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Tipologia: Sintesi del corso
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Lettura del passato! Visione del futuro Il modo in cui noi leggiamo il passato, la chiave di lettura che noi adottiamo nei confronti del passato, influenzano la nostra prospettiva sul futuro, il nostro ORIZZONTE DELLE ASPETTATIVE. LE CREDENZE MODELLANO LE NOSTRE PREVISIONI LE CREDENZE MODELLANO L’ORIZZONTE DELLE ASPETTATIVE. Bertrand de Jouvenel aveva lanciato, alla fine degli anni cinquanta, un grande movimento il cui nome si ispirava alla necessità, in epoca di crisi, di interrogarsi e scegliere fra i “futuri possibili”. Dalla sintesi delle due parole nacque ”futuribili”, parola poi usata infinite volte, in qualche caso anche a sproposito o banalmente. Il movimento e la rivista francese “Futuribles” nacquero proprio negli anni della paura e della disperazione, della guerra fredda, della corsa agli armamenti, delle esplosioni nucleari nell’atmosfera. Per uscire dalla crisi non bastavano scoperte e innovazioni tecnico-‐scientifiche, ma occorreva piuttosto ricorrere al cervello, alla fantasia e anche alla utopia. La previsione deve essere più che calcolo matematico, arte, fatto morale, capacità di riconoscere le conseguenze sulla vita, sulla felicità, sulla società, delle scelte possibili. Bertrand de Jouvenel fu sempre attento osservatore del suo tempo e negli anni cinquanta fu uno dei primi a cogliere i segni del degrado ambientale e urbano, della inadeguatezza delle regole economiche tradizionali. Bertrand de Jouvenel riconosce che la crisi nel rapporto uomo-‐natura deriva dalla distruzione del carattere “naturale” del mondo, provocata dalla società dei consumi che trasforma qualsiasi bene in merce, in oggetto di scambio di denaro. E cita la bellissima frase dell’Alfieri che, nella parte della giovinezza della sua “Vita”, parla della “pianta-‐ uomo”. La salvezza si trova solo se riconosciamo di essere parte della natura proprio come lo è l’albero con le sue radici: lo sradicamento porta alla povertà umana indipendentemente dalle macchine o dai beni materiali che possediamo. Le domande da farsi sono: Quale atteggiamento intellettuale dobbiamo adottare nell’affrontare il futuro? Che tipo di visione possiamo sviluppare per scoprire gli aspetti significativi degli anni che ci attendono? In che misura siamo in grado di cambiare le nostre idee sui futuri disponibili? Non dobbiamo prestare orecchio a profeti irrazionali e non realistici. Esempio: Oliver Cromwell! orizzonte di aspettativa illusorio (credenze sulla fine del mondo), ripreso poi da Ronald Reagan nel 1984 (Armageddon) Per oltre 200 anni i popoli dell’Europa dell’America settentrionale hanno creduto che la loro fosse l’epoca moderna ovvero un’epoca caratterizzata da conoscenze, modalità produttive, sicurezze destinata ad un’esponenziale affermazione di tali tendenze, Immutate e destinate a produrre sempre maggiore benessere. Molti autori fino agli anni ‘70 hanno creduto alla cosiddetta “fine delle ideologie”, ciao negli ultimi 300 anni la filosofia della scienza moderni erano riusciti a “spazzar via quel sottobosco che si pone sulla strada della conoscenza” (John Locke). Nella loro prospettiva, se solo fossimo stati in grado di impedire alle questioni ideologiche e teologiche di confondere le acque, sia gli strumenti intellettuali di quelli pratici per il miglioramento della condizione umana era una portata di mano. In realtà oggi, siamo negli anni ’90, sono subentrati un senso di disagio e di discontinuità storica. La supremazia politica dell’Europa è giunta alla fine e sta per finire anche l’egemonia delle sue idee. Se un’epoca sta per finire, allora si tratta della modernità stessa. Invece di pensare con faciloneria che il suo flusso sia ancora forte e che la sua spinta ci porterà in un mondo nuovo e sempre migliore, la nostra posizione attuale è meno tranquilla e più critica. Quella che nel 19º secolo sembrava una fiumana irresistibile oggi si è miseramente insabbiata, arenata. Ben lontani dalle fiduciose estrapolazioni sulle società e la cultura del futuro siamo arenati e incerti sulla nostra posizione. Per sfoggiare quindi oggi orizzonti di aspettative ragionevoli e realistici dobbiamo quindi iniziare dalla ricostruzione delle circostanze in cui è stato concepito il progetto della modernità: i presupposti filosofici, scientifici, sociali, storici su cui era basato e la successiva catena di episodi che ha portato al nostro dilemma attuale. DOMANDE CENTRALI AFFRONTATE NEL LIBRO:
