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Il senso Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger della storia.docx, Appunti di Antropologia

Il senso Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger della storia.docx

Tipologia: Appunti

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Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger
0. Premessa Cercare il senso della storia è una delle attività centrali dello
spirito umano: ogni comunità seleziona tappe dei propri trascorsi per
legittimare la propria identità attuale e proiettarsi nel futuro. Come se fosse
ontologicamente insopportabile/inammissibile ammettere che la nostra storia
(e quindi vita) non abbia senso. Gli stessi storici riconoscono la necessità di
dare un senso alla storia: il discorso storico ufficiale e professionale ha difficoltà
a padroneggiare il proliferare di discorsi storici legati all’affermarsi di un “uso
pubblico della storia”, connesso all’esigenza di memorie dal basso ( vedi:
archivi autobiografici) che si sono imposte nell’ultimo trentennio. Il rapporto
della società occidentale con il tempo è mutato sul finire del XX secolo
(=cambiamento del regime di storicità): emerse le testimonianze della Shoah,
si è imposto il dovere della memoria che a sua volta ha condotto a un discorso
sul passato e a una riscrittura della storia da parte di “trasmettitori
autolegittimati”. In questo quadro variegato, l’autrice sceglie di concentrarsi su
uno specifico tipo di patrimonio: appunto, la storia.
0.1 Usi e disusi L’autrice riflette sulle ricadute sociali della pratica archeologica
attraverso un aneddoto sul campo allestito a Torremaggiore la scoperta di
tracce del passato da un terreno che abitualmente era considerato sede d’una
storia lontana e vaga ha portato i giovani a riflettere sul passato del proprio
paese, usualmente considerato privo di prestigio. Si sapeva che a
Torremaggiore era morto Federico II di Svevia, ma senza una traccia reale
dell’evento quest’ultimo restava avvolto in una nebbia che ne faceva quasi una
leggenda. o Lo scavo archeologico, riportando in superficie quel passato, l’ha
reso concreto e ha trasformato la leggenda in storia i giovani sono diventati
“storici” dando vita al “Corteo storico di Federico II e Fiorentino” + iniziative
che in pochi decenni hanno cambiato la percezione/l’uso della storia a
Torremaggiore.
▪ Possiamo constatare l’effetto che la pratica archeologica – che ha il potere di
“dare le prove” del passato ha prodotto sulla comunità locale, fin allora
convinta d’essere sprovvista di trascorsi da esibire e su cui fondare pretese
identitarie. Da quest’esperienza è nato il seminario “Patrimonializzare la
storia”, durante il quale sono state presentate e discusse numerose ricerche
che si ponevano la stessa domanda in contesti tra loro diversi e in campi molto
disparati in quali casi e con quali modalità alcune collettività locali
partecipano a questo generale processo di valorizzazione del passato,
trasformando in patrimonio non un oggetto, un bene immateriale, ma il
proprio passato (o meglio, la propria storia)? 0.2 Saperi diffusi e
patrimonializzazione (presenta brevemente i saggi). 2 Sezione 1 – Usi e disusi
1. Usi del passato e democratizzazione della memoria: il caso delle rievocazioni
storiche Fabio Dei 1.1 Rievocare il passato Le rievocazioni storiche sono un
tipo di evento pubblico festivo che ha avuto grande sviluppo e diffusione negli
ultimi decenni, in tutta Europa. In particolare, in Italia le rievocazioni hanno
impattato su un preesistente e ricco tessuto di feste storiche municipali ed
eventi folklorici non solo affiancandosi ad essi, ma anche sostituendoli o
innestandosi al loro interno. o In questo saggio, Fabio Dei si concentra sul
contesto di
▪ forme di uso del passato,
▪ memora culturale,
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Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger

  1. Premessa Cercare il senso della storia è una delle attività centrali dello spirito umano: ogni comunità seleziona tappe dei propri trascorsi per legittimare la propria identità attuale e proiettarsi nel futuro. Come se fosse ontologicamente insopportabile/inammissibile ammettere che la nostra storia (e quindi vita) non abbia senso. Gli stessi storici riconoscono la necessità di dare un senso alla storia: il discorso storico ufficiale e professionale ha difficoltà a padroneggiare il proliferare di discorsi storici legati all’affermarsi di un “uso pubblico della storia”, connesso all’esigenza di memorie dal basso (→ vedi: archivi autobiografici) che si sono imposte nell’ultimo trentennio. Il rapporto della società occidentale con il tempo è mutato sul finire del XX secolo (=cambiamento del regime di storicità): emerse le testimonianze della Shoah, si è imposto il dovere della memoria che a sua volta ha condotto a un discorso sul passato e a una riscrittura della storia da parte di “trasmettitori autolegittimati”. In questo quadro variegato, l’autrice sceglie di concentrarsi su uno specifico tipo di patrimonio: appunto, la storia. 0.1 Usi e disusi L’autrice riflette sulle ricadute sociali della pratica archeologica attraverso un aneddoto sul campo allestito a Torremaggiore → la scoperta di tracce del passato da un terreno che abitualmente era considerato sede d’una storia lontana e vaga ha portato i giovani a riflettere sul passato del proprio paese, usualmente considerato privo di prestigio. • Si sapeva che a Torremaggiore era morto Federico II di Svevia, ma senza una traccia reale dell’evento quest’ultimo restava avvolto in una nebbia che ne faceva quasi una leggenda. o Lo scavo archeologico, riportando in superficie quel passato, l’ha reso concreto e ha trasformato la leggenda in storia → i giovani sono diventati “storici” dando vita al “Corteo storico di Federico II e Fiorentino” + iniziative che in pochi decenni hanno cambiato la percezione/l’uso della storia a Torremaggiore. ▪ Possiamo constatare l’effetto che la pratica archeologica – che ha il potere di “dare le prove” del passato – ha prodotto sulla comunità locale, fin allora convinta d’essere sprovvista di trascorsi da esibire e su cui fondare pretese identitarie. Da quest’esperienza è nato il seminario “Patrimonializzare la storia”, durante il quale sono state presentate e discusse numerose ricerche che si ponevano la stessa domanda in contesti tra loro diversi e in campi molto disparati → in quali casi e con quali modalità alcune collettività locali partecipano a questo generale processo di valorizzazione del passato, trasformando in patrimonio non un oggetto, né un bene immateriale, ma il proprio passato (o meglio, la propria storia)? 0.2 Saperi diffusi e patrimonializzazione (presenta brevemente i saggi). 2 Sezione 1 – Usi e disusi
  2. Usi del passato e democratizzazione della memoria: il caso delle rievocazioni storiche – Fabio Dei 1.1 Rievocare il passato Le rievocazioni storiche sono un tipo di evento pubblico festivo che ha avuto grande sviluppo e diffusione negli ultimi decenni, in tutta Europa. • In particolare, in Italia le rievocazioni hanno impattato su un preesistente e ricco tessuto di feste storiche municipali ed eventi folklorici → non solo affiancandosi ad essi, ma anche sostituendoli o innestandosi al loro interno. o In questo saggio, Fabio Dei si concentra sul contesto di ▪ forme di uso del passato, ▪ memora culturale,

