Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


La luna e i falò- ANALISI E SINTESI, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

La luna e i falò- ANALISI E SINTESI esame con prof Schilirò

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 13/01/2022

voidgabs
voidgabs 🇮🇹

4.5

(2)

20 documenti

1 / 5

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
TRAMA:
Anguilla, tornato emigrante dall'America dopo la Liberazione, pensa al suo abbandono da neonato al Duomo
di Alba e all’adozione da Padrino e da Virgilia, che hanno ricevuto un compenso (5 lire). Dopo la morte di
Virgilia, e dopo una grandinata che aveva distrutto la loro piccola vigna, Padrino aveva deciso di vendere il
casotto dove vivevano. Anguilla si era allora trasferito alla fattoria della Mora a lavorare, e una figlia del
proprietario si invaghisce di lui.
Anguilla con l'amico Nuto capisce quanto sia importante per ognuno avere un paese, una famiglia; Anguilla
viene richiamato dalla patria stessa, da quel senso di appartenenza al suo paese. Anguilla va a vedere la casa
del Padrino e conosce il nuovo proprietario, il Valino, e suo figlio Cinto. Anguilla vuole essere per Cinto c
che Nuto era stato per lui. Quando il padre, Valino, in preda ad un raptus di follia, uccide la nonna e la zia, dà
fuoco alla casa e si suicida impiccandosi, Cinto va subito da Anguilla.
Nuto gli rivela che una delle figlie della Mora era diventata spia dei tedeschi per conto dei partigiani ed è
stata uccisa.
Anguilla si rende conto che il proprio paese è in fondo la propria famiglia, «un paese vuol dire non essere mai
soli». Anguilla però aveva sentito il bisogno di tornare, perché quegli stessi vigneti, alberi di fichi e valli non li
aveva trovati da nessun'altra parte. Appena giunge alla valle del Salto si accorge che nulla è cambiato. Ritrova
solo Nuto.
STRUTTURA:
Nel significato del titolo La luna e i falò vi è il chiaro riferimento mitico al ciclo delle stagioni che affianca tutte
le vicende del destino dell'uomo. La luna, che ha qui funzione di simbolo, serve a scandire il ritmo dell'opera
e ad instaurare il rapporto tra la terra e il cielo.
Il racconto è strutturato su due piani narrativi, quello dell'infanzia, con le sue scoperte e il desiderio di
avventura e quello della maturità e della delusione. Ai bagliori dei falò, che venivano accesi di notte durante
le feste contadine e illuminando il cielo rappresentavano per il bambino un momento magico e di scoperta, si
contrappongono altri falò che comportano per il protagonista la perdita delle illusioni e la decisione di
lasciare il paese. Uno di questi falò è reso dall'autore in senso metaforico con l'episodio dell'incendio che il
padre di Cinto appicca al "casotto di Gaminella" distruggendolo insieme al passato.
La storia, raccontata in prima persona, si svolge in un paese della valle del Belbo che non viene mai
nominato, ma che è Santo Stefano Belbo (Piemonte).
ANALISI:
Dedica “for C.” che sta per Costanz Darling, un’attrice americana della quale nel 1949 Pavese si innamora. Il
fallimento di questo amore (anche se lui scrive nel suo diario “non ci si uccide mai per amore”) è una delle
ragioni del suicidio del 26 agosto del 1950. Sotto la dedica c’è una frase, parte di un verso di Shakespeare
(tradotto “la maturità è tutto”). Vedremo che uno dei temi di questo romanzo è proprio la maturità.
pf3
pf4
pf5

Anteprima parziale del testo

Scarica La luna e i falò- ANALISI E SINTESI e più Sintesi del corso in PDF di Letteratura Italiana solo su Docsity!

