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E' il riassunto completo, dettagliato e allo stesso tempo esaustivo del libro di Adriano Prosperi "DELITTO e PERDONO".
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 06/10/2021
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Nella cultura Occidentale giudaico-cristiana vi si trovano 2 istanze diverse di giustizia: vendetta (OBAMA e BIN LADEN) o perdono? Eliminazione fisica oppure punizione volta alla rigenerazione? L ’Epistola di San Paolo ai Romani , il testo fondamentale dell’idea cristiana di giustizia, la punizione è l'esercizio della vendetta Divina da parte dell'autorità terrena stabilita da Dio( citando la Bibbia ebraica ). Fu per bocca di Socrate che Platone distinse per la prima volta la punizione legale dalla vendetta. Ma solo dal Vangelo in poi che si aggiunge un’altra istanza cristiana, quella della fede nel perdono. Nel XI secolo, poi, Sant'Anselmo d'Aosta fornì l’ interpretazione dell'incarnazione e morte di Cristo come riparazione per il peccato originale : da allora la dottrina della soddisfazione necessaria per le colpe commesse ha offerto il fondamento ideale per le strategie penali dell'Occidente. Da allora in poi, la pena capitale fu celebrata come uno spettacolo pubblico in cui la croce Cristiana figurò al centro di quella grande festa crudele (come osservato da Nietzsche e Edgar Wind). In nome di una religione del perdono e della non violenza legata a un Dio morto sul patibolo si è legittimato per secoli il diritto a uccidere e a vendicarsi.
È innegabile che ci sia rapporto storico tra l'esecuzione capitale e l'ambito del Sacro nelle culture giudaico-cristiane: ancora oggi, negli USA, a fianco del condannato c’è sempre un membro della sua confessione religiosa per confortarlo con gli argomenti e con i riti previsti. Eppure, le tavole di Mosè recavano l'ordine “Tu non ucciderai” e il profeta Ezechiele afferma che Dio non vuole la morte del colpevole ma la sua conversione. Il Cristianesimo approderà ad un livello più alto: oltre al perdono, si chiede di amare persino i nemici. Ma, durante l’epoca in cui il potere veniva concepito come frutto di una investitura divina ricercata nei testi sacri, si venne ad affermare la legittimità della pena di morte su base tomistica. San Tommaso, distinguendo i precetti cristiani dalle norme del diritto di natura, rese legale l'uccisione degli animali per nutrirsi, i nemici per difendersi, malfattori per garantire la salute della società. Il suo argomento fondamentale fu che la parte è subordinata al tutto, l'imperfetto al perfetto, il simbolo alla comunità. Per cui un membro corrotto del corpo sociale può, anzi, deve essere tagliato via, Anche perché, sempre secondo Tommaso d'Aquino, il malvagio non possiede più la dignità di uomo, è diventato una bestia. Da allora in poi la disumanizzazione del condannato sarà la visione più comunemente diffusa e accettata. Il teologo Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 non escludeva la pena di morte quando proporzionata al delitto. Il testo poi fu rimaneggiato nel 97: venne precisato che la pena di morte doveva rappresentare l'Extrema Ratio. In generale la Chiesa Cattolica, che è la stessa che vede nell’aborto un infanticidio, negli ultimi anni sta mostrando un certo imbarazzo verso la pena capitale, e di conseguenza sempre meno la legittima. Però è innegabile che “uno degli elementi più importanti della religione cristiana è l'idea secondo cui qualità essenziale di Dio è la giustizia”( Hans Kelsen). Nella sua cultura, infatti, non è un caso se trovano grande spazio sia la legittimazione che la contestazione della pena di morte.
Nel Dei delitti e delle pene , per la prima volta la pena di morte fu criticata nei suoi fondamenti. Beccaria , consapevole della bufera che stava per scatenare, nella premessa esaltò con deferenza la religione come suprema e principale sorgente dei principi che devono regolare l ‘Uomo. Lo fece strategicamente per poi poter affermare le sue idee “rivoluzionarie”:
Tra Trecento e Seicento la regola della vendetta regolava le relazioni di tutta la vita sociale. Ma già nei primi del 400 si coglie l’avanzare della tendenza a eliminare la pratica a favore di forme di riconciliazione o almeno di mediazione pacifica da parte delle magistrature pubbliche. Di fatto, quasi mai si accedeva alle istituzioni giudiziarie per denunciare un delitto o per collaborare nel castigo del colpevole: la vendetta privata era la regola. In generale se l’esecuzione capitale era la forma più estrema di vendetta, e quella pubblica presentava la tortura giudiziaria, gli “aggravamenti”( es. mutilazioni) e la violenza morale dell’esposizione pubblica, in vita e dopo la morte. Era di fatto una vendetta pubblica e collettiva, uno spettacolo intrigante, escatologico e dal valore pedagogico. Eppure il Pater Noster ricordava ai cristiani l’obbligo di perdonare se volevano essere perdonati( “rimettere a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”). Ma molti, come racconta Savonarola, evitavano di pronunciare quella parte del Pater Noster. D’altronde Sia la tradizione ebraica e quella cristiana presentavano un duplice approccio giudiziario: la Legge del Taglione e la Legge del Perdono( soprattutto nel Vangelo). E sempre nella tradizione giudaico-cristiana si fonda l'intreccio e conflitto tra l'idea messianica
I concetti di anima e martirio sono stati fondamentali nell'evangelizzazione dell’Impero Romano. Al tribunale terreno che tormenta e uccide il corpo si oppone il tribunale infallibile di Dio che premia l’anima. La divaricazione tra corpo e anima divenne l’idea caratterizzante dell’amministrazione giudiziaria. Divenuta religione dell’Impero, abbiamo la sovrapposizione del potere politico con quello religioso. La Chiesa si ricavò un potere di intercessione sulla giustizia temporale( Sant’Ambrogio a Milano) e un potere esclusivo sulla giustizia divina. AGOSTINO DI IPPONA: dapprima convinto del rapporto tra fede e libertà, poi, nella lettera a Vincenzo donatista ( i donatisti si convertirono per paura) affermò quanto la forza coercitiva poteva far scaturire un bene come l’evangelizzazione. Il ricorso allo stimulus terroris del potere aveva la sua utilità nell’indirizzare i comportamenti del popolo e nell’affermare la volontà della maggioranza, contro le minoranze( eresie). La Chiesa era diventata un potere istituzionale. Nel DE CIVITATE DEI Agostino afferma l’unità genealogica dell’umanità, da Adamo, sotto l’unità religiosa cristiana. E l’unità va perseguita anche con la forza. Ma allora il perdono del Vangelo? Come vescovo di Ippona collaborò con le autorità politiche e cercò di intercedere a favore dei condannati. Famosa fu la lettera a Macedonia, vicario imperiale d’Africa (414 d.C.). Il nesso tra punizione e intervento misericordioso faceva parte del funzionamento normale. Il perdono proposto da Cristo era pericoloso per l’ordine pubblico e la stabilità politica e la pena di morte incomincia ad essere utilizzate per garantire l'unità della Chiesa primitiva. Inoltre le istituzioni ecclesiastiche iniziarono a svolgere l’esercizio giudiziario attraverso i vescovi, soprattutto nelle province meno strutturate. La sentenza dei vescovi si arrestava davanti alla pena di morte ma non per questo era considerato anticristiano uccidere: il giudice ed il soldato dovevano fare il loro dovere!
Papa Gelasio nel 494 d.C fisso la distinzione di competenza tra il potere temporale e quello della Chiesa , della spada e della crose , del corpo e dell’ anima , del rigore e del perdono. Col crollo dell’impero romano abbiamo la commistione tra tradizione barbarica, germanica, spesso cruenta e quella latina. La normativa canonica della Chiesa in materia di pene fu l’armonizzazione di questo confronto tra tradizioni diverse. Prima del Concilio Lateranense IV che rese obbligatoria la confessione sacramentale privata, la confessione pubblica di un crimine e la richiesta di perdono rappresentarono la prassi. Memorabile fu Sant'Ambrogio che costrinse l’imperatore Teodosio a rimanere fuori il Duomo di Milano per il massacro di Tessalonica del IV sec. d.C. D'altronde la colpa notoria richiedeva una punizione e una riparazione pubblica e manifesta poiché vigeva netta distinzione tra crimine e peccato segreto: questo veniva lasciato alla confessione segreta, quello alla penitenza pubblica, davanti a tutta la comunità cristiana. Chi commetteva un crimine non poteva partecipare alla comunità cristiana e ricevere i sacramenti per tutta la durata della penitenza ( es. regola monastica di Cassiano). Però si poneva un problema: i condannati a morte potevano ritornare a far parte della comunità cristiana prima di essere uccisi per evitargli la dannazione eterna? Fino all’alto Medioevo ciò venne negato. E oltre all’anima, anche il corpo ne riceveva la giusta punizione. Se Agostino aveva affermato che “la morte è il riposo in attesa del Giudizio Universale” e della resurrezione del corpo, riposo che doveva avvenire in terra benedetta, allora il corpo del dannato non poteva essere sepolto insieme agli altri buoncristiani. La norma attestata nel Reginone di Prum lo vuole sepolto nel cimitero degli asini, e il suo corpo “demoniaco” potrà essere divorato dagli animali. Però il problema rimane irrisolto se due Concilii, quello di Magonza( 847) e di Worms (868) pongono con forza la questione sulla possibile salvezza dei condannati a morte. Negare loro
i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia equivaleva condannarli all’Inferno.
RIVOLUZIONE PAPALE: l'opera normativa dei Papi da Gregorio VII a Bonifacio VIII andò nella direzione di affermare La supremazia del pontefice Romano su ogni altro potere. Questo portò allo scontro col potere temporale, soprattutto quello della Monarchia Francese. Il Re francese, infatti, svolgeva il suo potere come vicario di Cristo. Il celebre caso dei Templari vide gareggiare le autorità papale con quella del Re di Francia. Più in generale, al centro dello scontro c’è il sacramento del segreto della confessione fortemente preteso dalla Chiesa, segreto che voleva rimanesse nel suo ambito di competenza, utilizzato come prova nei processi dell’Inquisizione. Nel Directorium, il manuale di riferimento dei giudici inquisitori, si spronava i confessori a trasformarsi in veri indagatori se non spie. Dall’altra parte i giudici francesi insistevano sulla confessione e sull’ammenda pubblica del condannato da utilizzare come prove per i tribunali e per offrire una lezione pedagogica al popolo. Negati erano cmq i sacramenti a chi si era pentito e ciò limitava significativamente il
negare ai condannati alcuni sacramenti (penitenza ed eucaristia). Ma la tradizione francese rimase in vigore con l’avallo di Carlo V. Qualcosa cambiò con il parere autorevole di Jean Gerson, celebre cancelliere della Sorbonne a favore della confessione obbligatoria del condannato a morte, su base teologica. Per i giudici laici la confessione sacramentale, invece, rischiava di occultare rivelazioni utili alla giustizia. inoltre,col venir meno dell’ammenda si perdeva uno strumento pedagogico fondamentale per mantenere l’ordine sociale. Un editto reale del 1392 mise fine allo scontro: si decise che ai condannati a morti la confessione doveva essere garantita. Sul patibolo di Parigi fu fatta erigere una croce di pietra dove i religiosi poterono confessare.
La sepoltura in terra benedetta rappresentava il segnale di pace del morto con Cristo e la pacificazione tra il condannato e la comunità. Qualsiasi evento fortuito, ritenuto “miracoloso” che ne ostacolava l’esecuzione capitale, poi, veniva accolto come la volontà di Dio di salvare la sua vita terrena. Ma erano casi rarissimi: l’arte infamante del boia, ereditaria, ben remunerata e socialmente importante in Germania mentre in Italia, invece, era vista come una punizione e un’espiazione, portava quasi sempre a conclusione il suo lavoro, magari con qualche aggravamento di pena sul corpo del condannato. Nel Trecento gli aggravamenti venivano fatti prima della morte, durante l’esecuzione della condanna: sarà pratica originale del Quattrocento quella di squartare anche i corpi morti. Lo si farà perché alcune categorie di morti vennero considerate maledette e portatrici di spiriti vendicativi( es. la leggenda folkloristica tedesca dell’Esercito furioso), spesso vite interrotte con la violenza come impiccati , eretici , pagani , ebrei ma anche bambini morti senza battesimo e suicidi. I suicidi vennero esclusi dalla sepoltura e dai sacramenti, quindi dalla comunità dei cristiani, poiché considerati traditori( come i condannati politici dal Settecento in poi) della fede cristiana in quanto morti per disperazione. E per il Cristianesimo disperare, ovvero non sperare in Dio e nella sua promessa, era qualcosa di inaccettabile, malefico( la disperazione di Giotto dipinta come un suicida nella cappella Scrovegni). E la disperazione era spesso lo stato d’animo dei condannati a morte. Ma a loro si cercava
da quella romana di San Giovanni Decollato: il privilegio di sepoltura nel loro “camposanto” ai condannati al patibolo che avevano evidenziato la volontà di redimersi poco prima della loro dipartita. Questo particolare sarà la matrice di tutto un processo articolato di sepoltura tipico della nostra penisola, molto differente, per esempio, dal regno cattolico di Francia( meno differente invece nei paesi iberici), per non parlare di quelli al centro della scontro riformista.