▪ patrimonializzazione in cui le rievocazioni si collocano. L’ingrediente cruciale della rievocazione storica è la messa in scena di eventi o la ricostruzione della vita quotidiana di epoche passate, attraverso performance teatrali di massa che implicano l’uso di costumi e di altri elementi di cultura materiale attribuiti a un’epoca particolare. NB: Rievocazione =/= ricostruzione!

  • Rievocazione: si riferisce a un evento preciso → es.: una battaglia. o Implica un elemento di messa in scena narrativa e funzionale, punta sulla spettacolarità delle scenografie e dei costumi, preoccupandosi relativamente poco della “fedeltà” dei dettagli. • Ricostruzione: mira a mettere in scena ambienti e situazioni della vita quotidiana → es.: mercati, ambienti domestici, botteghe artigiane. o Tenta di conseguire il massimo di fedeltà filologica, sulla base delle fonti scritte e iconografiche disponibili, e disdegna la spettacolarità a favore del rigore metodologico (→ uso di consulenze scientifiche). NB2: ci sono anche due diverse tradizioni o genealogie che si combinano nelle attuali rievocazioni: • Feste storiche → inventate nel Novecento, spesso creazioni del fascismo che le promuoveva come strumenti di comunicazione di massa e nell’ottica di un’idea interclassista di “identità popolare”. Anche nel dopoguerra, nel quadro dell’egemonia dei partiti di sinistra, le feste continuano a prosperare e a godere di ampio seguito popolare. o Tratti comuni delle feste storiche sono: ▪ Divisione della città in contrade o rioni, ▪ Disputa di un palio o gara di destrezza di altro tipo, ▪ Sfilate in abiti storici, ▪ Presenza di sbandieratori e tamburini, ▪ Partecipazione di massa. o Es.: il palio di Siena.
  • Reenactment → rievocazioni di battaglie (come quelle della Guerra Civile negli USA o di quelle napoleoniche in Europa) → qui non sono coinvolte le comunità locali, ma ampi gruppi di appassionati interessati a esperienze di immersione in forme di vita del passato. o L’accento è posto: ▪ sulla fedeltà nella ricostruzione della cultura materiale, ▪ sull’autenticità delle esperienze esistenziali perciò → bandito uso delle moderne tecnologie: l’obiettivo è rivivere le emozioni soggettive legate al freddo, alla fame, fino alla paura e alla violenza della battaglia. Queste 2 tradizioni si sono fuse nella realtà italiana e toscana contemporanea, dando vita a un continuum di eventi rievocativi nei quali entrambe le componenti sono presenti in maggiore e minor misura. 5 legame labile e temporaneo, tenuta insieme non dal piano economico ma da legami affettivi che col divorzio possono venire meno, più ha bisogno di costruire culturalmente la sua unità e la sua continuità temporale. o Questo sostegno culturale è consentito dall’amplissima disponibilità di beni cerimoniali accessibili a basso costo sul mercato → la “galleria degli antenati” non richiede ampi costi, specie con l’invenzione della fotografia. Ogni famiglia può farsene una: la differenza di ceto si manifesta nella diversa qualità dei supporti materiali e delle modalità espositiva delle immagini. • Enormi potenzialità della rete e dei social network → FB, IG → smaterializzano le rappresentazioni fotografiche e costruiscono mappe di relazioni sociali centrate più decisamente sui singoli individui. La famiglia è il livello + basilare di questo diffuso processo di produzione di memoria culturale. Tra gli estremi: • Della famiglia, da un lato, • Delle istituzioni, dall’altro, c’è il mondo della società civile, dell’associazionismo,

che viene patrimonializzato e dal fatto che esso sia legittimato o consacrato dai saperi esperti. In conseguenza, nell’ottica di una storia delle forme di uso del passato, le rievocazioni appartengono evidentemente alla fase dell’indebolimento del ruolo memoriale dello stato e delle istituzioni, quando si diffonde la produzione diffusa e molecolare della memoria. I gruppi della società civile che ne sono promotori e protagonisti operano in un contesto che è essenzialmente ludico, legato all’ambito esperienziale. I rievocatori giocano, ma sono consapevoli di farlo ed esercitano ironia su se stessi e sul loro esercizio di richiamo del passato (per esempio, si autodefiniscono “uomini in calzamaglia”). Rispetto alle ‘serie’ celebrazioni commemorative, il rapporto col tempo è opposto:

