romanzo: Pavese ha appena terminato il capitolo XIII e ricorda che il titolo La luna e i falò lo aveva intuito già sedici anni prima , ai tempi della poesia Il dio caprone. Riprende quindi una scaletta interrotta il 9 ottobre , articolata per lettere alfabetiche, dove il capitolo XIV è indicato con la voce: «e) Storia oggettiva». Questo pensiero viene poi ampliato in un foglio non datato (probabilmente del 20 ottobre), in cui Pavese annota per il capitolo XIV una serie di immagini: vecchie donne, utensili antichi, vita arcaica, violenza domestica, briganti, sempre le stesse piante, gli stessi cani, le stesse minestre. Queste note vengono poi biffate. Sul recto del foglio, Pavese riprende la lettera «f)» e annota: «Santa era poppante. La matrigna regnava. Il vecchio trionfava. Vita arcaica e lucida e longing di ragazzo». In basso compare, cerchiato, il nome del protagonista. Siamo chiaramente al capitolo XIV , dove Anguilla ricorda l’origine del suo soprannome, datogli da Emilia. Da questo momento in poi, le scalette diventano sempre più numerose e fitte. Pavese le usa per rendere il racconto più fluido, ma spesso le cancella e le riscrive su altri fogli. La sequenza più completa si trova su tre facciate numerate , che riassumono i capitoli dal XIV al XXX. Qui si chiarisce definitivamente la funzione del capitolo XIV come capitolo-cerniera :
  • il ritorno;
  • il non trovare più nessuno;
  • la “sinfonia della Mora”;
  • fiori, giardini, paesaggio.

Pavese riflette con attenzione anche sul finale del romanzo , scrivendo un sunto del penultimo capitolo, che verrà poi rielaborato in altre scalette. Il 5 novembre compare una frase fondamentale per interpretare il romanzo: «Quelle cose che succedono sempre uguali». Questa idea viene sviluppata nel capitolo XXXI , dove Pavese aggiunge a margine una riflessione sulla ripetizione ciclica delle esperienze, vedendo Nuto condurre Santa come lui aveva fatto in passato con le sorelle. L’ultimo appunto datato è del 6 novembre : «Non sono più un ragazzo a parlare delle stelle». Segna una distanza dal passato, ma non una rinuncia totale. In un’altra nota, forse di fine ottobre, Pavese scrive: «Avrei voluto vedere ancora il mondo con quegli occhi – ricominciare». Il ritorno come ricominciamento , arricchito però dall’esperienza e dal sapere, è già espresso nel capitolo XIX , quando Anguilla desidera vedere il mondo con gli occhi di Cinto, ma con la consapevolezza dell’adulto. Il 17 novembre Pavese fa un bilancio del lavoro svolto: ha terminato il romanzo in meno di due mesi, scrivendo quasi un capitolo al giorno , considerandolo il suo exploit creativo più forte. Con La luna e i falò conclude il ciclo storico della sua narrativa. Il romanzo si colloca in tre grandi ambiti tematici:

  • la post-Resistenza ,
  • il personaggio quarantenne,
  • il mondo popolare. Insieme a La casa in collina , Il diavolo sulle colline e Tra donne sole , La luna e i falò appartiene alle opere che rappresentano una realtà simbolica , in cui storia, mito e memoria personale si intrecciano. Il laboratorio del manoscritto «Quasi sempre un capitolo al giorno»: le parole di Pavese descrivono con precisione il ritmo di composizione della Luna e i falò. Il manoscritto autografo , conservato presso il Fondo Sini , è composto da 286 carte di formato 27,2 × 20,6 cm (con una sola eccezione: la carta 91, più piccola, contenente due brani del capitolo X). Le carte sono numerate separatamente per ogni capitolo e ogni incipit reca con cura le date di stesura , configurando il manoscritto come un vero e proprio “diario di bordo” della scrittura. Questa modalità di lavoro riflette un principio che Pavese aveva già formulato ai tempi del suo primo romanzo: una volta scritta la prima riga , sono già scelti stile, tono e direzione del racconto ; il resto richiede soltanto pazienza, perché tutto ne deriva coerentemente. La straordinaria scioltezza della scrittura , che in meno di due mesi produce un organismo narrativo equilibrato e compatto, non è improvvisazione, ma il risultato di una lunga meditazione preliminare , documentata dagli appunti del diario e dagli schemi preparatori. Le incertezze sono poche e riguardano soprattutto le parti dialogate e alcune digressioni. Non è casuale che risultino invece stabili, fin dalla prima stesura, le zone descrittivo-memoriali , che non mostrano oscillazioni né strutturali né stilistiche. Queste sezioni costituiscono l’ossatura più solida del romanzo. Le correzioni apportate sul manoscritto, poi trasferite nel dattiloscritto e infine nella princeps , sono state ampiamente studiate sia dal punto di vista linguistico sia filologico. Gli studiosi hanno messo in luce come la lingua pavesiana si muova all’interno di una struttura narrativa già molto solida, che consente interventi mirati e circoscritti , più limitati rispetto ai romanzi precedenti. La direzione della scrittura è quella di uno “stile semplice” , privo di eccessi mimetici, fondato su un lessico poco appariscente ma con una coloritura popolare. Tuttavia non si tratta di vero dialetto: Pavese evita lo scivolamento vernacolare e privilegia un italiano regionale piemontese , informale e colloquiale. Questa semplicità non è povertà espressiva, ma viene funzionalizzata alla complessità dei contenuti simbolici, mitici ed esistenziali del romanzo. Una rilettura della prima pagina dell’autografo mostra chiaramente la ricchezza stilistica della scrittura pavesiana. Il tema centrale è quello del ritorno e della ricerca delle origini , espresso attraverso:

I personaggi subiscono poche modifiche sostanziali. Santa, alla fine, perde la connotazione animalesca e viene condannata non per la sua natura, ma per il desiderio che ancora suscita. Valino e la cognata sono inizialmente descritti con tratti zoomorfici, poi leggermente attenuati, senza però scadere nell’espressionismo eccessivo. Sul piano sintattico, Pavese lavora per eliminare anastrofi troppo marcate e costruire un ritmo poetico fluido , fondato su metri brevi (quinari, settenari, novenari), strutture trimembri e un andamento insieme epico e litanico. La versione definitiva del romanzo è già sostanzialmente fissata nel manoscritto. Il dattiloscritto (Fondo Einaudi, FE 16 – Romanzi IV), composto da 133 carte, conserva quasi tutte le date di stesura e registra ulteriori minime revisioni. Alcune varianti non passano nella princeps, mentre altre recuperano soluzioni già presenti nel manoscritto. Quest’ultimo si conferma così come il luogo principale del travaglio creativo , ma anche lo spazio in cui il testo raggiunge la sua forma più compiuta: il manoscritto diventa l’emblema di quello “stile-cristallo” a cui Pavese aspirava, fatto di pazienza, rigore e continua limatura.