In molti campi del sapere si è parlato di una fine della modernità, ma parlare di una presunta fine richiede di stabilire una data di inizio. Alcuni pongono l’origine della modernità nell’anno 1436, quando Gutenberg adottò i caratteri di stampa mobili; alcuni nel 1520, con la ribellione di Lutero contro l’autorità della chiesa; altri ancora con la rivoluzione americana del 1776 o quella francese del 1789; per altri nel 1895, con L’interpretazione dei sogni di Freud e l’ascesa del modernismo nelle arti figurative e nella letteratura. Nel campo dell’architettura, per esempio, il modernismo comincia con Mackintosh (architetto-‐ingegnere di Glasgow, fine 1800) e viene soppiantato da Venturi (anni ’70 del ‘900) che si definisce post-‐moderno. Ma post-‐moderno era già stato usato nel 1957 da Drucker e legato al declino dello stato nazione. Questo colloca l’inizio della modernità nel 1600-‐1650, quando quegli stati nazione videro la luce. Ancora negli anni 70 ha colpito la scienza newtoniana e ha associato la modernità all’industria (1800), oppure a Newton (1680) o a Galileo (1630). Nel campo dei sostenitori della modernità Habermas la colloca con l’opera di Kant, e quindi per traslato all’ultimo quarto del 1700. Ma assumere Kant significa rifarsi alla razionalità e quindi retrodatare a Galileo e Cartesio, e quindi agli anni ‘30 del 1600, o agli anni ‘50 dello stesso, quando la razionalità fu estesa alle diplomazie. C’è un dato su cui tutti concordano: i nuovi filosofi del 1600 hanno adottato nuovi modi di concepire la società, segnando la svolta che ha sancito l’inizio della modernità. Il dibattito sulla fine della modernità è tuttavia fondamentale per le scienze naturali, dove non vi è però una vera frattura fra moderno e post-‐moderno, e per la filosofia, che è invece entrata in crisi profonda, essendosi troppo a lungo fondata su una concezione passiva della mente umana e essendosi concentrata su un modello teoricentrico (uno stile che pone problemi e cerca soluzioni in termini atemporali e universali). ! Heidegger e Wittengstein. Così, dopo la distruzione critica della filosofia moderna (che vede le sue strade limitate), si è verificata anche una critica organizzata e complessa della razionalità, considerata emblema della modernità. Tirando le somme, tuttavia, è opinione generalizzata che il 1600 sia stato il periodo del mutamento e della nascita della modernità, una versione che è stata definita standard e tuttavia non priva di difetti. Prima di poter affermare il decesso della modernità, dobbiamo comprendere quando essa ha avuto inizio. Età moderna è un concetto storiografico inteso come fase successiva al medioevo. È precedente all’età contemporanea, riguarda un periodo di tempo che va " dal 15º secolo/inizio 16º secolo " alla fine del 18º secolo/inizio 19º secolo. Le datazioni storiografiche tradizionalmente consolidate sono:
tardi, questa scelta a favore della razionalità fu estesa al regno della pratica quando il sistema diplomatico e politico degli Stati europei fu organizzato sulla base di nazioni. Da quel momento infatti il diritto di esercitare il potere è stato fondato più sulla volontà del popolo che su un titolo feudale ricevuto in eredità.
Alla luce di questi presupposti la filosofia ha 3 possibilità:
Per la maggior parte del XX secolo in Europa e Nord America sono state accettate due affermazioni sulle origini della modernità e dell’epoca moderna:
FILOSOFIA! nel frattempo, la filosofia si era liberata dalla tutela della teologia, mettendo così da parte errori e pregiudizi e ripartendo da zero. Ciò che il “Discorso sul metodo” aveva fatto per la rivoluzione scientifica, le “Meditazioni” lo fecero per la filosofia! egli riportò l’analisi agli elementi primari dell’esperienza, disponibili a tutti e in questo modo la filosofia divenne un campo di ricerca pura. Ego cogito, ergo sum, sive existo. TECNOLOGIA E PRATICA! La visione della modernità degli anni ’30 del nostro secolo dava minor enfasi alla tecnologia e alle scienze applicate. Inizialmente, la rivoluzione seicentesca nel campo delle scienze naturali e della filosofia non ebbe effetti diretti, ma ci volle molto tempo prima che il faro teorico della scienza del seicento producesse un raccolto adeguato di risultati pratici. Di fatto fu necessario aspettare il periodo successivo al 1850. Il miglioramento tecnologico fu rimandato, ma GARANTITO. Quest’interpretazione ottimistica continua ad avere successo fino agli anni ‘50 del nostro secolo senza essere messa in discussione; ancora adesso gli studiosi della storia d’Inghilterra considerano il primo seicento come il punto di transizione dal medioevo all’epoca moderna. Non credete ad una sola parola di tutto questo! Sin dall’inizio l’intera storia è stata unilaterale, iperottimistica e tendente all’autoincensamento. Per certi versi la versione standard è ancora corretta, ma dobbiamo procedere ad una rilettura al fine di comprendere i suoi grandi errori storici ed interpretativi, non già togliendo valore all’originalità degli scienziati del seicento in meccanica ed in astronomia, ma focalizzando l’attenzione sul fatto che ogni opinione che ritenga questo successo il risultato di una sostituzione della fiducia medievale nella tradizione e nella superstizione con un metodo razionale autonomo, trascura tutte le sfumature di una complessa sequenza di eventi. I punti cruciali di questa critica sono:
della Chiesa a cui fu sottoposto Galileo un secolo dopo. Dopo il concilio di Trento, il confronto tra gli eredi protestanti e cattolici del cristianesimo storico diede vita ad una intolleranza che vide protagonisti papisti ed eretici nella guerra dei trent’anni dal 1618 al 1648, un conflitto particolarmente brutale e sanguinoso. Dopo il concilio di Trento, alla fine del cinquecento, il papato inaugurò una politica più rigorosa e restrittiva denunciando i protestanti come scismatici. Diminuirono quindi le possibilità di discutere criticamente di dottrina; allo scopo di stringere i ranghi e difendere il cattolicesimo, alcune dottrine centrali furono messe fuori dalla portata di possibili rivalutazioni e così il cattolicesimo della Controriforma fu dogmatico come mai prima. La pressione teologica sugli scienziati e su altri intellettuali innovatori non si indebolì nella prima metà del seicento, ma al contrario aumentò e questo non avvenne solo dal lato cattolico della barricata, ma avvenne anche in campo protestante in eguale maniera: molti calvinisti e luterani erano tanto rigorosi e dogmatici quanto i gesuiti o i giansenisti. TERZO PRESUPPOSTO! ROTTURA CULTURALE COL MEDIOEVO => SOSTITUZIONE DELLA CULTURA ECCLESIASTICA CON LA CULTURA LAICA La rottura culturale con il medioevo non dovette aspettare il ‘600; aveva avuto luogo ben 100 o 150 anni prima. Alla luce di ciò, le innovazioni scientifiche e filosofiche del 17º secolo, più che sembrare avanzate e rivoluzionarie, assumono l’aspetto di controrivoluzioni difensive. Sebbene sia vero che nel ‘600 la diffusione dell’istruzione e dell’alfabetizzazione tra i laici abbia dato loro un’influenza crescente sulla cultura europea e quindi abbia contribuito a distruggere il monopolio della chiesa su scienza e sapere, questo mutamento non era una novità: nel ‘600 i libri stampati erano già disponibili da più di un secolo; in quest’ottica Galileo e Cartesio sono stati tardi risultati di cambiamenti che in Europa si stavano già sviluppando, sin dal 1520 e quindi difficilmente possiamo continuare a sostenere che la cultura laica della modernità è stata un prodotto del solo ‘600. Anzi, per essere più precisi, la transizione dal ‘500 al ‘600 ha visto una progressiva chiusura degli orizzonti intellettuali e dell’orizzonte delle aspettative (Bacone si aspettava per l’umanità un futuro senza confini, mentre quarant’anni dopo, i pensatori più eminenti del Commonwelth credevano che la fine del mondo fosse prossima). Inoltre, un’altra credenza errata risulta essere quella che gli scienziati del seicento abbiano ampliato la sfera del dibattito razionale; essi in realtà la strinsero. Non si può dire che i fondatori della scienza moderna fossero teologicamente tiepidi o magari agnostici e certamente non atei. L’opinione che la scienza moderna si sia affidata sin dall’inizio ad argomenti razionali, separati da tutte le questioni di metafisica e teologia, presume che la razionalità si possa trasportare immutata da un contesto o da una situazione ad un’altra, vale a dire che si possa sempre sapere senza ulteriori verifiche e specifiche quali argomenti sono razionali in qualsiasi campo o in qualsiasi momento storico. Si tratta di una modalità procedurale indipendente dal contesto, mentre il nostro procedimento andrà nel senso opposto: verso la ricontestualizzazione delle discussioni che questi filosofi si gloriavano di decontestualizzare. REVISIONE NARRATIVA DELLE ORIGINI DELLA MODERNITÀ In quali precisi contesti e circostanze le caratteristiche tipiche della modernità sono completamente apparse per la prima volta nella storia dell’Europa occidentale e dell’America del Nord?
In una revisione della modernità bisogna analizzare il Rinascimento. Questo pone di per sé molti problemi: esso rappresenta il tardo Medioevo e la prima età moderna, fatto che ha portato a parlare di 2 origini della modernità. La prima umanista e la seconda seicentesca che rompe con quella precedente. La cultura europea del 1500 era umanista e cristiana, e all’interno del cristianesimo cattolico, Riformato e Controriformato, si mossero i principali umanisti. Eppure, le opere di questi umanisti lasciavano spazi più o meno ampi allo scetticismo e alla tolleranza, forti della loro impostazione laica e della loro riscoperta della letteratura latina e greca sulle varietà delle vicende umane (Epicuro, Lucrezio, il teatro, le biografie politiche come Plutarco ecc.) Questa riscoperta potenziò le visioni caleidoscopiche dei tipi difallibilità, precedentemente soppressi e negati dalla cultura religiosa medievale. Si sviluppò, dunque, l’attenzione al contingente e all’universale e tendevano a sospendere il giudizio sulle questioni di teoria generale così da poter giungere ad una concreta analisi delle possibilità e dei limiti della razionalità umana. Contestualmente, le esplorazioni geografiche fanno emergere il gusto dell’esotico e la nascita dell’etnografia e di un diffuso sentimento di tolleranza, sentimento che si estende anche al campo della filosofia, dove il proliferare di teorie differenti condusse all’emergere dello scetticismo di Montaigne e Bacone, che considerano impossibile per l’uomo giungere alla verità suprema. Questo dà vita anche ad un protorelativismo delle convinzioni e all’idea che bisogna tollerare e accettare la diversità e la pluralità delle opinioni. D’altronde siamo uomini e non dei.
IMPORTANTE! in letteratura si va da: CASISTICA LEGALE
TEOLOGIA MORALE
Il 1600 cancellò i presupposti degli umanisti, modificando 4 modi di conoscenza pratica: orale, particolare, locale e temporale.
DOMANDA! perché gli obiettivi delle preoccupazioni intellettuali in Europa hanno subito un mutamento così drastico proprio in quel momento? Cioè una completa eliminazione di tutte le preoccupazioni pratiche dai grandi della filosofia? Questo cambiamento: il rifiuto dei problemi locali, temporali, pratici e la loro sostituzione con un programma di ricerca filosofica i cui obiettivi erano esclusivamente generali, atemporali e teorici riflette la più larga crisi sociale ed economica del periodo, un periodo in cui la ricerca della certezza è diventata particolarmente attraente. Ma perché ciò accade proprio adesso?
Confrontando Montaigne (1570-‐1580) e Cartesio ci rendiamo conto dell’enorme cambiamento intercorso fra i due in un lasso di tempo molto breve, quasi irrilevante per la storia. Entrambi sono uomini del loro tempo, religiosi nella misura in cui lo richiedeva la società. Eppure, in Montaigne assistiamo ad una versione più sfumata della religiosità, mentre in Cartesio è continua la ricerca di ortodossia religiosa per le sue tesi. Montaigne affronta centinaia di argomenti riguardanti l’esperienza umana (ad esempio, sui meriti dell’amicizia, sul cannibalismo, il nudismo, la moda) e sfiora a malapena la teologia. Ancora Montaigne può permettersi di affrontare a cuor leggero temi come la sessualità, mentre Cartesio risulta molto più reticente, il primo cammina liberamente, il secondo si presenta mascherato. Montaigne, nel saggio Su alcuni versi di Virgilio , deplora l’abitudine dell’eccessivo pudore sociale. È piuttosto aperto sul piacere sessuale e riflette sugli imbarazzi dell’impotenza: la debolezza ha origine non solo dalla fragilità fisica, ma anche dall’ambiguità del desiderio, mente e corpo sono un tutt’uno. La posizione di Montaigne sul sesso può essere utilizzata come mezzo per chiarire la sua filosofia. All’epoca di Cartesio le abitudini di pudore sociale che Montaigne aveva biasimato erano nuovamente dominanti. La sessualità non è un argomento su cui scrisse in maniera esplicita, ma si può dedurre, in particolare nel suo trattato sulle Passioni dell’anima. I sentimenti non sono qualcosa che noi creiamo: sono qualcosa che i nostri corpi creano per noi. Per Cartesio la vita mentale consisteva soprattutto di calcolo razionale: possiamo accettare le responsabilità per la validità dei nostri calcoli, ma non per le emozioni che disturbano o confondono le nostre conclusioni. Dunque, un filosofo può negare tutte le sue responsabilità per la sua erezione, a meno che non abbia una buona ragione per decidere di averne una. Nulla in Cartesio si avvicina al candore o alla tranquillità di Montaigne, e la storia della sua vita suggerisce che egli provava qualche imbarazzo per la sessualità. Si racconta che si prese come amante la sua governante, e che questa gli dette poi una figlia. La morte precoce della bambina gli causò un dolore profondo, ma continuò a riferirsi alla madre come una serva e alla bambina come una nipote. Che bisogno aveva Cartesio di essere così reticente? Oggi non abbiamo modo di saperlo, ma questo è chiaro. " Montaigne aveva il coraggio di dire tutto quello che aveva il coraggio di fare, " Cartesio si presentava mascherato, sia nella vita privata, sia nella vita professionale. Le personalità di Montaigne e Cartesio possono essere state differenti, ma il loro contrasto intellettuale era ancora più profondo. Per Montaigne accettare la responsabilità per il nostro corpo, i nostri sentimenti, e gli effetti delle cose che facciamo, è parte della natura umana; e noi dobbiamo comportarci in questo modo, anche se non possiamo sempre tenerli sotto controllo. Entrambi sono grandi individualisti, entrambi pensavano che il primo passo verso il raggiungimento della saggezza fosse l’autoanalisi, entrambi avevano concepito alcune loro opere come modelli per una obbiettiva autonarrazione. Ma il loro individualismo li portò in direzioni differenti. In Cartesio c’è già un sentore di solipsismo, la sensazione che ogni individuo, come soggetto psicologico è intrappolato all’interno della propria testa, mentre la sfera delle sue riflessioni è limitata dagli stimoli sensoriali e dagli altri dati che raggiungono la sua mente e lo rendono l’individuo che è. In Montagne non c’è alcun accenno di solipsismo. Nell’ Apologia di Montaigne sostenne che a meno che non si trovi una sola cosa di cui siamo completamente certi, non siamo sicuri di nulla (scetticismo). Cartesio era affascinato da Montaigne e trovò la “sola cosa” di cui possiamo essere assolutamente certi nel cogito, sostenendo che si era sicuramente certi di avere esperienze mentali e di esistere. Per Montaigne la molteplicità di individui non è una minaccia come lo è invece per Cartesio. Avendo compiuto quest’analisi, le origini della modernità devono essere ridatate al Rinascimento, e le mosse dei filosofi secenteschi sono le risposte a quella prima mossa che era consistita nella riscoperta dello scetticismo classico. Bisogna tuttavia chiedersi perché avvenne tale cambiamento e perché avvenne così velocemente, rendendo lo scetticismo classico non più accessibile già nel 1640. Per comprendere meglio la situazione e rispondere a questa domanda mettiamo a confronto Cartesio e Montaigne. In un suo famoso saggio Apologia di Ramón Sabunde Montaigne giustifica con convinzione le ragioni dello scetticismo classico come mezzo per evitare un presuntuoso dogmatismo. Gli altri suoi saggi esplorano aspetti diversi
dell’esperienza umana (l’amicizia, il nudismo, il cannibalismo, la moda) e, anche lui, come Bacone, descrive aspetti della vita così come sono, senza giudizio o spirito dottrinario, fornendo una disadorna visione della sua esperienza di vita e dei suoi atteggiamenti mentali. Non è che i due fossero irreligiosi, vivevano come uomini della loro epoca, ma non ritenevano indispensabile invocare continuamente il nome di Dio ed esprimere sempre la loro ansia a proposito della salvezza. Bacone e Montaigne tenevano separate la loro lealtà religiosa dalle loro riflessioni filosofiche o letterarie sull’esperienza. Mentre Cartesio e Newton esprimono ripetutamente la preoccupazione per l’ortodossia religiosa delle loro idee: essi conservavano gli impegni teologici che hanno modellato la loro intera opera. Nel suo saggio Sull’esperienza Montaigne considera mente e corpo come un tutt’uno, disprezzando i tentativi di separare le attività mentali dai mutamenti del corpo; egli è severo soprattutto verso quei filosofi che usano il contrasto tra mente e corpo per giustificare il disprezzo dell’esperienza corporea. Che ragione potrebbe avere un filosofo moderno per disprezzare la carne ed i suoi piaceri? In realtà molti, all’epoca ritenevano che il piacere dei sensi fosse una cosa da bruti, indegna di essere goduta dal saggio. Ancora una volta c’è una profonda differenza tra Montaigne e Cartesio. Un saggio di Montaigne Su alcuni versi di Virgilio viene particolarmente apprezzato dalle dame della corte francese che lo tenevano nei loro salottini. Questo saggio è una riflessione sull’esperienza dei sensi dove si deplora l’eccessivo pudore sociale. Egli afferma: “ho ordinato a me stesso di avere il coraggio di dire tutto quello che ho il coraggio di fare; e mi dispiacciono anche i pensieri che non sono pubblicabili” ed è piuttosto aperto nei confronti del piacere sessuale (riflette sul piacere sessuale e sull’imbarazzo dell’impotenza e su altre esperienze con assoluto candore). Mentre Cartesio non si pronuncia sulla sessualità; all’epoca di Cartesio le abitudini di pudore sociale che Montaigne aveva biasimato erano nuovamente dominanti. Egli scrive un libro Passsioni dell’anima in cui afferma che le nostre emozioni non sono qualcosa che noi creiamo consapevolmente, ma sono un prodotto dei nostri corpi di cui non siamo responsabili; la mente invece che produce pensieri e calcoli razionali di cui siamo responsabili.
avevano fallito. La disponibilità a convivere con l’incertezza, con l’ambiguità e con le differenze di opinione tipica degli umanisti non si era rivelata utile per prevenire lo sviluppo incontrollato dei conflitti religiosi, ma avevano contribuito a peggiorare la situazione. Se l’incertezza era divenuta inaccettabile, andavano trovati nuovi metodi basati sulla certezza razionale nel dialogo filosofico. L’eclisse della reputazione filosofica di Montaigne e le conseguenze politiche dell’omicidio di Enrico IV sono legate da un fil rouge: la disillusione sulle possibilità dello scetticismo. Forse l’esperienza umana avrebbe dovuto rivelare chiarezze e certezze che Montaigne e gli scettici avevano trascurato.
Qual è stato l’impatto dell’assassinio di Enrico IV sulla vita di Cartesio? Nel 1603, il re aveva fatto costruire un collegio gesuita a la Flèche e lasciò per testamento a quel collegio il suo cuore. I gesuiti lo reclamarono e lo celebrarono con una maestosa cerimonia e con la composizione di una Henriade, nel primo anniversario della morte. Tra gli studenti del collegio vi era il giovane Cartesio, verosimilmente autore di un sonetto in volgare dove viene instaurato un parallelismo tra la morte di Enrico e la scoperta dei pianeti medicei ad opera di Galileo. È dunque impossibile affermare che Cartesio abbia vissuto avulso dal suo tempo, anche perché la Guerra dei 30 anni fu lo scenario di gran parte della sua vita. In questo scenario sono comprensibili sia la critica mossa da Cartesio a Montaigne sia la sua ricerca di certezze che si risolse nell’identificazione del cogito. Più la situazione politica della Francia e dell’Europa peggiorava, più urgente diventava il bisogno di trovare un modo di sfuggire alle contraddizioni dottrinali che erano state una causa prima delle guerre religiose. Nella prospettiva della Grande Encyclopédie e della versione standard della vita e delle opere di Cartesio, la filosofia cartesiana è stata concepita come il puro prodotto di una mente riflessiva non influenzata dagli eventi esterni. Toulmin esprime tutta la sua perplessità sulla versione standard di Cartesio. Nel 1603 Enrico autorizza i gesuiti a riprendere le loro attività in Francia e a fondare una serie di nuove accademie e collegi per i giovani di talento. Come sappiamo per molti anni gli studiosi, gli scrittori, i pensatori, gli intellettuali più noti di Francia studiarono nei collegi dei gesuiti. Il sito concesso per il primo collegio fu La Flèche dove aveva disposto che fossero conservati dopo la morte il suo cuore e quello della moglie Maria de’ Medici (credenze dell’epoca sull’incarnazione del valore dei monarchi in alcune parti del corpo). Alla notizia della sua morte i gesuiti ne reclamarono il cuore. Alla cerimonia assistette il giovane René Descartes, all’epoca studente a La Flèche. La notizia della morte di Enrico non fu quindi per Cartesio una notizia di seconda mano, ma un evento vissuto in prima persona. I Gesuiti, sospettati di essere implicati nell’assassinio, allo scopo di rassicurare i loro studenti e di fugare ogni tipo di confusione in merito alla vicenda, resero la morte di Enrico una lezione a scopo devozionale e istruttivo! all’anniversario della morte di Enrico organizzarono un’ Henriade nel 1611, prima di una lunga serie di celebrazioni a cadenza annuale. Per tale occasione gli studenti furono invitati a comporre saggi e poemi in forma anonima; tali componimenti furono riuniti in un libro: In Anniversarium, una copia del quale è conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi; tuttavia è stato molto difficile per Toulmin poterla consultare perché per errore era stata collocata in un’altra sezione. Trai vari elaborati, in greco e latino, alcune erano in francese e tra queste ne spiccava una in particolare: un’elettrizzante rapporto sulla scoperta di quattro corpi celesti, prima sconosciuti, che si muovono intorno al pianeta Giove, da parte di Galileo Galilei (era del 1610 la pubblicazione del Sidereus Nuncius ad opera di Galileo che i gesuiti, con la loro curiosità intellettuale, non avevano ragione di tenere fuori della portata dei loro allievi. In questo sonetto l’autore lega la scoperta delle lune di Giove ad opera di Galileo con un dolore dei francesi per la morte del loro re in un’immagine che dipinge il re come se fosse una stella che brilla nel cielo e da lassù guarda il suo regno. Non si può affermare che tale sonetto Guido concepita Cartesio: questa è solo un’ipotesi che poggia sul fatto che è lo stesso Cartesio a raccontare che la sua esperienza più straordinaria in collegio è stata l’incontro con le idee di Galileo; inoltre egli aveva una passione per la poesia in volgare. Ciò che è importante ricordare che la morte di Enrico IV non fu semplicemente un avvenimento tra abitanti, ma una preoccupazione molto sentita nella comunità del collegio. Negli anni successivi al collegio è molto importante ricordare che tutta la sua esistenza si dipana all’ombra della guerra dei trent’anni: egli infatti aveva vent’anni quando nel 1618 scoppia la guerra, che termina nel 1648, due anni prima della sua morte. Cartesio non fu indifferente alla guerra dei trent’anni, almeno non più di quanto non lo fosse stato nei confronti dell’assassinio di Enrico IV. Durante i primi 12 anni della guerra egli colse ogni occasione possibile per seguirne l’andamento di persona. Molto importante il suo soggiorno in Olanda. Ed è proprio qui in Olanda, che agli inizi degli anni ‘30 egli si sistema per elaborare le sue idee sull’epistemologia e la filosofia naturale, da uomo maturo che negli anni della giovinezza era stato esposto in prima persona ai due eventi cardinali del primo seicento: " l’assassinio di Enrico IV " la guerra dei 30 anni
Piuttosto che considerare quindi le opere di Cartesio come le creazioni di un uomo sul cui genio gli eventi del suo tempo gettano poca luce, è necessario ricontestualizzare quelle idee che la versione standard ha decontestualizzato con tanta cura. Alla luce di quanto detto, anche se egli fu inizialmente un fervente ammiratore di Montaigne, affascinato dalle sue opere: l’ Apologia di Ramón Sabunde e i Saggi, di Montaigne non poteva condividere la tolleranza per l’ambiguità, per la non chiarezza, per la mancanza di certezza per la differenza delle opinioni umane. Più la situazione politica della Francia e dell’Europa peggiorava, più urgente diventava il bisogno di trovare un modo di sfuggire alle contraddizioni dottrinali che erano state una causa prima delle guerre religiose e che erano il pretesto per continuarle. In un momento in cui le esperienze centrali erano la guerra dei trent’anni e una distruzione sociale chiaramente e completamente fuori controllo, l’appello congiunto della certezza geometrica e di idee chiare distinte, di una singola cosa certa -‐ il cogito -‐ che avrebbe potuto rendere possibili altre certezze, contribuì a prestare una nuova plausibilità al suo programma.
Lo stupore e lo sgomento per la morte di Enrico IV furono generalizzati anche all’estero. Dall’Inghilterra giunse dunque una risposta controrinascimentale, formulata da John Donne (figura conservatrice nella cui vita si giocarono tragicamente i conflitti religiosi dell’epoca: nato in una devota famiglia cattolica, entrò poi nella chiesa anglicana per fare carriera) in due opere: IL CONCLAVE DI IGNAZIO! descrive un collegio di gesuiti all’inferno che complottano per destabilizzare il mondo. L’ANATOMIA DEL MONDO! nelle vesti di orazione funebre (celebrazione di una giovinetta morta di recente), affronta quello che viene visto come un mondo impazzito, fuori da ogni controllo. Il tema principale non è la ragazza morta, ma la fragilità e la caducità del mondo. Donne si preoccupa per il fatto che lo scontro tra fanatici di ambo le schiere, il crollo delle lealtà politiche, il narcisismo, la perdita di condivisione dei valori della comunità e della famiglia e le nuove scoperte astronomiche stanno avvenendo tutte insieme e stanno minando le basi della Cosmopolis, la società ordinata di origine greca. Il tessuto morale della famiglia e della società sono stati completamente distrutti e gli individui si comportano in maniera narcisistica, come se fossero atomi, al di fuori delle relazioni intrinseche tipiche di una società coesiva. Donne lancia un grido d’allarme perché queste cose stanno accadendo tutte nel medesimo tempo ed insediano l’intera consolidata Cosmopolis. Nella Grecia classica si riconosceva che il mondo fosse incluso in due tipi di ordine:
Dopo l’omicidio di Enrico IV e lo scoppio della guerra dei 30 anni la gente era sconcertata e capiva che l’ordine era andato perduto e le cose non erano più controllabili. L afilosofia dello scetticismo era un lusso che pochi potevano permettersi. La ricerca della certezza ha avuto fortuna nella particolare contingenza storica dove era ormai chiaro che le cose fossero fuori controllo. In questo panorama, i filosofi moderni svalutarono la pratica a favore della teoria, influenzati anche dalle dispute teologiche, nelle quali non vi era spazio per lo scetticismo. Essi sentivano la profonda esigenza di trovare fondamenti per la conoscenza che fossero chiari, distinti e certi; di fronte alle pretese dogmatiche di teologi rivali non era certo lo scetticismo ad avere la meglio: i protagonisti delle guerre religiose avevano necessità di trovare un modo nuovo per stabilire le loro verità e le loro idee principali. In quella situazione bisognava ingannare i teologi dogmatici parlando il loro stesso linguaggio: il linguaggio della certezza. La ricerca della certezza si rivelava
dogmi infallibili ed immutabili. I teologi lessero i suoi testi con trepidazione e si allarmarono perché la sua opera galvanizzò i deisti per i quali Dio, secondo la visione dell’universo materiale di Cartesio, doveva solo dare inizio alla creazione e poi lasciarla funzionare meccanicamente senza ulteriore intervento. Cartesio (traumatizzato dal processo a Galileo) fece in modo di non mettersi mai in diretto contrasto con la Chiesa! larvatus prodeo, pronto a nascondere le sue opinioni sotto una maschera, restò mascherato fino alla fine dei suoi giorni. Un elemento delle idee di Cartesio particolarmente approvato dalle gerarchie ecclesiastiche era la sua insistenza sul bisogno di certezze perché indicava che la teologia poteva seguire la stessa strada percorsa dalla fisica e dall’etica. Le gerarchie ecclesiastiche retrodatarono anacronisticamente il razionalismo al Concilio di Trento “il Concilio di Trento è stato convocato per sradicare gli errori di Lutero”, mentre il loro controllo sul dibattito divenne sempre più pressante; mentre nel cinquecento si era respirata un’aria di mite ragionevolezza, il cristianesimo stava adesso abbandonando il precedente senso della finitezza dell’uomo e cadeva in un dogmatismo contrario alla natura umana. Quindi il razionalismo ha soppiantato la filosofia pratica senza però poter parlare di controrinascimento, dal momento che la riproduzione dell’umanesimo spesso era solo di facciata, d’altronde è Cartesio ad affermare “Larvatus prodeo”: avanzo mascherato. È forse esagerato affermare che la seconda fase della modernità ha disfatto le buone opere della prima o che la rivoluzione seicentesca in scienza e filosofia fosse realmente una controrivoluzione , ma certamente questa rivoluzione non era motivata, come ci è stato insegnato negli anni ’30 e ’40 del ‘900, dalle intenzioni puramente progressiste che troviamo in Bacone, ma dal bisogno di stabilire posizioni rigide lontane dalla tolleranza e dall’attenzione alle differenze e al benessere dell’uomo.
Dunque la modernità ha avuto una duplice origine: " nello scetticismo umanistico e " nel razionalismo seicentesco. La visione standard, inoltre, ha spesso e volentieri decontestualizzato i filosofi dal palcoscenico storico in cui si trovano a vivere e pensare. La grande particolarità della prima metà del 1600 è il fatto che l’inasprirsi e l’irrigidirsi del conflitto religioso fosse contemporaneo all’attacco sistematico condotto alla cosmologia e all’epistemologia classiche che generarono un’ansia quasi spasmodica per gli ambiti universali e atemporali. Nel campo storiografico, la visione standard risale agli anni ‘20 del 1900, mentre la rivalutazione fa da servo all’opera di Khun, 1962, che parla di periodiche tabulae rasae della fisica, quando invece una tabula rasa completa è impossibile da ottenersi. Questa manovra Khuniana ha però permesso il dialogo fra storici e filosofi della scienza. Tuttavia, i pensieri legati alle influenze nelle teorie dei substrati culturali non sono venuti meno, specialmente nel campo degli storici e dei filosofi. Questa definitiva presa di coscienza ha fatto crollare il mito dei filosofi-‐dei astratti dal mondo. RIASSUNTO! secondo la versione standard la modernità comincia con una scelta in favore della razionalità resa possibile dalla prosperità economica e dalla ridotta pressione della Chiesa. Ma non fu affatto così. Gli elementi chiave dell’epoca moderna non sono prodotti da un’unica origine intellettuale, ma hanno due genesi differenti:
Il primo distacco dalla scelta in favore del razionalismo sta nel riconoscere l’importanza del contesto, ovvero che noi non possiamo mai decontestualizzare completamente la filosofia o la scienza. Quando trattiamo problemi pratici o intellettuali non possiamo mai fare completamente tabula rasa e partire da zero. Trattare i nostri problemi in maniera razionale o ragionevole non significa rifiutare i concetti tradizionali, ma nell’usare l’esperienza per perfezionarli. Cartesio era consapevole del fatto che nella sua epoca un programma di costruzione di teorie era maggiormente realizzare oggetti campi piuttosto che in altri ad esempio in fisica sperava di fornire un sistema finale completo di idee teoriche di base, mentre in etica era consapevole che bisognasse tirare avanti alla meglio con la moralità provvisoria insegnata dalle comunità e dalle chiese. Cosa che oggi si è ribaltata e questa “provvisorietà” è diventata applicabile anche alla fisica. Nel tardo medioevo un aristotelismo orientato verso la pratica era coesistito con un platonismo orientato verso la teoria, ma dopo il 1600 questo viene sconvolto in modo improvviso. Molto importante fu la coincidenza storica tra: " i conflitti religiosi a cui diede inizio la Riforma " la cosmologia tradizionale subiva il violento attacco da parte della nuova cosmologia di Copernico l’allarme lanciato da John Donne nel suo libro L’Anatomia del mondo era tutt’altro che fuori luogo. Se da un lato l’aggravarsi dei dissensi tra i fanatici protestanti e quelli cattolici proponeva con insistenza il progetto di un metodo razionale per stabilire quelle verità che avrebbero potuto porre termine ai conflitti, dall’altro il crollo della cosmologia tradizionale imponeva la necessità della costruzione di una nuova cosmologia. Se tutto in generale è minacciato nello stesso momento, tutto in generale dev’essere ristabilito e riedificato in una maniera completamente nuova. Dal 1650 in poi i pensatori europei furono conquistati da questa brama di teorie universali e atemporali: l’etica e la politica raggiunsero la fisica e l’epistemologia nella sfera delle teorie astratte generali ed eterne e così ebbe inizio quell’estraniamento tra la filosofia e le discipline umanistiche -‐ la storia, l’etnografia, la retorica e la casistica -‐ che è durato fino all’altro ieri (1990). Thomas Kuhn ha scritto un importante libro: La struttura delle rivoluzioni scientifiche (vedi sbobinatura n.3). Conclusione: invece di leggere i testi filosofici come si provenissero da una stratosfera a temporali astratta, sarebbe fondamentale ricontestualizzarli e ricordare che gli intelletti dei filosofi sono stati da sempre stimolati dagli eventi esterni dei loro tempi.
Dopo il 1650 i popoli dell’Europa settentrionale e meridionale dovettero affrontare gravi problemi di ricostruzione politica e intellettuale. Diventa fondamentale riorganizzare: " l’arte della diplomazia minata dall’antagonismo teologico " quella del vivere insieme rispettandosi reciprocamente alla luce delle mutate condizioni politiche, condizioni che rendono il razionalismo ancora più attraente perché si sperava che la certezza data dall’argomentare con la logica portasse al superamento dei conflitti relativi alle varie posizioni teologiche. In particolare, si passa, tra il 1600 e il 1650, da un passato stato feudale ad uno stato nazionale: in Inghilterra, in Francia e in Olanda, il sovrano regna non più come erede feudale delle proprietà di un paese, ma come incarnazione simbolica della nazione stessa. Con la fine della Guerra dei 30 Anni (1648) vengono nuovamente sanciti i principi della pace di Augusta (1555, ogni sovrano sceglieva la religione ufficiale del proprio stato cuius regio eius religio ) nella pace di Westfalia, pace che disegna un nuovo ordine di stati nazione a cui solo il pontefice Innocenzo X si oppone. In seguito alla pace di Westfalia fu eretto un sistema di stati-‐nazione sovrani che è perdurato fino alla prima guerra mondiale (1914). Di fatto, questo ordine estromise dallo stato il controllo del clero transnazionale favorendo l’ascesa dei laici. I trattati di Westfalia del 1648, aprono una nuova fase della storia della Chiesa e dell’Europa perché portano alla modifica dei rapporti politici fra la Santa Sede e gli altri Stati europei e di quelli tra la Chiesa e lo Stato all’interno di ogni paese. A livello internazionale i trattati di Westfalia (Münster, con la Francia e Osnabrück, con la Svezia). che mettono fine alla guerra dei trent’anni, segnano una rottura decisiva perché: