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Il senso Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger della storia.docx
Tipologia: Appunti
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Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger
▪ patrimonializzazione in cui le rievocazioni si collocano. L’ingrediente cruciale della rievocazione storica è la messa in scena di eventi o la ricostruzione della vita quotidiana di epoche passate, attraverso performance teatrali di massa che implicano l’uso di costumi e di altri elementi di cultura materiale attribuiti a un’epoca particolare. NB: Rievocazione =/= ricostruzione!
che viene patrimonializzato e dal fatto che esso sia legittimato o consacrato dai saperi esperti. In conseguenza, nell’ottica di una storia delle forme di uso del passato, le rievocazioni appartengono evidentemente alla fase dell’indebolimento del ruolo memoriale dello stato e delle istituzioni, quando si diffonde la produzione diffusa e molecolare della memoria. I gruppi della società civile che ne sono promotori e protagonisti operano in un contesto che è essenzialmente ludico, legato all’ambito esperienziale. I rievocatori giocano, ma sono consapevoli di farlo ed esercitano ironia su se stessi e sul loro esercizio di richiamo del passato (per esempio, si autodefiniscono “uomini in calzamaglia”). Rispetto alle ‘serie’ celebrazioni commemorative, il rapporto col tempo è opposto:
origina dalla traumatca scissione del regno precoloniale di Apollonia in due entità politico-militari autonome:
▪ Però → la registrazione per il voto produsse lo scontro tra: • Chi continuava a negare le proprie origini etniche, rifiutando di registrarsi,
in una narrazione positivista e primitiveggiante! 4.4 Il ruolo dell’archeologia tra casi di repatriation e comunità indigene Parallelamente alla museografia nativa, su un piano istituzionale la riappropriazione del passato ha seguito anche i binari accademici, come testimoniano nuovi settori disciplinari riguardanti la storia e l’archeologia indigena. - Comparsa negli anni Settanta di: o Storia Sami o Preistoria Sami o Archeologia Sami Come terminologia rifletteva un nuovo spazio di riconoscimento e di interesse sui Sami nel panorama della ricerca, fino ad allora non incline a includerli nei suddetti ambiti disciplinari. - Nascita di università nell’estremo settentrione della Scandinavia, protagoniste di due azioni pienamente in linea con il clima di contestazione e ripensamento che fermentava in quegli anni: o Da una parte attaccarono i toni imparziali e distaccati coi quali certe terminologie come “Storia Norvegese” o “La storia del nostro popolo” erano state accompagnate, svelando la complicità che questi assunti avevano nel veicolare un implicito nazionalismo e un preciso assetto di potere; o Dall’altra promossero con vigore la ricerca storica, archeologica e antropologica nella regione nord, contribuendo al coinvolgimento di numerosi studenti Sami e a stabilire un nuovo corso in questi ambiti disciplinari. - Per i Sami, e più in generale per tanti altri popoli indigeni, il connubio tra cultura/potere fu sin da subito caratteristica fondante ed esigenza da porre in risalto nella storia e nell’archeologia native → archeologi indigeni mostrarono come certe rappresentazioni del passato contribuissero alla costruzione di particolari identità, facendo luce su come alcune avessero dominato altre nelle specifiche relazioni di potere tra i gruppi. o Studiosi attivamente coinvolti nei processi di riappropriazione di elementi identitari, tramite la scrittura di un nuovo corso storico e la ripresa di controllo sugli oggetti della cultura materiale di cui erano stati depredati. Negli ultimi anni, uno dei terreni + controversi in cui archeologia e musei si sono trovati a scontrarsi o a collaborare con le comunità indigene riguarda i casi di restituzione di beni materiali o immateriali.
▪ Non ne fu conservata alcuna traccia! Questo accadeva perché i missionari della LMS veicolavano un immaginario profondamente negativo i questa umanità depravata: barbara, dispotica e indolente, che poteva essere redenta sia attraverso l’evangelizzazione, sia con l’introduzione delle piantagioni di cotone, canna da zucchero e caffè, con l’insediamento di coloni europei. → cominciarono, con l’introduzione di nuovi templi e codici, le espropriazioni delle terre e l’introduzione delle monoculture. - La conquista definitiva dell’isola da parte della Società avvenne nel 1897: o Declino irreversibile della dinastia Pomare e degli ari’i (=capi), o Dipendenza politica, o Trionfo dell’assimilazione culturale. Questo perché il potere coloniale attaccò i fondamenti della struttura politica tradizionale: - Controllo della terra → introduzione nuove regole in materia fondiaria; - Eredità dei titoli → elezione dei capi di distretto. Il processo fu proseguito da Parigi, che introdusse la proprietà provata colpendo il sistema della indivisione (=propensione a rivendicare le terre collettivamente, non secondo i dettami della proprietà privata). - I ma’ohi finirono con l’essere spesso spossessati quindi: o delle proprie terre, o della propria memoria genealogica, o dell’unità di lignaggio. Lo stato si sostituiva agli antenati e desacralizzava il rapporto tra ma’ohi e la loro terra. Se da un lato a lungo si è parlato e trattato dei danni che il contatto con gli europei aveva provocato in loco, recentemente diversi studiosi hanno provato a far uscire dall’ombra l’altra parte della storia, mettendo al centro fenomeni di interazione e coesistenza tra de differenti universi culturali e rileggendo la perdita della memoria non solo come violenza subita, ma come scelta consapevole. - Baré (1987) in particolare ha dimostrato come il cristianesimo sia stato assimilato e insieme manipolato dai ma’ohi, che aderirono al nuovo credo nella misura in cui si adeguava bene alle loro esigenze e categorie concettuali. D’altro canto, è anche vero che i cambiamenti 22 - Culturali, - Politici, - Economici, furono possibili solo grazie a un’amnesia collettiva che divenne dovere di stato. I ma’ohi ricorsero a strategie del silenzio e del nascondere per trarre vantaggio dai fenomeni di modernizzazione che li riguardavano. - Oblio non da leggere in termini di perdita totale → diventa pratica sociale creativa: processo condiviso di amputazione parziale della memoria messo in atto tramite o il rifiuto di alcuni simboli e costumi del passato, o la conservazione degli stessi tramite il ricorso al tapu sulla parola, sulle genealogie, sui luoghi degli antenati. Porre l’attenzione su questa strutturale e ricorrente capacità della cultura locale di adattarsi ed elaborare costantemente nuove forme di tradizioni permette anche di svelare il parziale fallimento delle politiche francesi nel trasformare il rapporto tra ma’ohi e la terra.
rivalorizzazione della cultura ma’ohi esplosa negli anni Settanta a Tahiti, costruita attorno alla necessità di ristabilire e rimettere in scena un rapporto autentico con gli antenati. Privati della propria religione, dei propri capi, dei propri saperi, delle proprie terre e assoggettati al giogo coloniale francese, i “senza memoria” di Sehanno patrimonializzato il passato perduto in un vasto movimento di rivendicazione identitaria impegnato a ottenere l’indipendenza dalla Francia. - Questo movimento di riappropriazione è stato favorito da una congiuntura di eventi: o 1963: ▪ Installazione del Centro di sperimentazione nucleare del Pacifico (C.E.P.) portò alla costruzione a Tahiti del primo aeroporto della Polinesia Francese; ▪ Uscita di Gli ammutinati del Bounty, con Marlon Brando. Questo portò un’ondata di turismo che, anziché decretare il crollo definitivo della società nativa, portò al grande rilancio delle tradizioni e dell’identità ma’ohi. - Per disinnescare le rivendicazioni politiche di questo “rinascimento” ma’ohi, la Francia incentivò l’istituzionalizzazione e la folklorizzazione delle nuove pratiche tradizionali con la realizzazione di enti culturali e di iniziative pubbliche per la salvaguardia/spettacolarizzazione turistica della cultura polinesiana, mostrandone contemporaneamente la complementarità con la civiltà francese. o In questa tensione tra: ▪ Spinte indipendentiste ma’ohi, ▪ Logiche assimilazioniste francesi, si sono innestate le divisioni e contraddizioni presenti nella società tahitiana contemporanea corrispondenti anche a diversi modi di relazionarsi al potere neocoloniale. ▪ Da una parte ci sarebbero la collaborazione, la ricerca dell’autonomia e la spinta a valorizzare gli aspetti comuni; • Qui il richiamo alla tradizione porta si muove nel riconoscimento istituzionale della legittimità della cultura indigena. ▪ Dall’altra la resistenza, la lotta per l’indipendenza e l’irrigidimento delle appartenenze. 25 tradizioni tahitiane, che ha messo spesso in scena nelle ricostruzioni sui marae (concedendosi vistose licenze artistiche). Si dichiara veggente e stregone tahitiano, ma è cresciuto alle Hawaii e viene da molti definito come imprenditore norvegese/americano, quintessenza dello showman polinesiano.
le tesi di Archambault fu un etnologo svizzero, Fritz Sarasin, che nel 1911 soggiornò per quasi un anno sull’arcipelago → secondo lui non era necessario l’intervento di un popolo civilizzato per spiegare l’origine delle sculture. L’idea della rassomiglianza artistica tra i segni su roccia e l’arte kanak venne poi ripresa da Georges- Henri-Luquet. Le tesi degli etnologi, però, rimasero una goccia nel deserto: le teorie razziste volte a delegittimare l’autoctonia kanak ebbero ruolo decisivo nell’oblio volontario della memoria di questi pétroglyphes in un momento storico preciso. La crescita delle spinte indipendentiste degli anni Settanta e Ottanta, impegnate nella riaffermazione della cultura e della storia kanak, misero in discussione la legittimità coloniale e inaugurarono un processo di riscrittura del passato che sovvertì il discorso storico dominante. - Se da un lato le battaglie politiche furono incentrate prevalentemente sulla rivendicazione delle terre appartenenti a precise famiglie rintracciate dalle genealogie,
▪ In questa prospettiva: • Rivolgimento ai vecchi edifici penitenziari, valorizzando il passato non-kanak come parte integrante del patrimonio archeologico del paese; • Aumento degli scavi archeologici per scartare l’idea dell’esistenza di una civiltà pre-melanesiana. Le ricerche degli ultimi vent’anni sono domiate da un discorso unitario, fortemente politicizzato e legato alla figura di Christophe Sand → archeologo caldoche originario di Nouméa che dirige il Dipartimento di Archeologia → studi strettamente legati agli obiettivi politici del Paese e incentrati sulla costruzione di una ‘preistoria condivisa’. - Sand propone la creazione di un “mito fondatore” in grado di unire kanak e caldoche. o Il suo lavoro però fatica a diffondersi al di fuori dell’ambito accademico → questo sicuramente per una diffidenza storica nei confronti di una disciplina per anni egemone d’un discorso anti-autoctonia, ma anche per la persistenza di una reticenza di fondo delle politiche indipendentiste ad affrontare il proprio passato pre-coloniale. 30 NB: questo passato non è dichiarato irrimediabilmente perduto semplicemente perché gli strumenti razionali dell’antropologia non permettono di recuperarlo, ma anche perché per il popolo kanak rielaborare quel sapere significa resuscitare un conflitto e mettere in discussione il concetto di “età d’oro” precedente all’arrivo degli europei → per questo, gli unici a poter rimettere in discussione il passato sono attori marginali, lontani non solo dal mondo accademico, ma anche dal potere tradizionale e da quell’élite locale da anni impegnata nella costruzione di una storia ufficiale. - Dominique e François hanno contrapposto all’oblio volontario un’azione originale e creativa capace di costruire una memoria che lega questi disegni su roccia all’attuale contesto storico- politico del Paese! [ci sono le conclusioni, ma non aggiungono niente di particolare al capitolo]
Paolo Orsi, che col suo operato si fece promotore di un movimento culturale avvalsosi di tanti altri intellettuali meridionali/meridionalisti. o Intento: riscattare la coscienza storica e culturale della regione + depressa del Regno. → archeologia: paladina di questo processo. - In Calabria, Orsi porta alla luce le vestigia di antiche e celebri città della Magna Grecia. Per uno come Giuranna la scoperta di Orsi rappresenta uno smacco al prestigio di Umbriatico, ma allo stesso tempo è un’esperienza dalla quale imparare. - Tra 1948 e 1949, i lavori di ristrutturazione della cattedrale di Umbriatico fanno affiorare due reperti destinati a scatenare un acceso dibattito: o Un’iscrizione in greco bizantino, che commemora la costruzione di un tempio (probabilmente VII-VIII a.C.); o Un mattone bollato in greco databile al II sec. a.C., recante i nomi di una coppia di magistrati appartenuti alla vicina città di Petelia, oggi Strongoli. - Tranne Giuranna, tutti gli archeologi concordano nel leggere la presenza di questi elementi in opere + tarde come esempi di riusi di materiale di spoliazione → il mattone dei magistrati sarebbe stato prelevato dalle rovine di Petelia romana e portato a Umbriatico per la costruzione della chiesa in epoca bizantina. o Per Giuranna invece il mattone è traccia da mettere in corrispondenza con Stefano di Bisanzio, unico autore antico a citare il toponimo Bristacia. → non si cura che il geografo bizantino scrisse circa mille anni dopo l’epoca della presunta vita della città → prende le mosse da qui per ricostruire la storia magnogreca di Umbriatico. ▪ Per lui l’origine magnogreca di Umbriatico sarebbe confermata anche dal particolare toponimo del rione Milò, che porterebbe con se il ricordo del leggendario Milone di Crotone, autentico recordman dei giochi olimpici antichi con 7 vittorie nella lotta nonché condottiero dell’esercito crotoniate. Sancita l’origine magnogreca di Birstacia, Giuranna volge la sua opera d ricostruzione ai ruderi del monte Tigano → ritrovamento della necropoli sulle pendici di Tigano che viene connesso al leggendario tesoro incantato che sarebbe stato celato in una grotta del medesimo monte.