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RIASSUNTO DEL LIBRO: LEZIONE DI ITALIANO, Appunti di Lingua Italiana

Riassunto del libro: Lezione di Italiano. Grammatica, Storia, Buon Uso. Autore: Francesco Sabatini

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 13/02/2018

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LEZIONE DI ITALIANO: GRAMMATICA, STORIA, BUON USO.
Francesco Sabatini
PARTE PRIMA
1. I simboli. La prima lingua
La lingua è un sistema di simboli mediante i quali il cervello umano conosce il mondo.
Un bambino appena nat viene in contatto, attraverso i cinque sensi, con un mondo pieno di stimoli che faranno
manifestare il suo comportamento senso-motorio = primo modo in cui l’organismo conosce l’ambiente. Insieme
agli stimoli che partono dalle “cose”, il bambino riceve anche quegli altri particolari stimoli sonori che sono le
parole di chi gli sta intorno. Il bambino dunque comincia ad associare le sensazioni che prova e le parole che
sente. Ripetendo molte volte queste associazioni, alla fine i segnali che giungono al cervello corrispondono
esattamente alle sensazioni e alla percezione delle cose: sono diventati simboli di ciò che si prova e di ciò che c’è
intorno, che servono a:
Ragionare o riflettere su qualcosa/qualcuno senza toccarlo o vederlo
Comunicare con qualcuno riguardo ad una determinata cosa sempre senza contatto diretto
Ricordare, prevedere, ipotizzare, progettare, fantasticare, ecc
Queste attività avvengono nelle nostre reti neuronali per mezzo di simboli e senza il contatto diretto con il mondo
materiale, costituendo il pensiero.
La lingua che si impianta in noi giorno per giorno fin dalla nascita mette radici forti in noi: ci si pone come lingua
prima, quella che più prontamente ci viene in aiuto in molte circostanze.
2. Altri tipi di linguaggio
linguaggio verbale: “verbale” nel senso proprio di “fatto di parole” (dal latino verbum = parola) e non
come sinonimo di “parlato”, ovvero il linguaggio orale
linguaggio non verbale: quello dei gesti eseguiti con le mani e la braccia, della mimica facciale, delle
posizioni di altre parti del corpo, dei suoni vocali non ancora “parole”, dei fischi
Quando le capacità comunicative dell’Homo Sapiens cominciarono a svilupparsi, i linguaggi non verbali erano
strettamente connessi con il linguaggio verbale (borbottii/urla + gesti = codici di comunicazione).
Il confronto tra linguaggi verbali e non mette in evidenza una caratteristica esclusiva del linguaggio verbale,
ovvero che solo con la lingua è possibile “parlare della lingua stessa”, cioè spiegarne il funzionamento, descrivere
e codificare gli altri linguaggi (es. matematica e ragionamenti riguardanti quantità e rapporti).
3. Il nostro cervello sminuzza e combina particelle di lingua
Gli animali obbediscono a comandi vocali e crediamo che capiscano le nostre parole ma non è così poiché
colgono solo il senso complessivo si un nostro enunciato e lo memorizzano o riconoscono qualche nome.
Gli umani hanno un cervello con un meccanismo complesso i centri specifici del nostro cervello sono allenati a
scomporre e ricomporre nelle unità più piccole i messaggi linguistici che ci giungono attraverso l’orecchio e hanno
imparato a identificare le unità foniche minime con valore distintivo.
Questo meccanismo di della combinazione dei singoli pezzi può produrre infinite parole possibili e infiniti
concetti diversi (es. date le lettere: a, m, r, e si possono ottenere più parole: mare, rema, mera, rame, ecc).
approfondimento: lo scienziato francese Broca nel 1861 ha scoperto nel cervello umano una zona direttamente
responsabile dell’uso del linguaggio verbale
4. Dal capire al parlare
La fase dell’acquisizione (“apprendimento in modo naturale”) è una fase davvero importante per il nostro cervello.
Parlare è un’attività che impegna la bocca ed in particolare l’apparato fonatorio e articolatorio:
fonazione: trasformazione in suono della corrente d’aria che proviene dai polmoni
articolazione: successiva differenziazione dell’onda sonora in suoni che corrispondono ai fonemi già
presenti nel cervello
diaframma: muscolo-tendine che fa da “pavimento” ai polmoni e che, contraendosi, attiva il movimento
dell’aria
osso ioide: ossicino a forma di ferro di cavallo che nelle fasi iniziali della vita è una cartilagine e che solo
nel corso del secondo anno comincia ad ossificarsi e ad ancorarsi, mediante fasci muscolari, alle vertebre
da una parte e alla lingua e alla laringe dall’altra
Tutti i movimenti degli organi che partecipano alla fonazione derivano da ordini impartiti dal cervello e sono
movimenti volontari, ma la dinamica muscolare è largamente ignota al soggetto parlante = comportamento al
quale partecipa la volontà dell’individuo ma che la natura provvede a far svolgere.
“L’individuo parlante è, dal punto di vista dell’evoluzione naturale, completo” (dal latino perfectus).
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LEZIONE DI ITALIANO: GRAMMATICA, STORIA, BUON USO.

Francesco Sabatini

PARTE PRIMA

1. I simboli. La prima lingua

La lingua è un sistema di simboli mediante i quali il cervello umano conosce il mondo. Un bambino appena nat viene in contatto, attraverso i cinque sensi, con un mondo pieno di stimoli che faranno manifestare il suo comportamento senso-motorio = primo modo in cui l’organismo conosce l’ambiente. Insieme agli stimoli che partono dalle “cose”, il bambino riceve anche quegli altri particolari stimoli sonori che sono le parole di chi gli sta intorno. Il bambino dunque comincia ad associare le sensazioni che prova e le parole che sente. Ripetendo molte volte queste associazioni, alla fine i segnali che giungono al cervello corrispondono esattamente alle sensazioni e alla percezione delle cose: sono diventati simboli di ciò che si prova e di ciò che c’è intorno, che servono a:

■ Ragionare o riflettere su qualcosa/qualcuno senza toccarlo o vederlo

■ Comunicare con qualcuno riguardo ad una determinata cosa sempre senza contatto diretto

■ Ricordare, prevedere, ipotizzare, progettare, fantasticare, ecc

Queste attività avvengono nelle nostre reti neuronali per mezzo di simboli e senza il contatto diretto con il mondo materiale, costituendo il pensiero. La lingua che si impianta in noi giorno per giorno fin dalla nascita mette radici forti in noi: ci si pone come lingua prima, quella che più prontamente ci viene in aiuto in molte circostanze.

2. Altri tipi di linguaggio

■ linguaggio verbale : “verbale” nel senso proprio di “fatto di parole” ( dal latino verbum = parola ) e non

come sinonimo di “parlato”, ovvero il linguaggio orale

■ linguaggio non verbale : quello dei gesti eseguiti con le mani e la braccia, della mimica facciale, delle

posizioni di altre parti del corpo, dei suoni vocali non ancora “parole”, dei fischi Quando le capacità comunicative dell’ Homo Sapiens cominciarono a svilupparsi, i linguaggi non verbali erano strettamente connessi con il linguaggio verbale (borbottii/urla + gesti = codici di comunicazione). Il confronto tra linguaggi verbali e non mette in evidenza una caratteristica esclusiva del linguaggio verbale, ovvero che solo con la lingua è possibile “parlare della lingua stessa”, cioè spiegarne il funzionamento, descrivere e codificare gli altri linguaggi (es. matematica e ragionamenti riguardanti quantità e rapporti).

3. Il nostro cervello sminuzza e combina particelle di lingua

Gli animali obbediscono a comandi vocali e crediamo che capiscano le nostre parole ma non è così poiché colgono solo il senso complessivo si un nostro enunciato e lo memorizzano o riconoscono qualche nome. Gli umani hanno un cervello con un meccanismo complesso → i centri specifici del nostro cervello sono allenati a scomporre e ricomporre nelle unità più piccole i messaggi linguistici che ci giungono attraverso l’orecchio e hanno imparato a identificare le unità foniche minime con valore distintivo. Questo meccanismo di della combinazione dei singoli pezzi può produrre infinite parole possibili e infiniti concetti diversi ( es. date le lettere: a, m, r, e si possono ottenere più parole: mare, rema, mera, rame, ecc). → approfondimento: lo scienziato francese Broca nel 1861 ha scoperto nel cervello umano una zona direttamente responsabile dell’uso del linguaggio verbale

4. Dal capire al parlare

La fase dell’acquisizione (“apprendimento in modo naturale”) è una fase davvero importante per il nostro cervello. Parlare è un’attività che impegna la bocca ed in particolare l’ apparato fonatorio e articolatorio :

■ fonazione : trasformazione in suono della corrente d’aria che proviene dai polmoni

■ articolazione : successiva differenziazione dell’onda sonora in suoni che corrispondono ai fonemi già

presenti nel cervello

■ diaframma : muscolo-tendine che fa da “pavimento” ai polmoni e che, contraendosi, attiva il movimento

dell’aria

■ osso ioide : ossicino a forma di ferro di cavallo che nelle fasi iniziali della vita è una cartilagine e che solo

nel corso del secondo anno comincia ad ossificarsi e ad ancorarsi, mediante fasci muscolari, alle vertebre da una parte e alla lingua e alla laringe dall’altra Tutti i movimenti degli organi che partecipano alla fonazione derivano da ordini impartiti dal cervello e sono movimenti volontari, ma la dinamica muscolare è largamente ignota al soggetto parlante = comportamento al quale partecipa la volontà dell’individuo ma che la natura provvede a far svolgere. “L’individuo parlante è, dal punto di vista dell’evoluzione naturale, completo” ( dal latino perfectus ).

5. Occhio e mano

La lingua scritta nel suo complesso e nelle varie forme (alfabetiche e non) che circolano nel mondo odierno, risale circa a 5000 anni fa. I capostipiti degli alfabeti più diffusi furono quelli dei Fenici e Greci (3000 anni fa). La letteratura (da cui dipende anche la scrittura) della lingua avviene attraverso il circuito sensoriale e cerebrale visivo, completamente diverso da quello utilizzato per la lingua parlata. Con l’ orecchio (udito) possiamo ricevere le parole foniche solo una dopo l’altra, come vengono pronunciate da chi parla, e solo una volta. Con l’ occhio (vista) possiamo fissare a lungo e ripercorrere più volte un’espressione scritta per coglierne bene il significato, e inquadrare blocchi più ampi di testo. → Quando si insegna a leggere, contemporaneamente si insegna a scrivere a mano, MA la recente e dilagante tendenza a preferire precocemente la tastiera e a non curare le forme della grafia personale, ci fa perdere una parte notevole degli effetti che l’antichissima pratica tattile-cognitiva della mano/dita ha prodotto foneticamente, sviluppando funzioni pregiate del cervello!

6. Fonemi, grafemi – il cervello tra precisione e rapidità

Ormai, nella comunicazione via cellulare o posta elettronica o chat e simili, si fa un uso fortissimo delle “faccine”, emoticons ( dall’inglese emotion = emozione + icon = icona ), non solo tra i giovani, e non saper interpretare l’espressione di quei volti che indicano stati d’animo o intenzioni, è una limitazione. Con il crescente e prepotente sviluppo delle tecnologie il confronto tra le due sfere, della comunicazione scritta alfabetica e di quella figurativa, si carica di tensione ed è inevitabile che per alcuni il nostro futuro risulti preoccupante, mentre che per altri sia pieno di promesse gratificanti. Quanto al bisogno di velocità , ci soccorre l’antico motto latino “ festina lente, ovvero “affaticati con lentezza”, dopo aver riflettuto adeguatamente.

7. SPQR, SVBEEV, TVTB – Le scritture abbreviate

L’uomo oltre che frettoloso è anche tendenzialmente pigro, e da questi difetti può esser nata la trovata di non rinunciare alla scrittura, ma di ridurne molto l’ingombro di spazio e tempo, ricorrendo alle abbreviazioni. Per il passato il fenomeno si osserva soprattutto nelle epigrafi (spazio ridotto della lastra, costo del lavoro di incisione, posizione del testo, stereotipicità delle cariche e titoli). es. SPQR (Senatus Populusque Romanus), D.O.M. (Deo Optimo Maximo), PONT. MAX. (Pontefice Maximo), o addirittura intere frasi come: s.v.b.e.e.v. (si vales, bene est: ego valeo). Avvicinandosi ai nostri tempi, scavalcando la fase dei telegrammi e degli avvisi economici sui giornali, veniamo all’uso che della scrittura abbreviata fanno oggi gli scriventi digitali di tutto il mondo (soprattutto i giovani). La scrittura abbreviata è una “scrittura libera”, nell’ambito della quale si intuiscono alcune convenzioni più o meno standardizzate ( es. cmq, tvtb, xk, ecc ) e si fa uso anche di un metalinguaggio ( es. chattare, messaggiare ), MA questa “scrittura libera” è aperta all’inventiva del singolo ed è in perenne trasformazione. Il male dunque non è insito nello strumento, ma nell’uso spropositato che se ne fa e che produce: perdita di tempo, invio di qualsiasi messaggio o foto insulsa, distrazione da ciò che si sta facendo, ecc.

8. Gli indoeuropei. Le lingue europee di cultura scritta

Si è parlato solo della funzione cognitiva (“come conosco le cose”) del linguaggio verbale per il singolo individuo MA in realtà conosciamo veramente solo quando comunichiamo con i nostri simili , costituendo cioè insieme il codice che interpreta le cose. Se una conoscenza non è condivisa da altri, non si consolida, non sussiste veramente. Gli indoeuropei furono quelle popolazioni che si espansero e irradiarono nell’Europa settentrionale, centrale e mediterranea e nei territori del vicino e medio Oriente, le cui lingue originarie mostrano molte affinità tra loro, e differenze radicali con le lingue dei popoli respinti al margine:

■ All’interno di ogni gruppo etnico l’uso scritto ha rallentato l’evoluzione libera e multiforme del parlato,

dando alla singola lingua (e rispettiva cultura) una caratterizzazione più netta, che alla fine la stilizza e la fa distinguere anche visivamente dalle altre.

■ L’uso scritto anima e trasforma in molti modi le lingue. Con la scrittura diamo fisionomia precisa a parole

di cui possiamo essere poco certi, fissiamo parole che usiamo raramente e che potrebbero uscire dalla memoria, diamo corpo a parole nuove, ecc. Le lingue che hanno incorporato fortemente la dimensione scritta sono cresciute in misura straordinaria, hanno acquistato un potenziale molto maggiore.

PARTE SECONDA

1. Il supporto materiale

La lingua scritta ha bisogno di un supporto materiale su cui depositarsi. Si cominciò con:

■ argilla fresca

■ tavolette cosparse di cera

■ inchiostro e il papiro

■ pelli di animali

■ pietra, marmo, bronzo, legno, dipingendo sui muri, ecc

MA nel Medioevo arrivò in Europa la carta , inventata in Cina e portata tra noi dagli Arabi, che costava meno di altri materiali e questo favorì la diffusione della scrittura e della lettura, inoltre i libri venivano scritti su pergamena , con fregi e figure a colori. Rimaneva però il lavoro dei copisti: coloro che dovevano scrivere a mano il testo, un fattore di notevole costo e di possibili errori e variazioni nella copiatura. MA nel 1450 dalla Germania arrivò la tecnologia dei caratteri mobili , delle singole lettere dell’alfabeto fuse nel piombo e raccolte in blocchi corrispondenti alle parole, inchiostrate e appoggiate sulla carta con pressione: era nato il libro a stampa. MA con l’invenzione degli strumenti informatici , sono cambiate molte cose. TESTO deriva dal latino textus = tessuto , sulla pagina infatti c’è un “tessuto di parole” più o meno abilmente intrecciate dall’autore.

2. Quattro autori

■ Machiavelli con il Principe

Machiavelli scrisse ad un suo amico per manifestargli il grande cruccio che gli procurava l’inattività a cui era stato costretto perché estromesso dalla vita politica di Firenze e informarlo anche sulle sue abitudini quotidiane e sugli studi in corso → nascita de Il Principe

■ Montale con L’Anguilla

È una poesia, in cui il poeta svolge un paragone tra l’anguilla e la donna. L’anguilla si sposta nei mari e fiumi e viene nel Mediterraneo, risale le foci dei fiumi e raggiuge gli alti rigagnoli e in pozzanghere fangose dove viene fecondata e dà origine a nuova vita. Così la donna: il suo occhio brilla puro in mezzo agli uomini che si sono immersi, come anche lei, nel fango della vita, e dona a tutti luce e salvezza.

■ Stella con Odissee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore

Parla delle tremende sofferenze degli emigranti italiani che un secolo fa lasciavano la miseria delle loro terre e cercavano fortuna nelle Americhe. Di tanto dolore collettivo precedente ci dimentichiamo volentieri e non ne ricaviamo, come altri popoli fanno, motivo di dignitosa identità nazionale.

■ Diamanti con Migranti, gli italiani hanno paura: via Schengen, sì alle frontiere

Ancora di emigranti si parla, ma dei giorni nostri e di quelli che vengono a centinaia di migliaia in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea dall’Africa e dall’Asia. L’autore ragiona dunque sull’abolizione dei confini nazionali: da una parte, questa spinge al compattamento interno dell’Unione; dall’altra provoca timore dell’invasione della propria casa, e quindi disinteresse per il sussistere dell’Unione. Diamanti dice: “ L’Unione Europea si regge proprio sulla libera circolazione di tutto e di tutti dentro il suo territorio; se eliminiamo questo dato, demoliamo l’Unione ”.

3. La grammatica (scientifica)

Il termine “grammatica” viene utilizzato per indicare tutto l’insieme dei meccanismi della lingua, che vanno distinti in altri livelli strutturali:

■ fonologia : sistema dei suoni (fonemi) → lingua scritta = grafemi

■ morfologia : classificazione delle parole secondo le forme che assumono nella frase (verbo, articolo,

nome)

■ sintassi : descrizione dell’organismo di parole che permette di esprimere concetti compiuti → frase

■ lessico : patrimonio di parole possedute dalla lingua

La FRASE è un’espressione nella quale le parole provvedono d sole ad esprimere un concetto compiuto, è l’oggetto che ci permette di studiare il funzionamento della lingua allo stato “puro”. Il nostro cervello, come si è detto, conosce il mondo esterno mediante le parole, che sono simboli delle cose e delle sensazioni. Le singole parole vengono apprese prestissimo, già nei primi mesi di vita, e successivamente ogni pura scena di cose e fatti ci porta ad un ragionamento che stabilisce relazioni spaziali, temporali, di causa ed effetto, ecc.

Il VERBO esprime l’operazione mentale di “messa in relazione” delle cose o dei fatti presenti in quella scena. Sono il mezzo con cui si realizza l’atto di conoscenza e conferimento di senso che il nostro cervello compie sul mondo delle cose. Inoltre, l’area cerebrale specifica con la quale si collegano i verbi è strettamente connessa con l’area che presiede l’attività motoria del nostro corpo.

Nella grammaticografia corrente era andata prevalendo l’idea che il SOGGETTO fosse il punto di partenza della frase. In seguito venne elaborata la visione della frase come struttura che dipende interamente dal verbo. I verbi, secondo il loro significato, hanno valenze che richiedono un certo numero di elementi che completano il concetto, denominati attanti o argomenti. Il modello sintattico è la GRAMMATICA VALENZIALE , o della “verbo dipendenza”. Dunque di fronte al potere del verbo il soggetto non ha più valore? Che una persona (o una cosa) venga indicata come “soggetto” nella frase, non dipende da quello che essa fa o subisce (il suo ruolo nei fatti), ma semplicemente dalla prospettiva che chi pronuncia o scrive quella frase vuole dare alla descrizione di quei fatti. N.B. A che cosa serve la costruzione passiva, quando il suo contenuto di informazioni è uguale a quello della corrispondente forma attiva? Serve ad enunciare il risultato (di un’azione, evento, ecc) senza dover obbligatoriamente nominare l’agente (la causa efficiente, l’origine) di quell’evento.

4. La frase

La frase non è fatta di parole messe in fila, ma ha il suo centro ordinatore nel verbo, poiché l’atto cognitivo eseguito dal cervello nel costruire il nucleo della frase è simultaneo e parte dal verbo.

■ nucleo della frase: costituito dal verbo e dai suoi argomenti (costituenti primari), che possono svolgere la

funzione di: soggetto, oggetto diretto, oggetto indiretto

■ circostanti del nucleo: tutti gli elementi che si attaccano ai singoli costituenti primari (al verbo e ai suoi

argomenti) e li qualificano e specificano, ad esempio: attributi, apposizioni, participi, frasi relative

■ espansioni del nucleo: tutte le espressioni, avverbiali o formate con preposizioni, che aggiungono una

cornice di informazioni di vario tipo (luoghi, tempi, scopi, mezzi, condizioni, ecc) STRUTTURA DEL NUCLEO:

■ il predicato verbale: il predicato significa “ciò che viene predicato sul conto del soggetto”, e perciò,

essendo escluso il soggetto, tutto ciò che resta nel nucleo della frase formerà il predicato. Il predicato verbale è formato da verbi che hanno già un significato specifico

■ il predicato nominale: la predicazione è affidata a quegli aggettivi o nomi, che vengono affiancati da un

verbo di significato molto generico (es. essere), che aiuta a collegarli al soggetto e nello stesso tempo permette di esprimere il tempo e il modo di quella predicazione. Il predicato nominale è costituito da una parte predicante che è data da un aggettivo o un nome, e da una parte verbale che ha la funzione appunto di rafforzare il legame con il soggetto e serve soprattutto a fornire il tempo e il modo

■ altri verbi inesistenti che vengono “costruiti”: es. avere e fare non sono solo verbi autonomi ma sono

anche di puro supporto ai nomi, insieme con i quali formano “unità verbali” che sostituiscono verbi specifici mancanti della lingua (come “ho fame, ho fame di gloria, mi fai paura, fai ribrezzo”)

■ le tre domande in agguato

1. La distinzione tra verbi transitivi e verbi intransitivi? I verbi transitivi sono quei verbi che consentono

di far passare da una prospettiva a quella opposta della stessa scena (forma attiva: io ti odio, forma passiva: tu sei odiato da me). Tutti i verbi che non danno questa possibilità sono chiamati verbi intransitivi (es. Sofia è arrivata all’esaurimento NO l’esaurimento è stato arrivato da Sofia wtf)

2. I complementi? Sono tutti i concetti di luogo, tempo, fine o scopo, mezzo o strumento, causa,

modo o maniera, materia, limitazione, colpa, pena, vantaggio o svantaggio, prezzo, ecc sono concetti importanti, mediante i quali noi diamo un senso alla nostra visione dei fatti del mondo. Il significato preciso a queste espressioni lo dà il verbo da cui dipendono

3. L’analisi logica? Consiste nell’interpretare l’intricato gioco delle parole come forma linguistica del

lavoro che il nostro cervello compie quando percepisce le cose che ci circondano e mediante il verbo le aggrega e le ordina secondo mutevoli punti di vista INTORNO AL NUCLEO, I CIRCOSTANTI: ovvero l’articolo, l’aggettivo possessivo e quello dimostrativo, sono talmente legati al nome che li abbiamo considerati e designati già all’interno del nucleo FUORI DAL NUCLEO, ESPANSIONI E FRASI SUBORDINATE: tutto ciò che viene aggiunto nella frase dà informazioni che si addicono alla scena, crea intorno ad essa delle quinte e perciò le chiamiamo espansioni, e con le frasi subordinate otteniamo una frase complessa.

di questa eredità, bisogna pur avere un criterio per valutare gli effetti che può produrre un eventuale facile ricorso al dialetto nelle più diverse situazioni. Che il ricordo di esso emerga anche nel nostro uso dell’italiano è anche questo un segno del passato che ancora ci appartiene e non risulta disdicevole nemmeno in varie circostanze della vita pubblica.

Le influenze di altre lingue coinvolgono tutti gli strati della popolazione, dove però si producono effetti diversi: la capacità di gestire nuovi fiotti di lingua non è la stessa in tutti i ceti sociali, specialmente per le parole difficili. Ad esempio, non ponderare l’entità ed il peso della circolazione dell’anglo americano nel mondo sarebbe uno sbaglio, poiché gli agenti e i canali della sua penetrazione sono innumerevoli, come sono innumerevoli gli ambiti della loro influenza. Va anche tenuto conto del fatto che la lingua inglese , a prescindere dai fattori di potenza tecno-economico-politico-culturale che sono alle sue spalle, presenta particolari vantaggi strutturali:

■ alta percentuale delle parole monosillabiche, che producono brevità

■ ridottissima flessione morfologica, che semplifica le concordanze nella frase

■ vastissimo patrimonio lessicale di ascendenza latina, che fa apparire relativamente accessibile a tutti i

parlanti delle nazioni neolatine Inoltre, per chi vive stabilmente nei paesi avanzati bisogna distinguere tra la padronanza profonda della lingua prima nazionale, e la buona disponibilità di una seconda lingua di larga comunicazione internazionale! lo studio scolastico della lingua prima costituisce dunque un obiettivo primario entro i termini dell’età giovanile, e dev’essere ben conseguita, ormai da tutti, anche la buona conoscenza della seconda lingua. Ci sono comunque varie professioni nelle quali non si può fare a meno di conoscere e usare molto bene proprio l’italiano (es. avvocatura, giornalismo).

9. Pronome “riflessivo”

Il pronome riflessivo può essere utilizzato:

■ in un essere umano: es. noi ci odiamo, Sofia e Francesco si sono picchiati

■ in un animale: e s. le mantidi religiose si mangiano a vicenda

■ in una pianta: es. l’erba si è seccata

■ in una cosa concreta: es. il vetro si è rotto

■ in una cosa astratta: es. le amicizie si sono rovinate

In tutti questi esempi appare un verbo accompagnato da un pronome riflessivo riferito al soggetto stesso. es. “INNAMORARSI” = processo non volontario, che si genera nel nostro corpo e nella nostra sfera emotiva e ci spinge alla ricerca di una data persona alla quale vogliamo unirci. Ma è davvero un processo involontario? All’inizio certamente sì, come si apprende dalle scienze che studiano gli ormoni e l’inconscio, poi, possono intervenire l’approfondimento cosciente e la volontà di proseguire.

10. Quattro psicodrammi del parlante italiano

1. la frase segmentata e l’anacoluto

2. si possono usare “lui”, “lei”, “loro” come soggetti della frase? Cinque secoli di dispute

3. la continua disputa sul congiuntivo: ci sono state e periodicamente si riattivano campagne di stampa e di

sottoscrizioni per “salvare il congiuntivo” () che “sta sparendo dalla lingua italiana”. La preoccupazione di molti è che sostituendo il congiuntivo con l’indicativo manca l’idea della possibilità, dell’incertezza, del dubbio, e quindi il nostro pensiero si appiattisce e la società ne perde. Il congiuntivo viene utilizzato: nei costrutti indipendenti; nelle frasi completive che dipendono dl verbo centrale; nelle frasi subordinate esplicite; nella frase relativa restrittiva.

CONCLUSIONE: BILANCI, RESPONSABILITÁ, PROIEZIONI. LA SCUOLA.

L’Italia è un Paese dove si parla una lingua affascinante e piena di problemi. Un Paese che è al centro di un mare disteso fra tre continenti ed ha il suolo fecondato dalle più brillanti civiltà del passato, ma i cui abitanti per quattordici secoli non hanno potuto comunicare e collaborare liberamente tra loro, dominati e separati da molte potenze esterne, appoggiate a turno da un potere insediato all’interno. Benché divisi, si strinsero, ad un certo punto, con nuovi legami linguistici. La gioventù di oggi sembrerebbe preferire in assoluto la variabilità ed il cambiamento in tutti i campi, pur se non mancano, anche nei più giovani, sobbalzi di ricerca della conoscenza del suolo su cui poggiano i piedi e perfino della lingua che ha le radici in questo suolo. La “rete” , quella delle loro menti e non solo quella dei mezzi informatici, è percorsa da una quantità enorme di energia e chi sente di avere delle responsabilità (genitoriali, politiche, educative) ha il compito di guidare questa energia indirizzandola verso due obiettivi fondamentali:

■ il possesso più forte possibile del mezzo linguistico

■ il dominio degli strumenti tecnologici della comunicazione

La sociolinguistica è un ramo della linguistica che studia gli usi di una lingua mettendoli in relazione con i dati socio-culturali di chi la utilizza. Sono sei le aree sociolinguistiche nel nostro Paese, formate dalle persone che erano in grado di parlare:

1. solo il dialetto stretto del luogo

2. un tipo di dialetto rappresentativo di un’ampia regione

3. una forte mescolanza di dialetto e italiano (“italiano popolare”)

4. un italiano solo un po' colorito di dialetto (“italiano regionale”)

5. un italiano privo di tratti regionali, ma abbastanza sciolto (“italiano dell’uso medio”)

6. italiano più fedele alla tradizione scritta

Ci pare inoltre di poter riconoscere, nella nostra popolazione, una fascia di base formata da quanti hanno ricevuto un’educazione scolastica molto limitata o da cui hanno tratto ben poco profitto; C’è poi una fascia intermedia, che comprende coloro che appartengono al terziario ed esercitano attività nelle tecnologie avanzate e professioni “liberali”; C’è infine un insieme, non molto vasto ma variegato, di tutti coloro che in vari campi occupano posizioni di vertice o, comunque, di piena autonomia gestionale.

Questo libro tenta di fornire una “foto di arrivo” della popolazione italiana al traguardo di una sostanziale unità sociopolitica e linguistica, raggiunta dopo la sua affannosa corsa di un millennio e mezzo, e cerca di augurarsi che si dia il via ad un riorientamento in molti ambiti.