Lebbrosi, condannati: erano quelli gli esclusi per definizione dalla città, rifiutati e guardati con orrore. Ma le cose cambiarono grazie anche al modello offerto da san Francesco. Verso la metà del Trecento la Misericordia Maggiore di Bergamo, un’associazione di laici creata nel 1265 per iniziativa del domenicano Pinamonte, metteva in bilancio elemosine per aiutare i prigionieri per debiti o per seppellire chi in carcere moriva. Al canone evangelico delle opere di misericordia se ne era aggiunta una nuova, quella della fraternità con la categoria umana piú disprezzata: i condannati a morte. Una fraternità che si esplicava con la vicinanza accanto a loro nel momento dell'andata al patibolo e con la sepoltura dei loro corpi. Intorno a quella stessa data di metà Trecento si concentrano le origini vere e quelle presunte di molte confraternite laicali dedite a uno scopo analogo. Perché proprio allora si cominciò a guardare alla sorte dei condannati al patibolo come un problema speciale? Bisogna fissare lo sguardo sull'epoca di crisi delle città italiane dominata dai conflitti delle parti e culminata nella grande moria della Peste nera del 1348. In questi anni si infittiscono i segni di un disagio sociale diffuso, di laceranti conflitti politici, ma anche di un arresto dello sviluppo economico generale. La predicazione e i movimenti religiosi dell'epoca riflettono le inquietudini e gli orizzonti cupi delle città italiane nell'epoca della Chiesa segnata dal trasferimento ad Avignone della sede papale. Nelle città italiane del tempo le prigioni si riempivano di debitori insolventi, l'ossessione della minaccia dei ladri e dei predoni incombeva sui traffici dei mercanti e sulla vita quotidiana. Tensioni fra la ricchezza delle chiese e del clero e la scandalosa presenza di poveri trovarono esito in ribellioni e contestazioni ereticali. Fu su questo sfondo che la predicazione degli ordini mendicanti propose il messaggio devoto dell'imitazione di Cristo come uomo sofferente e povero. Ma ci furono allora anche altre ragioni che portarono a esaltare la funzione dei rituali della giustizia: ragioni di potere. Chi pronunciava la condanna era un potere che agiva in nome di Dio. E proprio in quel secolo XIV, come abbiamo visto, si era aperta una battaglia senza quartiere fra il papato e il re di Francia su chi dovesse esercitare il potere sacrale del sovrano-sacerdote e incarnare l'immagine vivente della Giustizia. Mentre entrava in crisi l'autorità imperiale erano le grandi monarchie europee a prenderne il posto. Portando a compimento la rivoluzione avviata nel secolo precedente Bonifacio VIII propose all'inizio del Trecento l'immagine della Chiesa come corpo mistico e quella del papa come rappresentante di Dio in terra. A questo Filippo IV detto il Bello ribatté attribuendo alla monarchia poteri sacrali. Di conseguenza tutti i rituali relativi alla manifestazione del potere come attuazione della giustizia in terra ricevettero un'attenzione nuova e si rivestirono di un carattere sacro. Fu allora che le misericordie sorte nelle città italiane cominciarono a occuparsi sempre piú da vicino dei problemi di chi finiva in carcere per debiti ma anche di chi dal carcere usciva per andare a morire sul patibolo. E fu soprattutto l'ondata dei movimenti pauperistici a portare in primo piano un popolo di laici animati dalla volontà di imitare il modello di un Cristo sofferente e povero e di cercarne la presenza nel mondo dei marginali e degli esclusi. La volontà di riformare la società con un ritorno alla pratica dei valori cristiani si incanalava in associazioni locali stimolate e collegate dalla rete dei nuovi ordini religiosi che
ne curavano la direzione spirituale. Un ruolo speciale ebbero in questo le confraternite nate dal grande movimento penitenziale sorto nel 1260 dall'iniziativa di Ranieri Fasani, un laico nella città di Perugia: fu detto dei «disciplinati» perché, nudi o vestiti di sacco, si dedicavano al rito dell'autofustigazione. Nelle regole di queste associazioni la pace è un valore assoluto, da salvaguardare in ogni modo nei rapporti interni alla confraternità, alla città ma anche esterni alla realtà cittadina. A questo mira la sorveglianza su se stessi, con la mortificazione dei sensi, la flagellazione del corpo, la frequenza dei sacramenti. L'esercizio attivo delle opere di misericordia è concepito come il mezzo per riportare pace e solidarietà nella società cittadina. La pratica delle opere di misericordia era nata dalla volontà di affrontare i problemi della vita urbana con la messa in pratica dell'insegnamento dei Vangeli: il povero, l'affamato, il malato, il carcerato dovevano essere considerati come figure di Cristo. Quello che si faceva per loro era come se fosse fatto a Cristo in persona. Il carattere urbano di questi movimenti si avverte nell'esigenza di regolare con norme precise il rapporto coi morti. Fu cosí che nel catalogo evangelico delle opere di misericordia si aggiunse quella della sepoltura cristiana. Ora, gli ultimi e piú spregiati fra tutti i morti erano proprio i giustiziati. Espulsi con violenza dalla città, fatti morire su di un patibolo che agli inizi era generalmente esterno alle mura, i loro corpi venivano abbandonati là, , mentre in città quelli dei defunti riposavano dentro le chiese o nei cimiteri dove si spargeva la terra benedetta riportata dalla Palestina sulle navi dei crociati -- i camposanti. Torniamo alla traccia che conduce a Bergamo e che da lí si diparte verso le altre città dell'Italia centro settentrionale. È qui che incontriamo un predicatore popolare di grande efficacia. Tale fu sicuramente il domenicano predicatore di penitenza Venturino da Bergamo. Entrato nell'ordine domenicano, fra Venturino divenne un predicatore di grande seguito he fustigava i vizi e invocava l'avvento di un nuovo ordine religioso e sociale dove non ci fosse piú posto per i delitti e dove fosse risolto una volta per tutte il problema della violenza. L''azione di fra Venturino fu caratterizzata dal grido di «penitenza, pace e misericordia», lanciato nel corso di un itinerario che nel 1334 lo vide attraversare l'Italia da Bergamo a Milano, Lodi, Mantova, Ferrara, Bologna fino a Roma. Il dilagare della violenza sociale e politica era allora il problema che dominava la vita delle città, per effetto delle rapide trasformazioni sociali dovute alla rivoluzione commerciale in atto e delle lotte sanguinose tra le parti politiche. Fu su questo sfondo che fra Venturino lanciò una sua proposta di crociata. Il frate proponeva di condurre sotto le mura di Gerusalemme i malviventi, gli uomini peggiori di ogni città: forse non sarebbero riusciti a conquistare la città santa, ma in ogni caso avrebbero lavato col proprio sangue le colpe commesse. Nacque cosí un movimento nuovo che fu definito «della colomba». La violenza delle