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Crystal, David, The English Language. A Guided Tour of the Language, Tesi di laurea di Cultura Anglo-Americana

Crystal, David, The English Language. A Guided Tour of the Language

Tipologia: Tesi di laurea

2024/2025

Caricato il 13/03/2026

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giorgio-bascati 🇮🇹

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STORIA MODERNA
CAPITOLO 1 “L’ECLISSI DELLA MODERNITA’”
Le Goff si interrogava sull'utilità e sulla legittimità della periodizzazione, soffermandosi proprio su
quella frattura fra Medioevo e Rinascimento dalla quale convenzionalmente si fa partire l'età
moderna. la tendenza a scandire il tempo modulando il suo corso è un'esigenza insopprimibile. la
parola periodizzazione indica una suddivisione del processo storico in fasi o epoche che si ritiene di
poter individuare e distinguere con sufficiente chiarezza per le loro peculiari caratteristiche o sulla
base di una concezione generale della storia. spesso queste partizioni rispondono a motivi di
ordine pratico. ogni periodizzazione non è mai neutra ma presuppone sempre una interpretazione,
ovvero un punto di vista particolare che mette in risalto alcuni aspetti dello svolgimento storico ma
ne trascura altri. L'inizio della storia moderna viene ricondotto al 1492, anno della scoperta
dell'America, ma si tratta di una scelta convenzionale e del tutto arbitraria. il problema del punto
di arrivo si è posto quando si è staccata la storia contemporanea dal 1961. il trapasso dall'età
moderna a quella contemporanea è generalmente collocato fra la seconda metà del Settecento i
primi decenni dell'Ottocento, quando la via della Rivoluzione Industriale in Inghilterra e la caduta
dell'Antico regime per opera della Rivoluzione francese modificarono profondamente la realtà
economico sociale politico e culturale dell'Europa Occidentale.
Il termine modernus non esisteva nel latino classico, comparve fra la fine del V secolo e l'inizio del
VI, come derivazione dall'avverbio modo, che vuol dire recentemente. Esso compare in una lettera
scritta da Cassiodoro a nome del re dei Goti Teodorico. la parola nel suo significato originario era
privo di una connotazione particolare, presentava un valore neutro. furono gli umanisti che a
partire dal XV secolo manifestarono la convinzione che stesse nascendo una nuova età, nella quale
sarebbero ritornati attuali grandi modelli dell'antichità greco-romana dopo un periodo intermedio,
la media aetas. il termine moderno si caricava in tal modo di un valore positivo che era un riflesso
dell’enorme prestigio dell'Antico: esso si affermava come fattore di innovazione e di progresso in
quanto faceva rinascere il modello rappresentato dalla civiltà greca e romana. tra la fine del
Seicento e l'inizio del Settecento, in particolare in Francia, ci fu una disputa degli antichi e dei
moderni, e questa sancì In definitiva l'affermazione della coscienza europea della superiorità dei
moderni. il valore del mondo classico non era certo negato, ma era definitivamente ricacciato nel
passato. caratteristica è la convinzione che il corso storico debba necessariamente svolgersi verso
un punto di arrivo predeterminato. in questa prospettiva il concetto di moderno assumeva
evidentemente una intrinseca connotazione positiva proprio in virtù del fatto che esso, nella
realizzazione di questo processo di perfezionamento dell'uomo, incarnava in ogni momento il
nuovo rispetto al passato che si lasciava alle spalle.
La periodizzazione dell'età moderna si affermò definitivamente nell'Ottocento, quando Burckhardt
elaborò il concetto di Rinascimento come alba della civiltà moderna. alla base di questa
prospettiva storica vi è la fiducia nel progresso di una borghesia Europea trionfante. nel XIX secolo
si affermò anche nelle lingue volgari europee il termine modernità. il progresso del quale era
orgogliosa la società ottocentesca poteva essere respinto in nome della tradizione come
l'incarnazione di un male assoluto: era questa la posizione del Papa Pio IX, il quale respingeva le
tesi di coloro che difendevano alcuni principi della cosiddetta civiltà moderna in nome dei principi
immobili e incrollabili del cattolicesimo. Si affermò anche la parola modernizzazione, che
esprimeva l'estensione del modello della civiltà europea nel resto del mondo. il concetto di età
moderna era l'espressione di un punto di vista laico, anticattolico, incentrato sulla formazione
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STORIA MODERNA

CAPITOLO 1 “L’ECLISSI DELLA MODERNITA’”

Le Goff si interrogava sull'utilità e sulla legittimità della periodizzazione, soffermandosi proprio su quella frattura fra Medioevo e Rinascimento dalla quale convenzionalmente si fa partire l'età moderna. la tendenza a scandire il tempo modulando il suo corso è un'esigenza insopprimibile. la parola periodizzazione indica una suddivisione del processo storico in fasi o epoche che si ritiene di poter individuare e distinguere con sufficiente chiarezza per le loro peculiari caratteristiche o sulla base di una concezione generale della storia. spesso queste partizioni rispondono a motivi di ordine pratico. ogni periodizzazione non è mai neutra ma presuppone sempre una interpretazione, ovvero un punto di vista particolare che mette in risalto alcuni aspetti dello svolgimento storico ma ne trascura altri. L'inizio della storia moderna viene ricondotto al 1492, anno della scoperta dell'America, ma si tratta di una scelta convenzionale e del tutto arbitraria. il problema del punto di arrivo si è posto quando si è staccata la storia contemporanea dal 1961. il trapasso dall'età moderna a quella contemporanea è generalmente collocato fra la seconda metà del Settecento i primi decenni dell'Ottocento, quando la via della Rivoluzione Industriale in Inghilterra e la caduta dell'Antico regime per opera della Rivoluzione francese modificarono profondamente la realtà economico sociale politico e culturale dell'Europa Occidentale. Il termine modernus non esisteva nel latino classico, comparve fra la fine del V secolo e l'inizio del VI, come derivazione dall'avverbio modo, che vuol dire recentemente. Esso compare in una lettera scritta da Cassiodoro a nome del re dei Goti Teodorico. la parola nel suo significato originario era privo di una connotazione particolare, presentava un valore neutro. furono gli umanisti che a partire dal XV secolo manifestarono la convinzione che stesse nascendo una nuova età, nella quale sarebbero ritornati attuali grandi modelli dell'antichità greco-romana dopo un periodo intermedio, la media aetas. il termine moderno si caricava in tal modo di un valore positivo che era un riflesso dell’enorme prestigio dell'Antico: esso si affermava come fattore di innovazione e di progresso in quanto faceva rinascere il modello rappresentato dalla civiltà greca e romana. tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, in particolare in Francia, ci fu una disputa degli antichi e dei moderni, e questa sancì In definitiva l'affermazione della coscienza europea della superiorità dei moderni. il valore del mondo classico non era certo negato, ma era definitivamente ricacciato nel passato. caratteristica è la convinzione che il corso storico debba necessariamente svolgersi verso un punto di arrivo predeterminato. in questa prospettiva il concetto di moderno assumeva evidentemente una intrinseca connotazione positiva proprio in virtù del fatto che esso, nella realizzazione di questo processo di perfezionamento dell'uomo, incarnava in ogni momento il nuovo rispetto al passato che si lasciava alle spalle. La periodizzazione dell'età moderna si affermò definitivamente nell'Ottocento, quando Burckhardt elaborò il concetto di Rinascimento come alba della civiltà moderna. alla base di questa prospettiva storica vi è la fiducia nel progresso di una borghesia Europea trionfante. nel XIX secolo si affermò anche nelle lingue volgari europee il termine modernità. il progresso del quale era orgogliosa la società ottocentesca poteva essere respinto in nome della tradizione come l'incarnazione di un male assoluto: era questa la posizione del Papa Pio IX, il quale respingeva le tesi di coloro che difendevano alcuni principi della cosiddetta civiltà moderna in nome dei principi immobili e incrollabili del cattolicesimo. Si affermò anche la parola modernizzazione, che esprimeva l'estensione del modello della civiltà europea nel resto del mondo. il concetto di età moderna era l'espressione di un punto di vista laico, anticattolico, incentrato sulla formazione

dell'individuo, che a partire da quel periodo aveva rivendicato la capacità di costruirsi il proprio destino e conquistato finalmente la propria libertà di pensiero e di coscienza contro le autorità e i dogmatismi che ne avevano limitato e frenato lo sviluppo. sulla fondatezza e sull'utilità della periodizzazione di Burckhardt si è sviluppata una lunga discussione storiografica, animata soprattutto dai medievisti, i quali hanno cercato di dimostrare da differenti prospettive che il contrasto fra la cultura quattro-cinquecentesca e l'età precedente era molto meno netto di quanto fosse apparsa gli stessi umanisti, mostrando quanto fosse arbitraria e ingiusta la considerazione del Medioevo come età di barbarie e di ignoranza. Anche il punto di arrivo dell'età moderna è stato oggetto di interpretazioni. Per quanto riguarda la rivoluzione francese il revisionismo storiografico ha negato che essa abbia rappresentato la fine del sistema feudale e aperto la strada all’avvento della società borghese. sembra però difficile negare la capacità periodizzante della rivoluzione francese che aprì effettivamente una fase nuova nel corso della storia Europea distruggendo le basi della società tradizionale. in relazione alla rivoluzione industriale, essa fece sentire i suoi effetti dopo diverso tempo, senza provocare la trasformazione repentina e radicale dell'assetto economico sociale. non c'è dubbio però che la struttura economico-sociale dell'Inghilterra abbia conosciuto a partire dalla metà del Settecento dei mutamenti irreversibili. Nuove interpretazioni storiografiche mettono in discussione il concetto di “età moderna” e la relativa periodizzazione, per ragioni differenti:

  • La storiografia marxista ha indicato nell’economia l’elemento propulsore della società, dando quindi fondamentale importanza alla rivoluzione industriale, come elemento di transizione al modo di produzione capitalistico.
  • La scuola storiografica legata alla rivista francese “Annales” ha posto l’attenzione sulle strutture della società, rendendo di fatto meno significativa una periodizzazione che rischia di impedire una lettura della persistenza, ad esempio della mentalità, nel lungo periodo.
  • Lo sviluppo dei modelli interpretativi della World History ha portato a proporre un superamento di una visione eurocentrica, e con essa del concetto di “età moderna”, costruita sostanzialmente sulla base della storia europea. In questa situazione si è fatta strada progressivamente la sensazione di vivere la fine di un'epoca e di essere entrati in una fase di transizione verso un futuro che appare ancora indecifrabile: di qui l'uso frequente del prefisso post per indicare i vari aspetti di questa realtà fluida e incerta. si è affermata la categoria della postmodernità, coscienza critica della società post-industriale. elementi centrali della postmodernità sono il rifiuto delle concezioni generali del mondo e della storia e la sfiducia nella possibilità di una interpretazione razionale e unitaria di una realtà complessa e mutevole. il post non ha un significato cronologico e nemmeno logico: il postmoderno non è tale perché viene dopo il moderno o perché lo supera. è la stessa nozione di superamento essere negata: nell'età post moderna cade definitivamente il concetto di progresso che ha rappresentato il fondamento dell'idea di modernità. il consolidamento dei poteri politici e religiosi comportò un aumento della regolamentazione dei controlli, tanto che molti storici hanno considerato come elemento caratteristico di quest'età il disciplinamento delle azioni e delle convinzioni individuali sia nella realtà politica e sociale, sia nella sfera religiosa. Un’interpretazione dell’età moderna come epoca del progressivo sorgere e svilupparsi di istituzioni destinate a costruire una forte omologazione nei comportamenti di uomini e gruppi sociali è da collegarsi, tra gli altri, all’opera di Michel Foucault.

mentalità, delle tendenze e dei comportamenti individuali caratteristici delle società preindustriali, che ha aperto una fase completamente nuova per il mondo intero. Un elemento di notevole interesse nelle riflessioni sulla popolazione di età moderna è legato al cosiddetto “tasso di urbanizzazione”, ossia al numero che indica la percentuale di individui che abita in un centro urbano. Lo sviluppo della popolazione urbana dei secoli XI-XIII avvenne in un periodo di forte crescita demografica, ma non significò necessariamente un aumento del tasso di urbanizzazione. Si registra, in età moderna, lo sviluppo di grandi città capitali (Madrid, Vienna, Berlino, San Pietroburgo), legata allo sviluppo dei grandi stati europei. La penisola italiana si distingueva per la numerosità della presenza di insediamenti urbani e anche per la dimensione di alcuni di essi; solo Parigi era paragonabile, come numero di abitanti, alle grandi città italiane (Milano, Venezia, Napoli). CAPITOLO 3: “LA SOCIETA’ PREINDUSTRIALE: L’AGRICOLTURA” La società di antico regime era fondata su un'economia prevalentemente agricola. si continuavano in generale ad adottare tecniche e strutture risalenti al lontano passato. il più significativo indice della modernizzazione è la riduzione del numero degli impiegati in agricoltura rispetto al totale degli occupati. Infatti quando l'agricoltura riuscì ad accrescere la sua produttività in modo consistente si crearono le condizioni per lo spostamento di uomini e risorse verso altri settori produttivi. questo processo si manifestò precocemente in Inghilterra. solo con molta lentezza e tra notevoli difficoltà si avviò, in tempi e modi diversi nelle varie zone del continente, un processo di superamento dell'agricoltura tradizionale che creò le premesse per una modernizzazione delle tecniche di coltivazione. nell'età moderna la condizione del mondo contadino si presentava sostanzialmente diversa nell'Europa centro-occidentale rispetto alla parte orientale del continente. si tratta di una differenziazione molto importante, che ebbe un peso decisivo sulla storia delle due parti del continente. Nell'età medievale le grandi proprietà erano divise in parte dominica, gestita dal proprietario attraverso la prestazione di giornate di lavoro gratuite, le corvées dei contadini dipendenti, e una pars massaricia affidate al lavoro di contadini liberi e servi che pagavano un canone. tra il IX e X secolo i proprietari assunsero sempre più una funzione di protezione di difesa delle popolazioni che vivevano sulle loro terre, affermando così la signoria Fondiaria, ossia la assunzione da parte del proprietario terriero di un'autorità che si estendeva non solo sui contadini da lui dipendenti ma su tutti gli abitanti delle terre di sua proprietà. Si tratta di un vero e proprio servaggio. lo sviluppo dell'agricoltura e la ripresa degli scambi commerciali crearono, a partire dal XI secolo, le condizioni per una progressiva erosione del potere signorile. i contadini potevano migliorare notevolmente la propria condizione, si batterono contro i signori per attenuare il peso della loro autorità e trovarono un sostegno decisivo nelle città, che proprio in quel periodo si affermarono come tanto di poteri autonomi. a questa evoluzione dei rapporti sociali si aggiunse poi la tendenza di principati e monarchie a richiamare nelle proprie mani quelle funzioni di ordine amministrativo e politico che nella disgregata ed inquieta società tardomedievale avevano delegato ai signori feudali. per l'età moderna è opportuno parlare di un potere signorile, sostanzialmente ridotto alla sola dimensione economica. agli inizi del Cinquecento il servaggio era di fatto scomparso: i contadini erano ormai quasi ovunque liberi di muoversi. anche le corvées erano limitate a qualche giornata di lavoro per provvedere alla manutenzione delle strade. Nel 500, in Occidente, vi erano i diritti signorili: le famiglie contadine che detenevano la “proprietà utile” sulle terre coltivate dovevano al signore un censo annuo, a motivo della “proprietà eminente” detenuta dal signore. Il signore aveva il monopolio del mulino, del frantoio, del forno

sui quali esigeva dai contadini i diritti di banno. Il contadino poteva abbandonare la terra che coltivava, pagando al signore il diritto di laudemio. il Signore aveva anche il monopolio della caccia, della pesca e dell'uso dei corsi d'acqua e riscuoteva pedaggi per l'uso dei ponti e delle strade. questi diritti signorili potevano essere ereditati e venduti come qualunque altra proprietà. La condizione contadina in Europa Orientale conobbe un notevole peggioramento, dando luogo a gravi limitazioni della libertà personale. Il fenomeno è definito “secondo servaggio”. La diffusione nel servaggio coinvolge larga parte dell’Europa orientale, compresa la parte orientale della Germania e i Balcani. Si tratta di un regime assai pesante, spesso a torto paragonato a quello dei secoli centrali del Medioevo, quando, invece, si trattava di obblighi di ben altra gravità. Lo sfruttamento delle famiglie peggiorò nel corso del Seicento, tanto che in alcune aree (Polonia) gli obblighi di lavoro sulla riserva signorile (le corvées ) impegnavano i contadini fino a cinque giorni alla settimana. I signori avevano il pieno controllo della vita dei servi, che non potevano contrarre matrimonio senza il loro permesso o allontanarsi dai terreni loro affidati. Il “secondo servaggio” è un fenomeno che si sviluppa in ambito economico-sociale nell’abito della grande proprietà fondiaria, ma che successivamente ottiene una legittimazione da codici di legge (ved. Russia 1649), ossia viene appoggiato da scelte politiche a motivo del peso economico acquisito dai grandi proprietari terrieri. Ciò rese ancora più pesante la condizione dei contadini e potenziò il potere di controllo e di repressione dei signori. Non mancarono rivolte (come in Russia tra 1667 e 1671), che non posero fine al servaggio. Solo da metà del XVIII secolo si incominciano a vedere tentativi di riforme che limitano il potere dell’aristocrazia. Come noto, l’abolizione del servaggio in alcune aree (Ungheria, Russia, Romania) avvenne solo alla metà del XIX secolo. La popolazione contadina aveva nelle strutture familiari un elemento di coesione, sostenuto non solo dai rapporti personali ma anche dagli interessi legati alla necessità di cooperazione di tutti i membri della famiglia per lo svolgimento dei lavori agricoli. Questa è una delle ragioni che, in alcune aree d’Europa, portarono alla prevalenza di famiglie allargate. Un esempio è la Toscana, ove nel tardo medioevo si diffuse la mezzadria, con la concessione in affitto parziario di intere unità poderali, che richiedevano la compartecipazione di molti contadini per lo svolgimento di tutti i lavori. Ciò comportò la presenza di famiglie allargate, spesso con più fratelli (con le relative famiglie) che coabitavano e lavoravano le stesse terre. Se nel complesso l’agricoltura è prioritariamente destinata alla produzione per la sussistenza anziché la commercializzazione, ciò avviene con gradi e modalità diversi nelle diverse aeree d’Europa. Nelle aree in cui prevalevano contratti agrari quali la mezzadria l’insediamento era sparso, in case coloniche; laddove invece prevaleva una dislocazione sparsa (campi aperti, open fields ) delle terre coltivate prevaleva un insediamento in villaggi. Importanti erano (ad esempio in Inghilterra), i campi ( common lands ), di proprietà collettiva della comunità di villaggi, aree che erano utili per pascolare gli animali, raccogliere legna, ecc. si può definire l’agricoltura di età moderna un’agricoltura “statica”, senza particolari innovazioni rispetto alla tradizione precedente. Durante l’età moderna si procedette a un maggior sfruttamento dei terreni per la cerealicoltura, che portò ad una riduzione dell’allevamento. L’introduzione della coltivazione di piante che fornivano foraggio per gli animali (erba medica, trifoglio) nei terreni prima destinati a maggese offrì il vantaggio di poter allevare bestiame (e quindi anche burro e formaggi). Le trasformazioni dell’agricoltura portarono in alcune aree al mutamento della struttura dei campi aperti a favore dei campi chiusi ( enclosures ).

in mare aperto. questa capacità nel XVI secolo fece segnare una netta superiorità dell'Europa rispetto alle altre parti del mondo. il grande cartografo Mercator, nel 1569 pubblicò un grande mappamondo in 18 fogli ad usum navigantium. molte novità si ebbero anche nelle costruzioni navali. la galera o galea rimase a lungo attiva fino al XVII secolo. i perfezionamenti nella tecnica marinara portarono i paesi atlantici a sviluppare soprattutto le navi a vela. un'evoluzione di queste imbarcazioni fu la caravella, di origine portoghese, molto maneggevole e veloce. uno sviluppo del veliero atlantico fu l'imponente Galeone, simbolo del predominio acquisito dall'Europa nei mari di tutto il mondo. uno dei rischi ai quali era esposto il commercio marittimo era l'attacco da parte dei Pirati per impadronirsi del carico della nave e degli uomini, venduti poi come schiavi. va distinta la guerra di corsa, che viene esercitata con il consenso di un governo contro le navi dello Stato nemico, dalla pirateria atlantica, praticata ai danni dei galeoni spagnoli che trasportavano oro e argento dalle miniere del nuovo mondo, da predoni inglesi, olandesi e francesi. in realtà sul piano pratico è molto difficile distinguere pirateria e guerra di corsa. l'abolizione di questa guerra si ebbe al Congresso di Parigi del 1856. nel XVIII secolo la pirateria declinò sensibilmente e rimase attiva nell'oceano Pacifico, e soprattutto nell'estremo Oriente e nell'Oceano Indiano, dove sopravvive ancora oggi. il pericolo di naufragi, gli assalti della pirateria e i rischi di deterioramento della merce nella stiva indussero comunque ad utilizzare il commercio marittimo soprattutto per carichi ingombranti e di non grande valore, mentre per le merci di qualità e di prezzo elevato fu preferito il trasporto via terra. questo non era privo di pericoli, era ostacolata dalla cattiva condizione delle strade e aveva costi molto elevati, anche per gli innumerevoli dazi e pedaggi che bisognava pagare lungo il tragitto. Le grandi scoperte geografiche e i collegamenti con nuovi mondi rivoluzionarono le rotte commerciali. In relazione allo sviluppo e alla crisi delle rotte europee e atlantiche si definirono gli sviluppi economici dei più importanti stati europei. All'inizio dell'età moderna il bacino Mediterraneo rappresentava ancora un nodo centrale dei traffici commerciali tra l'Europa e l'Asia. i traffici più importanti ricalcavano ancora le linee che si erano consolidate nel Basso Medioevo. l'importanza del flusso commerciale dall'Oriente, nel quale erano impiegati i maggiori mercanti e banchieri, era dovuto soprattutto al valore molto elevato di questi prodotti. grande sviluppo ebbero in questo periodo i commerci nei mari del nord. nel Seicento i traffici in questi mari furono dominati dalle navi olandesi. la crescente intensità di questi traffici è documentata dai registri degli agenti danesi che riscuotevano dazi doganali da tutte le navi che transitavano dallo Stretto di Sund. Importante in queste rotte commerciali era la marineria inglese, che erose progressivamente il primato degli olandesi. l'età moderna fu caratterizzata soprattutto dallo sviluppo dei traffici oceanici. Venezia per tutto il Cinquecento mantenne un posto importante nel commercio Mediterraneo, ma il suo declino iniziò verso la fine del secolo con l'arrivo di navi olandesi e inglesi. In definitiva i commerci mediterranei rimasero vivaci ma sicuramente assunsero un posto sempre più marginale rispetto alle nuove direttrici di traffico che si affermarono nell'età moderna. Carlo Magno introdusse nell’VIII secolo nell’Impero il monometallismo argenteo. La moneta metallica si identificava in base al peso e alla lega. L'incremento degli scambi per effetto della crescita economica iniziata nel secolo XI rese sempre più inadeguato un sistema basato su una sola moneta. si provvide perciò alla coniazione di multipli del denaro, e poi all'emissione di monete d'oro. per prime furono Firenze e Genova a coniare nel 1252 rispettivamente il fiorino e il genovino d'oro, poi seguirono Venezia con il Ducato e la Francia con lo scudo Tornese. si passò così a un sistema di bimetallismo nel quale il valore della moneta era legato al valore dell'argento e dell'oro, sistema rimasto in vigore fino alla fine del XVIII secolo.

