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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO, Sintesi del corso di Filosofia del Linguaggio

Riassunto del testo "Dalla comunicazione al linguaggio"

Tipologia: Sintesi del corso

2012/2013
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Caricato il 18/04/2013

elena.dellobuono
elena.dellobuono 🇮🇹

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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO
1- Scimmie
La tesi della distinzione tra comunicazione animale (meccanica ed obbligata) e
linguaggio umano (libero e creativo) trova un forte alleato in argomenti di
carattere empirico, come l’<<eetto Clever>> che viene usato in psicologia
per dimostrare che le azioni degli animali, che sembrano chiamare in causa
forme di pensiero, sono in realtà meccaniche ed involontarie.
1. Cartesiani di ieri
Cartesio aermava che gli esseri umani si distinguono dagli animali in base ad
una dierenza “qualitativa” dovuta al possesso dell’anima razionale e che ciò
che rende gli esseri umani tanto speciali è il possesso del linguaggio.
Chiamando in causa il linguaggio e nel tentativo di tracciare una linea di
demarcazione tra gli umani e gli altri animali, Cartesio esalta la dierenza tra
l’agire meccanico ed istintivo degli animali e l’agire libero e creativo degli
essere umani: gli umani, a dierenza degli animali, sono capaci di
comportamenti estremamente essibili perché dotati di ragione. Quindi, la
dierenza qualitativa tra umani ed animali dipende dalla relazione tra pensiero
e linguaggio.
1. Cartesiani di oggi
Chomsky abbraccia le argomentazioni di Cartesio a favore della distinzione tra
il linguaggio ed i sistemi di comunicazione animale e pone alla base di tale
distinzione l’uso creativo del linguaggio, ossia la possibilità degli esseri umani
di usare il linguaggio nella vita di tutti i giorni, libero dagli stimoli esterni ed
interni (negli animali, invece, la comunicazione è totalmente sotto il controllo
degli stimoli e per tale motivo è assimilabile a quella di una macchina). L’idea
di Chomsky è che il confronto con le capacità espressive degli animali non è di
alcuna utilità per comprendere le capacità del linguaggio verbale, ma ritiene
che sia indispensabile guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione
animale piuttosto che a ciò che lo accomuna.
2. La complessità del linguaggio
Ciò che spinge Chomsky ad opporsi al darwinismo è il suo modello di linguaggio
che non può essere spiegato facendo fede a quelle modicazioni numerose,
successive e lievi che sono alla base della teoria della selezione naturale. Ciò
che serve invece a Chomsky è spiegare il processo evolutivo attraverso un
modello che sia in linea con l’idea secondo cui le capacità verbali si sarebbero
originate attraverso un cambiamento improvviso (quello che Tattersall denisce
come lo stimolo scatenante per la comparsa della capacità umana). I motivi
che lo spingono a criticare il gradualismo darwiniano ed a far riferimento a
questo cambiamento improvviso del linguaggio umano sono da ricercare nel
modello di cui Chomsky si fa portatore, vale a dire la Grammatica Universale.
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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO

1- Scimmie

La tesi della distinzione tra comunicazione animale (meccanica ed obbligata) e linguaggio umano (libero e creativo) trova un forte alleato in argomenti di carattere empirico, come l’<> che viene usato in psicologia per dimostrare che le azioni degli animali, che sembrano chiamare in causa forme di pensiero, sono in realtà meccaniche ed involontarie.

  1. Cartesiani di ieri

Cartesio affermava che gli esseri umani si distinguono dagli animali in base ad una differenza “qualitativa” dovuta al possesso dell’anima razionale e che ciò che rende gli esseri umani tanto speciali è il possesso del linguaggio. Chiamando in causa il linguaggio e nel tentativo di tracciare una linea di demarcazione tra gli umani e gli altri animali, Cartesio esalta la differenza tra l’agire meccanico ed istintivo degli animali e l’agire libero e creativo degli essere umani: gli umani, a differenza degli animali, sono capaci di comportamenti estremamente flessibili perché dotati di ragione. Quindi, la differenza qualitativa tra umani ed animali dipende dalla relazione tra pensiero e linguaggio.

  1. Cartesiani di oggi

Chomsky abbraccia le argomentazioni di Cartesio a favore della distinzione tra il linguaggio ed i sistemi di comunicazione animale e pone alla base di tale distinzione l’uso creativo del linguaggio , ossia la possibilità degli esseri umani di usare il linguaggio nella vita di tutti i giorni, libero dagli stimoli esterni ed interni (negli animali, invece, la comunicazione è totalmente sotto il controllo degli stimoli e per tale motivo è assimilabile a quella di una macchina). L’idea di Chomsky è che il confronto con le capacità espressive degli animali non è di alcuna utilità per comprendere le capacità del linguaggio verbale, ma ritiene che sia indispensabile guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione animale piuttosto che a ciò che lo accomuna.

2. La complessità del linguaggio

Ciò che spinge Chomsky ad opporsi al darwinismo è il suo modello di linguaggio che non può essere spiegato facendo fede a quelle modificazioni numerose, successive e lievi che sono alla base della teoria della selezione naturale. Ciò che serve invece a Chomsky è spiegare il processo evolutivo attraverso un modello che sia in linea con l’idea secondo cui le capacità verbali si sarebbero originate attraverso un cambiamento improvviso (quello che Tattersall definisce come lo stimolo scatenante per la comparsa della capacità umana). I motivi che lo spingono a criticare il gradualismo darwiniano ed a far riferimento a questo cambiamento improvviso del linguaggio umano sono da ricercare nel modello di cui Chomsky si fa portatore, vale a dire la Grammatica Universale.

2.1 Il primato della grammatica

L’idea di Chomsky è che la competenza umana si basi sui principi della Grammatica Universale (l’insieme delle conoscenze innate alla base dei processi di produzione, comprensione e apprendimento del linguaggio umano).

2.1.1 Dipendenza dalla struttura

Egli fa dipendere la nozione di linguaggio dal <>: Chomsky afferma che la composizione di un enunciato non è limitata al mettere in fila una serie di risposte controllate da uno stimolo esterno, in quanto l’organizzazione sintattica di un enunciato non è un qualcosa che si trova rappresentato in modo semplice nella struttura fisica dell’enunciato. La dipendenza dalla struttura, dunque, non è derivabile dall’esperienza, ma deve essere un principio innato della facoltà del linguaggio e ciò è particolarmente evidente, ad esempio, nella formazione delle interrogative.

2.2 Pensiero come linguaggio

Il primato assegnato da Chomsky alla grammatica (alla sintassi soprattutto) costituisce uno degli aspetti più rilevanti della sua proposta. Tale primato dipende da ciò che Chomsky, seguendo Cartesio, pone alla base delle differenze tra gli animali e gli esseri umani, vale a dire il rapporto tra pensiero e linguaggio. Il pensiero impone al linguaggio un vincolo grammaticale (in quanto strumento per esprimere i pensieri, il linguaggio deve avere una grammatica) e tale vincolo è esemplificato da Fodor (Cartesiano): egli sostiene che il linguaggio può esprimere i pensieri perché linguaggio e pensieri condividono una forma comune, ossia la <> (la struttura in costituenti) che funge da interfaccia tra pensiero e linguaggio.

3. Dall’altra parte della barricata

Attraverso la teoria della selezione naturale, Darwin afferma che la differenza tra gli umani e gli altri animali deve essere interpretata in termini quantitativi e non qualitativi (come sostiene Chomsky): gli umani sono animali tra gli altri animali. Darwin sostiene che il linguaggio umano deve la sua origine all’imitazione e alla modificazione dei gesti e delle voci degli altri animali e di conseguenza l’avvento del linguaggio è connesso alla peculiarità dei sistemi cognitivi di cui dispongono questi animali. A proposito dell’origine del linguaggio, Darwin sostiene che le capacità verbali umane trovano fondamento nei sistemi cognitivi che noi condividiamo con le altre specie a noi imparentate.

3.1 Le grandi scimmie possono apprendere un linguaggio?

Il linguaggio verbale NON è riproducibile dalle grandi scimmie perché non hanno il giusto apparato fonatorio, di conseguenza non saranno mai in grado di

dipendeva quindi dalle proprietà simboliche delle parole. Queste considerazioni la portarono ad aderire ad una tradizione di studi che, ponendo il fondamento del linguaggio nelle capacità intenzionali del simbolo, si opponeva fortemente al modello della sintassi proposto da Chomsky.

4.1 Protosimboli o simboli in senso proprio?

Per capire se le scimmie sono in grado di utilizzare espressioni di natura simbolica, il caso più famoso al quale guardare riguarda gli studi condotti sui cercopitechi verdi: queste scimmie usano richiami differenti per segnalare la presenza di differenti tipi di predatori ed ogni richiamo è associato ad una specifica risposta comportamentale; anche per le scimmie reso accade lo stesso: gli individui del gruppo usano l’informazione che deriva da ciascun richiamo per valutare la natura di uno scontro e la necessità o meno di intervenire. Tuttavia, si potrebbe obiettare che il comportamento delle scimmie dipenda dalla stimolo visivo della scena osservata, così sottoposero questi animali ad un esperimento in cui veniva fatto loro ascoltare un richiamo senza la scena visiva corrispondente: l’esperimento confermò che le scimmie producono comportamenti di risposta anche quando l’individuo che emette il grido ed il suo aggressore non sono fisicamente presenti. Per capire la differenza tra i simboli in senso proprio e le capacità segniche riscontrabili nella comunicazione animale, occorre chiamare in causa il carattere sistemico dei simboli. Alla base dello statuto simbolico dei simboli c’è il fatto che le parole, per riferirsi al mondo, devono innanzitutto potersi riferire tra di loro. Poiché il sistema simbolico per eccellenza è la lingua parlata in una comunità, ne consegue che solo gli essere umani sono capaci di utilizzare i simboli in senso proprio: le scimmie, invece, non sono in grado di farlo, perché non hanno le adeguate strutture cognitive per poterlo fare.

4.1.2 Sulla questione se le scimmie comprendono davvero

Per dimostrare che gli scimpanzé comprendevano i simboli di cui si servivano per comunicare, Savage-Rumbaugh decise di insegnare a due scimpanzé, Sherman e Austin, a comunicare tra di loro. Essi dimostrarono che la comunicazione di cui erano capaci era guidata dalle aspettative circa il problema da risolvere e dal fatto che le scimmie si aspettano di ricevere dallo sperimentatore informazioni utili alla soluzione del problema. La conclusione a cui Savage-Rumbaugh giunse era che lo scambio comunicativo tra scimpanzé e sperimentatore, più che in una imitazione meccanica dei lessigrammi, poteva essere interpretato in riferimento alla comprensione del contenuto informativo che essi veicolavano. Con questo risultato, si mosse verso il secondo passo della sua ricerca: provare a far interagire le scimmie con scambi comunicativi (l’esperimento doveva vagliare la capacità di comunicare alla scimmia che non aveva assistito alla scena -in cui il cibo veniva nascosto dallo sperimentatore- l’informazione necessaria per poter produrre il simbolo adeguato). La

conclusione di questi esperimenti portava Savage-Rumbaugh a sostenere che gli scimpanzé sono in grado di usare i simboli in senso proprio e le permetteva di porsi contro i quali sostengono che l’uso del linguaggio simbolico è alla base della differenza qualitativa tra gli umani e gli altri animali.

4.2 Il primato della comprensione sulla produzione: Kanzi

Il 28 ottobre 1980 nacque il bonobo Kanzi che, rifiutato dalla madre, venne adottato da un altro bonobo, Matata di cui Savage-Rumbaugh si stata servendo per i suoi esperimenti. Una mattina, Kanzi prese in mano la keyboard che veniva usata negli esperimenti con Matata e si rese conto che Kanzi la stava utilizzando in modo sistematico, dando prova di conoscerne bene l’uso. La tesi di Savage-Rumbaugh era che la conoscenza di Kanzi derivasse da un lungo periodo di “incubazione” maturata durante la partecipazione ai turni di apprendimento di Matata, dalla quale non se ne staccava mai. Durante questo periodo, quindi, Kanzi era stato in grado di comprendere molto di più di quanto non fosse in grado di esprimere. Questa constatazione segnò un cambio di paradigma: il primato concordato alla produzione dovette lasciare il passo allo studio dei processi di comprensione che, secondo Savage-Rumbaugh, costituiscono l’essenza del linguaggio umano. L’idea di Savage-Rumbaugh è che i processi di comprensione delle grandi scimmie si avvalgano della capacità di attribuire stati mentali agli altri: si tratta della capacità di <> che va sotto il nome di <>. Per verificare che Kanzi stava facendo qualcosa che si avvicinava molto al linguaggio umano, fu preso in esame l’ordine di successione oggetto-verbo: nel primo mese, Kanzi non faceva differenza, successivamente iniziò a seguire un ordine preciso. Savage-Rumbaugh pensò così di sottoporre Kanzi alla prova del linguaggio verbale.

4.2.1 Non ti crederanno mai

Nel maggio del 1988 Savage-Rumbaugh iniziò a comunicare con Kanzi utilizzando solo l’inglese parlato. Vennero progettate una batteria di esperimenti in cui le capacità di Kanzi di comprendere espressioni sintatticamente complesse veniva messa a confronto con le abilità di Alia, una bambina di due anni e mezzo. I risultati hanno dimostrato che Kanzi era in grado di rispondere in modo corretto nel 72% dei casi, una percentuale più alta rispetto alle risposte date da Alia.

5. Neoculturalismo

Secondo la tradizione neoculturalista, il linguaggio è la condizione costitutiva del pensiero. L’assunto alla base era l’idea che il pensiero ed il linguaggio fossero identificati, poiché il linguaggio mette ordine al pensiero: senza linguaggio non c’è pensiero. Una posizione del genere (Modello Standard delle Scienze Sociali) segna una rottura tra gli esseri umani e gli altri animali: se per avere pensiero occorre il linguaggio, gli animali né pensano né parlano. I

condividevano con gli umani la capacità di utilizzare frasi dichiarative. (Le prestazioni comunicative delle grandi scimmie dipendono anche dall’ambiente culturale in cui sono state allevate).

5.2 Scimmie culturalizzate

Secondo Tomasello, le uniche scimmie in grado di raggiungere le abilità come quelle mostrate da Kanzi, sono quelle scimmie cresciute in un ambiente culturale specificamente umano e, dato che nell’ambiente naturale nessuna scimmia ha dimostrato le abilità di Kanzi, l’idea di Tomasello è che gli animali che riescono in simili prestazioni lo fanno solo perché, vivendo in una comunità di parlanti, hanno appreso uno specifico codice espressivo. Se ciò fosse vero, qualsiasi animale dotato di un <> dovrebbe essere in grado, nelle opportune situazioni culturali, di mettere in pratica le stesse capacità linguistiche degli scimpanzé. Poiché ciò è palesemente falso, gli argomenti di Tomasello devono essere rivalutati considerando il fatto che le capacità di cui dispongono le grandi scimmie sono importanti tanto quanto gli ambienti culturali in cui essi vivono. In secondo luogo, i neoculturalisti sono portati a considerare l’avvento del linguaggio in termini di un evento improvviso ed inaspettato, ma ciò va a tradire fortemente i principi della proposta darwiniana.

2. Ominidi

Il processo che regola il passaggio dalla comunicazione animale al linguaggio umano deve essere spiegato facendo riferimento ai sistemi cognitivi delle specie coinvolte in questo processo. La capacità di <> del mondo deve essere considerata come uno dei costituenti di base della comunicazione umana: il ponte di passaggio dalla comunicazione animale alle capacità verbali umane deve essere cercato nella pragmatica del linguaggio più che nella grammatica.

1. Parentele filogenetiche: scimmie, antropomorfe e antenato comune

La storia evolutiva della specie umana si inserisce all’interno di quella dei primati che circa 50-60 milioni di anni fa si sono distaccati dal ceppo degli altri mammiferi ed hanno dato vita ad una proliferazione di forme <<proto- scimmiesche>>. Successivamente (35-40 milioni di anni fa), nella linea evolutiva dei primati ha avuto inizio la ramificazione che ha portato dapprima alla discendenza delle scimmie in generale e poi (25-30 milioni di anni fa) a quella delle grandi scimmie antropomorfe. A causa della stretta parentela con il genere umano, gli scimpanzé sono la specie alla quale si guarda più spesso per ricostruire le caratteristiche comportamentali ed anatomiche dell’ultimo antenato comune (UAC). L’UAC viveva in Africa e possedeva una complessa

organizzazione sociale, usava strumenti, costruiva ripari sugli alberi. Dal punto di vista anatomico, l’UAC era plausibilmente simile agli scimpanzé sia per le dimensioni del cervello sia per gli adattamenti locomotori e posturali. Alcuni autori sostengono che la nostra specie rappresenti l’evoluzione di un antenato che camminava sulle nocche (knuckle-walking) esibendo una postura piuttosto eretta, secondo altri il genere Homo avrebbe preso il via da un antenato arrampicatore. Al di là delle varie ipotesi, quello che è certo è che gli antenati di Homo sapiens , ad un certo punto della loro evoluzione, si sono alzati in piedi. (L’acquisizione della postura eretta, oltre a costituire una svolta fondamentale nella filogenesi umana, ha avuto importanti ripercussioni sull’evoluzione del linguaggio)

2. Origine del bipedismo

Il bipedismo è una caratteristica tipica dei sapiens. Dal bipedismo <> degli scimpanzé si passa al bipedismo <> dei primi ominidi ed, infine, al bipedismo <> con la nascita del genere Homo 2 milioni di anni fa. Con l’emergere del bipedismo si verifica uno spostamento in avanti del foro occipitale (che nelle grandi scimmie è posto nella parte posteriore del cranio, posizione obliqua), collocato in posizione più avanzata, al centro della base del cranio. In questo modo, la testa si posiziona in perfetto equilibrio sulla colonna vertebrale rendendo possibile la postura eretta. Questo cambiamento ha comportato, inoltre, un allungamento del tratto vocale ed un abbassamento della laringe, due fattori determinanti per la nascita del linguaggio articolato. Il bipedismo emerse in correlazione a cambiamenti climatici ed ambientali che hanno costituito una forte spinta selettiva per gli ominidi che furono obbligati, per sopravvivere, a sviluppare nuove strategie comportamentali, tra cui il dover percorrere distanze più lunghe per procurarsi del cibo: presumibilmente, l’andatura bipede sorse proprio per far fronte a questi continui attraversamenti di immensi spazi aperti.

3. Alla ricerca dei primi ominidi

Gli ominidi più antichi di sui si è a conoscenza sono gli esemplari appartenenti a tre generi vissuti tra i 7 ed i 4 milioni di anni fa. Fossili che farebbero parte degli ominidi sono quelli del genere Australopithecus risalenti al periodo compreso tra i 4 e i 2,5 milioni di anni fa. Di questo genere si conoscono almeno tre specie: Au. anamensis , Au. afarensis , Au. africanus.

La specie più antica tra le australopitecine è Au. anamensis (4,1 - 3,5 milioni di anni fa), le cui analisi dei reperti hanno evidenziato la presenza sia della locomozione bipede sia di altri tratti tipici degli ominidi successivi. La specie successiva è Au. afarensis (4,2 – 2,4 milioni di anni fa) che costituisce l’asse portante della storia filogenetica degli ominidi. A questa specie appartiene Lucy, un reperto costituito da circa la metà dello scheletro di una femmina adulta ritrovata del 1974 in Etiopia. Questa specie è caratterizzata da un volume celebrale leggermente più grande del volume dei moderni gorilla e

strumenti sarebbero tornati utili e sappiamo che la capacità di prevedere il futuro avrà un ruolo fondamentale nell’avvento della comunicazione simbolica.

4.2. Cervelli sempre più grandi e sviluppo dell’industria litica: “Homo ergaster/erectus” e i bifacciali acheuleani

Intorno ai 1,7 milioni di anni fa compare una nuova modalità tecnologica: l’Industria Acheulana (una tecnica di scheggiatura della pietra caratterizzata dalla presenza di un tipico manufatto: le asce a mano simmetriche – percuotevano il nucleo finché non ottenevano la forma desiderata), una tecnica tradizionalmente associata a Homo erectus , discendente diretto di Homo ergaster (l’uomo camminatore). Erectus si suddivide in due forme: i primi esemplari arcaici sono attribuiti alla specie Homo ergaster , mentre la denominazione Homo erectus si riferisce alla ramificazione asiatica.

L’esemplare più caratteristico di Homo ergaster (1,6 milioni di anni fa) è uno scheletro (ragazzo di Turkana) il cui aspetto rilevante è da rilevare nell’aumento delle dimensioni del cervello, quasi il doppio rispetto alle prime specie di ominidi. Tale aumento va di pari passo con lo sviluppo delle capacità cognitive e con importanti cambiamenti nei modelli di comportamento. Con erectus/ ergaster si complica l’organizzazione sociale, nasce la caccia e viene scoperto il fuoco.

4.3. Sempre più dotati: “Homo heidelbergensis” e “Homo Neanderthalensis”

Il primo popolamento umano nel continente europeo si fa risalire ad 1,2 milioni di anni fa ed è associato alla comparsa di una nuova specie: Homo heidelbergensis , originario dell’Africa. Questo nuovo ominide, dotato di uno straordinario volume cerebrale, era in grado di comportamenti tra i più sofisticati dal punto di vista della cooperazione sociale e delle attività di caccia. Secondo diversi studi Homo heidelbergensis sarebbe l’ultimo antenato comune tra Homo sapiens e Homo Neanderthalensis : è probabile infatt che, anticipando alcuni caratteri dell’ Homo Neanderthalensis , Homo heidelbergensis abbia dato origine ad un sottoceppo dal quale si è poi originata la specie di Homo Neanderthalensis.

L’uomo di Neanderthal è la prima specie di ominide estinto ad essere stato scoperto (400.000 anni fa): presenta una corporatura piuttosto massiccia ed un volume cerebrale maggiore rispetto agli ominidi precedenti, nonostante la scatola cranica conservi una struttura piuttosto arcaica.

Homo Neanderthalensis viene associato ad un’industria tecnologica nota come Musteriano, una tecnica di ricostruzione degli utensili su <>, realizzati attraverso un metodo definito levallois , una tecnica complessa che sembra testimoniare l’esistenza di maggiori capacità di pianificazione dell’azione rispetto alle tecniche precedenti.

L’analisi delle capacità alla base della produzione di questi strumenti è utilizzata da molti autori per spiegare l’origine e l’evoluzione di una delle caratteristiche essenziali del linguaggio umano: la sintassi: l’idea è che la

sintassi del linguaggio sfrutti gli stessi dispositivi alla base della costruzione di piani gerarchici di azione

4.4. Origine ed evoluzione dell’umanità sapiente

I nostri progenitori sarebbero giunti in Europa tra i 39.000 e i 51.000 anni fa: con l’arrivo di Homo sapiens in Europa sia affaccia sulla scena una nuova modalità di costruzione di utensili: il Modo 4 del Paleolitico Superiore. I sapiens in questo periodo vivono in società complesse ed economicamente produttive.

5. Alle origini del pensiero simbolico: la rivoluzione del Paleolitico

Superiore

Con l’arrivo di Homo sapiens si sono avute importanti innovazioni comportamentali e tecnologiche e, dal momento che la comparsa di tali innovazioni si è verificata in modo repentino, molti studioso la descrivono come un evento improvviso che ha segnato la nascita della <<modernità comportamentale>>. Tale origine viene spesso fatta coincidere con l’avvento del pensiero simbolico. Tra i fautori di questa idea c’è Ian Tattersall e lo stesso Chomsky individua nella posizione di Tattersall un modello in linea con la sua idea circa l’avvento delle capacità verbali.

Secondo Tattersall la simbolicità del pensiero segna la differenza qualitativa tra gli essere umani e tutte le altre specie, comprese quelle precedenti ad Homo sapiens. Nonostante condivida molte caratteristiche fisiche e cognitive con le grandi scimmie, per Tattersall è impossibile stabilire un nesso di continuità tra la nostra specie ed il resto del mondo animale. L’avvento del pensiero simbolico può essere spiegato facendo riferimento a due ipotesi:

1- Facendo riferimento alla selezione naturale, e quindi il pensiero simbolico sarebbe originato da lenti e graduali miglioramenti;

2- Facendo riferimento ad un cambiamento repentino più a breve termine;

Tattersall propende per questa seconda possibilità: l’avvento del pensiero simbolico dipende da fattori culturali e non biologici. Egli giustifica la sua proposta facendo riferimento ai concetti di <> e <>. Exaptation è il termine utilizzato per indicare la cooptazione funzionale di strutture originariamente selezionate per altre finalità (le ali degli uccelli, nate per svolgere funzioni di termoregolazione, in seguito cooptate per il volo). Secondo Tattersall, l’avvento del pensiero simbolico è legato ad eventi di questo tipo. Le innovazioni culturali che hanno segnato la nostra evoluzione non sono il risultato di innovazioni biologiche quindi l’acquisizione del pensiero simbolico è legata ad una coincidenza fortuita. Quando Tattersall analizza la mente umana in termini pensiero simbolico, l’idea che ha in mente è che i pensieri sono il prodotto del linguaggio, che è lo strumento per esprimere l’attività simbolica. Nel far questo, egli aderisce quindi alla tesi del primato della <>

1- Cambiamento nella cognizione: le capacità cognitive degli ominidi si elevano al di sopra di quelle delle scimmie;

2- Incremento dell’imitazione vocale: sviluppo di una forma elementare di linguaggio (emulazione di suoni animali)

3- Si apre la strada al linguaggio articolato che, interagendo con il pensiero, porta gli umani a nuove forme di capacità mentali;

L’idea che il linguaggio umano si sia evoluto attraverso il medium sonoro è largamente sostenuta: Mithen sostiene l’idea di Darwin ed afferma che le radici del linguaggio vanno ricercate nei sistemi di comunicazione vocale dei primati non umani. La sua idea è che i richiami dei cercopitechi verdi, dei babbuini gelada e dei gibboni presentino caratteristiche proprie delle prime forme di comunicazione degli ominidi; i richiami di queste scimmie sono:

  • Olistici
  • Manipolativi
  • Musicali

Mithen non sostiene che queste forme di comunicazione animale siano precursori della nostra facoltà di linguaggio, ma li ritiene i più analoghi al linguaggio umano. Pertanto la sua idea è che bisogna guardare ai sistemi di comunicazione animale per comprendere le origini del linguaggio uano.

7.2. Evoluzione della comunicazione <>

Il sistema di comunicazione degli ominidi che hanno abitato il nostro pianeta fino ad 1,8 milioni di anni fa (caratterizzato dalle proprietà olistiche, manipolative, multimodali e musicali) è stato definito da Mithen con l’acronimo <>. Un punto di svolta nell’evoluzione della comunicazione umana si ha con la comparsa di Homo ergaster , dove il bipedismo ha avuto profonde ripercussioni dal punto di visto anatomico, ma, sebbene egli non fosse dotato del linguaggio articolato così come lo intendiamo noi, secondo Mithen, i cambiamenti provocati dal bipedismo gli consentivano di produrre una gamma di vocalizzazioni piuttosto ampia. Inoltre, con Homo ergaster , il sistema di comunicazione degli ominidi si arricchisce della mimesi, la capacità di produrre atti intenzionali ma non linguistici attraverso gesti, movenze: così, il sistema di comunicazione degli ominidi da <> diventa <>. Secondo Mithen, i predecessori di Homo sapiens hanno utilizzato espressioni Hmmmmm, per poi trasformare, attraverso un processo di segmentazione(le espressioni olistiche vengono frammentate in unità distinte dotate ognuna di un suo significato), queste espressioni nel linguaggio tipico del nostro modo di comunicare.

7.3. Vocalizzazioni vincolate: l’asimmetria tra produzione e comprensione

L’ipotesi di Mithe, tuttavia, presenta alcuni problemi, in quanto le vocalizzazioni delle scimmie hanno ben poco in comune con il linguaggio umano, dal

momento che ogni specie possiede una gamma di richiami determinata geneticamente e mostrano modificazioni minime durante lo sviluppo. Quindi, l’ipotesi che il linguaggio abbia avuto origine dalle vocalizzazioni dei primati non umani NON è sostenibile. Invece è possibile trovare maggiori tratti di continuità tra la comunicazione animale e il linguaggio umano dal punto di vista della comprensione, anche se, affinché ci sia comprensione deve esserci anche produzione, ma le espressioni vocali dei mammiferi in genere sembrano essere molto lontane dallo stile della comunicazione animale. I primati non umani comunicano principalmente impiegando i gesti, espressioni facciali.

  1. In origine era il gesto

L’idea che il linguaggio abbia un’origine gestuale è stata promossa dal filosofo francese Condillac e dallo stesso Darwin (supporto dei gesti alle vocalizzazioni durante le fasi di avvio del linguaggio.

1.1.. Il linguaggio a portata di mano

La teoria gestuale ha ricevuto un forte impulso in seguito alla scoperta dell’esistenza, nel cervello delle scimmie, dei cosiddetti “neuroni specchio” associati all’azione dell’afferrare e sono definiti “specchio” perché permettono una forma di rispecchiamento tra percezione ed azione. Tali neuroni sono stati trovati nell’area F5 del cervello dei macachi, considerata analoga all’area di Broca del cervello umano, che svolge un ruolo fondamentale nella produzione e comprensione del linguaggio. Osservazioni di questo tipo hanno portato Arbib e Rizzolati a sostenere l’ <> : l’idea che il linguaggio si sia originato dai meccanismi precedentemente adibiti alla produzione ed al riconoscimento di azioni. I neuroni specchio permettono, tanto alla scimmia quanto all’uomo, di comprendere le azioni fatte da altri proiettandole su azioni che essi stessi sono in grado di compiere. Secondo Rizzolati ed Arbib il sistema a specchio rappresenta l’anello mancante tra le capacità dei primati non umani di 20 milioni di anni fa e il linguaggio degli umani moderni. L’ipotesi che il linguaggio si sia originato a partire dai sistemi deputati al controllo dei movimenti delle mani che permettono all’organismo di interagire con l’ambiente circostante costituisce una prova a favore della tesi che il linguaggio trova fondamento nella pragmatica dell’azione: secondo Arbib, l’evoluzione dei meccanismi cerebrali che supportano il linguaggio è legata all’evoluzione dei meccanismi alla base della costruzione e dell’uso degli strumenti. Nel modello di Arbib, la grammatica rappresenta solo l’esito finale di un lungo processo evolutivo che trae origine dai meccanismi condivisi con altri primati fondati sulla percezione e sull’azione. Tale modello costituisce quindi un alternativa valida al modello cartesiano che fa della grammatica e della sintassi l’essenza del linguaggio e l’elemento discriminante rispetto a qualunque forma di comunicazione animale.

fornisce all’ascoltatore un indizio della sua intenzione di comunicare un certo significato e l’ascoltatore inferisce, a partire da quell’indizio, il significato che il parlante intendeva comunicargli.

2.2. Significato e intenzioni

Grice sostiene che comunicare equivale a manifestare pubblicamente un’intenzione e che la comunicazione ha successo quando l’intenzione comunicativa del parlante viene riconosciuta dal suo interlocutore. Comunicare significa quindi che chi parla esprime intenzioni o stati mentali che devono essere riconosciuti da chi ascolta. Grice sostiene, inoltre, che per mezzo dei proferimenti gli interlocutori comunicano molto più di quanto non dicano: egli definisce implicatura il contenuto comunicato attraverso un’espressione senza che quel contenuto sia esplicitamente detto in quell’espressione. L’idea di Grice è che le conversazioni quotidiano non siano casuali ed arbitrarie, ma siano basate su un principio generale che regola la conversazione: si tratta del principio di cooperazione , da quale discendono quattro massime conversazionali: Massima della quantità, della qualità, della relazione e del modo. Le quattro massime sono delle aspettative sul comportamento verbale a cui i destinatari fanno affidamento per comprendere e che i parlanti sfruttano per farsi comprendere.

2.3. Un modello ostensivo-inferenziale della comunicazione umana

La <>, formulata negli anni Ottanta del Novecento da Sperber e Wilson, mira a spiegare la comunicazione umana focalizzandosi sui dispositivi e sui processi mentali in atto durante la comprensione e la produzione delle espressioni linguistiche. Si tratta di una teoria cognitiva della comunicazione che cerca di dare conto dei sistemi di elaborazione che permettono agli esseri umani di comprendere i comportamenti comunicativi e di produrre le espressioni linguistiche. Come Grice, anche Sperber e Wilson condividono l’idea della comunicazione umana come processo inferenziale di produzione e comprensione di intenzioni comunicative. Con la Teoria della Pertinenza, Sperber e Wilson propongono un modello ostensivo-inferenziale della comunicazione umana in cui il parlante fornisce all’ascoltatore un indizio della sua intenzione di comunicare un certo significato e l’ascoltatore comprende quel significato producendo una serie di inferenze guidate dall’indizio prodotto dal parlante. La pertinenza è ciò che permette di stabilire quale informazione in particolare riceverà l’attenzione di un individuo in un dato momento.

Riassumendo → secondo la teoria della pertinenza l’interpretazione di un indizio linguistico avviene in due fasi: una fase di decodifica, in cui i processi linguistici elaborano la rappresentazione semantica dell’enunciato; ed una fase inferenziale, in cui i processi pragmatici forniscono l’interpretazione dell’espressione del locutore.

2.4. So quel che pensi: processi inferenziali e sistema metarappresentazionale

Secondo la teoria della pertinenza, la comunicazione inferenziale è resa possibile dalla <>, la capacità di attribuire stati mentali agli altri per interpretare e predire i loro comportamenti. Lo studio della psicologia ingenua costituisce un settore specifico di riflessione all’interno della scienza cognitiva, noto con il nome di Teoria della Mente.

3. La teoria della mente e l’origine del linguaggio

Il fatto che il dispositivo di lettura della mente sia alla base dell’origine del linguaggio è opinione condivisa. Sostenere che la capacità di mentalizzazione è alla base del linguaggio equivale a sostenere che il lettore della mente è temporalmente e logicamente precedente al linguaggio. Opinione condivisa è che non è possibile attribuire sistemi di questo tipo ad organismi che non dispongono di un linguaggio.

3.1. Le scimmie hanno una teoria della mente?

Il termine <> è stato coniato da Premack e Woodruff, i quali sostengono che gli scimpanzé sono in grado di interpretare il comportamento degli umani attribuendo loro stati mentali. Dieci anni dopo, Premack è tornato sull’argomento per affermare che è possibile attribuire agli scimpanzé una teoria della mente <<più debole>> rispetto a quella degli umani.

3.2. Il sistema metarappresentazionale è alla base dell’origine del linguaggio

Sostenere che un dispositivo come il lettore della mente debba essere posto a fondamento dell’uso effettivo del linguaggio apre la strada all’idea che un dispositivo del genere può essere messo a fondamento dell’origine del linguaggio umano. Secondo Sperber e Wilson, il passaggio dalla comunicazione animale al linguaggio umano è rintracciabile nei dispositivi di mentalizzazione: la teoria della mente è la condizione necessaria per tale passaggio. Tomasello è di un’idea analoga ed afferma che il lettore della mente è l’unico adattamento biologico fondamentale di cui devono disporre gli umani per poter dar vita al linguaggio.

Passando alle differenze tra comunicazione animale e linguaggio umano, Chomsky condivide l’idea che il tratto distintivo di noi esseri umani sia da rintracciare nell’uso creativo del linguaggio, che è ben diverso dal semplice utilizzo in modo flessibile dei simboli del codice appreso dalle grandi scimmie: la creatività del linguaggio non è soltanto una questione di flessibilità. L’idea è che sia necessario mettere in campo altri dispositivi di elaborazione oltre alla capacità di mentalizzazione: vale a dire che il possesso della teoria della mente è condizione necessaria ma non sufficiente per giustificare le nostre competenze linguistiche.

4. Per una comunicazione propriamente umana

Il <> è di importanza decisiva per analizzare i tratti che distinguono il linguaggio umano dalla comunicazione animale e le difficoltà di

nome di Mental Time Travel. Secondo alcuni autori, la capacità di pianificare il futuro apre la strada a forme di cooperazione sociale, basate sulla divisione del lavoro all’interno dei gruppi umani.

6. Discorso e conversazione

L’aspetto essenziale della comunicazione umana riguarda il carattere dialogico della conversazione: diversamente dagli animali, la comunicazione umana non è un semplice scambio di informazioni. L’essenza della comunicazione umana è il suo carattere direzionale, progressivo e cumulativo della conversazione, del tutto estraneo alla comunicazione animale: tale carattere è basato sulla capacità degli interlocutori di rivedere continuamente il proprio punto di vista sulla base di ciò che dicono gli altri.

Conclusioni

Per cogliere la specificità umana non è alla sintassi che bisogna guarda né alla sola capacità simbolica, ma al modo in cui gli esseri umani sono in grado di costruire il flusso del discorso in maniera coerente alla situazione, per cui le proprietà essenziali del linguaggio vanno ricercate nei sistemi cognitivi che garantiscono un radicamento flessibile al contesto. La capacità di poter parlare in maniera appropriata al contesto risponde al quel carattere di <<specificità nella continuità>> che, in linea con Darwin, considera gli umani animali tra gli altri animali. Senza il riferimento alle funzioni del sistema triadico, gli umani non sarebbero in grado di costruire un flusso del parlato coerente e consonante alla situazione.