lotte politiche e gli esiti laceranti delle trasformazioni sociali avevano già suscitato movimenti di reazione in nome del ritorno alla pace evangelica tra i cristiani, incarnatisi nella forma delle associazioni fraterne. Quella che aveva preso avvio a Perugia con Ranieri Fasani nel 1260 fu detta popolarmente dei «battuti» per la pratica di fustigarsi in segno di pentimento e di penitenza. Prima ancora di dare corso alla predicazione della crociata e di suscitare cosí l'ostilità della corte papale che lo richiamò ad Avignone e lo sottopose a processo, fra Venturino aveva risvegliato con la sua predicazione lo spirito del movimento dei disciplinati e gli aveva fornito un obbiettivo nuovo. Lungo il suo percorso nacquero in rapida successione confraternite di disciplinati che si dedicarono a una forma speciale di penitenza: quella dell'associarsi alle «giustizie», cioè alle esecuzioni capitali. Ci troviamo davanti a un'onda devozionale: sono gli anni a cavallo della Peste nera quelli che si rivelano come il momento decisivo per individuare nella figura del condannato il rappresentante della condizione piú derelitta e bisognosa di conforto. La peste e l'ondata devastante della mortalità ebbero l'effetto imprevedibile di stimolare una grande abbondanza di lasciti pii per le opere di misericordia: ne derivò un impulso straordinario alla fondazione di ospedali come luoghi di cura del corpo e dell'anima. La peste
Figliuolo di Dio». E promette: «Io t'aspettarò al luogo della giustitia». Ed ecco che la paura lascia Niccolò e lui esulta e chiama «santo» il luogo della giustizia. Il momento arriva: Caterina va al luogo dell'esecuzione e prima che Niccolò arrivi distende «il collo in sul ceppo». Dalla testa mozza il sangue sgorga sulla veste di Caterina. È il compimento di una storia d'amore: un amore che non solo vince la morte ma si compie proprio nell'atto della morte, diventata nell'interpretazione cristiana il passaggio alla vera vita. Attraverso la comunione di sangue con la Passione di Cristo i due amanti si legano per sempre con un vincolo indistruttibile: il loro amore diventa parte e manifestazione dell'amore divino. Premessa necessaria per intendere il linguaggio di Caterina è l'idea del legame di sangue che unisce tutti i cristiani a Cristo.. La dottrina teologica fissata in maniera definitiva dal Concilio Lateranense IV nel 1215 chiuse secoli di dispute teologiche e promosse il sangue divino del sacramento della comunione al vertice fino allora occupato dall'acqua del battesimo. Quello che le apparve sul patibolo di Siena fu la replica del sacrificio di Cristo sulla Croce, la sua ripetizione figurale. Una solida e puntuale indagine documentaria di un grande storico dell'Ordine domenicano, Antoine Dondaine, ha restaurato la scena reale al di là di ogni possibile dubbio. Ecco come oggi grazie a lui la possiamo riassumere: Niccolò di Toldo è esistito davvero ed è morto sul patibolo a Siena tra le braccia di Caterina. Era un gentiluomo perugino attivo a Siena dove fu arrestato il 4 giugno 1375 con l'accusa di svolgere attività politica sediziosa in città. Intorno a lui si svolse una breve ma intensa trattativa tra la città e il papato: ma l'intervento del cardinale fallí. Lo raccontano due teste: nel processo di canonizzazione che si svolse tra il 1412 e il 1416: i Tommaso di Antonio e il domenicano Simone Neri da Cortona. La scena raccontata nella lettera di santa Caterina è carica di una straordinaria suggestione mistica. Interpreta e rinnova in modo originale il precetto dell'amore opposto da Gesú all'esercizio della giustizia come vendetta. Caterina fu una delle molte donne che si erano viste proporre quella nuova forma di opera di misericordia e l'avevano abbracciata con entusiasmo portando sulla scena di violenza e di morte del patibolo una presenza partecipe, una forma di identificazione con le sante donne del racconto della Passione. È una presenza che emerge già fra le tracce lasciate dalla predicazione di fra Venturino da Bergamo. Fu lui che a Bologna stimolò la devozione a santa Marta come modello di virtú femminili. Che le donne si facessero parte attiva nelle confraternite devote sorte intorno ai rituali della giustizia non desta meraviglia. Fu solo in prosieguo di tempo che la tendenza a innalzare il livello sociale della composizione di questi corpi conferí esclusivamente alla componente maschile un compito sempre piú associato al potere e alla violenza. Di fatto, all'interno delle confraternite di misericordia, finché queste associazioni conservarono la forma «larga», cioè aperta alle adesioni senza particolari discriminanti sociali, rimase disponibile per la componente femminile spazio. Ma nel tempo la presenza femminile nella storia di queste compagnie fu trasferita simbolicamente nella figura della Madonna, immagine fra tutte significativa del dolore e della partecipazione alla morte sul patibolo ma anche della capacità di perdono. Fu alla Madonna che si indirizzarono le preghiere e le laude dei confratelli che andavano alle «giustizie», cioè alle esecuzioni capitali. Cmq, il modello che la santa senese aveva proposto con la sua lettera si intravede come in filigrana dietro altre figure. Ci fu, ad esempio, la santa bolognese per definizione, Caterina de' Vigri che per opera sua fu risolto a Ferrara il caso di un condannato che non solo rifiutava ogni conforto religioso ma «per suo adiutorio chiamava el diavolo». L'episodio ha per protagonista una donna che resta chiusa nel convento senza alcun contatto col condannato e può ricorrere solo alla preghiera per salvarlo. Il mutamento spirituale del condannato avviene non per una trasgressione d'amore alle regole della giustizia ma per miracolo. E anche dietro la terza Caterina che si deve qui ricordare ci fu un intreccio di confraternite:
parliamo della beata Caterina Fieschi da Genova. Si racconta l'episodio di un vivace contrasto che la oppose a un frate, al quale la donna, sposata e rimasta allo stato laicale, negò il diritto di attribuirsi uno stato piú meritorio di quello che le conferiva «lo suo amore» per Cristo. Come per le altre due mistiche, il tema dominante della meditazione di Caterina Fieschi fu l'amore di Dio che doveva consistere in un impegno di assistenza e di aiuto -- segreto, non esibito, fatto in nome di un Dio misericordioso. Ma un mutamento storico era intervenuto e si misurava direttamente nella composizione delle confraternite. A Ferrara ed a Bologna, alle confraternite «larghe», cioè aperte al mondo popolare e composte da uomini e donne, erano subentrate compagnie «strette» di soli uomini, selezionati per cultura e per censo e incaricati di gestire il rito della giustizia da parte delle autorità cittadine. Fu un mutamento strutturale che recò con sé un modo diverso di concepire l'esercizio del conforto e di orientarne l'efficacia.
Nella scena della giustizia quale si presenta nel momento delle esecuzioni capitali entrano in gioco tanti fattori non regolati da norme: l'orizzonte è da un lato quello stretto della vita quotidiana e delle cose che accadono all'interno di castelli, borghi o città, cioè in uno spazio prossimo a chi giudica e punisce, dall'altro è quello mentale della lotta tra le potenze del bene e quelle del male che si incarnano nel nemico politico. La partecipazione collettiva di una popolazione, che accorre, guarda, commenta e interviene, influisce in modo determinante sul corso degli eventi. È in questo contesto che la lotta feroce delle parti prende spesso la forma di rituali di esecuzioni a furia di popolo: una furia non priva di regole. Prendiamo un esempio a caso del funzionamento della giustizia penale della città di Firenze, nel tardo Trecento divisa in fazioni delle grandi famiglie feudali tedesche: la parte guelfa e quella dei ghibellini. Firenze, Gennaio 1381. L'anonimo autore apre il suo racconto delle cose avvenute in città con la storia di «come messer Giorgio tolse lo Scatiza e morí». Nella notte un folto gruppo di uomini armati assaltano il Palazzo del capitano di parte guelfa e ne tirano fuori un prigioniero conosciuto per il soprannome come «lo Scatizza». Era stato condannato per tradimento: l'accusa era di un accordo con Bernabò Visconti signore di Milano contro il governo fiorentino. La parte vittoriosa ha inalberato la bandiera dell'antighibellinismo e accusa gli avversari di tramare con potenze esterne, cioè di essere dei traditori. Da qui la liberazione violenta dello Scatizza. La mattina dopo, il capitano si presenta ai Signori del Comune: porge loro la bacchetta che è il simbolo generalmente noto allora nel mondo europeo della sua funzione di giudice. Visto l'attacco che ha sofferto vuole lasciare l'incarico e tornarsene a Imola. I Signori dibattono la questione e riconoscono che è necessario un provvedimento severo: si restituisce la bacchetta al capitano del popolo e gli si dà il potere di punire chi di dovere. E subito viene arrestato e decapitato il capo riconosciuto della spedizione, Giorgio Scali. Ma intanto nel pomeriggio era stato ammazzato un tal Simone di Biagio: il suo corpo era stato trascinato per le strade di Firenze da una banda di ragazzi (i «fanciulli») che gli avevano mozzato le mani e con quelle avevano giocato a palla. Una esecuzione regolata da un rituale di giustizia non istituzionale ma del tutto legittimo per il cronista. Erano forme di esecrazione pubblica e di morte a furia di popolo che si erano già viste a Firenze. Ne erano protagonisti degli adolescenti, i «fanciulli»: i quali costituivano una classe d'età speciale, considerata irresponsabile e innocente, e perciò delegata a compiti speciali di giustizia. Nel 1343, «alcuni fanciulli dediti a spirituali operazioni» avevano posto a Firenze il primo nucleo della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio. Queste bande di adolescenti davano sfogo a forme di violenza che non risparmiavano l'essere vivente e ancor meno il suo cadavere. Lo dimostra la vicenda di Simone di Biagio. Violenza politica e sociale interna e minacce di poteri esterni alimentavano
un processo di pedagogia collettiva attraverso la predicazione e per mezzo delle immagini: si trattava di diffondere un'idea della giustizia come ideale della convivenza e strumento per proteggere la vita e i beni dei cittadini. La grande fioritura di immagini nelle chiese, sulle facciate dei palazzi o nei luoghi di governo della città medievale parla di una società che si rispecchiava quotidianamente in modelli positivi e in avvertimenti severi. Nell'affresco già evocato del buon governo di Siena, la testa mozza sulle ginocchia della figura allegorica della Giustizia o le forche coi corpi pendenti garantivano ai cittadini e ai mercanti la sicurezza della vita quotidiana e quella delle vie dei traffici. Il delinquente oltre alla morte fisica riceveva invece la pena aggiuntiva della memoria infamante con le immagini che parlavano di lui sulla facciata del palazzo pubblico e con la cancellazione materiale della sua casa e del suo nome.
Per Bernardino da Siena le opere di Misericordia avevano lo scopo di saldare la giustizia con la pace sociale, troppo spesso messo in discussione dalle lotte di parte, tra i peggiori peccati che i cristiani possano commettere: queste furono le motivazione della sua propaganda volta a fidelizzare laici verso la COMPAGNIA DELLA MORTE di Siena. Le lotte politiche portarono a forme di potere nuove e ancora poco stabili, che necessitavano di una legittimazione religiosa per rafforzarsi: ne derivarono forme spettacolari, teatrali, delle esecuzioni capitali, atte al controllo sociale, ad educare il popolo all'obbedienza e al terrore. Il potere dovette o cercò di coniugare le pene capitali con la nozione cristiana della Provvidenza e della Misericordia di Dio. Per cui l'opera delle confraternite divenne ancora più necessaria. Tra la fine del Trecento e l’inizio del Cinquecento nacquero molte confraternite specializzate nel conforto dei condannati in tutta Italia. Inoltre, vennero riorganizzate per meglio rispondere ad esigenze sempre più complesse, che richiedevano una disciplina, un’organizzazione e una finezza teologica e psicologica maggiori. Ma se nel Trecento le compagnie di giustizia nacquero per l’emergenza sociale e per la peste del 48, alla fine del Quattrocento le cause sono legate alle prime guerre d’Italia e alle ricorrenti epidemie. BOLOGNA, Confraternita (“ dei Battuti ”) di Santa Maria della Morte→ → da metà del Cinquecento divenne Compagnia dell’Ospedale di Santa Maria della Morte Concedeva indulgenze speciali che stimolarono la devozione e lasciti alla confraternita. La confraternita era imponente,quasi 400 persone, per di più artigiani benestanti, connessi col governo del Comune. Poi, durante il Quattrocento, divenuta di fatto una Signoria, la Compagnia conobbe un processo di selezione sociale e una maggiore specializzazione verso l’opera di conforti dei condannati a morte. I loro riti avevano al centro la Madonna: ottennero il privilegio di custodire l’immagine della Madonna di San Luca quando veniva portata dal santuario in città durante le Rogazioni minori, un rito di fertilità. Nella c. si coltivava una speciale devozione del sangue di Cristo e della Passione: per questo praticavano spesso la flagellavano. Si tratta di una devozione alimentata teologicamente dal Concilio Lateranense IV, che aveva definito la dottrina della presenza reale di Cristo nell'ostia consacrata e misticismo del sangue ( Corpus Domini), complicandosi di accenti antigiudaici. Dal 1436 si formò dalla compagnia “larga”,un ramo detto compagnia “stretta” dedito alla perfezionamento spirituale e teologico volto al conforto dei condannati a morte. Alla “larga” rimase la cura dell’ospedale cittadino. La compagnia “stretta” si diede una disciplina rigida, fatta di riunioni frequenti, recita dell’Ufficio, fustigazione rituale, confessione mensile e comunione nelle feste principali dell’anno liturgico. Tutto per riconciliare eventuali confratelli
in conflitto tra loro e soprattutto confortare i condannati al patibolo. e confortare significava permettere loro di avere salvata l’anima attraverso la confessione e la remissione dei peccati, attraverso i sacramenti. Più avanti, intorno a questa funzione si venne organizzando l’assetto della Compagnia dell’Ospedale di Santa Maria della Morte e la componente divenne ancora più elitaria, approvata dal Rettore e dedita alle alle discussioni spirituali in funzione di convincimento alla conversione, anche in extremis, dei condannati. Lo statuto fu elaborato da Cristoforo Pensabene. Il gruppo ristretto dell’Oratorio venne soprannominato “ Scuola dei confortatori”. Dal 1540 abbiamo il primo registro ufficiale( scritto da Giovanni Martino Galasso) della confraternita: nomi e cognomi dei condannati e dei confortatori. MILANO , Confraternita di San giovanni Decollato detta “alle case rotte” , che prese avvio dai Disciplinati di Santa Maria della Morte. La loro opera di conforto fu molto apprezzata dalle autorità cittadine: nel 1395 il duca Gian Galeazzo Visconti ordinò a tutta la città di festeggiarli solennemente nel giorno di S. G. Battista (29 agosto). Abbiamo il loro elenco dei condannati che va dal 1471 al 1784, quando l’ordine venne soppresso dall’imperatore Giuseppe II. Dalla metà del Cinquecento, per volontà dell’Arcivescovo Carlo Borromeo , scomparvero le donne dalla confraternita per fare spazio solamente ad alti funzionari e gentiluomini. VENEZIA : le confraternite vengono chiamate Studio ( es. San Fratin) URBINO : la Compagnia di San Giuseppe e la Compagnia della Morte si occuparono dei condannati a morte. FIRENZE A Firenze il rapporto tra la compagnia larga e quella stretta ebbe un'evoluzione molto simile a quella della confraternita bolognese. La prima fondazione era avvenuta verso la metà del Trecento. La tradizione interna dei Neri la fissò al 1343 e l'attribuí all'iniziativa di «alcuni giovanetti di puerile età» rivolta soprattutto alla questione della liberazione dei carcerati. Solo a distanza di qualche anno si era avviata la pratica della sepoltura di corpi di giustiziati. Poi si ebbe un progressivo specializzarsi nella gestione dell'esecuzione capitale come rito fondamentale dell'amministrazione della giustizia: un rito collettivo che si svolgeva per le strade e le piazze della città lungo un percorso stabilito con grande precisione e contrassegnato dalle insegne della Compagnia, al termine del quale il condannato doveva raggiungere il luogo del supplizio --di norma collocato fuori porta. Di questo grande rituale urbano i Neri divennero col tempo i registi e gli officianti. Nel corso del Quattrocento si formò all'interno della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempi o il gruppo ristretto dei Neri come corpo dedito in modo speciale al conforto dei condannati. Che tra i membri ci fosse a questa data Lorenzo de' Medici dà la misura del prestigio sociale goduto dalla confraternita. Al cappellano spettava l'ufficio di «confessare e confortare, e far dire la messa alla Cappella del rettore, dare la benedizione all'«afflitto». Organizzati prima in numero di dodici poi di ventiquattro , nel 1442 fissarono il tetto massimo a cinquanta, con una distinzione fra i dodici maggiorenti e trentotto membri delle arti, «tutti laici secolari ». Col tempo il carattere di confraternita di devozione era stato messo in ombra da quello di una vera e propria magistratura. Nel quadro composito e variegato delle confraternite cittadine, quella che fu chiamata per antonomasia «dei Neri» si conquistò un posto a parte. L'importanza crescente di Firenze come capitale politica di uno stato territoriale toscano in formazione e come dinamica capitale di attività mercantili e bancarie legate sempre piú alla grande corte internazionale della Roma papale fu la molla della diffusione di quel modello di
pentissero e si accostassero ai sacramenti rimase quella fondamentale. Quello ferrarese si presenta come un registro annalistico ufficiale delle sentenze capitali della giustizia sovrana. A Ferrara tale registro ufficiale e il prestigio acquisito dalle compagnie di giustizia mostra che si era creato tra la confraternita e i poteri pubblici un rapporto speciale. Quello che si recitava sul patibolo era il trionfo del potere, tanto piú efficace quanto piú dietro la sentenza del principe o del comune si poteva vedere la mano di Dio che puniva o salvava. Non era un caso se a Ferrara come a Bologna e in altre città , le esecuzioni si sono spostate dai margini esterni alle piazze principali. Altra peculiarità ferrarese: qui il conforto degli ebrei era praticato dalla loro comunità, da una sorta di confraternita ebraica , attiva almeno a partire dal 1517. Che cosa spingesse tanta gente a voler fare quel tipo di opera di misericordia? Da un lato c'è il rapporto di scambio tra la salvezza dell'anima del condannato e quella delle anime dei suoi confortatori. Guadagnare un'anima è l'opera piú meritoria che si possa compiere. Dall'altro l'assistenza alle esecuzioni capitali fa guadagnare un riconoscimento sociale e un ruolo nella vita pubblica: il corpo del condannato pentito e riconciliato viene ospitato nel luogo benedetto dei cristiani che aspettano la resurrezione. La frattura è ricomposta e il corpo collettivo della società si rinsalda. Inoltre, l'opera dei confratelli della buona morte ebbe anche la funzione di esorcizzare la furia dei “morti senza pace”. CAPITOLO 14 - LA FUNZIONE Nel corso del Quattrocento i capitoli delle confraternite di giustizia elaborarono le norme dell'opera che si impegnavano a svolgere: che chiamavarono «la funzione». Aveva una parte segreta e una pubblica. La prima si svolgeva nel chiuso di una cappella, nella sede della confraternita: il luogo si chiamava «conforteria». La seconda aveva come scenario il percorso cittadino dalla cappella al patibolo e si svolgeva sotto gli occhi del pubblico. Il condannato a morte era per loro l'«afflitto», «il paziente». L'esperimento si chiamava conversione. Nella Bibbia Ebraica, Conversione significava mutamento di percorso di una persona che evita la morte e si impegna a vivere diversamente. Ma nell'uso che se ne faceva nelle confraternite di giustizia al condannato la vita gli veniva tolta; al suo posto, in cambio di un pentimento e di un perdono sacramentale, gli veniva promessa una vita sempiterna nell'aldilà. Ma l'impegno a cui i confratelli si dedicavano era quello di impedire a ogni costo la vittoria del male e la perdita eterna di un'anima. Come farlo fu oggetto di esercizi preparatori, di analisi delle esperienze di volta in volta raccolte, di letture e meditazioni. La condizione preliminare che tutti gli statuti e una vasta letteratura teologica e morale richiesero fu una sola: la purificazione rituale e morale dei confratelli per essere all'altezza di una missione straordinaria. Per prepararsi a svolgere la «funzione» dovevano confessarsi, pregare, condurre vita proba, essere in pace tra di loro. La parte segreta della «funzione» cominciava quando al priore della compagnia giungeva la notifica della sentenza capitale a carico di un carcerato. La cosa avveniva normalmente alla sera o la notte. Si aveva davanti un tempo generalmente assai limitato: solo nei casi speciali della esecuzione di eretici si concedeva tutto il tempo necessario per ottenerne la conversione. E soltanto a partire dal tardo Cinquecento nei domini del re di Spagna fu introdotta la norma della Costituzione penale di Carlo V (la «Carolina») che imponeva un lasso di tre giorni tra sentenza ed esecuzione. Gli statuti prevedevano una organizzazione per turni successivi. Quelli della compagnia modenese di San Giovanni Battista detta «della Morte» parlano dell'elezione di quattro confortatori: dovevano operare in coppia e darsi il cambio alla mezzanotte2.
Quelli della conforteria bolognese seguivano lo stesso modello ma si organizzavano secondo turni fissati in anticipo e componevano le coppie secondo il modello delle botteghe artigiane: un maestro e un discepolo. Analogo il modulo fissato dai confratelli fiorentini della Compagnia dei Neri. Qui gli statuti del 1488 parlano di due «fratelli della sera» e di altri quattro che dovevano subentrare a tempo debito Per instaurare un rapporto fraterno e conquistarsi la fiducia e la confidenza della persona gettata nella disperazione dalla notizia. Una persona distinta dalla giustizia amministrativa: col saio e il cappuccio, le insegne della croce, le litanie e le giaculatorie. Bisognava evitare ogni rischio di apparire come strumenti del tribunale e alleati del boia, seppur nella realtà i confortatori e il sistema punitivo erano due facce dello stesso sistema. Perciò si prestò sempre molta attenzione alla distinzione di luoghi e di competenze. Il loro compito era quello di condurre il condannato dalla fase della disperazione, delle proteste al pensiero della salvezza dell'anima: qui i fattori decisivi erano la scelta degli argomenti, il modo di rapportarsi alle persone, il linguaggio da usare. Ci si preparava leggendo e meditando nelle riunioni periodiche i capitoli delle regole confraternali, approfondendole con questo o quel testo della vasta letteratura esistente. Bisognava essere capaci di dialogare con persone di diversissime condizioni sociali e culturali. Per conquistarsi l'ascolto e la fiducia, i confratelli avevano comunque qualche cosa da offrire: far arrivare messaggi e lettere ai familiari, prendere nota delle ultime volontà, promettere aiuto di un figlio, di un padre o di un marito. Inoltre, non bisognava negare al condannato la facoltà di confessare tutta la verità su fatti e delitti di cui era imputato. Questo era un punto assai delicato. I confortatori potevano venire in possesso di segreti importanti: da lí nascevano ammissioni di delitti mai compiuti e -- soprattutto -- tentativi di addossarli ad altri, con chiamate di correo che scatenavano nuovi arresti e nuove torture. Ora il condannato poteva rimediare al male fatto ad altri alleggerendosi la coscienza con gli«scarichi di coscienza» Ma le compagnie di giustizia dovevano tenere conto anche di ciò che ci si attendeva da loro da parte dei poteri della città. L'obbiettivo dei rituali pubblici di giustizia era quello di educare il popolo col terrore, mostrando agli spettatori quali fossero le conseguenze della disobbedienza alle leggi. Per raggiungere tale obbiettivo non bastava la durezza della punizione: occorreva che dalla bocca del condannato venisse un invito al pentimento e un riconoscimento della giustezza e della provvidenzialità della condanna. Il prezzo per il condannato si riassumeva in una parola: conversione. Era questo che si richiedeva a lui condannato. Restava al condannato che si riteneva vittima di una sentenza iniqua l'ultima minaccia: un appello davanti al tribunale supremo per definizione, quello del giudizio universale nella Valle di Giosafat. Il 14 gennaio 1673 a Bologna il falsario Paolo Cantelli detto Lievra gridòal Cardinale: «Cardinale Palavicini, a rivedersi nella valle di Giosafat». La citazione alla valle di Giosafat era temutissima tanto che si decise di graziare il complice del Lievra. In Germania per mettere a tacere i condannati vi si dovette ricorrere a un aggravamento di pena. Se il condannato si rassegnava e accettava la sentenza come un decreto divino, allora si passava alla confessione sacramentale. La faceva in genere col cappellano della compagnia. A questo punto poteva ricevere un conforto fisico: cibo e bevande( abbondante in Germania).
aggravamenti della pena. Se il comportamento del condannato nell'ultima parte della sua vita darà prova della conversione avvenuta, il corpo sarà raccolto a sera dai devoti e accompagnato processionalmente alla sepoltura nella chiesa della confraternita, a meno che con un decreto apposito non se ne conceda l'uso per l'anatomia, in cambio di elemosine e messe di suffragio. Se invece mancherà quel «certo segno di penitenza», allora niente sepoltura ecclesiastica (ma si trattò sempre di casi rarissimi). La regia era curata dalla «conforteria». Al posto della scena di rumore e di ferocia si è installato un ordinato e solenne rituale religioso.