TRAMA:

Anguilla, tornato emigrante dall'America dopo la Liberazione, pensa al suo abbandono da neonato al Duomo di Alba e all’adozione da Padrino e da Virgilia, che hanno ricevuto un compenso (5 lire). Dopo la morte di Virgilia, e dopo una grandinata che aveva distrutto la loro piccola vigna, Padrino aveva deciso di vendere il casotto dove vivevano. Anguilla si era allora trasferito alla fattoria della Mora a lavorare, e una figlia del proprietario si invaghisce di lui. Anguilla con l'amico Nuto capisce quanto sia importante per ognuno avere un paese, una famiglia; Anguilla viene richiamato dalla patria stessa, da quel senso di appartenenza al suo paese. Anguilla va a vedere la casa del Padrino e conosce il nuovo proprietario, il Valino, e suo figlio Cinto. Anguilla vuole essere per Cinto ciò che Nuto era stato per lui. Quando il padre, Valino, in preda ad un raptus di follia, uccide la nonna e la zia, dà fuoco alla casa e si suicida impiccandosi, Cinto va subito da Anguilla. Nuto gli rivela che una delle figlie della Mora era diventata spia dei tedeschi per conto dei partigiani ed è stata uccisa. Anguilla si rende conto che il proprio paese è in fondo la propria famiglia, «un paese vuol dire non essere mai soli». Anguilla però aveva sentito il bisogno di tornare, perché quegli stessi vigneti, alberi di fichi e valli non li aveva trovati da nessun'altra parte. Appena giunge alla valle del Salto si accorge che nulla è cambiato. Ritrova solo Nuto. STRUTTURA: Nel significato del titolo La luna e i falò vi è il chiaro riferimento mitico al ciclo delle stagioni che affianca tutte le vicende del destino dell'uomo. La luna, che ha qui funzione di simbolo, serve a scandire il ritmo dell'opera e ad instaurare il rapporto tra la terra e il cielo. Il racconto è strutturato su due piani narrativi, quello dell'infanzia, con le sue scoperte e il desiderio di avventura e quello della maturità e della delusione. Ai bagliori dei falò, che venivano accesi di notte durante le feste contadine e illuminando il cielo rappresentavano per il bambino un momento magico e di scoperta, si contrappongono altri falò che comportano per il protagonista la perdita delle illusioni e la decisione di lasciare il paese. Uno di questi falò è reso dall'autore in senso metaforico con l'episodio dell'incendio che il padre di Cinto appicca al "casotto di Gaminella" distruggendolo insieme al passato. La storia, raccontata in prima persona, si svolge in un paese della valle del Belbo che non viene mai nominato, ma che è Santo Stefano Belbo (Piemonte). ANALISI: Dedica “for C.” che sta per Costanz Darling, un’attrice americana della quale nel 1949 Pavese si innamora. Il fallimento di questo amore (anche se lui scrive nel suo diario “non ci si uccide mai per amore”) è una delle ragioni del suicidio del 26 agosto del 1950. Sotto la dedica c’è una frase, parte di un verso di Shakespeare (tradotto “la maturità è tutto”). Vedremo che uno dei temi di questo romanzo è proprio la maturità.

- TEMA DEL LUOGO:

  • Anguilla dice che è tornato “qui”, non nomina il nome del luogo di nascita, ma potrebbe essere Alba o Santo Stefano Belbo (paese in cui nasce lo stesso Cesare Pavese). James Frazer (autore de “Il ramo d’oro”, in cui appunto si parla dei riti sacrificali) Frazer dice che nel pensiero dei selvaggi, se si vuole uccidere qualcuno gli si nega il nome: il fatto che un personaggio non sia nominato oppure sia innominabile equivale alla morte. Significa che il paese è assente, non c’è, è introvabile.
  • Pavese dice che ogni luogo è legato a un mito. In questo romanzo il luogo sacro è la vetta della collina di Gaminella (metafora del purgatorio), dove ai piedi della collina vi è il casotto e sulla vetta lui non era mai salito: ci sale nell’ultimo capitolo, insieme all’amico Nuto che gli racconta di Santina. Bruciata dai tedeschi, simboleggia i riti sacri degli uomini primitivi.
  • Il romanzo si apre con un elenco di luoghi, un centinaio. Appare ben 115 volte Canelli il paese più importante dell’economia rurale col vino commercializzato in tutto il mondo. La fattoria della sua adolescenza, cioè la Mora, il Belbo, il fiume che la attraversa; Genova è, invece, pienamente l’altrove insieme all’America, dove vanno i desideri delle tre ragazze; la collina Del Salto che sta di fronte alla collina di Gaminella, quindi vi è una specie di opposizione spaziale evidente: da una parte vi è l’infanzia, dall’altra parte c’è il luogo in cui abita l’amico Nuto che rappresenta la parte razionale del personaggio, comunista e che però nella giovinezza era un musicista e quindi legato al divertimento.
  • I sensi della memoria nel romanzo ci sono tutti : il suono della martinicca,i cibi contadini con i loro sapori, la veduta della vigna. Importante il tatto quando lascia il paese per Genova e da lì deve fuggire per motivi politici e va in America dove diventa ricco. Parlando delle montagne americane dice che “nessuno le aveva toccate con le mani”. Significa, simbolicamente, che lui non ha un rapporto con quella terra, che lui in quella terra è straniero e per questa ragione deve tornare nella terra di quando era bambino.
  • “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono … ma è per questo che uno si stanca...”: sta dicendo quindi che la condizione umana è uguale in tutto il mondo ma è per questo che ci si stanca. Dunque, lui sta tornando in un luogo in cui cerca di mettere radici, di farsi terra e paese. Si parlerà di sangue indica l’appartenenza “etnica”.
  • Simboli della permanenza (noccioli), i quali sono alberi che danno un frutto scarso; il nuovo proprietario del casotto li ha tagliati. Quindi, questi noccioli che non ci sono più diventano in qualche modo il simbolo del luogo: lui torna ad un luogo in cui quello che deve ricordare non c’è più= “pellegrinaggio sentimentale”. In verità il fatto che il luogo sia cambiato significa che sono cambiato io. Quindi, siamo cambiati entrambi: il luogo non mi riconosce e io non riconosco lui. Accanto al casotto c’è anche un altro albero cioè il fico. Un fico sta anche accanto alla casa di Lucia nei Promessi Sposi: nel capitolo ottavo del famoso passo sull’addio ai monti, Lucia, guarda verso il suo paese, anche quello senza nome, e vede che vicino alla sua casa c’è il fico. Questo diventa, in qualche modo quindi, il simbolo della nostalgia di casa. Dall’altra parte, però, vicino al paese ci sta anche la ferrovia. Se il nocciolo, cioè un albero quindi qualcosa che ha radici, significa il radicamento, la ferrovia sta a significare l’andare, cioè il fuggire dell’uomo. Alla fine del romanzo il personaggio se ne va, senza aver preso moglie, senza aver comprato casa/terreno: ciò che capiamo è, quindi, che il romanzo non ha un lieto fine, cioè il ritorno non si compie.
    • Gli alberi rimandano, già di loro, alla morte e rinascita, a cominciare dal fatto che perdono le foglie e le riacquistano. Inoltre, nella mitologia l’albero è qualcosa che appartiene alla terra ed è anche celeste perché allunga verso il cielo le proprie foglie che raccolgono la luce del sole. Inoltre rimanda a Dioniso, il quale è un Dio che viene smembrato. Quindi il taglio dell’albero è un risultato, nel romanzo, del mito dell’evirazione (esportazione parte genitale maschile). Il taglio è di conseguenza un simbolo dell’arresto del ciclo naturale vitale.
  • Esistere viene dal latino ex-sistere cioè stare fuori dal nostro posto: vuol dire che siamo stati sottratti dal nostro nucleo simbolico originario. Quindi, in termini freudiani, parliamo dell’utero materno. Anche il termine “pellegrinare” contiene questa idea di stare fuori dal proprio posto,
  • Quando inizia a lavorare in fattoria conosce il bimbo Cinto, che ha all’incirca dieci anni, cioè l’età che aveva il protagonista quando ancora abitava nel casotto di Gaminella e diventa una sorta di doppio del protagonista: quest’ultimo si immagina di poter ancora vivere la vita del bambino attraverso Cinto.
  • VIAGGIO:
  • Abbiamo due tipi di viaggio: nostos , come il ritorno alla patria di Odisseo o quella del figliol prodigo, che col senso di colpa per essersene andato viene reintegrato dentro la famiglia. Il nostos è compiuto da un personaggio, Odisseo, il quale dichiara a Polifemo di essere Nessuno (come Anguilla è senza nome). La nekuia, verso il luogo della morte cioè “viaggio agli inferi, quella che compie per primo Orfeo (si gira verso Euridice perché il passato è qualcosa che incatena e che, di conseguenza, impedisce di vivere. Non cercava la resurrezione di Euridice, ma cercava se stesso.) Così Anguilla fa una sorta di viaggio tra i morti. Possiamo anche parlare di Dante. Il viaggio del protagonista tra i morti è una specie di ascesa al purgatorio, accompagnato da Nuto che è una sorta di Virgilio. Se ci pensiamo, il viaggio del personaggio si fa verso un luogo alto, ma soprattutto i luoghi in cui stanno i morti.
  • TERNE:
  • Una terna femminile, formata dalle tre sorelle Irene (la bionda, quasi angelicata), Silvia (quella più procace), Santina (che verrà bruciata). Quindi abbiamo una terna femminile, che è la terna delle tre figure che sono legate al tema del sesso. Santa, in particolar modo, viene chiamata sempre la “cagna” (notiamo che quasi tutti hanno dei soprannomi legati a degli animali. Oltre ad Anguilla e cagna, abbiamo anche gatto riferito a Nuto).
  • Una terna maschile, composta da Nuto, Anguilla e Cinto, legata al tema dei padri e dei figli. Anguilla manca di un patronimico. Nuto è pericoloso perché è il sapere dell’avere visto troppo, viene collegato al gatto. Il gatto, nella mitologia, è un animale diabolico. Cinto prende il suo nome dal monte Cinto, che nella mitologia greca è il luogo dove viene allevato Zeus dopo che è stato nascosto dalla madre per impedire che il padre lo divorasse; è zoppo come Edipo.
  • Anguilla, Cinto e Santa, terna legata al ruolo della vittima e al tema dei falò. Cinto Edipo, Santa vittima, Anguilla mitico abbandonato dalla famiglia e adottato.
  • FALO’:
  • Nell’ultima pagina, si dice che quello che Anguilla sta vedendo è il letto del falò di Santina, partigiana e collaborò da azionista con i fascisti, per cui pensano che sia una spia decidendo di ucciderla. Dopo che viene fucilata, il suo cadavere viene bruciato per nasconderlo. La ragione è di natura mitica, perché interessa a Pavese trasformare Santina in una vittima sacrificale, quella che appunto viene bruciata nei falò contadini i quali una volta bruciavano le streghe (in questo caso metafora cosicché la guerra non ritorni).
  • I falò di cui invece parla il romanzo sono i falò di San Giovanni, cioè un’usanza piemontese e che si svolgevano all’inizio dell’estate nella notte tra il 23 e il 24 giugno. Ha una funzione fecondatrice e purificativa. In qualche modo accendendo un fuoco si sta imitando la funzione del sole che è quella di fecondare la terra. Sappiamo che il padre di Cinto impazzisce di troppa miseria, picchia e uccide madre e cognata, per poi dare fuoco alla casa. Poi si impicca.
  • Adesso Anguilla, e gli altri personaggi, vivono nel mondo dopo la cacciata: non c’è più il paradiso, che era invece la civiltà contadina, ma vi è il mondo del tradimento, cioè quello della guerra.
  • Il mondo dei cognomi che oggi conosciamo nasce propria dalla pratica di abbandonare i bambini: per esempio, il cognome Trovato, Esposito. Il mondo dell’orfanotrofio lo troviamo, ad esempio, in Oliver Twist di Charles Dickens. È un tema letterario molto diffuso, proporzionale alla diffusione del fenomeno.
  • ANTROPOLOGIA:
  • Pavese scrisse la collana viola, libri con copertina viola, che ospitavano dei testi di antropologia o di storia delle religioni, sulle esperienze delle correnti di destra del ‘900 e anche con il nazismo.
  • Anguilla vuole recuperare la parte irrazionale dell’orfano che è in noi (che tanto ha affascinato l’antropologia nel primo ‘900, come nel fanciullo divino di Jung che era stato letto da Pavese, grande fondatore della psicoanalisi insieme a Freud. Egli infatti riteneva che in ognuno di noi vi è una parte adulta e una infantile. Queste due parti, da sole, non sono complete. Allora, perché si diventi davvero maturi bisogna che sia presente anche il bambino che è in noi, cioè la parte emotiva che è in noi. Jung scrive un libro dedicato al fanciullo divino, che sta nella mitologia antica, solitamente legato al sacrificio. Il fanciullo divino è dunque un fanciullo abbandonato, un fanciullo che però mostra la propria divinità immediatamente. Come Mosè che viene abbandonato in un cesto di vimini del quale possiamo ritrovare il riferimento nel romanzo, perché Cesare Pavese parla di un cavagno, cioè un piccolo cesto in cui si mette la ricotta o un cesto grande in cui si mette l’uva, e che può anche accogliere un bambino. Questa non è altro che l’integrazione di mito e ragione (mitos e logos).