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Pavese - La luna e i falò critica, Dispense di Letteratura Italiana

Riassunto della critica del professore Massimo Schilirò riguardo il romanzo ''La luna e i falò'' di Cesare Pavese

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 29/01/2022

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User312569 🇮🇹

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Riassunto critica Massimo Schilirò
1. Incipit
Il viaggio che Anguilla fa non è il ritorno di un eroe (un nóstos), non è un ritorno a casa, dalla
propria amata, dalla propria famiglia;
Il lettore nota all’interno del romanzo l’equivalenza di carne e terra e di sangue e luogo: il legame
con la terra è tanto forte che nella terra mentre si è vivi ci si sta <<già mezzo sepolto insieme ai
vecchi>>.
Il personaggio de ‘’La luna e i falò’’ è un orfano, non si conoscono i suoi genitori. Nelle due coppie
tematiche carne/terra e sangue/luogo, il primo termine è per lui inaccessibile, resta il secondo
termine: la terra, il luogo. L’identità del suolo sostituisce l’identità del sangue che al protagonista
in quanto bastardo è negata. Il suolo per Pavese è si lo spazio in cui siamo nati, ma soprattutto un
insieme di modi di vivere e di credenze che per lui costituiscono il selvaggio, ciò che ci manca, ciò
che non sappiamo, che non si può dire, mistero e possibilità, ciò che si può diventare e quello che
non si è ancora; il selvaggio è ciò che siamo stati, ovvero l’inumano che era in noi.
Il tema del romanzo è questo, restituire l’identità. Il personaggio al paese c’era già stato, e si era
recato alla casa della sua infanzia dove vi erano alcuni elementi principali come il nocciolo è
l’albero simbolo della sua infanzia, oppure un fico: nei riti agrari primitivi della Grecia, il fico è
associato alla fecondità.
<<Vidi la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestra vuota>> ecco i segni
della nostalgia: la finestra sarà vuota perché non ci sono più i suoi genitori adottivi né le loro figlie,
non c’è nemmeno lui stesso da bambino. Non tutto è rimasto com’era, ma il tempo ha agito
cambiando le cose. Il tempo qui è antagonista.
Il paesaggio non è immobile, ma contiene vie di fuga. C’è il tema del restare e dell’andare. Il paese
viene considerato opaco: non solo si rifiuta al personaggio perché non è la sua terra, ma è anche
sconosciuto. Pavese, infatti, scrive che la poesia riguarda ciò che accade ma non si comprende
ancora.
Il viaggio che il personaggio quindi compie è un itinerario di conoscenza, la sua meta è un sapere.
Il primo capitolo include tutti i temi del romanzo: il tema dell’andare e del restare; il valore della
terra da cui si nasce, dell’autoctonia; la ricerca della propria identità. Questo viaggio, quindi, è una
quête (viaggio voluto dall’individuo stesso).
2. Paese
Per Pavese la relazione tra una prima volta inconsapevole e una seconda volta consapevole porta
l’inconscio alla coscienza (nel mondo freudiano, là dove l’Es deve essere l’Io); si tratta di passare
dal mythos al lógos. Il mito è scritto nel paesaggio; i luoghi non sono sacri ma lo diventano. Il primo
modo in cui il luogo diventa unico è il suo nome. Pavese descrive la sua infanzia come l’età del
<<battesimo delle cose>>. Essi sono i primi nomi del mondo. Proprio il nome fa il luogo, poiché il
nome è una designazione collettiva e uno spazio per diventare luogo deve essere abitato con
l’altro.
Secondo Vladimir Jankélévitch, la toponimia fa scattare il ricordo. Essa è uno dei temi del primo
capitolo de La luna e i falò. Basta il nome, non serve descrizione. Perciò è stato detto che La luna e
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Riassunto critica Massimo Schilirò