  • Commemorazione → rimanda a eventi drammatici e intende annullare il passaggio del tempo presentificando l’avvenimento, riaffermando il nostro rapporto con esso.
  • Rievocazione → non vuole presentificare! Al contrario, è possibile solo nella misura in ci quel passato è lontano e separato da noi. Ciò consente di rappresentarlo secondo modalità ludiche che non implicano partecipazione morale. o Quindi gioco, ma gioco profondo in senso Geertziano → un gioco nel quale si trovano riflessi e manipolati i valori e la struttura dei rapporti sociali di una comunità. ▪ Osserviamo desiderio di affermazione identitaria, di una certa esclusività, ma anche possibilità di integrazione per gli immigrati e quindi strumento di apertura. • Diciamo quindi che si esprime un desiderio di località, di intimità culturale, di appartenenza a una rete protetta di relazioni. 7 2. Usi e disusi della storia. Il ruolo politico del passato nel regno del Buganda
  • Marco Sottilotta 2.1 Introduzione Prima di cominciare, Sottilotta esplicita due questioni. I masiro sono stati definiti spesso come “tombe” regali del regno del Buganda. ‘Tombe’ però è una definizione scorretta → tomba deriva infatti dal latino tumba, mutuato dal greco tymbos, tumulo → il riferimento alla pratica della tumulazione è inadatto però a descrivere le attività svolte in epoca precoloniale nei masiro. Per questo Sottilotta decide di utilizzare il termine masiro, di per sé intraducibile. • Termine masiro qui utilizzato non solo per i luoghi e le attività funebri in essi praticati, ma anche per la loro intera funzione nella società. Poi Sottilotta si sofferma sul concetto di “storia” → parlare di storia in relazione a una larga parte del continente africano vuol dire confrontarsi con un passato non scritto fino alla metà del secolo XIX, visto che fino a quel momento la mancanza di contatto con la scrittura aveva reso impossibile la produzione di documenti.
  • Sia lettura storica che antropologica hanno cercato di ovviare al problema ricorrendo alle tradizioni orali, attribuendo ad esse vari gradi di attendibilità. Scopo del saggio è interrogarsi sul ruolo dei masiro nei processi di riarticolazione del passato nella società ganda e sul motivo per cui questi stessi luoghi possono essere considerati non solo fonti storiche vere e proprie, ma anche siti in cui la storia può essere patrimonializzata o, al contrario, del tutto ignorata. Le attività svolte presso i masiro rientrano infatti in ciò che Anna Iuso definisce uso sociale della storia, ovvero quelle dinamiche che, considerando il passato come ‘incerto e da definire’, costituiscono narrazioni efficaci in grado di legittimare un presente in trasformazione nei suoi assetti sociali.
  • In particolare, Sottilotta vuole illustrare il modo in cui diverse finalità politiche abbiano determinato, nel Buganda, usi o disusi della storia. 2.2 Luoghi di memoria Le Tombe di Kasubi sono l’unico sito culturale ugandese inserito dall’Unesco nella Lista dei Patrimoni dell’umanità e rappresentano oggi uno dei principali monumenti del paese. Tuttavia, l’edificio principale è stato distrutto da un incendio nel 2010 e si trova ancora oggi in fase di restauro. La visita alle Tombe di Kasubi permette di apprezzare la struttura architettonica in fieri → l’edificio principale, contenente le reliquie dei sovrani, che prende il nome di Muzibu-Azaala-Mpanga, si trova all’interno di un ampio cortile che ospita altre costruzioni più piccole. • L’interno del tempio è diviso in due parti da una tenda di stoffa di corteccia, che traccia il diametro della pianta circolare.
  • Tramite l’ingresso si accede all’area detta mbuga.
  • Verso il centro si trova il mwaliro, che rappresenta il trono del sovrano (kabaka) corredato di lance, scudi, tamburi e pelli di animali.
  • Al di là della tenda si trova la “foresta” (kibira), spazio inaccessibile ai visitatori in cui lo spirito del kabaka vaga in libertà. o In epoca precoloniale, la “foresta” dei masiro era il luogo in cui si conservava la mascella inferiore del sovrano, la cui asportazione rappresentava l’ultimo atto di un lungo apparato rituale funebre riservato ai kabaka. Conservare la mascella consentiva di mantenere il contatto coi sovrani defunti, per mezzo dello spirito che “abitava” il masiro.
  • La costruzione di questi luoghi seguiva un modello preciso, tramite il quale era riproposta la tipica struttura delle residenze dei sovrani. Infatti, in epoca precoloniale, ogni componente della corte del kabaka si trasferiva con lui nel masiro appena istituito → i 10 ▪ La famiglia reale segue queste stesse regole, tranne quella della patrilineearità → i diretti discendenti dei kabaka mantengono i totem delle loro madri, che appartengono a diversi clan. Questo significava che diversi eredi al trono appartenevano ad altrettanto diversi clan, essendo alto il numero di mogli, in modo che questi stessi clan ottenessero una via alla regalità. • Era un sistema che permetteva ai clan di mantenere un controllo indiretto sul regno. • Inoltre, ricordiamo che il monarca non era davvero un sovrano assoluto, ma condivideva il potere in qualche misura con i clan. Alla morte di un sovrano, la sua mascella e il suo spirito venivano conservati nel masiro amministrato dalla sorella, la nnalynnya, appartenente allo stesso clan che il kabaka aveva ereditato dalla madre → una volta deceduta, una sua discendente ne avrebbe assunto l mandato. • Erano i clan quindi a controllare questi luoghi e tramandare i racconti sulla vita del sovrano! Erano i gruppi di discendenza a “creare” e tramandare la storia del Buganda. o Ma qual era l’uso sociale che ne facevano? In che modo la storia del regno poteva rappresentare una forma di resistenza politica al potere sempre + centralizzato del kabaka? ▪ I masiro offrivano la possibilità di connettersi col passato → la loro forma e coloro che li abitavano resuscitavano la corte del kabaka che lì veniva celebrato, mentre il medium stabiliva un contatto diretto col suo spirito. ▪ Per i kabaka in carica, lo spirito dei loro predecessori rappresentava fonte di saggezza politica e di consigli: era pratica comune che i sovrani si recassero presso i masiro e partecipassero ai rituali che permettevano loro di comunicare con lo spirito dei loro avi. • Probabilmente i consigli veicolati dai medium erano

origina dalla traumatca scissione del regno precoloniale di Apollonia in due entità politico-militari autonome:

  • Eastern Apollonia, - Western Apollonia. Antesignani degli attuali:
  • Eastern Nzema Traditional Area, - Western Nzema Traditional Area. Questo evento (accaduto nella seconda metà del XIX sec.) fu innescato dall’ingerenza negli equilibri politici locali della potenza militare inglese. Il momento culminante della strategia di intevento inglese nell’area fu la deposizione dell’ultimo sovrano di Apollonia, Kaku Aka (che rifiutava di accettare gli accordi con gli inglesi), per mezzo di un’aggressiva campagna militare sostenuta col decisivo appoggio di popolazioni locali alleate. Questo provocò la caduta del regno unitario e la successiva fondazione di 2 entità politiche autonome. - Nel transito dalla prima alla seconda forma di organizzazione politico-territoriale, si consumò anche un avvicendamento dinastico che comportò la sostituzione dell’antica matrilinea reale Nvavile
  • di cui Kaku Aka sarebbe stato l’ultimo esponente – con le due matrilinee ntweafoɔ, che attualmente siedono sul trono di Eastern e Western Nzema. o Il quadro è reso intricato dalla memoria di una guerra civile che insanguinò i due regni tra 1868 e 1871, allorquando il capo che sedeva sul seggio di Atuabo (città) rivendicò a sé la primazia sui territori di tutta Apollonia, compresa la porzione occidentale. → Tale scontro non ripristinò l’unità politica originaria, ma consolidò piuttosto la frattura. Ricapitolando quindi nel XIX secolo l’antico regno di Apollonia era collassato sotto i colpi:
  • Della politica espansionista inglese, - Di una guerra fratricida (che aveva annichilito le velleità antimperialiste di Kaku Aka). Con ciò, gli inglesi poterono formalizzare la loro influenza lungo l’intera linea costiera e concentrare gli sforzi nel consolidamento delle posizioni in vaste aree dell’interno → proclamazione della Colonia della Gold Coast (1874). 3.2 Fonti e processi di history-making La prima importante testimonianza relativa a quella che è localmente conosciuta come “Grande lite” per il seggio dello Nzema unitario tra Nvavile e Ntweafoɔ può essere rintracciata nell’articolata relazione stilata nel 1914 dal funzionario coloniale Francis Crowther e che aveva come oggetto l’assetto del potere consuetudinario nell’area → negando la possibilità che ramo dell’antica famiglia reale nvavile siano sopravvissuti alla caduta del regno di Kaku Aka, Crowther sembra accreditare l’ipotesi che l’arrivo al potere delle matrilinee ntweafoɔ - che tuttora occupano i seggi di Beyin e Atuabo
  • sia del tutto legittima. - I sedicenti successori in linea dinastica di Kaku Aka
  • stanziati ad Atuabo e nel villaggio di Awiaso
  • non si sono però dati per vinti e hanno cominciato a intessere la trama giudiziaria della lite. o Dagli anni ’20 del Novecento si sono susseguite una serie di petizioni con cui gli Nvavile hanno chiesto che venisse riconosciuta la seniorità della loro matrilinea e, conseguentemente, fosse ripristinato l’ordine politico originario. ▪ Per dimostrare l’approfondita conoscenza del loro passato ancestrale e, quindi, legittimare la rivendicazione un diritto originario sulla terra del regno, gli estensori di tali petizioni adottarono una strategia retorica fondata su due pilastri portanti: • L’accreditamento della fondazione politica del regno di Apollonia a un antenato di nome Amihere Kpantinli,
  • La qualificazione del potere assunto dagli Ntweafoɔ come una reggenza (quindi per sua natura transitoria). Però → queste petizioni non ebbero successo.
    • Quindi → altri procedimenti nei decenni successivi, con giudizi e ricorsi che non arrivò mai a mettere davvero in discussione il potere dei capi di Eastern e Western Nzema. Un decisivo cambio di registro fu impresso alla lite solo nel 2006, quando gli Nvavile inviarono una nuova petizione alla competente Regional House of Chiefs → essa individuava l’oggetto del contendere non nel riconoscimento preventivo del diritto al seggio unitario, quanto nella certificazione di una restaurazione di fatto già avvenuta! - Infatti → il documento chiedeva infatti ‘iscrizione nel registro nazionale dei capi tradizionali del nome di Kaku Aka II, intronizzato per acclamazione ad Awiaso solo pochi mesi prima quale re di tutto lo Nzema. o In questo documento, l’ipotesi della reggenza affidata dagli inglesi agli antenati dei paramount chief ntweafoɔ lascia il passo a un’invettiva più aspra → assetto del potere tradizionale nell’area qualificato come esito di una meschina impostura deliberatamente perpetrata in spregio alle regole consuetudinarie. ▪ La restaurazione del potere nvavile è retoricamente presentata come soluzione in grado di riportare ordine politico locale nell’alveo della tradizione. I paramount chief ntweafoɔ risposero a questo attacco perseguendo la sistematica decostruzione delle asserzioni degli Nvavile → gli elementi portanti di questa strategia retorica si trovano in un corposo documento redatto nel 2007 da Annor Adjaye III, paramount chief del Western Nzema, e Blay VIII, al tempo suo omologo nell’area orientale. - Screditarono la figura storica di Kaku Aka, sottolineandone malvagità e arroganza sovrumane,
    • Misero in dubbio la sua origine dando conto di tradizioni orali che lo vorrebbero terminale di una matrilinea spuria non nzema, emigrata in tempi antichi dalla più orientale area ahanta.
  1. “Rendere visibile il passato”: riappropriazione della storia e neosciamanesimo tra i Sami norvegesi – Giacomo Nerici 4.1 Introduzione Questo saggio affronta alcuni processi che contraddistinguono il contesto politico e culturale dell’estremo nord della Scandinavia, concentrandosi sul caso dei Sami norvegesi in un contesto di riscatto identitario e valorizzazione del passato come popolo indigeno. Dopo una fase di violenta assimilazione, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento le rivendicazioni native si sono espresse - Politicamente → contestando la marginalità della propria condizione e il carattere omologante dell’assistenzialismo statale,
  • Culturalmente → risemantizzando caratteri, simboli ed elementi della tradizione. Questo movimento dal basso si è progressivamente strutturato nel quadro istituzionale, mettendo in discussione
  • il carattere stereotipato di certe rappresentazioni, - la fondatezza di assunti e categorie con cui i musei e le discipline come la storia e l’archeologia si sono riservate il compito di parlare in nome di chi non aveva diritto di prendere la parola. Questo ha permesso ai Sami di esprimersi con la propria voce, realizzando musei nativi e dando vita a una Storia Sami e ad una Archeologia Sami.