Nell'Europa medievale si affermò un altro strumento che contribuì ad accrescere la circolazione monetaria: la moneta bancaria, le cui origini risalgono all’Italia del XII secolo. molto importante fu la diffusione della lettera di cambio, un atto notarile con il quale un mercante dava una somma di denaro a un altro mercante il quale gli consegnava una lettera di cambio nella quale si impegnava a restituire la somma ricevuta in un'altra località a un agente o corrispondente del datore. si otteneva in tal modo un trasferimento di denaro da una piazza all'altra evitando i rischi connessi al trasporto delle monete. L'età medievale fu caratterizzata da una ricorrente scarsità di metalli preziosi rispetto alle esigenze della circolazione monetaria. sul finire del XV secolo la situazione migliorò sensibilmente grazie ai progressi tecnici dell'industria estrattiva e alla scoperta di nuovi ricchi giacimenti di argento nell'Europa centrale. fu però soprattutto l'afflusso di metalli preziosi dalle colonie spagnole nel continente americano a determinare nel corso del XVI secolo un forte incremento della massa monetaria. tutto ciò provocò l'inflazione: si può affermare che all'origine del fenomeno vi fu fin dagli inizi del XVI secolo l'incremento demografico al quale l'agricoltura faceva molta fatica a far fronte. su questa situazione si innescò poi l'aumento della massa monetaria che sicuramente contribuì a sostenere e ad accrescere la spinta inflazionistica. Quando circolavano monete che contenevano metalli preziosi era forte la tentazione nei sudditi di tosarle. proprio per evitare la tosatura a partire dal Seicento le monete furono coniate con un orlo zigrinato. erano spesso i principi che realizzavano una frode nella coniazione. il risultato era l'aumento della moneta in circolazione, cioè l'inflazione. Un banchiere inglese, Gresham, elaborò una legge, secondo cui la moneta cattiva scaccia dalla circolazione quella buona. se circolano nello stesso paese due monete aventi lo stesso valore legale ma diverso contenuto di metallo prezioso, quella a minor valore intrinseco tende a sostituire nella circolazione l'altra, in quanto quest'ultima viene tesoreggiata o portato all'estero oppure fusa. l'equilibrio doveva necessariamente ristabilirsi attraverso un mutamento dei valori di cambio fra la moneta svalutata e le altre. Fin dal XIII secolo furono coniate monete d'oro utilizzate negli scambi internazionali, nelle transazioni finanziarie e nel commercio all'ingrosso, e le monete cosiddette piccole, che servivano invece per le compravendite quotidiane e per il pagamento dei salari. la tendenza alla svalutazione interessa in particolare queste ultime. esse finirono per contenere una quantità sempre minore di metallo prezioso, tanto che alla fine furono coniate solo in rame. le monete coniate in oro e argento, che ebbero sempre una maggiore stabilità del loro contenuto intrinseco, non recavano alcuna indicazione di valore In quanto quest'ultimo era fissato dall'autorità monetaria sulla base del valore di mercato dei due metalli. si stabilì una distinzione fra due sistemi monetari: le monete di conto, con le quali si fissavano i prezzi e si teneva la contabilità, e le monete effettivamente coniate che si utilizzavano per i pagamenti. la situazione era ulteriormente complicata dal fatto che circolavano liberamente non solo le monete coniate dall'autorità politica ma anche monete forestiere. le monete di conto servivano a uniformare questo caotico sistema monetario e differivano da paese a paese, ma rappresentavano un’unità di misura stabile nella quale tradurre e uniformare i valori delle diverse monete correnti. La complessità del sistema monetario è testimoniata dal testo di Cesare Beccaria che nel 1762 scriveva Del disordine e dei rimedi delle monete nello stato di Milano. In tale area (ma ugualmente avveniva altrove) circolavano tipi di monete diverse, provenienti da aree diverse: 22 tipi di monete d’oro e 29 d’argento, coniate in aree diverse d’Europa.

della gerarchia sociale. al senso della propria superiorità si accompagnava l'ereditarietà di questi caratteri, in modo da dare perpetuità allo stato giuridico riconosciuto al ceto dominante; per questo si delinearono fin da subito precise norme di successione ereditaria per la trasmissione del nome, del patrimonio e del prestigio del casato. un ruolo decisivo nella formazione del costume e della mentalità nobiliare ebbe la cultura cavalleresca, che impostò i modelli della virtù, dell'onore e della difesa della fede come tratti tipici del Cavaliere cristiano. su queste basi nacquero fra Il XII e XIII secolo gli ordini religioso-militari per la difesa dei luoghi santi in Palestina e la lotta contro gli infedeli. un esempio è l'ordine dei Cavalieri Teutonici e di Santiago di Compostela. La proprietà della terra era nell'antico regime la fonte principale della ricchezza, del prestigio sociale e del potere politico. Essa rappresentava anche il fondamento del patrimonio delle famiglie nobili, la prima e più visibile espressione della loro superiorità. era vietato ai nobili esercitare professioni ritenuti vili, indegne del rango aristocratico: era vietato al nobile praticare le arti meccaniche, svolgere lavori manuali e ricoprire uffici pubblici minori, attività che comportano la perdita temporanea della nobiltà. erano consentiti invece il commercio all'ingrosso e la gestione di miniere e fonderie, attività legate allo sfruttamento delle risorse della Signoria. assai diversa era la condizione della nobiltà nell'Europa orientale, dove i nobili erano proprietari di manifatture i cui prodotti erano venduti sul mercato, ma in realtà queste imprese, fondate sul lavoro servile dei contadini, rientravano appieno nel dominio della Signoria. La nobiltà non costituiva un gruppo comunque tutelato economicamente; a fronte di famiglie nobili di grande prestigio e ricchezza, vi erano famiglie della piccola nobiltà che vivevano in condizioni di difficoltà, pur dovendo, in base al loro status, cercare di vivere secondo un certo stile di vita (ad esempio mantenere castelli e palazzi). Uno degli strumenti attraverso i quali la nobiltà cerca di mantenere alto il proprio ruolo era garantire l’unità e l’inalienabilità del proprio patrimonio familiare. Ciò portò all’istituto del fedecommesso, ossia dell’obbligo al quale era tenuto l’erede di non vendere o disperdere il patrimonio. Ciò era garantito anche dall’istituto del maggiorascato (o primogenitura), il diritto del primogenito ad ereditare tutto il patrimonio, con l’obbligo di mantenere i fratelli minori, le sorelle, la madre vedova. Ciò favorì il diffondersi della monacazione delle femmine (meno onerosa rispetto a dotarle per un matrimonio) e della carriera ecclesiastica o militare per i figli cadetti. L'onore era il fondamento del senso di superiorità rispetto alla massa dei plebei. la necessità di vendicare il proprio onore implicava l'obbligo di sfidare a duello. nonostante la condanna del Concilio di Trento il duello fu ampiamente praticato ben oltre l'età moderna e solo nel corso del ventesimo secolo cadde progressivamente in disuso. al Rango erano legati privilegi: onorifici, come il diritto di portare la spada, giudiziari, come il diritto di essere giudicati da un tribunale composto da propri pari e di non soggiacere alle stesse pene dei plebei, fiscali, come l'esenzione totale o parziale dal pagamento delle imposte. La nobiltà, essendo il ceto dominante, aveva rapporti con il sovrano, spesso tesi a limitarne il potere. D’altro canto il sovrano aveva diritto a legittimare una persona come nobile, come riconoscimento di servizi prestati o come occasione di guadagno. Perciò, sebbene la nobiltà tendesse ad accreditare l’appartenenza al proprio gruppo come derivante da nascita illustre (“sangue blu”), in realtà era un gruppo in parte aperto. Vi erano diverse strade per diventare nobili: una via era offerta dalla venalità delle cariche. i plebei che disponevano di un cospicuo patrimonio potevano acquistare alcune cariche finanziarie o giudiziarie che gli conferivano una nobiltà trasmissibile con l'ufficio agli eredi. si formò così una nobiltà di toga. dopo qualche generazione, dimenticata l'origine plebea della famiglia, si poteva essere accettati nell'ordine privilegiato. i nobili che si definivano di sangue si opponevano a questi interventi, ma col tempo, e con le alleanze familiari, le distanze si andarono riducendo.

Il patriziato era costituito da un gruppo ristretto di mercanti, banchieri, imprenditori, prevalentemente cittadini, che, indipendentemente dall’essere di tradizione nobiliare, costituivano un gruppo dominante, economicamente e socialmente, all’interno delle città. Nei comuni dell’Italia centro-settentrionale spesso il patriziato si impose come unica classe di governo del territorio assorbendo la vecchia nobiltà. La città rimase nella sua struttura e nella sua realtà quotidiana legata alla tradizionale frammentazione in ceti, corpi, comunità e associazioni che costituivano la trama della vita sociale. furono attivi i compagnonnages, che, pur vietate dall’autorità, garantivano una rete di solidarietà clandestina che si estendeva a più città. Decisiva fu anche la funzione delle confraternite, associazioni di laici a scopo religioso che promuovevano opere di carità e di assistenza e si legavano in vario modo alle diverse articolazioni economiche e sociali del tessuto urbano. La subordinazione delle campagne si esprimeva nella diffusione della proprietà fondiaria dei cittadini, che nei dintorni costituivano una quota rilevante della terra disponibile. anche il regime fiscale, generalmente più favorevole alla città, rappresentava un importante aspetto del dominio esercitato sulla campagna. Nella mappa del genoma non esiste il gene della razza, e questa è una prova inconfutabile sul piano scientifico dell'assoluta mancanza di fondamento dei pregiudizi sulle differenze razziali che si sono manifestati lungo tutto il corso della storia. poiché non esiste una razza ebraica, l'identità di questi gruppi che ha resistito a tante drammatiche prove si fonda unicamente sulla fedeltà ai riti della religione tradizionale e sulla pratica dei costumi ereditati dagli avi. dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo ad opera dell'imperatore Tito, gli ebrei si dispersero nei paesi del Mediterraneo, nel Vicino Oriente e in varie zone dell'Europa. iniziava così il periodo della diaspora, dal greco esilio, dispersione. chiamati sefarditi da Sefarad, nome ebraico della Spagna, essi sotto la dominazione araba poterono vivere in condizioni accettabili, pur essendo soggetti a varie restrizioni e al pagamento della tassa prevista dal Corano per ebrei e cristiani. l'Islam non aveva particolari motivi di contrasto con l'ebraismo e condivideva la pratica della circoncisione e molte regole alimentari. la situazione degli ebrei peggiorava quando i territori in cui vivevano passavano sotto il controllo dei regni cristiani. a parte l’accusa di aver mandato a morte Gesù, pesava il fatto che entrambe le religioni si riferivano all'Antico Testamento come il libro ispirato da Dio, ma interpretato in modo diverso. nel 1205 Papa Innocenzo III affermò che la presenza degli ebrei in terra Cristiana poteva essere tollerata in quanto essi erano testimoni della verità della Fede di Cristo, ma solo a patto che fossero tenuti in una condizione di perpetua servitù. il clima di esaltazione che caratterizzò la prima crociata del 1096 fu occasione di violenze e uccisioni nei confronti degli ebrei che vivevano in Germania. nel 1215 il IV concilio Lateranense impose l'obbligo di portare un segno distintivo. cominciarono a circolare alcune leggende che avrebbero alimentato a lungo l'antisemitismo. in precedenza gli ebrei si erano inseriti nel tessuto economico delle società cristiane praticando l'agricoltura, l'allevamento del bestiame, l'artigianato, il commercio ed anche molte professioni. con il peggioramento del loro status giuridico non poterono più esercitare molte di queste attività e non potevano acquistare beni immobili. Inoltre fu vietato loro di sposare donne cristiane o di avere dei Cristiani alle loro dipendenze. gli ebrei si specializzarono nell'attività di cambiavalute del prestito su pegno e si dedicarono prevalentemente al commercio. L’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 e dal Portogallo nel 1497 fu uno dei segnali di un peggioramento delle condizioni delle comunità ebraiche. A seguito delle espulsioni da diversi stati, la presenza ebraica divenne molto più consistente nei territori dell’Europa orientale e nell’Impero ottomano.

CAPITOLO 6: “LE FORME E LE STRUTTURE DEL POTERE”

Sebbene alcuni studiosi abbiano ravvisato in taluni caratteri degli stati dei secoli XV-XVIII una sorta di anticipazione dello stato moderno, non si può parlare per quei secoli di “stato moderno”, bensì solo a partire dal XIX secolo. Lo stato moderno è una forma di organizzazione della vita collettiva e dell’esercizio del potere che si è sviluppata in Europa all’inizio del XIX secolo. Lo stato moderno si caratterizza per il fatto di detenere il monopolio legittimo dell’uso della forza, sia all’interno, sia all’esterno del territorio dello stato. È uno stato di diritto fondato su norme astratte e generali e assume la forma di un ente che persegue i suoi scopi secondo la legge in modo neutrale e imparziale. Dal XIX secolo lo Stato ha assunto anche il carattere di Stato nazionale, ossia come strumento di organizzazione di una popolazione che si identifica per comune lingua e caratteri storico-culturali. Ancora nel Cinquecento era viva la concezione per cui l’autorità del sovrano si basava in larga parte sulla nozione privatistica di dominium. Dal momento che negli stati di età moderna (fino alla Rivoluzione francese) non erano ancora presenti tutti gli elementi che ci fanno parlare di “stato moderno”, è importante usare con prudenza il concetto di stato moderno. Verso la metà del XV secolo si fece strada in molti stati dell'Europa Occidentale un processo di rafforzamento del governo centrale volto a limitare le prerogative della nobiltà feudale, della chiesa e delle autorità periferiche e a formare un apparato amministrativo e finanziario più solido ed efficiente. La stessa parola “stato” cominciò ad affermarsi nel significato attuale: il termine indica insieme l'autorità e l'ambito territoriale umano sul quale essa si esercita. particolarmente importante fu, tra il XVI e XVII secolo, la definizione del concetto di sovranità nel quale si riflettono le contemporanee trasformazioni della struttura statale. nel Medioevo il potere sovrano non aveva il carattere di assolutezza che avrebbe acquisito nel corso dell'età moderna. principali caratteristiche della sovranità è il potere di dare leggi ai sudditi senza il loro consenso. la legge prevale sulle altre fonti del diritto, proprio in quanto espressione della volontà del sovrano. il sovrano era al di sopra di tutte le leggi delle quali lui stesso era l'artefice. il potere del monarca non era illimitato. le sue decisioni dovevano essere giuste, rispettose dei precetti del diritto naturale e della legge divina. i confini tra gli stati si presentavano in modo tutt'altro che chiaro e definito: un territorio apparteneva ad un sovrano per diritto dinastico, per cui la linea di confine segnava il limite di tale diritto, acquisito per eredità o per cessione o attraverso un trattato o per Feudo: a questa linea si sovrapponevano poi i limiti delle circoscrizioni ecclesiastiche, di pedaggi, di concessioni e privilegi. solo nel XIX secolo il concetto di Stato si impose come punto di riferimento centrale della riflessione politica. decisiva fu l'elaborazione della nozione di società civile come entità autonoma, distinta rispetto al piano propriamente politico. l'espressione società civile era utilizzato in genere come sinonimo di società politica. fu Hegel che elaborò con chiarezza questo concetto. egli definì la società civile come la sfera dell'economia, nella quale ciascuno persegue il proprio particolare vantaggio per interesse. distinta da questo mondo, nel quale domina la concorrenza, è invece la sfera statale che Hegel pose al culmine della storia, come l'espressione più alta della razionalità e come la piena realizzazione della libertà. nella società civile gli individui concorrono al bene comune indirettamente, in quanto mossi solo dal proprio egoismo; lo stato invece si pone come supremo regolatore neutrale. Marx rovesciò questa tesi affermando che lo stato non può essere concepito astrattamente come un organo che persegue il bene comune componendo gli interessi particolari della società civile, al contrario sono i rapporti di forza che maturano nella sfera economico-sociale a determinare la forma dello Stato, che rappresenta quindi l'espressione di questi rapporti di forza ovvero l'organizzazione giuridica del potere della classe dominante.

Fondamentale era il carattere ereditario della monarchia, secondo un ordine definito dalla legge; la continuità dinastica assumeva un carattere quasi mistico. il carattere elettivo della corona rappresentava invece un elemento di debolezza. Nella concezione della monarchia di tradizione medievale prevaleva la teoria della regalità per diritto divino ( omnis potestas a Deo ), ma si andava diffondendo, già a partire da Tommaso d’Aquino, l’idea che tale potere veniva attribuito tramite una mediazione del popolo ( per populum ). Le teorie che vedevano la mediazione del popolo furono contestate da molti giuristi, fautori del solo diritto divino della monarchia; solo nel Settecento si diffondono idee diverse, in relazione alle concezioni della sovranità illuminata. I regimi monocratici di età moderna sono caratterizzati da quello che è definito “dualismo istituzionale”. Per dualismo istituzionale si intende un sistema di governo che prevedeva la presenza, accanto al sovrano, di organismi rappresentativi a base cetuale. Era un sistema di governo che presentava organismi che avevano il compito di assistere il sovrano e di approvarne scelte, soprattutto in ambito finanziario e fiscale. Si intende un sistema di governo nel quale si sviluppavano rapporti di collaborazione fra il sovrano e i tre ordini (clero, nobiltà, terzo stato). Il dualismo fra il sovrano e i ceti esprime con chiarezza la natura di questo Stato che si definisce a base cetuale. Il processo di rafforzamento del potere monarchico passò attraverso il ridimensionamento del ruolo di queste assemblee che costituivano un grave limite per l’esercizio della sua autorità. Dove le monarchie riuscirono a liberarsi di queste assemblee poterono avviarsi alla costruzione di uno stato più forte. Nei paesi dell’Europa centrale e orientale questi organismi mantennero il diritto di riunirsi con regolarità. Nell’età moderna si affermò la tendenza dei sovrani, in precedenza spesso itineranti, a stabilire la propria dimora in un luogo che si poneva anche come centro della vita politica dello Stato, la corte. si trattava di uno spazio nel quale il sovrano abitualmente viveva circondato dagli esponenti delle principali famiglie della nobiltà, i cortigiani, da dignitari, ministri e funzionari, e da una schiera di artisti, letterati e tecnici. La corte era il centro simbolico del potere, non il luogo nel quale esso concretamente si esercitava. Nel corso dell’età moderna, i sovrani europei cercarono di realizzare un modello di governo assolutistico. Accanto al sovrano operavano organi collegiali ristretti, ai quali il sovrano si affidava per consigli in particolare di politica estera, come il privy council in Inghilterra. All’interno degli organi collegiali ristretti si formavano gruppi ancora più ristretti (consiglio di gabinetto), che era composto da poche persone scelte dal sovrano e a lui fedeli. II Segretario di Stato aveva un forte potere negli stati europei, essendo al vertice della macchina burocratica; i segretari di Stato erano persone di fiducia del sovrano. Per quanto riguarda i poteri locali non vi fu la volontà della monarchia di eliminare del tutto autonomie e privilegi; spesso, però, governatori e ufficiali provinciali imposti dal sovrano si sovrapposero alle strutture burocratiche locali, per controllarne l’operato in funzione delle esigenze dello Stato. La venalità degli uffici, ossia l’acquisto e la vendita delle cariche pubbliche, divenne abituale nella prima età moderna, tanto che, nonostante voci contrarie, gli uffici divennero ereditari, comportando anche l’acquisizione, oltre che del reddito, della dignità ad essi legato. L’acquisto delle cariche da parte di persone ricche ma di bassa condizione sociale fu strumento di mobilità sociale, creando un gruppo di ufficiali inamovibili, che progressivamente riuscirono ad accedere a privilegi propri degli aristocratici (nobiltà di toga e di roba).

Il mestiere di soldato, con mercenari professionisti, caratterizzò l’età moderna, non solo in relazione alle operazioni militari, ma più ampiamente come elemento protagonista della vita del tempo. Di grande rilevanza nei mutamenti tra medioevo ed età moderna sono gli sviluppi delle tecniche militari. La polvere da sparo, conosciuta in Europa sin dal XIV secolo, si diffuse più ampiamente in età moderna. Si sviluppò il cosiddetto esercito “interarmi”, ossia un esercito nel quale vi era la presenza, accanto alla cavalleria pesante, di balestrieri e arcieri a piedi o a cavallo, e di nuclei di fanteria. La fanteria si organizzava secondo uomini armati di picche, che si muovevano a quadrato (tipo falange), protetti ai lati da arcieri e balestrieri, oltre che da uomini armati di armi da fuoco. L’artiglieria pesante si sviluppò progressivamente a partire dalla seconda metà del Quattrocento, con cannoni più robusti (ma leggeri) e precisi. Si trasformarono anche le fortificazioni di difesa. Gli scontri navali furono a lungo legati allo schema tradizionale. La situazione cambiò con lo sviluppo delle barche a vela e dall’uso dell’artiglieria. CAPITOLO 7: “IL SISTEMA DEGLI STATI ALLE SOGLIE DELL’ETA’ MODERNA” All’inizio dell’età moderna i due poteri universali, papato e impero, erano in profonda crisi. Il papato aveva conosciuto un periodo di crisi con il trasferimento della sede papale ad Avignone (1305-1378) e con lo scisma d’Occidente, ma il papa continuò a porsi come detentore di un potere universale. L’Impero non riusciva ad esercitare un potere superiore rispetto ad altri poteri (monarchie, principati, ecc.), avendo di fatto perso il suo carattere di autorità universale, ma non scomparve né la figura dell’imperatore né l’idea di potere universale. L’Impero comprendeva circa 350 stati che, pur appartenendo al Sacro romano impero, erano di fatto assai autonomi. Passaggio fondamentale nell’organizzazione istituzionale si era avuto con la Bolla d’oro promulgata da Carlo IV, che assegnava l’elezione alla corona imperiale a sette principi. L’organo centrale di governo era la Dieta, divisa al suo interno in tre ordini: i principi elettori, il collegio dei principi e dei signori territoriali, il collegio dei rappresentanti delle città libere. A partire dal 1438 il titolo di imperatore fu detenuto dalla casa d’Asburgo, sino al 1806 (con una breve interruzione tra il 1740 e il 1745). Sin dal XIV secolo la casa d’Asburgo aveva il centro del suo potere in Austria, Stiria, Carinzia, Tirolo e in aeree vicine. L’imperatore non poteva più far valere il potere universale che aveva caratterizzato la sua figura nei secoli precedenti, ma assunse, con la dinastia degli Asburgo, un ruolo centrale nelle vicende europee. Divenuto imperatore nel 1493 Massimiliano I riuscì a rafforzare la propria autorità nei domini ereditari, creando una solida amministrazione finanziaria, ma a livello imperiale dovette scontrarsi con le resistenze dei Principi territoriali. i risultati delle sue iniziative politiche furono nell'insieme deludenti. i maggiori successi vennero dalla sua politica matrimoniale. egli sposò Maria di Borgogna, e ciò gli consentì l’acquisizione dei Paesi Bassi. da questa unione sarebbe derivata, attraverso una fortunata combinazione di circostanze, la straordinaria eredità del nipote, Carlo. nel 1515 Massimiliano organizzò anche il matrimonio del nipote Ferdinando con una sorella del re di Boemia e d'Ungheria, ponendo le premesse perché anche questi due stati fossero acquisiti dagli Asburgo. La confederazione svizzera, tra Trecento e Quattrocento, perseguì con grande determinazione il progetto di emanciparsi dal dominio degli Asburgo, riuscendo ad ottenere la libertà dalla sovranità

imperiale con la pace di Basilea (1499). Nel 1513 era formata la cosiddetta antica Confederazione, riconosciuta solo con la pace di Vestfalia nel 1648. Grazie alla sua potenza militare, la Confederazione perseguì un’ambiziosa politica di espansione. Alla frontiera fra impero e Francia si formò sotto i duchi di Borgogna uno stato che ebbe una decisiva importanza nella formazione degli equilibri politici all'inizio dell'età moderna. Il Ducato di Borgogna ebbe un'origine tipicamente feudale, in quanto appannaggio concesso al primo duca Filippo l'ardito, in quanto figlio minore del re di Francia. essi adottarono una politica volta a creare un ampio stato di fatto indipendente. I duchi acquisirono il controllo di un vasto territorio e rivaleggiavano in potenza e prestigio con i re francesi. il loro stato era eterogeneo, diviso in tre tronconi e composto da territori molto diversi per lingua e costumi. Per dare continuità territoriale l'ultimo duca, Carlo il temerario, tentò di conquistare la Lorena ma si scontrò con la potenza militare Svizzera e cadde in battaglia a Nancy, nel 1477. il re di Francia, Luigi XI si impadronì della Borgogna, mentre l'arciduca d'Austria Massimiliano D’Asburgo, sposando la figlia di Carlo il temerario, Maria di Borgogna, ottenne i Paesi Bassi. La monarchia francese all'alba dell'età moderna presentava ancora un carattere feudale. il re era il vertice di una gerarchia di vassalli legati a lui dei vincoli personali della fede e dell'omaggio. un primo passo verso l'unificazione del regno fu la vittoria sui re inglesi, i quali nel 1453 persero tutti i loro possedimenti sul suolo francese conservando solo Calais. crebbe l'autorità del Consiglio del re e si consolidò l'apparato amministrativo. la monarchia francese poté liberarsi dalla necessità di ricorrere ai tre ordini riuniti degli Stati Generali che, in seguito, furono una presenza assolutamente marginale nella storia francese. quando salì sul trono Francesco I, si conseguì subito un nuovo successo: con il concordato di Bologna del 1516 egli si vide riconosciuto il diritto di nominare tutte le principali cariche della chiesa. Francesco sancì formalmente il sistema della venalità delle cariche istituendo un ufficio per gestire le entrate provenienti da tali vendite. al vertice dell'amministrazione giudiziaria si poneva il Parlamento di Parigi, che aveva il compito di registrare gli editti del re e per questa sua prerogativa assunse più volte un ruolo politico, ponendosi come il principale ostacolo all’assolutismo monarchico. la struttura burocratica e l'amministrazione finanziaria non cancellarono i corpi, le magistrature e i poteri territoriali, ma si sovrapposero a essi nel tentativo di controllarli e di regolarli. La nascita della Spagna moderna prese avvio dal matrimonio celebrato nel 1469 fra Isabella e Ferdinando, eredi rispettivamente della corona di Castiglia e di Aragona. la successione di Isabella sul trono Castigliano fu contestata e provocò una guerra civile che durò fino al 1479, anno in cui si realizzò definitivamente l'unione dei due regni. nonostante l'unione, i due regni mantennero ciascuno le proprie leggi e le proprie istituzioni. il regno Aragonese era composto da tre province, l'Aragona, la Catalogna e Valencia, ma possedeva anche la Sicilia e la Sardegna e aveva installato un ramo della dinastia sul trono del Regno di Napoli. La Castiglia fondava la sua economia sull’allevamento di pecore e era fiorente la manifattura laniera, che alimentava un importante corrente di traffici con le Fiandre. La supremazia castigliana si manifestò fin dall'inizio. l’azione dei due sovrani realizzò un notevole rafforzamento dell'autorità della monarchia in Castiglia. la monarchia riorganizzò le milizie urbane riunendo compiti di polizia e le funzioni di una sorta di tribunale straordinario, represse con durezza le aggressioni e le violenze private. la monarchia mirò a sottomettere al suo servizio le grandi casate aristocratiche escludendole dalle cariche politiche. molto importante poi il controllo dei tre ordini religiosi militari di Santiago, Alcantara e Calatrava, che rappresentavano una sorta di Stato nello Stato. i sovrani spagnoli si garantirono che il papa nominasse le principali cariche ecclesiastiche le persone disegnate da loro. Evento

commerciale, la compagnia della moscovia. Ivan IV proseguì anche la politica espansionistica. nel 1560 alla morte della moglie si aprì la seconda fase del suo regno, nella quale Ivan IV colpì con straordinaria crudeltà tutti coloro che riteneva, a torto o a ragione, suoi oppositori. l'aumento della pressione fiscale per coprire le spese militari e le violenze contro la popolazione portarono il paese a uno stato di grave prostrazione. gli successe il figlio Fedor, debole e malato di mente. la guida dello Stato fu assunta perciò dal ministro Boris Godunov, il quale proseguì la politica di rafforzamento del potere centrale e istituì il patriarcato di Mosca. egli fu eletto Zar, ma la situazione divenne precaria a causa di una terribile carestia che colpì Mosca e dalle accuse, non provate, di aver ucciso il figlio minore di Ivan, Dimitri. alla sua morte nel 1605 si aprì per la Russia un periodo di completa anarchia che durò fino al 1613, quando si elesse Zar il tredicenne Michail Fedorovic Romanov, portando sul trono la dinastia che vi sarebbe rimasta fino alla rivoluzione del

L'evento più importante nella situazione politica europea all'inizio dell'età moderna fu l'espansione dell'impero Ottomano. il primo nucleo di quest'ultimo era stato un piccolo emirato dell'Anatolia occidentale, retto da Othman. nel secolo XIV gli ottomani estesero i loro domini e nei primi decenni del XV secolo l'impero Bizantino era ridotto ormai alla capitale Costantinopoli. il tiepido aiuto degli Stati cristiani non valse a fermare l'attacco decisivo portato dal sultano Maometto II il Conquistatore: Costantinopoli, presa il 29 maggio 1453, divenne la capitale dell'impero con il nome di Istanbul. l'impero si espanse in Medio Oriente e ai confini dell'Europa, dove attaccò una squadra navale a Otranto nel 1480. Solimano I il magnifico prese nel 1522 l'Isola di Rodi, occupando Bagdad. molto importante fu la conquista dell'Egitto, dal quale dipendevano le città sacra dell'islam, La Mecca e Medina. in tal modo i sultani acquisirono il controllo del califfato e si posero come i capi spirituali di tutto l'Islam sunnita. L’Impero ottomano era una struttura solida, con un’autorità assoluta (sultano) coadiuvato del Divan (Consiglio), presieduto dal gran visir, con entrate fiscali regolari, e un esercito molto forte e ben addestrato. CAPITOLO 8: “CIVILTA’ E IMPERI EXTRA-EUROPEI” Gli studi sull'Africa sono stati condizionati dalla scarsità e dalla poca attendibilità delle fonti disponibili. le stime sulla popolazione, fondate su ipotesi e deduzioni, indicano una crescita assai modesta con un’elevatissima mortalità infantile e una vita media intorno ai 20 anni. praticavano l'agricoltura di sussistenza, non integrata con l'allevamento. Tuttavia non mancavano centri nei quali era attivo un fiorente artigianato, che produceva tessuti in lana e cotone, manufatti in terracotta, in cuoio e in ceramica. molto importante fu l'espansione dell'islam. la penetrazione musulmana rappresentò ovunque un forte incentivo allo sviluppo delle attività commerciali e dell'urbanizzazione. si sviluppò il commercio in nuove città, le quali erano però una presenza marginale. il carattere frammentario della società africana è confermato dal grande numero di dialetti e dalle varietà dei culti. mancava l'idea di uno stabile dominio sul territorio. l'idea di una organizzazione territoriale solida non aveva senso ed era di fatto impossibile. alle soglie dell'età moderna si formò il regno Songhai. Il regno del Marocco, l'unico nell'Africa settentrionale a non essere soggetto agli ottomani, nel 1591 sconfisse il regno Songahi provocandone la scomparsa. vanno ricordati anche i regni islamizzati di Benin, uno dei più antichi dell'Africa occidentale, l'attuale Nigeria, e il regno del Congo. Qui il re si fece battezzare nel 1491 e il figlio prosegui la cristianizzazione dello Stato; i re del Congo tentarono anche, invano, di appellarsi al papato per difendersi dalla brutalità predatoria dei portoghesi, interessati al monopolio del traffico degli schiavi.

La storia della Cina moderna si fa iniziare con la decadenza della dominazione dei Mongoli e dal momento in cui Zhu Yuanzhang (preso il nome di Hongwu) diede inizio nel 1368 alla dinastia Ming. Durante la dinastia Ming (1368-1644) la Cina conobbe trasformazioni importanti. Durante il periodo Ming fu particolarmente rivalutato il confucianesimo, ma erano presenti in Cina anche il taoismo e il buddhismo. Durante il periodo Ming la Cina, che aveva un’economia fortemente concentrata sulla produzione agricola (riso in particolare) si avviò ad uno sviluppo della manifattura (tessuti di seta e cotone, porcellana). Durante il periodo Ming si ebbe un forte incremento demografico; la popolazione, che era diminuito con la peste di metà Trecento, aumentò raggiungendo i 150 milioni di abitanti, ma, al contrario dell’Europa, non superò lo stato di arretratezza e patì conflitti e carestie che arrestarono la crescita. Il periodo Ming coincise con il rafforzamento del potere centrale, in quanto l’imperatore eliminò la carica di primo ministro per governare personalmente. Hong-wu ripristinò il sistema burocratico- amministrativo che attribuiva le cariche pubbliche solo a coloro i quali avessero superato difficili esami sulla conoscenza dei testi classici. La dinastia Ming fu indebolita dopo la metà del XVI secolo da lotte interne. Ma la vera crisi si presentò dal 1620, quando alle inondazioni e alle carestie si collegarono malcontenti per l’eccessiva fiscalità. nel 1644 l’ultimo imperatore Ming si suicidò dopo che i manciù, messisi a capo delle rivolte contadine, conquistarono Pechino, dando luogo alla muova dinastia (Q’ing) che regnò in Cina fino al 1912. Con i manciù la Cina si trovò per la seconda volta soggetta alla dominazione straniera. solo pochi di loro conoscevano sufficientemente il cinese e i cinesi consideravano i conquistatori dei barbari, perciò il controllo dell'impero non era facile. i manciù furono costretti a servirsi della classe dirigente cinese e a mantenere la precedente struttura burocratica, intendendo comunque preservare le proprie tradizioni: i cinesi maschi furono obbligati ad adottare la tipica acconciatura manciù. molto importante fu il regno di K’ang-tsi, che incentivò la cultura e rafforzò la struttura statale, e inoltre nel 1683 annesse all'Impero formosa, Taiwan. l'impero raggiunse la sua massima espansione sotto il regno di Qianlong. la storiografia ha molto discusso negli ultimi anni sul paradosso della storia cinese: perché un popolo che aveva acquisito molto prima dell'Occidente risorse e conoscenze tecniche fondamentali come la carta, la stampa, la polvere da sparo, la bussola, non intraprese la via della modernizzazione? anche sul piano della navigazione i cinesi non erano inferiori agli europei. causa di ciò potrebbe essere stata la necessità di concentrare gli sforzi nella difesa della frontiera terrestre. nel mancato sviluppo cinese agirono diversi fattori, come la disponibilità di manodopera a basso costo che non incentivava l’innovazione tecnologica, ma pesarono soprattutto la rigida struttura gerarchica della società e il tradizionalismo della cultura, ferma nel culto della propria superiorità. Nel corso del XVI secolo in Giappone vi furono importanti modificazioni dell’organizzazione politico-istituzionale. Dal XII secolo il Giappone era retto da un dualismo istituzionale: oltre al ruolo formale all’imperatore (che risiedeva a Kyoto) il governo effettivo del paese era nelle mani dello shogun (capo dell’esercito), che risiedeva a Edo (ossia Tokio)., Dopo la crisi dello shogunato (legato all’affermazione di signori fondiari, che avevano propri guerrieri di professione, i samurai), la carica tornò al prestigio precedente, quando Tokugawa Jeyasu, che nel 1603 si fece nominare shogun, dando l’avvio all’era Edo., La carica di shogun fu tenuta per secoli (fino al 1867) dalla famiglia Tokugawa (tanto che l’era fu detta anche era Tokugawa). Le due istituzioni (imperatore e shogun), con la stabilizzazione dello shogunato, trovarono un equilibro tra poteri, che riuscì anche a trovare un equilibrio con i 250 signori feudali presenti in Giappone. La religione nazionale era lo shintoismo, che considera tutti i fenomeni naturali espressione di forze divine; la partecipazione ai riti non preclude la possibilità di aderire ad altre religioni o dottrine filosofiche. Esso infatti ha