1. Incipit Il viaggio che Anguilla fa non è il ritorno di un eroe (un nóstos ), non è un ritorno a casa, dalla propria amata, dalla propria famiglia; Il lettore nota all’interno del romanzo l’equivalenza di carne e terra e di sangue e luogo : il legame con la terra è tanto forte che nella terra mentre si è vivi ci si sta <<già mezzo sepolto insieme ai vecchi>>. Il personaggio de ‘’La luna e i falò’’ è un orfano, non si conoscono i suoi genitori. Nelle due coppie tematiche carne/terra e sangue/luogo, il primo termine è per lui inaccessibile, resta il secondo termine: la terra, il luogo. L’identità del suolo sostituisce l’identità del sangue che al protagonista in quanto bastardo è negata. Il suolo per Pavese è si lo spazio in cui siamo nati, ma soprattutto un insieme di modi di vivere e di credenze che per lui costituiscono il selvaggio , ciò che ci manca, ciò che non sappiamo, che non si può dire, mistero e possibilità, ciò che si può diventare e quello che non si è ancora; il selvaggio è ciò che siamo stati, ovvero l’inumano che era in noi. Il tema del romanzo è questo, restituire l’identità. Il personaggio al paese c’era già stato, e si era recato alla casa della sua infanzia dove vi erano alcuni elementi principali come il nocciolo è l’albero simbolo della sua infanzia, oppure un fico: nei riti agrari primitivi della Grecia, il fico è associato alla fecondità. <<Vidi la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestra vuota>> ecco i segni della nostalgia: la finestra sarà vuota perché non ci sono più i suoi genitori adottivi né le loro figlie, non c’è nemmeno lui stesso da bambino. Non tutto è rimasto com’era, ma il tempo ha agito cambiando le cose. Il tempo qui è antagonista. Il paesaggio non è immobile, ma contiene vie di fuga. C’è il tema del restare e dell’andare. Il paese viene considerato opaco: non solo si rifiuta al personaggio perché non è la sua terra, ma è anche sconosciuto. Pavese, infatti, scrive che la poesia riguarda ciò che accade ma non si comprende ancora. Il viaggio che il personaggio quindi compie è un itinerario di conoscenza, la sua meta è un sapere. Il primo capitolo include tutti i temi del romanzo: il tema dell’andare e del restare; il valore della terra da cui si nasce, dell’autoctonia; la ricerca della propria identità. Questo viaggio, quindi, è una quête (viaggio voluto dall’individuo stesso). 2. Paese Per Pavese la relazione tra una prima volta inconsapevole e una seconda volta consapevole porta l’inconscio alla coscienza (nel mondo freudiano, là dove l’Es deve essere l’Io); si tratta di passare dal mythos al lógos. Il mito è scritto nel paesaggio; i luoghi non sono sacri ma lo diventano. Il primo modo in cui il luogo diventa unico è il suo nome. Pavese descrive la sua infanzia come l’età del <>. Essi sono i primi nomi del mondo. Proprio il nome fa il luogo, poiché il nome è una designazione collettiva e uno spazio per diventare luogo deve essere abitato con l’altro. Secondo Vladimir Jankélévitch, la toponimia fa scattare il ricordo. Essa è uno dei temi del primo capitolo de La luna e i falò. Basta il nome, non serve descrizione. Perciò è stato detto che La luna e

i falò possa essere ritenuto un <>. Se ne contano 9 per pagina e sono: Canelli, la Mora, il Belbo, Gaminella, Genova, il Nido, il Salto. L’America invece non ha toponimi parlanti: quando il protagonista si impanna nel deserto è diretto verso la stazione 37, vale a dire verso nessun luogo. Secondo James Frazer, l’omissione del nome equivale all’assenza del luogo. Senza nome, cioè irrevocabile alla memoria. Il paese innominato è un paese introvabile. L’accumulo dei luoghi e delle cose, di gesti, parole, sentimenti, gira attorno a questo buco che minaccia di assorbirli. In questo il paese funziona come mito. Non si può semplicemente trovare il proprio passato, pensa Pavese, poiché nel gesto di scoprirlo lo modifichiamo, scrive che ricordare equivale a ri-scrivere il passato. Un altro tema è quello della memoria; per Pavese ricordare l’infanzia è scoperta: ogni scoperta modifica quello che già conosciamo; ricordare e scrivere cambia la nostra storia; il narratore de La luna e i falò durante il suo itinerario ri-scrive la sua storia di continuo.

3. Viaggio Come sappiamo, ci sono molti luoghi all’interno del romanzo, Gaminella, poi la Mora, Canelli, Genova, l’America, la California. Dentro questo spazio si svolge l’esistenza dell’eroe. Ex-sistere significa essere es-posti , essere fuori dal nostro posto. Un po' come per esperienza , dal latino experiri , l’idea dell’uscire da qualcosa. Pavese ha fatto attraversare il mondo al suo personaggio per vent’anni. Ora torna, ma non a casa perché non ne ha. Il Novecento ha più volte affrontato il tema: dopo la fuga, sentendosi colpevole come se fosse un abbandono, il personaggio tende al ritorno per riscoprire le radici e reintegrarsi nel paese di origine. Tornando sulle colline, il protagonista de La luna e i falò rivede luoghi e cose identici al suo ricordo e nello stesso tempo mutati, come lui stesso è cambiato. Prendiamo in esempio Odisseo: Dopo l’esperienza Odisseo è diverso, il suo sguardo, ma anche la sua casa. Odisseo porta l’isola in sé, quello che cerca sta nel suo cuore. Anche Anguilla porta quello che cerca nel suo cuore, e quello che cerca è il tempo. Ciò avviene tramite il dialogo con Cinto; e come se lui fosse partito per ritrovare il bambino che era stato, ritrovato in Cinto che è destinato a diventare orfano come lui. Il protagonista torna per colmare un passato incompleto a causa della sua assenza; passato completato grazie ai racconti di Nuto. La ripeness (la maturità) non è completa e dunque deve ripartire, anche se nel mito non si può tornare; ma per diventare umani bisogna uscire dal mito ed entrare nella fiaba. Il viaggio non negava il nóstos , anche se ciò non accade poiché l’orfano non ha mai avuto un legame con il luogo, il ritorno non è definitivo. Altra definizione del romanzo è nékyia , ovvero un viaggio nel paese dei morti alla ricerca di sé stessi. Il nóstos comprende un nékyia, che fallisce, perché il protagonista non recupera le radici che non ha mai avuto. Altra definizione è pellegrinaggio. Per Bazzocchi, il viaggio di Anguilla è come un’ascesa al Purgatorio con la presenza di Nuto (Virgilio). Il viaggio ha un valore espiatorio per la mancata partecipazione alla Resistenza. Le anime del Purgatorio devono compiere un ritorno; in attesa del ritorno si raccontano storie e anche ne La luna e i falò sono raccolte le storie di Nuto e di altri. Così come in cima al Purgatorio c’è l’Eden, ne La luna e i falò c’è l’importanza della collina di Gaminella. La salita al colle è un pellegrinaggio che crea un rapporto tra luogo e tempo. Il luogo è abitato da

Al tema del pellegrinaggio troviamo il motivo dell’ ubisunt , che con le sue varie occorrenze, declina per tutto il romanzo il registro più mesto della nostalgia. La nostalgia del ritorno alla Mora è irrisarcibile, le ragazze sono morte e lui si sente vuoto. La nostalgia della Gaminella è dove hanno tagliato i noccioli e alla Mora il pino. L’abbattimento degli alberi impedisce che la percezione presente coincida con il ricordo. L’albero rimanda sia alla morte ma anche alla rinascita. Da una parte l’albero, che ha radici nel profondo della terra ma si sviluppa al suolo, connette il mondo terrestre con quello celeste. Dall’altra parte l’albero è simbolo di rigenerazione, perché perde e poi fiorisce le foglie periodicamente. Il pino rimanda a Dionisio, il dio della vigna ed anche alla fecondità. Il pino è il simbolo dell’alternanza delle stagioni, il taglio è un simbolo dell’arresto del ciclo naturale, nel romanzo quindi è il segno della crisi del mito agrario come riferimento ideologico.

6. Autoctono Il sistema dei personaggi, si organizza intorno a tre gruppi: la terna femminile Irene/Silvia/Santa (le sorelle della Mora, che realizzano tre differenti destini tragici); la terna maschile Nuto/Anguilla/Cinto (il tema dei padri e dei figli), la terna Anguilla/Cinto/Santa (il tema dei falò). La terna che coinvolge Nuto, Anguilla e Cinto è quello della paternità. Nuto è padre di figli, Anguilla è padre di sé stesso, Cinto è figlio adottivo di Anguilla ma poi definitivamente di Nuto a cui viene consegnato. Cinto non sarà alla fine figlio di Anguilla perché solo chi rimane e ha i morti al camposanto del proprio paese può essere padre, ma Anguilla non è autoctono. E’ autoctono chi ha il privilegio di respirare, bere e mangiare la terra nella quale è nato. Il luogo trattiene il sapere e lo libera attraverso le occasioni della memoria. Anguilla, orfano e senza luogo natale non è autoctono, e questa è la ragione per cui fallisce il suo nóstos. Non si può tornare in un posto in cui si è stati stranieri. Nuto e Cinto sono autoctoni. Nuto è anche uno che quella terra la difende e la vuole felice. Nuto è stato il maestro, e infine il Virgilio che accompagna Anguilla al termine del suo viaggio. Nuto è colui che sa. Attraverso Nuto, viene completato il passato che Anguilla ha lasciato, Anguilla scopre di non sapere tutto. Anche se di tutto quello che sa, ad Anguilla interessa sapere di Santina. Nuto fino all’ultimo non vuole recuperare il passato. Le ultime parole del romanzo sono pronunciate da lui. Il protagonista non riprende più la parola, come se fosse già diretto alla partenza. Cinto è l’altra figura autoctona. Viene visto come l’eterno indeterminato , il fanciullo divino. Per Kerényi il fanciullo divino è solo, ma allo stesso tempo ha familiarità con il mondo primordiale. Anguilla non gode affatto di questa seconda condizione privilegiata, Cinto si. L’archetipo mitico è Edipo. Il protagonista avrà il nome di Anguilla una volta giunto alla Mora; la cascina ospiterà l’inizio della vita sociale del protagonista. In Sofocle, Edipo era partito per sapere le proprie origini, ma l’oracolo può dirgli solo il suo destino, e lui fugge. Cinto resta perché non è ancora diventato uomo, mentre Anguilla parte perché è già diventato uomo, dopo la nékyia (ricerca di sé stessi). Per quanto riguarda la zoppia di Cinto, come quella di Edipo (che significa piede gonfio), nella mitologia c’è la credenza che gli uomini, nati dalla terra, hanno difficoltà a camminare. Cinto è chiaramente una figura edipica, poiché è zoppo e animato da odio verso il padre; Anguilla, straniero e bastardo, è condannato, il suo allontanamento ha per sempre interrotto il suo legame autoctono.

7. Vittima Per quanto riguarda la terna Anguilla, Cinto e Santina, essi raffigurano la vittima, il bersaglio di un atto di violenza collettiva, innocente ma selezionato sulla base di alcuni tratti psichici o sociali. I segni per Cinto è la zoppia; quelli di Santina sono la bellezza, la sessualità libera, non si tratta quindi di colpe. Cinto è soggetto del padre che tenta di ucciderlo. Il falò, lo scoppio della violenza è per Cinto un evento che fa scattare il suo rinnovamento. Per Anguilla, il sacrificio è costituito dal fallimento del pellegrinaggio, al termine del quale non ha accesso alla reintegrazione. L’unico esito tragico tocca a Santina, catturata e fucilata e bruciata. Secondo lo scrittore Frazer, sono due le interpretazioni delle feste del fuoco. Da una parte la <> ritiene che questi riti dovessero fornire gli uomini di energia solare (virtù positiva); dall’altra parte la <> non connette i falò al sole ma alla virtù purificatrice del fuoco distruttore (virtù negativa). Solo Cinto si salva proprio perché innocente; Anguilla e Santina invece sono colpevoli e non si salvano. Nella terna Cinto è affine ad Anguilla perché orfano ma gli è opposto perché combatte la sua lotta per l’autodeterminazione grazie al coltellino. Al contrario Anguilla è assente durante la guerra. Questa è la sua colpa. La colpa del protagonista è quella di non essere nato proprio in quella terra; Se la colpa di Anguilla è l’assenza, la colpa di Santina è invece il tradimento: lei non a caso sancisce la fine della quête, e anche in qualche modo la cacciata dal paradiso. Poiché ha tradito. Anguilla va via perché si sente vittima riconoscendolo il suo destino simile a quello di Santina. Il falò di Santa, non è un rito di fecondazione; è legato alla colpa. Il falò di Santa è connesso al ritorno dei morti (i repubblichini), e infatti per impedire il ritorno di Santa il suo cadavere deve essere bruciato. E’ un tentativo di abolizione mitica della storia.