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Analisi del mondo penitenziario e proposte per il miglioramento della mission educativa.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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La realtà organizzativa degli istituti di pena e la particolarità dei suoi ambiti, settori e figure coinvolte, pone la necessità di tener presente che non esiste un unico modo, una “ strada giusta” per orientare le persone, ma tale modalità deve essere adattata, a seconda dei casi, al livello di maturità dei soggetti interessati, combinando il comportamento direttivo del leader (direttore) al comportamento relazionale necessario per la gestione degli operatori penitenziari. La necessità di coinvolgere i membri del gruppo, prefigurando contesti comunicativi e relazionali efficaci, così da generare all’interno dell’organizzazione un principio generale di cooperazione, può essere perseguita e raggiunta esclusivamente attraverso attività di confronto, negoziazione di ipotesi e, quindi, programmazione di interventi. Tale principio condiviso di cooperazione, che consente di mettere in circolo e di concretizzare tutte le informazioni rilevanti per l’organizzazione, tutti gli interessi generali e particolari, però, non deve essere inteso come un tentativo di creare e generare livellamento e appiattimento del sentire particolare di tutti i soggetti interessati, ma significa e, ciò lo contraddistingue, valorizzazione delle differenze dei punti di vista.
Non esistono tecniche che funzionano in assoluto: ogni conflitto ha caratteristiche uniche così come ogni parte in causa_._
Ogni organizzazione, indipendentemente dalla propria natura particolare, si presenta come un sistema complesso sul quale insistono forze di natura diversa. I conflitti, le decisioni, i rapporti interpersonali sono tutti momenti critici che devono essere gestiti attraverso “procedure” adeguate. In ogni contesto decisionale è necessaria un’attenta attività di pianificazione allo scopo di dare risposte efficaci e di garantire un raggiungimento effettivo degli obiettivi preposti. E’ necessaria altresì l’introduzione di una nuova cultura organizzativa e di nuovi valori professionali che permettono l’integrazione e l’orientamento di persone appartenenti a settori diversi. La pianificazione della comunicazione rappresenta il requisito e presupposto di base del processo di controllo volto a “guidare” gli operatori e l’organizzazione verso il raggiungimento del risultato in conformità ai principi di efficienza ed efficacia che devono ispirare l’agire di un’organizzazione. Necessita, però, di un sistema di comunicazione e di negoziazione tra i membri dell’organizzazione, tra ciò che deve essere fatto, quando deve essere fatto, e, al contempo, permette di costruire una rete di assunzione di impegni e di responsabilità. Questo non può implementarsi senza una condivisione degli obiettivi, un incremento della fiducia reciproca, l’interiorizzazione degli obiettivi del gruppo, il coinvolgimento delle decisioni nel gruppo e del gruppo. Tale coinvolgimento porta la necessità di una leadership, ossia di un processo interattivo nel quale un soggetto dimostra la capacità di individuare, interpretare, rispondere alle esigenze del gruppo, che, riconoscendo questa capacità, orienta e adegua il proprio comportamento ai “codici” definiti dal leader. E’ necessario coinvolgere i membri del gruppo accentuando la comunicazione, al fine di giungere ad una condivisione degli obiettivi, che può
essere resa possibile solo attraverso un’attività di confronto e negoziazione di ipotesi. La progressiva decentralizzazione funzionale ed i cambiamenti normativi verificatisi a partire dal 1990 hanno portato ad una sempre maggiore consapevolezza dell'importanza/necessità della comunicazione come strumento volto al miglioramento dell'efficienza e dell'efficacia delle organizzazioni. La comunicazione è sempre più vista come un'attività finalizzata al miglioramento della gestione delle organizzazioni. Per comunicazione organizzativa s'intende l'insieme dei processi di creazione e di scambio di messaggi e informazioni all'interno delle diverse reti di relazione, che costituiscono l'essenza di una organizzazione. La comunicazione non può essere interpretata esclusivamente come un'attività orientata alla diffusione di informazioni ma come azione integrata volta a favorire l'interazione fra i soggetti interessati, specialmente nella promiscuità dell’ambito penitenziario. L'art.27 della Costituzione prevede che le pene debbano tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale del reo. La missione degli Istituti Penitenziari deve quindi essere quella di reintegrare in modo graduale e continuativo i detenuti. Questo è il compito degli operatori penitenziari ed in particolare dell'educatore. E' in questo senso che il ruolo dell'educatore, in quanto mediatore delle relazioni, si innesta con l'ampliamento dei compiti istituzionali previsto dalla Legge 395 del 15/12/1990 per la Polizia Penitenziaria. All'art.5, infatti, tale Legge fa esplicito riferimento alla partecipazione del Corpo di Polizia, nell'ambito di gruppi di lavoro, all'attività di osservazione e trattamento rieducativo. La funzione di mediazione dell'educatore, dunque, assume maggiore significato in virtù della necessità di mettere in relazione i diversi sistemi di valori 1 che intervengono nell'organizzazione penitenziaria.
tutti i processi dinamici, che determinano il pensiero e il comportamento caratteristico. Il miglioramento del sistema di relazioni all'interno del carcere, dunque, passa attraverso l’analisi della situazione attuale e dei relativi bisogni, l'individuazione delle priorità, la valutazione partecipata, la progettazione e la programmazione negoziata 3. Le metodologie, che consentono di ottenere informazioni valide e il più possibile condivise, appartengono alle tecniche che vengono definite di "gestione di gruppi". Tra queste, le più indicate sono il focus group 4 , gli strumenti di audit^5 dei bisogni, di pianificazione, di monitoraggio e di formazione, tutti volti a massimizzare l’efficacia della comunicazione. Tale obiettivo è perseguibile solo attraverso una diagnosi consapevole, finalizzata ed articolata degli interlocutori coinvolti nel processo di comunicazione. L’efficacia della comunicazione, in pratica, dipende dall'efficienza della gestione in senso stretto e si svolge sia nel corso dell’intero processo di comunicazione sia alla sua conclusione. Ciò significa evitare forme di insoddisfazione, demotivazione e conseguenziale isolamento.
La storia penitenziaria evidenzia che l'esigenza di sicurezza prevale su quella trattamentale. Così la reale possibilità di osservare e rilevare non solo reati e infrazioni disciplinari ma anche atteggiamenti che sfuggono ai colloqui individuali, è relegata in secondo piano. Le autentiche caratteristiche di personalità, infatti, non emergono in specifiche occasioni (colloqui individuali), ma nell'arco dell'intera giornata, nel tempo e nell'ambiente di ritorno (sezione) ove il recluso riceve rinforzo psicologico. Tuttavia si tende a vedere solo il comportamento regolamentare che la vita di chi è privo della libertà. La comunicazione non-verbale e para-verbale (gestualità, mimica, atteggiamenti, intonazione, ecc.) sono importanti elementi di valutazione per la definizione e classificazione della tipologia di personalità. Essi, inoltre, offrono l'opportunità di attuare tempestivi e mirati interventi di prevenzione (autolesionismo, tendenza al suicidio). Le metodologie e le tecniche della valutazione partecipata rivestono un ruolo primario nella rilevazione e monitoraggio degli elementi critici del sistema penitenziario, in grado di attivare processi e scambi comunicativi tra i soggetti interessati. Ogni operatore, attraverso la valutazione partecipata, può divenire soggetto in grado di apportare utili indicazioni ed informazioni volte al miglioramento della qualità dei processi organizzativi, osservazionali, relazionali e della rieducazione.
istituzionalizzate, in modo da consolidare e rendere irreversibili i risultati conseguiti. Qualora gli obiettivi pianificati, invece, non siano stati raggiunti, l'organizzazione deve procedere ad una riconsiderazione delle diverse fasi del processo di miglioramento, per individuare le cause della carenza di qualità riscontrata ed intervenire su di esse. Per attuare il miglioramento continuo è necessario uno strumento, che permetta di organizzare il miglioramento anche a piccoli passi. Ciò vuol dire creare teams, gruppi di lavoro, incentivare e migliorare il lavoro di squadra. La personalità, d’altra parte, dovrà intendersi come la organizzazione dinamica degli aspetti psicologici, sociali e fisici che determinano il comportamento ed il pensiero caratteristico. Detti elementi, peraltro, costituiscono le fondazioni della struttura e sono dinamicamente interdipendenti, nel senso che, il funzionamento armonico e sincronizzato di tali elementi determina specifiche caratteristiche razionali e logiche e, al contrario, il funzionamento parziale o mal funzionamento di uno dei predetti aspetti, col tempo, incide negativamente anche sugli altri e, di conseguenza, influenza e determina altre e diverse caratteristiche di personalità. Così nascono meccanismi di difesa che cercano di deviare o aggirare l’ostacolo in maniera da far nascere altre forme inconsce di soddisfazione, giustificazione e, quindi, adattamento al regime penitenziario e, in via più generale, adattamento al sociale. La osservazione, classificazione e definizione della personalità, consente da un lato di attuare interventi mirati a sostenere forme di adattamento al regime penitenziario e, dall’altro, programmare il trattamento rieducativo intra ed extra murario. L’osservazione, pertanto, dovrà considerarsi continua e costante e dovrà essere attuata da tutti gli operatori in maniera da portare avanti un processo globale che, in sede di discussione ed analisi (èquipe e got), consentirà una visione generale che tiene conto di tutti gli elementi acquisiti (giuridici, sanitari, penitenziari, psicologici, familiari e sociali).
Lo strumento di rilevazione e di conoscenza è rappresentato dal colloquio individuale che consente di interagire sui due fronti in maniera da esaminare, verificare e programmare il trattamento con la organizzazione e coordinamento di tutte le attività.
Trattasi, in conclusione, di osservazione centrata sulla persona per programmare e favorire il rientro nella società con adattamento civile e corretto. Bisogna, praticamente, individuare ed analizzare le cause che hanno determinato una non corretta vita di relazione e, di conseguenza, hanno portato alla devianza. A tal proposito, di conseguenza, bisogna evidenziare alcune criticità che, per certi versi, integrano seri dubbi di legittimità costituzionale in ordine al diritto di osservazione e trattamento. I detenuti sottoposti all’art. 41bis Ordinamento Penitenziario (sospensione delle regole del trattamento) e coloro che si sono resi responsabili dei reati inclusi nell’ art.4bis,1°comma O.P. ovvero i reati previsti dagli artt.416bis, 630 C.P. nonché art.74 DPR n.309/90, possono essere ammessi ai benefici solo se collaborano con la giustizia a norma dell’art. 58ter O.P. o che, allo stato, non v’è più nulla da accertare alla luce dei fatti commessi sempreché la pericolosità sociale sia scemata (cosa molto difficile da dimostrare!). Per pericolosità sociale si intende la previsione futura della proclività a delinquere del soggetto, tale da intuire se il soggetto possa commettere altri fatti preveduti dalla legge come reato, una volta restituito alla società libera. Si evidenzia, per certi versi, la impossibilità di dimostrare anche forme marginali di collaborazione pur avendo un “minimo” di volontà collaborativa. Altra criticità è rappresentata dalla difficoltà di conoscere la pendenza di procedimenti dinanzi alle Autorità Giudiziarie dal momento che, ad oggi, la Organizzazione Giudiziaria non è dotata di un sistema di rete informatizzato, che registri le pendenze esistenti presso tutte le Procure italiane come per i certificati generali del casellario. Questo significa non conoscere i carichi pendenti e, quindi, trovarsi con una programmazione trattamentale che dovrà interrompersi per il venir meno dei presupposti di legge, a causa di nuove situazioni giudiziarie.
E’ una grande trasformazione culturale del carcere inteso come luogo di analisi e revisione del vissuto soggettivo, in prospettiva di una ripresa civile e corretta con regole socialmente condivise, accettate ed accettabili.
E’ la scommessa del futuro e solo il futuro consentirà di analizzare e capire i risultati della trasformazione.
Alla luce della quasi unanime e diffusa convinzione secondo la quale gli operatori del trattamento non possono e non debbono essere o considerarsi burocrati, che agiscono in maniera formale e distaccata, la Sorveglianza Dinamica è stata accolta a braccia aperte rappresentando l’occasione per attuare nuove modalità di trattamento penitenziario e rieducativo.
Il quadro completo della osservazione conduce ad un intervento trattamentale mirato con interventi appropriati per favorire l’adattamento o riadattamento all’ambiente penitenziario e, in via più generale e preventiva, all’ambiente sociale di provenienza. La osservazione, quindi, si conclude con la Relazione di Sintesi a cui segue il Programma di Trattamento Individualizzato che, nel corso della esecuzione, è soggetto a verifica e periodico aggiornamento, con specifico riferimento ai progressi compiuti o regressi trattamentali, quindi, poi, passare al Patto Trattamentale. La relazione di sintesi è un atto di rilevanza esterna che, a decorrere dall’ingresso in carcere, accompagna il detenuto nel percorso trattamentale. Essa contiene le valutazioni di tutti i componenti dell’èquipe, precede e costituisce la base sulla quale far poggiare le indicazioni ed ipotesi di trattamento rieducativo, che costituiscono il programma di trattamento individualizzato. Il programma di trattamento individualizzato è integrato o modificato, a seconda delle esigenze e dei progressi/regressi raggiunti nel corso della detenzione. Ciò consente, in pratica, di fornire concreti elementi di valutazione alla magistratura di sorveglianza in ordine alle decisioni da adottare in materia di misure alternative alla detenzione e permessi.
Le fonti di informazione sono, da un lato, il soggetto, la famiglia, le istituzioni territoriali e, dall’altro, i dati giuridici e penitenziari. Trattasi, quindi, del vissuto soggettivo intra ed extramurario. Il documento di sintesi, in pratica, evidenzia problematiche di natura personale, familiare e sociale prima e, dopo, il programma di trattamento individualizzato elenca gli interventi concordati da effettuarsi in favore del soggetto ai fini della risocializzazione. Dal punto di vista strutturale risulta così articolato: a) i dati anamnestici e socio-familiari comprendono carenze fisio-psichiche, affettive, educative e sociali con specifico riferimento alla descrizione del contesto socio-familiare e soggettivo alla luce del rapporto dialogico instaurato con gli operatori; b) i dati relativi alla osservazione e trattamento comprendono le modalità di svolgimento della osservazione e dell’ambiente di provenienza, la descrizione del soggetto in ambito penitenziario evidenziando le capacità di adesione ed adattamento al regime penitenziario, la qualità delle relazioni instaurate con gli operatori e con i compagni nel corso delle varie attività quotidiane, le valutazioni dei momenti emozionali rispetto alla famiglia ed ai colloqui, l’analisi, in definitiva, del comportamento durante il percorso trattamentale. Viene descritto l’atteggiamento critico nei confronti del reato, le motivazioni e le conseguenze negative che il reato ha determinato verso terzi in generale e la parte offesa in particolare. Non da trascurare risulta anche la maturata ed eventuale ipotesi riparativa nonché la sua praticabilità nei confronti della vittima del reato. Per ultimo, viene delineato il profilo psicologico di personalità che consente di offrire concreti elementi di valutazione con riferimento alla programmazione sia interna che esterna. Dopo tanto premesso e considerato vengono formulate le ipotesi trattamentali e, cioè,l’indicazione delle offerte trattamentali congrue al caso in esame (es. lavoro, istruzione, lavoro all’esterno ex art.21 O.P., coerente sottoposizione a programma terapeutico di recupero (se tossicodipendente o alcool dipendente), sollecitazioni in ordine al ripristino del ruolo genitoriale etc.).
L’ammissione ai benefici, per queste ragioni, risulta limitata a basse percentuali determinando forme di disparità trattamentali. Lo straniero detenuto difficilmente riesce a reperire attività lavorative a corredo e sostegno delle richieste di misure alternative alla detenzione.
Gli stranieri costituiscono un terzo della popolazione detenuta nel sistema penitenziario italiano, cioè la percentuale tra le più alte in Europa. La condizione detentiva risulta differenziata rispetto a quella degli italiani con riferimento alla evidente difficoltà di fruire benefici penitenziari che, peraltro, viene avvertita molto discriminante ed oggettivamente limitata o ridotta rispetto al percorso trattamentale. Le difficoltà di comunicazione, la quasi totale impossibilità di aver contatti con i familiari e la mancanza di supporto sociale, di conseguenza, costituiscono gli elementi che rendono più difficoltoso il processo di osservazione e trattamento. Nasce così la necessità di urgenti interventi, finalizzati al coinvolgimento sociale che prevede la presenza di mediatori culturali, soprattutto in periferia, in maniera da uniformare, quanto più possibile, gli interventi e le scarse risorse. L’ingresso nella carriera deviante, alla luce della propria esperienza, si manifesta, da un lato come frutto di una decisione ponderata, ragionata, accettata, gradualmente maturata e, dall’altro, come diretta conseguenza di una serie di concause. Il carcere, quindi, diventa un “incidente di percorso” accettabile e percorribile, fino ad assurgere a fattibile soluzione delle problematiche legate alla lotta per la sopravvivenza. E’ ovvio che la osservazione della personalità risulta più complessa laddove c’è la mancanza di mediatori culturali ragion per cui, spesso, non vi sono i presupposti per una corretta analisi e verifica delle esigenze, prospettive e condizioni comportamentali (es. mancanza di iscrizione al SSN e Sert dovute allo stato di clandestinità od alla mancanza del permesso di soggiorno, inesistenza di punti di riferimento esterni, assenza di datori di lavoro). La mancanza di conoscenza e verifica del vissuto soggettivo non consente di effettuare una anamnesi socio familiare reale e veritiera che costituisce la
piattaforma della struttura di personalità, alla pari dei soggetti italiani come poc’anzi accennato. Ogni tipologia o carenza di elementi conoscitivi porta ad una limitata osservazione, ad una deficitaria analisi e classificazione di personalità e, quindi, inevitabilmente determina una poco ed “inesistente” conoscenza del soggetto detenuto. Non è da dimenticare che, tal soggetti, per emulazione apprendono con estrema facilità i modi e gli usi degli italiani o della cultura dominante per cui le dinamiche, a breve termine, vengono messe in atto nel quotidiano con padronanza e consapevolezza. La sofferenza e la privazione “aggravata” della libertà provoca, per autodifesa, quindi, lo sviluppo di velocissimi meccanismi di apprendimento comportamentale. Essere straniero, però, non può e non deve comportare una situazione di svantaggio automatico in ordine alla osservazione, trattamento e programmazione trattamentale. Tale procedura di osservazione e trattamento - diventata ormai prassi consolidata - nei confronti dello straniero, ovviamente contrasta col dettato costituzionale ed il fenomeno deve essere studiato ed analizzato in maniera da contrapporre immediati interventi normativi e strutturali in linea al dettato costituzionale ed alla mission penitenziaria. Il multiculturalismo (approccio che tende alla integrazione senza assimilazione), oggi, è percepito come un dato di fatto naturale e la psichiatria transculturale si occupa del fenomeno con riferimento alla sofferenza psichica derivante dall’incontro con culture diverse. La transcultura diventa osservazione di altri mondi e modus vivendi et operandi e, al contempo, consente di modificare il soggettivo modo di interazione con gli eventi e con le persone. In tal modo vengono compresi nuovi comportamenti senza perdere di vista quelli precedentemente acquisiti. L’identità culturale di ogni individuo – come sostenuto dalla antropologa B. Ghiringhelli 7 - rappresenta e costituisce un elemento in continua trasformazione.
strumentalizzazione e limitare il colloquio al bisogno di notizie relative ai benefici.
Questa sarebbe autentica strumentalizzazione ed annullamento del ruolo professionale. Una figura professionale, infatti, con una operatività limitata alla fornitura di notizie non può che considerarsi riduttiva, limitata, insoddisfacente, poco produttiva che – peraltro - può essere offerta da chiunque.
L’Educatore, in pratica, è la figura professionale che predispone, organizza e coordina le attività interne: la scuola, il lavoro, le iniziative culturali, ricreative e sportive, in collaborazione con gli altri operatori.
E’ componente delle varie commissioni ivi compreso il Consiglio di disciplina, redige la relazione di sintesi e programma di trattamento individualizzato, il patto trattamentale nonché il programma di trattamento provvisorio e definitivo per semiliberi e per coloro che sono ammessi al regime di cui all’art.21 O.P. (lavoro all’esterno). E’ il tecnico del trattamento rieducativo.
Offre sostegno psicologico, rinforza e sollecita forme adattive al regime penitenziario, individua le cause che hanno determinato una non corretta vita di relazione, partecipa alla definizione di un percorso finalizzato alla ricerca, da parte della persona detenuta, di una propria dimensione all’interno del contesto detentivo e sociale.
Ovviamente, alla base della operatività, è necessario instaurare una stretta e sinergica collaborazione con tutti gli operatori penitenziari, compresa la Polizia Penitenziaria, a seconda dei ruoli e compiti riconosciuti ed attribuiti a tutte le figure professionali presenti ed operanti all’interno della struttura carceraria.
L'Educatore, quindi, da un lato, prepara la persona ad affrontare la detenzione con capacità di adattamento in maniera da favorire un percorso trattamentale consono alle regole e procedure determinate dalla Legge e, dall’altro, stimola la nascita e crescita di comportamenti corretti che consentono un graduale rientro sociale secondo norme socialmente accettate ed accettabili.
Tal figura professionale, d’altro canto, oltre ad essere l’interlocutore necessario per fornire chiarimenti e delucidazioni in materia di ordinamento penitenziario, assume anche il ruolo di consulente della magistratura di sorveglianza e Superiori Uffici con riferimento ai benefici, trasferimenti e quant’altro richiesto dai competenti e centrali Uffici.
b) Esperto ex art.80 O.P.
In modo schematico i compiti degli esperti si possono sintetizzare: