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riassunto del testo Declinare il Patrimonio della prof. Iuso
Tipologia: Sintesi del corso
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Declinare il Patrimonio Introduzione La fine del ‘900 è stata caratterizzata da una forte pulsione memoriale. Ponendosi la questione della possibilità della testimonianza e invocando la nozione di “liceità del ricordo” sono state prodotte “summe teoriche” su ciò che fonda il rapporto dell’uomo col passato. Accanto al movimento di recupero di memoria collettiva l’occidente è stato invaso dalla “mania autobiografica”: autobiografie, memorie, diari e relativi archivi autobiografici in tutta Europa. A questa esigenza di recupero e condivisione della memoria corrisponde una netta tendenza al recupero del proprio passato. Innumerevoli i musei, gli archivi, le associazioni nate o ideate a fine ‘900 con lo scopo di valorizzare elementi del passato della comunità locale che sono divenuti “patrimonio”. Il ritorno al passato è diventato un valore e gli oggetti e i tratti culturali caricati di valenze sociali inedite, incaricati di esprimere una specificità locale. Questi oggetti o tratti culturali del passato vengono istituiti come patrimonio. Non basta più riconoscersi in una tradizione, o inventarla. Bisogna trasformare in patrimonio elementi del passato e del presente, che diventano momenti di aggregazione per la comunità locale e vetrina per il mondo esterno. Con l’atttivazione di una dinamica economica e/o turistica. Interessanti le modalità, fin’ora trascurate, di manipolazione del tempo messe in atto. Esprimere le sensazioni di una realtà lontana sembra essere il marchio delle attuali modalità espositive e rappresentative del passato. Sempre più frequenti gli inviti rivolti al visitatore ad immergersi in un’ambientazione globale, cercando modi per viaggiare nel tempo. Accanto alla tradizionale narrazione dei fatti c’è l’immersione sensoriale. In questo modo, quasi tutto può diventare patrimonio. Declinare il patrimonio significa osservare come vada dall’espressione più concreta alla più impalpabile, dalle pratiche di massima valorizzazione di un patrimonio riconosciuto in quanto tale alla pura e semplice invenzione del patrimonio , tanto reale e dinamica quanto la tradizione. Da un lato si può declinare l’oggetto patrimonio andando dal patrimonio tradizionale e concreto al più innovativo e immateriale; dall’altro bisogna seguire le posture patrimoniali. Per estensione la pratica consistente nel partire da un patrimonio ed estenderlo ai suoi prodotti derivati, alle istituzioni che lo valorizzano etc. E’ il caso della patrimonializzazione delle memorie individuali, delle scritture personali e dell’archivio che le conserva. La postura individualizzante consiste invece nel costituire un patrimonio a partire da un individuo e fare di questo e delle sue creazioni un patrimonio. La mobilitazione invece è una postura per la quale parte della società è “messa in moto” dal patrimonio, che innesca delle dinamiche sociali e crea un movimento che può andare dal salvataggio alla salvaguardia del patrimonio. Il palazzo delle memorie nella città del diario Luoghi che parlano Pieve Santo Stefano altrove non si sarebbe contraddistinta per la neutra modernità degli edifici e delle vie o l’assenza di opere d’arte. Ma con Anghiari e Sansepolcro vicini, la banalità e il vuoto si fanno stridenti. Nessun artista famoso, quasi nessun edificio monumentale e nemmeno capolavori nelle chiese. Il “complesso del parente povero” è così radicato che gli abitanti mettono in guardia i visitatori. Il passaggio dalla Pieve “la bella” alla Pieve odierna si incarnava nella figura di Omero Gennaioli, testimone della distruzione che si è ritagliato il ruolo di storico del paese. È a lui che ci si rivolge per conoscere la “Pieve che non c’è più”. Si poteva percorrere Pieve e trovarsi di fronte un paese negato dalla ricostruzione: niente è stato riedificato secondo le forme e lo stile precedenti, tutto è neutralmente nuovo come si fosse voluto gettare nell’oblio il passato nella sua interezza, cancellando le sue tracce. Durante la Seconda Guerra mondiale Pieve si trovò sulla Linea Gotica. Essendo in posizione strategica, venne occupato. Poi, mossi dalla furia devastatrice della ritirata, i nazisti lo rasero al suolo. Ad inizio 1944 Pieve venne evacuata: caricati come bestiame sui camion, gli abitanti furono portati via mentre le esplosioni spianavano il paese. In pochi sfuggirono alla retata, tra cui Omero e suo padre, che si diedero alla fuga dopo aver constatato l’ineluttabilità della distruzione. Al loro ritorno al borgo rinascimentale, non esisteva più. Solo i negativi dello studio Livi testimoniano la portata e la violenza di quell’annientamento. Ora, a Pieve, il ricordo del passato e dell’avvenimento che l’ha cancellato venne destinato per lungo tempo solo ai visitatori: presente nei discorsi introduttivi o nei dépliant, la memoria della distruzione non produce manifestazioni e non si fissa tramite segni inscritti: nessuna targa commemorativa, assenza di centri di studio dedicati, mancanza di monumenti ai caduti. Ogni tentativo di inscrivere il passato nello spazio pubblico è stato respinto. Il monumento ai caduti, percepito come elemento di disturbo, è stato ricollocato nel 1984 in un piccolo spazio che già ospitava quella per i soldati della prima guerra, sul bordo di una svolta della strada provinciale che attraversa la cittadina. Il Parco dei Ricordi, dedicato ai 141 soldati di Pieve morti nella prima guerra, annoverava 141 alberi, ognuno con una targa col