▪ Però → la registrazione per il voto produsse lo scontro tra: • Chi continuava a negare le proprie origini etniche, rifiutando di registrarsi,

  • Chi riteneva tale presupposto un imprescindibile caposaldo per lo sviluppo di un organo elettivo e rappresentativo per tutti. Queste vicende portarono all’iscrizione dei Sami entro specifiche realtà istituzionali.
  • Conseguenza: avvio patrimonializzazione della cultura nativa → riscoperta e valorizzazione di simboli, tradizioni, repertori condivisi. Nel mondo dei musei: “mettere in mostra” la cultura Sami Negli ultimi decenni i popoli indigeni si sono resi protagonisti di una accesa contestazione delle poetiche e delle politiche con cui i musei nazionali hanno veicolato certi assunti e rappresentato la loro cultura attraverso gli oggetti.
  • Le domande dei nativi di accrescere la loro voce su come mettere in mostra le proprie espressioni culturali è andata ridefinendo i rapporti tra le comunità indigene e i musei, riformulando il ruolo di questi ultimi. In Scandinavia, a partire dagli anni Settanta le rivendicazioni Sami hanno messo per la prima volta in risalto simili problematiche in seno alla museografia nazionale, scagliandosi contro le modalità di rappresentazione sul loro conto fin allora perpetrate. - La narrazione dominante era stata sin dall’Ottocento esclusivo appannaggio dello stato-nazione → circoscritta e imprigionata in una selezionata gamma di immaginari e repertori materiali. L’elemento etnico rimase a lungo trascurato. - La preoccupazione di salvare ciò che pareva destinato a una rapida scomparsa portò a una narrazione priva di temporalità → incastonata in un eterno presente. o Sami relegati all’esotismo, invisibili. Il discorso egemonico dello stato nazione cominciò a incrinarsi solo negli anni Sessanta-Settanta. Sulla scia delle lotte politiche e identitarie, nuova linfa fu apportata con la nascita dei primi musei indigeni. - Riflettevano il desiderio dei Sami di prendere possesso della propria cultura, riscrivendone la storia e gestendone il patrimonio. o 1983: il Nordic Sami Council si riunì stabilendo i criteri volti a sancire lo status ufficialmente riconosciuto di “museo Sami”. Si prevedeva che: ▪ Tutte le amministrazioni e il lavoro professionale dovessero essere gestiti da Sami; ▪ La cultura e il popolo Sami dovessero essere i temi portanti; ▪ La politica museale dovesse rispettare le tradizioni Sami studiate da un punto di vista Sami; ▪ Le sedi museali dovevano essere localizzate entro la “Sapmi”. o 1972: “Sami Collection” di Karasjok come prima esperienza museale indigena in Norvegia, a cui seguirono altre. Queste forme di auto-rappresentazione museale sono testimoni di un processo di riappropriazione dei repertori materiali ed elementi identitari più significativi con cui i Sami sono stati a lungo rappresentati. L’intento dei musei Sami non sembra solo quello di proporre nuove pratiche espositive, ma anche di veicolare un insieme di rivendicazioni politiche: - Da una parte si continuano a sottolineare elementi di coesione caratterizzanti dell’identità, come l’allevamento di renne, divenuti icone nell’immaginario collettivo grazia anche a o Media, o Turismo, o Cultura di massa; - Dall’altra questi stessi repertori giocano un ruolo diverso alla luce dei diritti ottenuti e degli odierni terreni di scontro con lo stato, rappresentando un’alternativa sociale, politica, ambientale entro e contro i confini nazionali. → la connotazione simbolica e politica di cui si caricano i repertori in mosca non suggerisce più subalternità dei musei precedenti, in cui i Sami erano incastrati

in una narrazione positivista e primitiveggiante! 4.4 Il ruolo dell’archeologia tra casi di repatriation e comunità indigene Parallelamente alla museografia nativa, su un piano istituzionale la riappropriazione del passato ha seguito anche i binari accademici, come testimoniano nuovi settori disciplinari riguardanti la storia e l’archeologia indigena. - Comparsa negli anni Settanta di: o Storia Sami o Preistoria Sami o Archeologia Sami Come terminologia rifletteva un nuovo spazio di riconoscimento e di interesse sui Sami nel panorama della ricerca, fino ad allora non incline a includerli nei suddetti ambiti disciplinari. - Nascita di università nell’estremo settentrione della Scandinavia, protagoniste di due azioni pienamente in linea con il clima di contestazione e ripensamento che fermentava in quegli anni: o Da una parte attaccarono i toni imparziali e distaccati coi quali certe terminologie come “Storia Norvegese” o “La storia del nostro popolo” erano state accompagnate, svelando la complicità che questi assunti avevano nel veicolare un implicito nazionalismo e un preciso assetto di potere; o Dall’altra promossero con vigore la ricerca storica, archeologica e antropologica nella regione nord, contribuendo al coinvolgimento di numerosi studenti Sami e a stabilire un nuovo corso in questi ambiti disciplinari. - Per i Sami, e più in generale per tanti altri popoli indigeni, il connubio tra cultura/potere fu sin da subito caratteristica fondante ed esigenza da porre in risalto nella storia e nell’archeologia native → archeologi indigeni mostrarono come certe rappresentazioni del passato contribuissero alla costruzione di particolari identità, facendo luce su come alcune avessero dominato altre nelle specifiche relazioni di potere tra i gruppi. o Studiosi attivamente coinvolti nei processi di riappropriazione di elementi identitari, tramite la scrittura di un nuovo corso storico e la ripresa di controllo sugli oggetti della cultura materiale di cui erano stati depredati. Negli ultimi anni, uno dei terreni + controversi in cui archeologia e musei si sono trovati a scontrarsi o a collaborare con le comunità indigene riguarda i casi di restituzione di beni materiali o immateriali.

  • Le richieste Sami per diritti in merito al controllo/gestione del proprio patrimonio culturale si sono intrecciate con quelle di altri popoli, muovendosi nel panorama delle Nazioni Unite. o Proprio le libertà universaliste dei diritti umani e gli strumenti di tutela del patrimonio hanno fatto da sfondo alle richieste indigene legate alla repatriation e alla reazione di resistenza opposta loro da alcuni musei o istituti cultuali non indigeni. Sezione 2 – Saperi diffusi
  1. La storia messa in scena in Polinesia Francese – Matteo Aria Parlando dei mondi polinesiani e melanesiani, diversi studiosi hanno analizzato quei processi in cui gli elementi interni preesistenti si sono connessi e articolati con le istituzioni politiche coloniali o moderne attraverso trasformazioni sincretiche e risignificazioni selettive.
  • In questo quadro, tra gli antropologi è emersa la necessità di indagare l’esistenza di fattori strutturali vincolanti per le articolazioni culturali, come o la memoria condivisa, o i tessuti connettivi della vita sociale, o i legami con la terra e gli antenati. Le isole della Società della Polinesia francese
  • a lungo innalzate a simbolo della violenta perdita delle tradizioni a causa dell’impatto fatale con gli europei – sono un esempio significativo di queste dinamiche. Permettono quindi di riflettere - sulla peculiare tensione tra: o nascondere, o spettacolarizzare, il rapporto col passato;

▪ Non ne fu conservata alcuna traccia! Questo accadeva perché i missionari della LMS veicolavano un immaginario profondamente negativo i questa umanità depravata: barbara, dispotica e indolente, che poteva essere redenta sia attraverso l’evangelizzazione, sia con l’introduzione delle piantagioni di cotone, canna da zucchero e caffè, con l’insediamento di coloni europei. → cominciarono, con l’introduzione di nuovi templi e codici, le espropriazioni delle terre e l’introduzione delle monoculture. - La conquista definitiva dell’isola da parte della Società avvenne nel 1897: o Declino irreversibile della dinastia Pomare e degli ari’i (=capi), o Dipendenza politica, o Trionfo dell’assimilazione culturale. Questo perché il potere coloniale attaccò i fondamenti della struttura politica tradizionale: - Controllo della terra → introduzione nuove regole in materia fondiaria; - Eredità dei titoli → elezione dei capi di distretto. Il processo fu proseguito da Parigi, che introdusse la proprietà provata colpendo il sistema della indivisione (=propensione a rivendicare le terre collettivamente, non secondo i dettami della proprietà privata). - I ma’ohi finirono con l’essere spesso spossessati quindi: o delle proprie terre, o della propria memoria genealogica, o dell’unità di lignaggio. Lo stato si sostituiva agli antenati e desacralizzava il rapporto tra ma’ohi e la loro terra. Se da un lato a lungo si è parlato e trattato dei danni che il contatto con gli europei aveva provocato in loco, recentemente diversi studiosi hanno provato a far uscire dall’ombra l’altra parte della storia, mettendo al centro fenomeni di interazione e coesistenza tra de differenti universi culturali e rileggendo la perdita della memoria non solo come violenza subita, ma come scelta consapevole. - Baré (1987) in particolare ha dimostrato come il cristianesimo sia stato assimilato e insieme manipolato dai ma’ohi, che aderirono al nuovo credo nella misura in cui si adeguava bene alle loro esigenze e categorie concettuali. D’altro canto, è anche vero che i cambiamenti 22 - Culturali, - Politici, - Economici, furono possibili solo grazie a un’amnesia collettiva che divenne dovere di stato. I ma’ohi ricorsero a strategie del silenzio e del nascondere per trarre vantaggio dai fenomeni di modernizzazione che li riguardavano. - Oblio non da leggere in termini di perdita totale → diventa pratica sociale creativa: processo condiviso di amputazione parziale della memoria messo in atto tramite o il rifiuto di alcuni simboli e costumi del passato, o la conservazione degli stessi tramite il ricorso al tapu sulla parola, sulle genealogie, sui luoghi degli antenati. Porre l’attenzione su questa strutturale e ricorrente capacità della cultura locale di adattarsi ed elaborare costantemente nuove forme di tradizioni permette anche di svelare il parziale fallimento delle politiche francesi nel trasformare il rapporto tra ma’ohi e la terra.

  • In alcune isole l’indivisione infatti persistette insieme all’instaurarsi di un pluralismo giuridico e culturale nel quale coesistevano forme funzionanti secondo principi diversi e spesso opposti. o Da allora, la trasmissione del sapere orale relativo alle genealogie e alle terre (=la storia) è stata costantemente rielaborata per rappresentare oggi uno strumento compatibile e antitetico allo stesso tempo alla documentazione scritta e alla giurisdizione dello stato francese. ▪ Risultano in risalto:
  • Falle del progetto francese di assimilazione/civilizzazione, • Resilienza e creatività di questi mondi polinesiani,
  • Il ruolo centrale della storia/tapu e della stretta relazione con gli antenati. Questo risulta evidente nell’ambito della spettacolare e improvvisa

rivalorizzazione della cultura ma’ohi esplosa negli anni Settanta a Tahiti, costruita attorno alla necessità di ristabilire e rimettere in scena un rapporto autentico con gli antenati. Privati della propria religione, dei propri capi, dei propri saperi, delle proprie terre e assoggettati al giogo coloniale francese, i “senza memoria” di Sehanno patrimonializzato il passato perduto in un vasto movimento di rivendicazione identitaria impegnato a ottenere l’indipendenza dalla Francia. - Questo movimento di riappropriazione è stato favorito da una congiuntura di eventi: o 1963: ▪ Installazione del Centro di sperimentazione nucleare del Pacifico (C.E.P.) portò alla costruzione a Tahiti del primo aeroporto della Polinesia Francese; ▪ Uscita di Gli ammutinati del Bounty, con Marlon Brando. Questo portò un’ondata di turismo che, anziché decretare il crollo definitivo della società nativa, portò al grande rilancio delle tradizioni e dell’identità ma’ohi. - Per disinnescare le rivendicazioni politiche di questo “rinascimento” ma’ohi, la Francia incentivò l’istituzionalizzazione e la folklorizzazione delle nuove pratiche tradizionali con la realizzazione di enti culturali e di iniziative pubbliche per la salvaguardia/spettacolarizzazione turistica della cultura polinesiana, mostrandone contemporaneamente la complementarità con la civiltà francese. o In questa tensione tra: ▪ Spinte indipendentiste ma’ohi, ▪ Logiche assimilazioniste francesi, si sono innestate le divisioni e contraddizioni presenti nella società tahitiana contemporanea corrispondenti anche a diversi modi di relazionarsi al potere neocoloniale. ▪ Da una parte ci sarebbero la collaborazione, la ricerca dell’autonomia e la spinta a valorizzare gli aspetti comuni; • Qui il richiamo alla tradizione porta si muove nel riconoscimento istituzionale della legittimità della cultura indigena. ▪ Dall’altra la resistenza, la lotta per l’indipendenza e l’irrigidimento delle appartenenze. 25 tradizioni tahitiane, che ha messo spesso in scena nelle ricostruzioni sui marae (concedendosi vistose licenze artistiche). Si dichiara veggente e stregone tahitiano, ma è cresciuto alle Hawaii e viene da molti definito come imprenditore norvegese/americano, quintessenza dello showman polinesiano.

  • Raymond Graffe → uno dei personaggi chiave del movimento di ricerca e riscoperta dell’identità ma’ohi → riabilitazione della religione ancestrale purificata da elementi introdotti da duecento anni di cristianizzazione, alimentata da: o esaltazione del mana, o idea del ritorno alla natura, accompagnata da proliferazione di: o tahu’a, o medium/veggenti importati da altre tradizioni. Graffe, col corpo del tutto tatuato, mostra gli ordini nascosti delle tradizioni ancestrali e li mescola coi simboli visibili del mondo occidentale → proprio per la teatralità e il carattere commerciale delle sue performance, è considerato dai tahitiani stessi come un personaggio folklorico, un attore, a volte perfino un bugiardo e un usurpatore. o A conferirgli prestigio è la sua esclusiva capacità di invocare Ta’aroa e “l’armata degli dèi” per celebrare ogni anno la camminata sulle pietre ardenti. Pur nutrendo sentimenti di rivalità e disprezzo reciproco, Graffe e Tavana hanno diversi aspetti in comune. Entrambi hanno trasformato l’oblio in orgoglio e sono riusciti a rimettere in scena le azioni del passato. I loro percorsi di recupero sono stati caratterizzato da ricerche in biblioteca e da momenti epifanici che hanno permesso loro di stabilire una relazione diretta e continuativa coi propri antenati. Entrambi si

le tesi di Archambault fu un etnologo svizzero, Fritz Sarasin, che nel 1911 soggiornò per quasi un anno sull’arcipelago → secondo lui non era necessario l’intervento di un popolo civilizzato per spiegare l’origine delle sculture. L’idea della rassomiglianza artistica tra i segni su roccia e l’arte kanak venne poi ripresa da Georges- Henri-Luquet. Le tesi degli etnologi, però, rimasero una goccia nel deserto: le teorie razziste volte a delegittimare l’autoctonia kanak ebbero ruolo decisivo nell’oblio volontario della memoria di questi pétroglyphes in un momento storico preciso. La crescita delle spinte indipendentiste degli anni Settanta e Ottanta, impegnate nella riaffermazione della cultura e della storia kanak, misero in discussione la legittimità coloniale e inaugurarono un processo di riscrittura del passato che sovvertì il discorso storico dominante. - Se da un lato le battaglie politiche furono incentrate prevalentemente sulla rivendicazione delle terre appartenenti a precise famiglie rintracciate dalle genealogie,

  • Dall’altra l’archeologia pose i kanak di fronte all’evidenza che la loro tradizione orale non era più l’unico accesso al passato precoloniale. Perciò, seguendo la tesi dell’archeologo Christophe Sand, i discorsi politici di quegli anni contrapposero alle teorie archeologiche sulla preistoria locale un passato funzionale alle loro rivendicazioni, fondato sull’oblio di parte della tradizione orale. - Nacque una storia omogenea, priva di cambiamenti/trasformazioni/conflitti, che permetteva di riaffermare l’autoctonia kanak attraverso la costruzione di una ‘età dell’oro’ → la risposta di questa élite politica alle teorie della disciplina occidentale privò le vestigia studiate dagli archeologi di una memoria capace di raccontarne la vita. o Mancanza dell’archeologia per trasformare la tradizione in storia → essa era in grado di dare provenienza/età alle vestigia preistoriche, ma fu impossibilitata a valorizzare coi suoi strumenti scientifici quel patrimonio emerso dagli scavi perché culturalmente “morto” e privato di una memoria che ne narrasse le origini. Negli anni Settanta nacque un movimento identitario portato avanti dai discendenti degli europei installati da diverse generazioni sul territorio, conosciuto col nome di caldoche → volevano rivendicare la loro appartenenza alla storia del paese. - La Société d’Etudes Historique de la Nouvelle-Calédonie, fondata nel 1969, giocò un ruolo fondamentale, favorendo la produzione regolare di pubblicazioni con approccio evoluzionista, volto a diffondere l’ipotesi dell’esistenza di una popolazione pre-kanak e spesso facendo riferimento proprio al caso dei pétroglyphes. o Contributo alla costruzione di una identità caldoche, che – inserendosi nel vuoto memoriale lasciato libero dal popolo kanak – vide nell’archeologia un valido strumento per legarsi legittimamente al territorio. Gli accordi di: - Matignon (1988), - Nouméa (1998), chiusero un periodo di sanguinosi scontri tra: - Kanak, - Esercito francese, - Caldoche, conosciuto col nome di Evénements. Inaugurarono una nuova fase di disciplina e da questo momento l’archeologia vide una graduale centralizzazione/politicizzazione delle sue ricerche scientifiche, allo scopo di produrre una storia unitaria su un passato capace di rispecchiare l’idea di “paese” promossa dal nuovo progetto politico incentrato sulla nozione di destin commun. - 1991 → creazione del Dipartimento di Archeologia al Museo della Nuova Caledonia. o Promosse strategie di valorizzazione del patrimonio e veicolò retoriche volte a mettere in luce una storia comune e condivisa.

▪ In questa prospettiva: • Rivolgimento ai vecchi edifici penitenziari, valorizzando il passato non-kanak come parte integrante del patrimonio archeologico del paese; • Aumento degli scavi archeologici per scartare l’idea dell’esistenza di una civiltà pre-melanesiana. Le ricerche degli ultimi vent’anni sono domiate da un discorso unitario, fortemente politicizzato e legato alla figura di Christophe Sand → archeologo caldoche originario di Nouméa che dirige il Dipartimento di Archeologia → studi strettamente legati agli obiettivi politici del Paese e incentrati sulla costruzione di una ‘preistoria condivisa’. - Sand propone la creazione di un “mito fondatore” in grado di unire kanak e caldoche. o Il suo lavoro però fatica a diffondersi al di fuori dell’ambito accademico → questo sicuramente per una diffidenza storica nei confronti di una disciplina per anni egemone d’un discorso anti-autoctonia, ma anche per la persistenza di una reticenza di fondo delle politiche indipendentiste ad affrontare il proprio passato pre-coloniale. 30 NB: questo passato non è dichiarato irrimediabilmente perduto semplicemente perché gli strumenti razionali dell’antropologia non permettono di recuperarlo, ma anche perché per il popolo kanak rielaborare quel sapere significa resuscitare un conflitto e mettere in discussione il concetto di “età d’oro” precedente all’arrivo degli europei → per questo, gli unici a poter rimettere in discussione il passato sono attori marginali, lontani non solo dal mondo accademico, ma anche dal potere tradizionale e da quell’élite locale da anni impegnata nella costruzione di una storia ufficiale. - Dominique e François hanno contrapposto all’oblio volontario un’azione originale e creativa capace di costruire una memoria che lega questi disegni su roccia all’attuale contesto storico- politico del Paese! [ci sono le conclusioni, ma non aggiungono niente di particolare al capitolo]

  1. Annibale è passato da qui. La (ri)costruzione del passato tra archeologia e storia locale – Fulvio Cozza 0. Premessa Umbriatico → comune di allevatori arroccato sulle pendici della Sila crotonese, circa 700 abitanti. Durante l’esplorazione del passato di Umbriatico, ispirata dal racconto secondo il quale i ruderi che vedeva sul monte Tigiano erano vestigia della fortezza di Annibale, Fulvio Cozza racconta di essersi imbattuto in Sintesi della Storia di Umbriatico, di Giovanni Giuranna → resoconto degli studi storici di Giovanni Giuranna pubblicati su Studi Meridionali tra 1969 e 1971. Altri dati sono stati rinvenuti poi dall’archivio di Giuranna stesso. Partendo in gioventù dai rimandi bibliografici di Giovanni Giuranna, cercò tracce della gloriosa cittadina magnogreca in Strabone, Tito Livio e Polibio → ma la città di Bristacia (antica Umbriatico) non veniva mai menzionata. Successivamente, ricontrollando le fonti, scoprì che la letteratura su Umbriatico era attraversata da un lacerante conflitto: - Chi, come Giuranna, sosteneva che Umbriatico avesse origine magnogreca, - Chi invece sosteneva che si trattasse dell’avamposto militare bizantino di Euriation, decisamente più recente (tra X e XI sec. d.C.). Rimase colpito dalla datazione dei ruderi → costruzioni tardomedievali, forse addirittura della prima età moderna, ma certamente non antiche. La fortezza di Annibale a Umbriatico non era mai esistita e non era esistita nemmeno Bristacia. A questo punto, pur riconoscendo la fondatezza degli studi archeologici, Cozza si domanda: quale (ri)costruzione per tracce prediligere per discernere il carattere delle diverse (ri)costruzioni? Quella ‘scientifica’ o quella ‘indigena’? → secondo lui entrambe hanno una sensatezza che le rende nel loro contesto vivide e opportuno. Cozza afferma di volersi cimentare in

Paolo Orsi, che col suo operato si fece promotore di un movimento culturale avvalsosi di tanti altri intellettuali meridionali/meridionalisti. o Intento: riscattare la coscienza storica e culturale della regione + depressa del Regno. → archeologia: paladina di questo processo. - In Calabria, Orsi porta alla luce le vestigia di antiche e celebri città della Magna Grecia. Per uno come Giuranna la scoperta di Orsi rappresenta uno smacco al prestigio di Umbriatico, ma allo stesso tempo è un’esperienza dalla quale imparare. - Tra 1948 e 1949, i lavori di ristrutturazione della cattedrale di Umbriatico fanno affiorare due reperti destinati a scatenare un acceso dibattito: o Un’iscrizione in greco bizantino, che commemora la costruzione di un tempio (probabilmente VII-VIII a.C.); o Un mattone bollato in greco databile al II sec. a.C., recante i nomi di una coppia di magistrati appartenuti alla vicina città di Petelia, oggi Strongoli. - Tranne Giuranna, tutti gli archeologi concordano nel leggere la presenza di questi elementi in opere + tarde come esempi di riusi di materiale di spoliazione → il mattone dei magistrati sarebbe stato prelevato dalle rovine di Petelia romana e portato a Umbriatico per la costruzione della chiesa in epoca bizantina. o Per Giuranna invece il mattone è traccia da mettere in corrispondenza con Stefano di Bisanzio, unico autore antico a citare il toponimo Bristacia. → non si cura che il geografo bizantino scrisse circa mille anni dopo l’epoca della presunta vita della città → prende le mosse da qui per ricostruire la storia magnogreca di Umbriatico. ▪ Per lui l’origine magnogreca di Umbriatico sarebbe confermata anche dal particolare toponimo del rione Milò, che porterebbe con se il ricordo del leggendario Milone di Crotone, autentico recordman dei giochi olimpici antichi con 7 vittorie nella lotta nonché condottiero dell’esercito crotoniate. Sancita l’origine magnogreca di Birstacia, Giuranna volge la sua opera d ricostruzione ai ruderi del monte Tigano → ritrovamento della necropoli sulle pendici di Tigano che viene connesso al leggendario tesoro incantato che sarebbe stato celato in una grotta del medesimo monte.