nome e date del soldato, è stato dimenticato dal Comune e dalla popolazione fino agli anni 2000, quando alcuni abitanti del quartiere per motivi ecologici e di “dovere di memoria” hanno deciso di adoperarsi per la riabilitazione. Hanno realizzato i lavori con i propri mezzi, e solo dopo molte richieste hanno ottenuto i materiali per costruire dei gradini su cui sedersi. Questa volontà d’oblio, controbilanciata dalla necessità di spiegare le ragioni della “differenza” con le città vicine, instaura un doppio rapporto con il passato , esibito o nascosto se l’interlocutore è un turista o la comunità. Questa alternanza viene meno nell’unico palazzo rinascimentale scampato alla distruzione: il Palazzo Pretorio, sede degli uffici del sindaco e dell’ Archivio Diaristico Nazionale. Inventare un patrimonio: un caso di “istituzione della cultura” L’Archivio è situato in territorio regionale e comunale, ma la zona è percepita come frontaliera così come il patrimonio che preserva, perché periferico rispetto ai beni culturali canonici che garantiscono alla Toscana fama mondiale. Tuttavia, l’Archivio opera una trasformazione del luogo, cambia la sua identità: Pieve rinasce come Città del diario , e i cartelli a bordo delle strade registrano questa conversione onomastica. Diviene un luogo pubblico aperto all’Italia intera. Situato in uno dei pochi edifici scampati alla guerra, attribuisce ad esso il ruolo di conservatore di memorie scritte, creando un cortocircuito metaforico che sovrappone memoria nazionale e memoria locale. Un tempo ogni discorso sull’archivio iniziava con la narrazione delle origini: nel 1984 Saverio Tutino, giornalista nazionale, corrispondente all’estero, autore di diversi libri su Cuba e Fidel Castro o la Francia della guerra d’Algeria, giuse a Pieve con la proposta, rigettata altrove, di istituire un concorso letterario. Il progetto evolse in maniera così efficace che Tutino propose di creare un luogo che accogliesse le memorie di gente comune, che desse parola a chi ne era privo, che offrisse all’autobiografo segreto o discreto la possibilità di essere letto, in nome di una concezione antigerarchica della cultura. Per stimolare l’afflusso dei testi, nel 1985 fu istituito il Premio Pieve Banca Toscana che premiava la migliore autobiografia e garantiva al vincitore una modesta somma, oltre la possibilità di essere pubblicato da un editore nazionale. In 27 anni, l’Archivio ha raccolto 6258 testi. Inizialmente Tutino ottenne solo un tiepido sostegno da parte delle autorità pievesi, che avevano messo a disposizione un locale. Un gruppo di giovani garantì invece il grosso della forza lavoro. Non prevedeva figure con specifiche competenze professionali, mal a passione comune contribuì a rendere fruttuosi gli sforzi profusi, generando spettacoli di teatro contemporaneo che, seppur amatoriali, si distinsero per la buona qualità. Tale laboratorio teatrale si sarebbe poi avvalso della conduzione di un professionista quale Stefano Silvestri. Il gruppo di lavoro “non professionista” si è fatto carico della raccolta dei testi e dell’organizzazione della consegna del premio, vero motore dell’Archivio Diaristico Nazionale. È il concorso che attira ogni anno oltre 150 diaristi, trovando un riscontro notevole sui media nazionali. All’inizio, la manifestazione coincideva con la festa patronale della Madonna dei Lumi. Le due giornate festive furono integrate con le iniziative del premio che prevedevano, oltre alla pronunciazione della giuria nazionale e alla proclamazione del vincitore, l’incontro tra gli autobiografi finalisti e i loro lettori pievesi. L’Archivio divenne occasione per dedicarsi al teatro attraverso percorsi alternativi e, dal 1990, la cerimonia del premio fu impreziosita da spettacoli all’aperto. La loro riuscita non impedì il fiorire di polemiche e tensioni, in virtù del fatto che i finalisti, vistisi “messi in scena”, non nascosero la loro irritazione, condivisa dalla giuria nazionale che si sentiva garante dell’intimità degli autobiografi. In cinque anni si giunse alla crisi che comportò lo scioglimento della giuria e la sospensione dello spettacolo durante la premiazione. Anni dopo il teatro tornò con spettacoli realizzati da una compagnia professionista. Oggi il Premio Pieve è divenuto una sorta di happening dell’autobiografia che comincia dal venerdì pomeriggio e comprende l’esposizione dei manoscritti pervenuti durante l’anno, alcuni laboratori d’informazione autobiografica, la presentazione dei libri in concorso pubblicati nell’anno in corso, la presentazione della rivista Primapersona , l’incontro tra lettori della commissione e i finalisti, la riunione della giuria, l’incontro tra lettori e la “lista d’onore”, picnic folkloristico e la manifestazione finale della domenica pomeriggio. Ogni interlocuzione con ricercatori, operatori culturali, rappresentanti di altri archivi, politici, giornalisti o scrittori, si configura come esperienza di cui far tesoro e da elaborare per integrarla nel palinsesto delle attività dell’Archivio. L’attività editoriale è divenuta esemplare, affiancandosi a quella archivistica praticata a Pieve, che prevede l’organizzazione del premio e la raccolta di testi come momenti indissociabili. L’ufficio stampa è costantemente attivo per promuovere le pubblicazioni dell’Archivio. La rivista Primapersona è venduta alla Feltrinelli e stampata dal Forum Editrice di Udine. La rivista fu concepita da Tutino, alcuni responsabili dell’Archivio e dall’allora comitato scientifico. Quest’ultimo, costituito nel 1995, ha riunito specialisti dell’autobiografia che hanno introdotto e confermato Pieve come luogo di ricerca universitaria, facendovi confluire studenti e ricercatori e organizzando convegni nel 1999 e 2003. Nel teatro, il gruppo primigenio di appassionati è divenuto nel 1992 una compagnia amatoriale, Antiche Prigioni Teatro , dalla quale è nata nel
È l’Archivio che parla, che spiega che per Pieve rappresenta ciò che la Madonna del Parto è per Monterchi. L’istituzione diaristica ha modificato gli equilibri territoriali della provincia d’Arezzo, grazie ad un sottile gioco di andirivieni tra locale e globale. Mio feudo addio. Il riscatto di Alberobello Cos’erano i trulli prima di divenire abitazioni? Non si sa, ogni tentativo di datazione è vano. Geografi, architetti, linguisti, etnologi, storici ed archeologi li hanno studiati e alla fine limitati a descrivere. Malgrado la loro lunga storia, appaiono nei documenti dal XVIII secolo, quando due eruditi viaggiatori intrapresero le strade della Puglia. A Jean-Claude Richard de Saint-Non i trulli evocavano l’immagine di antiche tombe che definisce “rifugi selvaggi che assomigliano a capanne dei Tartari”; per Giuseppe Maria Galanti si tratta di “capanne costruite a secco”; Matilde Perrino le qualifica come “tuguri”; Henry Swinburne osserva l’uso quotidiano, ironizzando sull’interpretazione di un altro viaggiatore che credeva fossero mausolei. Dal XVIII secolo si passa a fine XIX, quando si moltiplicano gli articoli e i saggi che li presentano come “misteriose costruzioni preistoriche”. La questione acquisì ampiezza internazionale con lo storico Emile Berteaux. Il trullo è per lui la casa tipica di una civiltà anteriore a greci e romani, che prosperava nel Mediterraneo in epoca preistorica. Le analogie con le specchie pugliesi, i nuraghe e le garritas e talayots delle Baleari non lascia dubbi: si tratta di una civiltà che nelle sue migrazioni nella zona del Mediterraneo, ha sviluppato una strategia di difesa erigendo, lungo le coste, degli avamposti, le specchie, e che ha elaborato delle tecniche di fabbricazione fondate sull’utilizzo della pietra, anche per le abitazioni. La datazoine è impossibile. Rinforza la dimensione mitica del discorso sui trulli, già percepita dagli scrittori rapiti dalla visione di queste abitazioni, e contribuisce al suo radicamento in campo scientifico e letterario. I trulli sono, per Berteaux, una costruzione che, per il suo alto grado di adattabilità e per le sue potenzialità di rifunzionalizzazione, trascende le epoche, sopravvivendo e perpetuandosi in quanto idealmente “autoctona”. Interludio Alberobello nel 1999 è passata da 9.000 a 19.000 abitanti. Solo un numero ristretto vive nei trulli, destinati al mercato turistico o trasformati in negozi e musei. Solo due quartieri costruiti “a trullo” sono rimasti intatti, Rione Monti e l’Aja Piccola, ma nonostante ciò è “capitale dei trulli”. I turisti non prendono in considerazione quelli che punteggiano le campagne circostanti. Dal ’77 è stato istituito il “Comprensorio dei trulli e delle grotte” che annovera 50.000 trulli. Il Comprensorio è stato creato per “difendere, accrescere, valorizzare la zona dei trulli” attraverso lo sviluppo del turismo. Aderiscono diverse cittadine, ma sol Alberobello ne ha fatto simbolo e risorsa principale. Gran parte degli abitanti non vive più nei trulli, perché poco pratici per risiedervi, a meno che non si abbia la possibilità di investire per convertire la costruzione in abitazione dotata di tutti i comforts della vita moderna. Cosa rappresenta il trullo per gli autoctoni? Apre un discorso che collega il XXI secolo al XVIII, a sua volta preceduto dalla “notte dei tempi”. Dopo qualche giorno ad Alberobello ci si accorge che gran parte del “fenomeno trulli” la loro percezione e valorizzazione sono fondate su una ricca letteratura integrata dal discorso locale. I trulli vivono si della loro immagine, ma anche grazie agli scritti che hanno generato. Una favola storica per un paese da fiaba Alberobello di notte è lo scenario ideale per le storie di fate, con le sue case che sembrano miniature, e la sua storia che sembra una fiaba. L’opera di Contento entra nella scia dei grandi storici di Alberobello, introducendo però una novità: la semplicità, la freschezza e la concezione della storia come narrazione. Tre elementi cruciali nella storiografia di Alberobello: forza della tradizione degli storici locali, importanza della storia orale come risorsa della storia scritta e la predominanza della logica narrativa nei racconti storici. Districando i 208 titoli che compongono la bibliografia su Alberobello, si giunge a un corpus rilevante di scritti storici che rimandano a un orizzonte di riferimenti, citazioni e discussioni. La città annovera molti storici. Tutti venerano un antenato comune, Pietro Gioia, originario di Noci. Fu il solo che, dal 1839, iniziò a far luce sulle origini. A lui si attinge per ottenere le informazioni sul periodo più misterioso e indecifrabile che all’epoca era un feudo, un avamposto, un’appendice di Noci, allora dominata da un signore scaltro e spietato, Gian Girolamo II d’Aragona, conte di Conversano. All’inizio del XVII secolo la foresta di Noci fu occupata dal conte che voleva disboscarla per coltivarne il terreno. A questo scopo fece erigere “caselle” che dovevano ospitare gli uomini impegnati nel dissodamento, mentre nel 1636 sorsero un forno, un mulino, una macelleria e una salumeria per la gente del luogo. Il XVII secolo è il periodo di riferimento per gli storici locali, che colorano con tinte fosche dell’asservimento e della negazione dell’identità una storia ricca più d’aneddoti che di fonti documentari. I loro resoconti favolosi culminano nell’evento decisivo del maggio 1797: re Ferdinando IV di Borbone, in occasione delle nozze di suo figlio Francesco, si reca in Puglia, percorrendola in ogni angolo; sette uomini di Alberobello, stanchi del loro stato di asservimento, denunciano
il loro caso al re, che li riceve personalmente, rendendo la città, per decreto regio, città autonoma. Indipendenza conquistata a colpi di lettere, suppliche e ricorsi che denunciavano gli abusi degli Acquaviva. Successivamente al riconoscimento dell’autonomia, fu costruita la prima casa a un piano a malta: è la Casa d’Amore, tutt’ora visibile e visitabile. I trulli erano il simbolo della servitù feudale, mentre le abitazioni con malta divennero emblema di libertà. Cambiare casa sembrava la via per entrare nella modernità. Questa è l’interpretazione degli storici. Prima del 1797 e dei due secoli precedenti c’era il vuoto. Notarnicola, nel 1983, è il solo che tenta di dimostrare l’esistenza di un abitato neolitico nell’area, ma non ebbe riscontri. Se il trullo rappresenta il polo della condizione arcaica da obliterare, Alberobello è il polo della modernità. Nel 1897, malgrado le difficoltà e la mancanza di terre, il paese celebra il passaggio dalla selva alla città. Tuttavia, accade qualcosa di inaspettato: illustri viaggiatori ed eminenti studiosi si interessano dei quartieri popolari e dei servi. Dal tugurio al monumento, dal monumento al sito Nella corsa alla modernità, le autorità di Alberobello contribuirono all’abbandono dei trulli. Tali politiche andavano controcorrente dato che i trulli iniziavano ad attirare l’attenzione di viaggiatori. La prima legge italiana per la salvaguardia monumentale “di monumenti, beni mobili e immobili di valore antico o d’arte” risale al 1902; nel 1909 una seconda legge estende la salvaguardia “ai beni mobili e immobili con interesse storico e artistico”. Dal 1910 il Rione Monti diviene monumento nazionale. Nel 1911, nella prima Esposizione d’etnografia italiana, tra le costruzioni trovò posto un trullo, sebbene menzionato come costruzione bizzarra. La politica fascista vi intravede un potenziale oggetto da valorizzare, nella misura in cui tentava di recuperare una lontana e gloriosa storia nazionale, esaltando le opere del passato e il principio di autoctonia anche attraverso l’architettura contadina e vernacola. In Puglia il programma fascista si concentrò su monumenti quali Castel Del Monte e la cattedrale di San Nicola di Bari, ma non ignorò forme popolari. Nel 1922 venne assegnato un valore “paesaggistico” al Rione Monti e nominato un ispettore preposto alla sorveglianza dell’integrità dei trulli. Nel 1923 furono dichiarati monumenti nazionali la Casa d’Amore e il Trullo Sovrano, riconoscimento dato nel 1930 anche al quartiere Aja Piccola. Attorno a questi quartieri si impose uno “stile trullo” per ogni costruzione. Giuseppe Notarnicola fu il cronista della metamorfosi. Pubblicò, nel 1940, I trulli di Alberobello, dalla preistoria al presente. In quanto membro del partito fascista fu l’ispettore onorario della Soprintendenza di Bari. Molti personaggi illustri, come D’Annunzio, andarono a visitare la città. È il periodo in cui inizia la vocazione turistica. Nei primi trent’anni del ‘900 beneficiò dei fondi necessari alla valorizzazione e l’affrancamento dal sottosviluppo e la certificazione come “monumento nazionale”, premessa della futura “messa in patrimonio”. Lo storico Mariano Marraffa sposò la causa dei trulli, dedicandosi per anni alla sua celebrazione attraverso la ricostruzione della sua storia e delle leggende. Per far vivere ai turisti l’emozione di abitare un trullo, l’amministrazione comunale sostenne nel 1958 la costruzione di un villaggio turistico a trullo, un insieme di abitazioni “miste” con giardino e i comforts moderni, con tanto di ristorante, bar, sala lettura e biblioteca. Fu elemento determinante per lo sviluppo turistico della cittadina. Rifatto a nuovo con tecniche immutabili, il trullo trasporta nella modernità i suoi interni arcaici in cui il turista può sperimentare un’immersione fisica nel passato. I turisti ad Alberobello e il mistero dell’Aja Piccola Con lo sviluppo turistico i due quartieri si sono distinti in maniera spontanea. Il quartiere eminentemente turistico è il Rione Monti: buona parte dei trulli sono stati restaurati, talvolta modernizzati, rifunzionalizzati come negozi. Tra gli oggetti in vendita prodotti dell’artigianato industriale e “locale”; numerosi i bar e i ristoranti nel quartiere. L’Aja Piccola, lì vicino, resta estranea da questo processo. Nessuna legge ha vietato l’apertura di negozi o ristoranti o imposto lo status quo. L’Aja Piccola è ostile a ogni forma di sfruttamento dei trulli, qui adibiti solo ad abitazioni. Chi percorre le sue vie strette e tortuose, pressoché deserte, è oggetto di sguardi diffidenti. I commercianti del Rione Monti sono malvisti perché “si sono venduti per tre soldi” e la loro impudenza provoca vergogna e rancore. Inoltre, ben pochi sono veri abitanti dei trulli: sono partiti e al loro ritorno hanno investito sui trulli. L’Aja Piccola è un altro mondo: l’età media è molto altra, molti non sono proprietari, e quelli che comprano (raramente nativi del luogo) ristrutturano per affittarli per le vacanze. Gli abitanti dichiarano che vi sia un divieto di aprire esercizi commerciali (cosa non vera), poi che manchino le carte necessarie per le autorizzazioni. Da tempo si discute sul futuro dell’Aja Piccola, se debba rimanere così oppure no. I discorsi contrappongono coloro che guardano alle immediate ricadute commerciali date dal turismo ai sostenitori di un “turismo di qualità” con politiche di ampio respiro. Per un assessore l’iscrizione alla Lista del patrimonio mondiale rappresenta l’ingresso nel turismo d’alto livello. Non si verrebbe ad Alberobello per vedere i trulli ma un sito UNESCO, bisogna quindi preservare il paesaggio urbano dagli abusi del turismo di massa. I puristi dei trulli
vivere il patrimonio incarnato dalle sue abitazioni. Fu l’efficacia delle retoriche utilizzate che legittimarono istante che altrove verrebbero bollate come prive di realismo e minoritarie. Ottenuto il riconoscimento, questo diviene il pretesto per le controversie locali: tutte le parti invocano l’UNESCO per promuovere le loro iniziative. Gabriele D’Annunzio e il teatro della scrittura Gli archivi del Vittoriale conservano le 1200 lettere inviate da D’Annunzio al suo architetto Giancarlo Maroni durante la costruzione. Corrispondenza strana ed enigmatica se si considera che i due vivevano a pochi metri di distanza. Mostra la sua angoscia al pensiero della morte e il suo desiderio estremo di lasciare delle tracce. Vivendo anche tre o quattro giorni chiuso nelle sue camere, il poeta comunicava solo per iscritto col resto delm ondo, inclusa la compagna Luisa Baccara, la governante Aélis e l’architetto. Spesso la sua scrittura è tanto prolifica quanto menzognera. Prospettive falsate che, in parte, sono corrette da altri scritti. Molto densa la rete delle scritture contraddittorie che hanno contraddistinto e protetto l’esistenza del poeta. Bisognerebbe leggere e decifrare tutto il corpus, impresa ancora impossibile. Follie da esteta e compromessi politici A Gardone, vera e propria cittadella, vi è un complesso insieme che, oltre gli appartamenti di D’Annunzio (la Prioria), comprende il Casseretto (dove visse l’architetto), l’ala di Schifamondo con l’auditorium e il museo, i casermoni degli archivi, la Villa Mirabella (per gli ospiti importanti), il mausoleo, l’anfiteatro, le casette della servitù, un capannone per il motoscafo MAS, la prua di una nave incastrata nella roccia a strapiombo sul lago, i giardini privati, l’Arengo (luogo di riunione con i soldati), la Valletta dell’acqua savia e la Valletta dell’acqua pazza con il Lago delle danze, la Torre Darsena; tutto in nove ettari di collina sul lago. In principio, doveva essere solo una residenza dove il poeta poteva riposare dalle imprese belliche e completare il Notturno. Prima dell’avventura di Fiume aveva avuto una breve carriera parlamentare tra i nazionalisti favorevoli alla partecipazione dell’Italia al conflitto, attirando abbastanza consenso per essere considerato, dopo la guerra, un rivale per Mussolini. Amareggiato da Fiume, ma conscio di poter contare sul sostegno popolare, giunge nel 1921 sulle rive del Garda, dove vuole mettersi al riparo. La modesta villa che affitta, dal 1910 era di proprietà del critico d’arte tedesco Heinrich Thode marito di Daniela Senta von Bulow, nuora di Wagner. Quest’ascendenza l’affascina, la casa custodisce reliquie prestigiose, come gli spartiti di Wagner. Dopo un mese, decide di acquistarla ed iniziare la ristrutturazione. Già nel 1898 aveva affittato una villa a Settignano, presso Firenze, appartenuta alla famiglia Capponi. Abitazione del XV secolo che rilevò ammobiliata ma che decise di svuotare per adeguarla al suo gusto e impreziosirla con rimaneggiamenti considerevoli. Tale villa, stimata 25.000 lire all’arrivo di D’Annunzio, ne valeva 300.000 quando la vendette dieci anni dopo. I lavori aggravarono la sua situazione debitoria. Vi conduceva una vita da “signore del Rinascimento”, circondato da cani, cavalli e bei mobili. Tentò di ripetere la cosa in Aquitania, ad Arcachon. Robert De Montesquiou gli fece conoscere la Parigi letteraria e mondana. Il soggiorno lo fece radicare nella cultura francese. La villeggiatura si prolungò al punto da divenire esilio, finendo per stabilirsi a fine 1913, affidando due superbi appartamenti ammobiliati. Tuttavia, dall’estate 1910 aveva impresso il suo marchio sulla villa Sain Dominique au Moulleau, la quale valeva 40.000 franchi e ne spese 600.000. La villa finì sequestrata prima che lo stato non si decidesse a pagare i debiti dell’ospite spendaccione. L’ardore guerriero lo riportò in Italia nel 1915. Interventista, guida un movimento di opinione per entrare in guerra. Si arruola per divenire poeta-soldato, eroe nazionale. Le sue imprese militari, spesso contestate, i suoi discorsi alle truppe, l’occupazione di Fiume, fecero di lui l’uomo stanco e perplesso che entrava a Thode, sul lago, nel
governo i fondi per fare del Vittoriale la sbalorditiva dimora dell’artista. Negoziò la pubblicazione delle opere complete e Mussolini si fece carico della creazione di un’istituzione votata a tal compito. Nel 26 venne fondato l’Istituto nazionale per le edizioni di tutte le sue opere: prevedeva la pubblicazione di 44 volumi, ma ne uscirono 49 e un’edizione popolare. L’iniziativa portò grandi somme al poeta. Invecchiato, consapevole di non potersi opporre al fasciamo, demoralizzato per la sterilità creativa, si lanciò nel progetto della dimora. Il Vittoriale come opera Dal 23 si avvalse della collaborazione di Giancarlo Maroni per trasformare la villa. Gli appartamenti furono ingranditi, ammobiliati con cura dei dettagli e un eccesso tipici degli scrittori del XIX secolo. Acquisto progressivamente terreni attorno alla casa per allargare il giardino e installargli elementi scenografici (nave, teatro, mausoleo etc). Tutto lo spazio viene ridisegnato per imprimere il suo marchio. Gli esterni, imponenti, massicci, talvolta evocanti lo stile fascista, si sovraccaricano quanto gli interni. Il processo di costruzione proseguirà oltre la morte dello scrittore. Tutta la sua opera è scandita dalla ripresa dei classici, talvolta anche di autori stranieri o minori, e dalla rielaborazione, al punto che fu accusato di plagio. Produzione disseminata di parole prese in presto e di cui pretendeva di essere inventore etc. Ricopiando, è convinto di produrre un’opera originale, in quanto è la sua aura ad investire la parola, la frase, l’idea che sceglie di riprendere. Il Vittoriale è stato realizzato con la stessa logica, adottando la stessa postura creatrice. Ciascuna facciata, ogni angolo, tutti gli oggetti sono il risultato di elementi esistenti. La scelta è stata preceduta da un lungo lavoro di documentazione: la facciata degli appartamenti s’ispira al palazzo del podestà di Arezzo, le aquile di pietra sulle colonne del giardino alla Villa d’Este di Tivoli, lo scrittoio è la riproduzione di un affresco di Massaccio, etc. Il Comandante affida al testo scritto tutti i gesti e i sentimenti che accompagnano l’esperienza di creazione dell’opera architettonica. “Il Libro Segreto”, uscito nel 35, è una raccolta di memorie e riflessioni in cui si fatica a riconoscere una “messa in scrittura” del luogo e delle intenzioni, perfino dei pensieri reconditi dell’autore. D’Annunzio descrive la visita di un ammiratore, usandola come pretesto per proiettare sulla pagina alcune stanze della residenza ed evocare le sensazioni ottiche e tattili che prova nel processo, in cui interviene personalmente al fianco degli operai ed artigiani, di costruzione della sua opera monumentale. È un gioco di rimandi per cui il luogo è concepito come libro e il libro descrive il luogo e le fasi della realizzazione. Bellezza senza fine Nella Prioria i passi non risuonano sui tappeti, la luce non offusca gli occhi. Questa sensazione di calma è costantemente interrotta dalla moltitudine di oggetti che s’impongono allo sguardo. Formano una sorta di vortice statico che perseguita il visitatore in ogni stanza e nei corridoi. Gli interni evocano la “fisicità” dei movimenti del pensiero, che naviga tra i ricordi e i desideri, tra un passato trascorso e un presente concreto, tra sogni di un altrove e le fughe nell’aldilà. Questa moltitudine di cose che spuntano dalla penombra fa vacillare più la nostra collocazione nello spazio che il nostro sguardo: non si riesce a contare gli oggetti e nemmeno distinguerli; è l’insieme a fare sensazione. Il luogo è pensato per far vibrare lo spirito, non per pacificarlo. Il Vittoriale è l’apoteosi dell’interno decadente, della sua concezione globale, della sua ossessione del dettaglio e per il dettaglio. L’eccentricità non ha confini e la bellezza è priva di sostegno, potenzialmente infinita. Tuttavia, ha incarnato anche un modello opposto: del poeta-soldato, del “vate”, del depositario dello spirito nazionale. Anche questa si ritrova nel Vittoriale, negli esterni, ai quali si presta meno attenzione perché giardini e costruzioni non favoriscono una visione d’insieme. Il Vittoriale è concepito per accogliere gruppi nutriti, folle: le vie convergono verso la Prioria, ma, al tempo stesso, si irradiano per condurre il visitatore fino agli emblemi della storia recente della patria, di cui D’Annunzio, eroe, continua ad essere incarnazione. La collina è disseminata di segni che legano D’Annunzio alla storia della patria, e gli oggetti presenti concorrono a sancire il suo ruolo pubblico. I giardini sono teatro della memoria. Dono e contro-dono. Il gesto patrimoniale Gli scritti dedicati al Vittoriale, pochi rispetto al resto delle opere, fanno spesso riferimento al momento all’atto notarile attraverso cui il Comandante ha donato allo Stato italiano la villa. Un gesto patrimoniale esemplare, poiché il poeta comprese che la continuità della sua opera sarebbe dipesa dalla capacità di costituirla come patrimonio legato allo Stato, che si sarebbe dovuto assumere l’obbligo di salvaguardia. Il primo colpo di genio fu ottenere dallo Stato i fondi necessari ai lavori: più lo Stato investiva, più avrebbe avuto interesse a prendersi cura della villa. Mussolini non comprese subito in quale spirale era stato trascinato, preso com’era dal confinarlo lì dentro. D’Annunzio l’aveva capito e si fece pagare lautamente il suo esilio, istituendo un legame organico tra Vittoriale e Stato. Nel 23 deposita il primo atto di donazione, perfezionato nel 30. La pubblicazione ufficiale su carta non basta. All’entrata della cittadella, incisa sul muro, si legge “Io ho ciò che ho donato”, divenuta motto del Vittoriale e del poeta. Nel 25 diventa monumento nazionale e nel 37 una Fondazione amministrata da un consiglio e da un presidente nominato dal
la collaborazione nei lavori di ripulitura. Punti di distribuzione d’equipaggiamento furono istituiti qua e là, in una specie di ordinato disordine. Variabile la durata dell’impegno dei volontari: se alcuni lavorarono per due mesi, altri per un solo giorno. Alcuni, spiegano, che il loro liceo organizzò un autobus ma furono coinvolti per una sola giornata, mentre altri dicono che la parrocchia li portò lì per un mese di seguito se c’era disponibilità di posti. La partecipazione e durata erano, dunque, legate anche a questioni logistiche. Flessibile anche la destinazione dei volontari: alcuni passarono due mesi nello stesso luogo, altri “errarono” per la città, come in cerca di avventure. Chi veniva da lontano si ritrovava spesso nella sala d’attesa della Biblioteca Nazionale, veniva vaccinato per il tifo e poi aggregato alla catena umana che faceva riemergere i preziosi manoscritti da depositi e sotterranei della biblioteca. Chi giungeva dalla provincia di Firenze, Prato, Pistoia, racconta, con una certa delusione, di aver svuotato le cantine, d’aver passato giornate intere a recuperare le merci di piccole fabbriche alle porte della città. In altri termini, furono riconosciuti come salvatori di Firenze non tanto coloro che preservarono l’economia cittadina o che salvarono vite umane, quanto chi difese il patrimonio culturale e artistico. Furono salvate delle vite anche nei giorni successivi all’inondazione, quando i prodotti frigoriferi di abitazioni e negozi, oltre alle carcasse animali e il liquame che usciva dalle fogne, dovettero essere eliminati con urgenza per scongiurare epidemie. Ci fu una categorizzazione del valore del gesto rapportato al valore patrimoniale dell’oggetto salvato. Anche le periferie e paesi nei dintorni subirono perdite ingenti in seguito all’inondazione. Anche qui gli angeli si adoperarono per strappare al fango oggetti di ogni sorta, o per coadiuvare nella distribuzione degli aiuti, ma quasi mai si trova menzionato sulla stampa e nei discorsi della gente, tanto che le testimonianze non sono molte. Il processo di attribuzione di significato alla catastrofe quasi oblitera il vissuto personale nelle zone periferiche, per trasferirsi nel terreno della comunanza con Firenze. Slittamenti e divari Nelle testimonianze c’è una sorta di doppia consapevolezza dell’impegno che si andava ad affrontare: i primi che partirono non sapevano cosa andassero a fare, non avevano coscienza di dare avvio a un movimento ampio, dalla valenza simbolica. Chi si mobilitò dopo, al contrario, partiva per andare a un raduno. Col passare dei giorni, s’imposero due priorità: la salvaguardia del patrimonio, con precedenza su tutte le altre esigenze materiali e portata avanti quasi solo da giovani, e la tutela del libro, che cristallizza tutte le declinazioni dell’emozione patrimoniale. Furono soprattutto gli studenti ad incarnare la figura degli angeli del fango. Molti militari, anche giovani, hanno lavorato con entusiasmo, restando però esclusi dall’attenzione dei media e dalle commemorazioni successive. Talvolta l’amarezza per questa indifferenza diviene ironia nelle loro testimonianze. Per gli studenti, invece, quell’esperienza diviene momento d’esaltazione: alla fortuna di partecipare ad una delle più importanti operazioni di salvataggio nella storia dell’umanità, si aggiungeva la consapevolezza di un gesto che affermava un’appartenenza. A primeggiare era l’emozione patrimoniale, almeno all’inizio, perché poi la priorità sembrò cambiare. Se all’inizio si partiva per andare a salvare un patrimonio, dopo alcune settimane ci si mobilitava perché bisognava “esserci”, perché “salvare quel patrimonio” era un gesto obbligato. Mobilitazione dei simboli e linguaggio delle emozioni Dalla madre della studentessa di Bologna che, al ritorno di sua figlia, vuole ad ogni costo ripulire gli stivali per “avere l’impressione d’essere stata anche lei a Firenze”, a chi conserva ancora il suo giubbotto macchiato di fango, chi tiene in un cassetto un pezzo di fango preso all’epoca come souvenir. Per pagarsi il viaggio per una festa universitaria a Padova, un gruppo di studenti fiorentini vendette ai colleghi padovani dei sacchetti contenenti il “fango di Firenze”. Il fango del 66 è simbolo e segno d’appartenenza. La visita di Ted Kennedy e la fondazione del CRIA diedero grande risonanza mediatica alla catastrofe: cronache dell’inondazione e dell’arrivo degli angeli del fango trovavano risalto sui giornali occidentali come quelli australiani e giapponesi. Ogni volta, l’accento cadeva sul patrimonio in pericolo e sui giovani che lo stavano salvando; per questo a Firenze si riversarono quasi 12.000 ragazzi tra studenti e giovani lavoratori. Sull’evento s’impresse il sigillo della catastrofe naturale da affrontare con la forza della solidarietà. Vennero messi in secondo piano tutti i discorsi relativi alle possibili responsabilità umane. Nei luoghi di potere si fece largamente ricorso al linguaggio delle emozioni per occultare il fatto che con molta probabilità, il disastro avrebbe potuto essere evitato. Era risaputo, infatti, che i lavori per mettere in sicurezza il fiume erano stati interrotti. Nel discorso comune questo aspetto non appare minimamente. C’è uno scopo specifico in questa manipolazione delle emozioni? Difficile accettarlo, certo è che la stampa italiana ha messo in evidenza il rischio delle perdite, ha celebrato gli angeli del fango e il circuito di solidarietà che ha portato a Firenze denaro e aiuti. Il cinema documentaristico ha giocato il suo ruolo nella fissazione di una certa retorica. Dai primi giorni, e per qualche settimana, l’inondazione di Firenze è raccontata e concepita attraverso i simboli del patrimonio e del fango, della solidarietà e del sentimento di perdita. Proprio quest’ultimo diviene il
motore di una prassi sociale che permette, di volta in volta, di occultare le responsabilità, di riaffermare il valore di un patrimonio universale, di delineare i contorni di un movimento immenso. Il discorso o della catastrofe come opportunità Lo stato d’emergenza rivela agli occhi del mondo intero il valore fondamentale di questo tipo di mobilitazioni, ma anche le condizioni in cui gli uomini arrivano a dare il meglio di se stessi. Un patrimonio dell’umanità minacciato spinge ad adoperarsi per “salvare il possibile”. Un duplice discorso: quello relativo al patrimonio, dai contorni chiari e definiti; e quello che si riferisce agli aiuti, in cui si mette in evidenza come un evento catastrofico spinga l’uomo a superare se stesso nelle circostanze eccezionali. La catastrofe si rivelerebbe una sinistra opportunità, una cartina tornasole che permette di svelare la vera natura degli uomini e l’importanza dei tesori, spesso opacizzati dalla patina d’ordinarietà della vita quotidiana, che li circondano. Dare senso a un evento catastrofico comporta la costruzione di retoriche efficaci e il ricorso a registri pertinenti. Si sottolineano la “dimensione umana” della catastrofe, la capacità dell’evento devastatore di “fare comunità”. Si giunge al paradosso di ricordare con nostalgia i momenti della mobilitazione, che mostrò il volto migliore dei fiorentini e rivelò al mondo la potenza dell’idealismo di tutta una generazione. La violenza della natura e la reazione ad essa formarono due poli di un discorso che utilizza le emozioni per obliterare ogni responsabilità umana e fondare la bellezza del patrimonio minacciato con l’azione di salvaguardia. La memoria dell’evento e della mobilitazione Il discorso è nato con l’evento stesso, ma è stato affinato e radicato con il tempo. L’inondazione si fa emblema e permane ancora in quei luoghi: targhe che segnano il livello raggiunto, affreschi recano i segni del fango e del gasolio. Nella Biblioteca Nazionale ci si può sentir dire “assente perché inondato”. Lo scopo è quello di testimoniare che il libro “c’era” prima dell’inondazione. Il sentimento di perdita si fa atto memoriale. La memoria dell’evento passa soprattutto attraverso il ricordo della mobilitazione: nelle parole dei protagonisti sembra possibile isolare dei topoi narrativi che vanno da “Firenze patrimonio dell’Umanità” al colore della città in quei giorni, fino all’odore del fango misto a materiali decomposti. Il grosso del discorso verte sulla natura dell’esperienza: solidarietà, entusiasmo, emozione nel frequentare ragazzi di ogni angolo del pianeta. Anche se i primi stranieri ad accorrere erano già a Firenze, nei giorni successivi si assistette a un grande afflusso. La memoria segue un doppio binario: della collettività e dell’istituzione. Il fenomeno di rievocazione collettiva vive di momenti associativi cadenzati dalle ricorrenze: nell’occasione dei trent’anni dall’inondazione si sono succedute manifestazioni commemorative che hanno portato alla costituzione di un’associazione il cui scopo era di preparare la grande festa degli angeli del fango, che si doveva tenere nel quarantesimo anniversario. I preparativi coinvolsero la Regione e la Provincia. Il grande raduno degli angeli sarà poi celebrato ogni anno con una giornata europea del volontariato. Fu anche occasione per rinnovare alcune richieste già sottoposte allo stato, come l’erogazione di fondi per la messa in sicurezza dell’Arno e la possibilità di rendere autonoma la Biblioteca Nazionale che poteva così cercare da sola i finanziamenti per il restauro. La commemorazione serviva quindi per celebrare la solidarietà di quel periodo e per rendere il tutto emblematico e simbolizzato e idealizzare progetti per il futuro. Il motore delle iniziative è stata la ricostruzione della memoria degli angeli attraverso una specie di censimento partita su internet e che, tramite un sito, invitava i ragazzi del 66 a manifestarsi, a testimoniare e partecipare al raduno. Operazione che coinvolgeva 17000 ragazzi compresi quelli dell’esercito. Le iniziative legate alla “celebrazione” sono numerose. Innumerevoli i libri, gli articoli, opuscoli e pagine internet dell’evento. Per molti ex-giovani la mobilitazione di Firenze fu preludio al maggio 68: quel movimento aveva la stessa volontà di agire sul mondo, rendere i giovani soggetto collettivo, universalmente riconosciuto e portatore d’ideali. In realtà, tra le testimonianze rilasciate all’Associazione e quelle individuali c’è uno scarto: ciò che si provava nel 66 era la premessa dell’atmosfera del 68. Chi attribuisce alla mobilitazione fiorentina le pulsioni ribelli del 68 lo fa tramite lettura ex post. Le testimonianze private mostrano che il 66 fu un movimento studentesco. Fu la prima mobilitazione di massa ad assumere dimensione europea e internazionale. Il “trattamento culturale” dell’evento e della memoria dell’emozione patrimoniale ha fatto degli angeli un gruppo che ha beneficiato di riconoscimento successivo. Un’opera di memoria cultura che ha definito un segmento identitario di una generazione intera.