Nel Quattrocento sono ricche di storie di tradimenti, congiure e attentati chiuse spesso da sentenze capitali rapide e durissime. A Venezia nel 1432 fu mandato a morte per tradimento il generale della Repubblica Francesco Carmagnola; a Roma nel 1468 ci fu la scoperta della congiura dell'Accademia di Pomponio Leto contro papa Paolo II. Nel 1478 la congiura dei Pazzi tentò di eliminare Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano, aggrediti in cattedrale. Sono solo alcuni dei tanti episodi che mostrano come fra tradimenti e congiure si avanzasse il nuovo assetto politico delle città e degli Stati italiani. Divenne di uso comune la pratica penalistica del crimine di lesa maestà. Lo storico antico Tacito aveva raccontato la vicenda dell'imperatore Tiberio che aveva fatto uso di quella categoria punitiva per colpire chi aveva offeso la moglie Giulia: osservava che prima di allora era la «maiestas» del popolo romano che veniva tutelata contro chi ne tradiva la sicurezza o ne gestiva male il governo. Da quel momento in poi l'attributo della «maiestas» era trasmigrato nella figura deificata dell'imperatore. E questa eredità era stata raccolta dal cristianesimo medievale. Il reato di lesa maestà doveva venire abolito insieme alla pena di morte dalla riforma della legislazione penale toscana attuata da Pietro Leopoldo nel 1786, come prodotto del «dispotismo dell'Impero Romano». Il crimine veniva ravvisato e colpito ogni volta che c'era disobbedienza o tradimento contro un potere sospettoso e inquieto, dunque facile a vedere dovunque traditori. Decisivo fu il contributo della Chiesa è stato decisivo: l'accusa di «lesa maestà divina» colpí il delitto di eresia o di apostasia; al quale fu riserbato il piano piú alto nella scala di gravità dei reati, subito seguito da quello di «lesa maestà umana» (complotto, ribellione contro il potere politico legittimo). Il sospettato di lesa maestà poteva essere torturato senza limiti: bastava il sospetto. Lo stesso Bonifacio VIII si vide accusato di eresie gravissime da Guillaume de Nogaret nel 1303, nel corso del conflitto col re di Francia Filippo il Bello: e le accuse di eresia e di apostasia furono utilizzate di lí a poco nel mostruoso processo contro i membri dell'Ordine templare che vide in azione Filippo il Bello ma anche il nuovo papa Clemente V. E per accertare l'esistenza del «crimen lesae maiestatis» è fondamentale la confessione. Di fatto la rinascita della categoria romana del crimine di lesa maestà dal repertorio inesauribile del diritto romano offrí ai poteri politici e religiosi lo strumento per colpire ogni forma di disobbedienza e di insubordinazione: lesa maestà divina era il delitto dell'eretico, lesa maestà umana quello dell'attentatore contro il sovrano. In ambedue i casi fu determinante l'affermarsi della categoria canonistica di «corpo mistico» per indicare le personificazioni di enti collettivi e il rapporto speciale che univa a quel corpo il capo di esso, fosse il papa o il principe. Ecco che si imponevano mezzi speciali per la ricerca («inquisitio») della verità: tale fu la tortura.
Ora, per la Chiesa la confessione del peccato occulto da parte del peccatore pentito era coperta dal sigillo del segreto. Col decreto del Concilio Lateranense IV che aveva separato la confessione sacramentale individuale e segreta da quella pubblica dell'imputato davanti al giudice si era aperta una divaricazione dalle importanti conseguenze. Da un lato, come abbiamo raccontato, i giudici francesi rifiutarono ai condannati il ricorso alla confessione sacramentale e imposero loro quella di foro esterno; dall'altro in area italiana centrosettentrionale si diffuse invece la concessione della confessione sacramentale. Ma qui si pose un problema speciale: quel sigillo del sacramento fino a che punto era davvero infrangibile? E bastò il sospetto perché si potesse procedere all'arresto e alla tortura senza nessun limite legale. La natura segreta del reato si associò allora al carattere pubblico della punizione: tanto nascosto e pericoloso doveva apparire il nemico quanto teatrale e clamoroso doveva essere l'atto della giustizia. E le esecuzioni capitali divennero l'occasione di rese dei conti tra vincitori e vinti e lo scenario della piazza fu il luogo dove il popolo si trasformò da attore in spettatore. A volte, per si superò il ruolo delle«Furono impiccati e morti da ottanta uomini senza la Compagnia per la congiura dei Pazzi», cosí si legge nel registro della Compagnia fiorentina dei Neri. Tra gli impiccati alle finestre del Palazzo Vecchio i fiorentini videro il corpo dell'arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, come quello di Iacopo dei Pazzi catturato sulla via di Roma fu riportato per esservi ammazzato. La vendetta della parte vincente fu la morte senza perdono, senza gli uffici devoti della Compagnia. Esecuzioni notturne senza conforti religiosi, corpi esibiti al mattino, attaccati alle finestre dei palazzi pubblici, abbandonati alla furia popolare. Da notare come ci vollero la congiura e la violenta repressione perché nella Toscana del tempo la parola «stato» cambiò significato: a Lorenzo, appena sfuggito ai pugnali dei congiurati e rifugiatosi nel palazzo, le parole «stato in pericolo» si riferivano al suo «stato», quella condizione di preminenza familiare e personale in città che aveva svuotato le istituzioni del comune e stava diventando una forma di sovranità. Si dovette ricorrere all'accusa di delitto di lesa maestà, svelando in tal modo il vero ruolo di signore dello Stato fiorentino detenuto allora da Lorenzo
Nel registro della compagnia ferrarese la funzione della confraternita coi suoi rituali e i suoi simboli divenne sempre piú quella di legittimare la condanna del sovrano terreno in nome della volontà di Dio.Prendiamo ad esempio alcuni episodi. 1469: abbiamo la decapitazione di due uomini: Zohane Ludovico di Pii e Andrea da Viarani, suo cancelliere». La loro esecuzione fu organizzata nella piazza compresa tra il palazzo ducale e il palazzo della Ragione: una scelta eccezionale, in un contesto in cui le «giustizie» avvenivano in generale «di là dal Po». La ragione risiedeva nel delitto commesso. Erano colpevoli del crimine di lesa maestà: avevano progettato di deporre e forse di uccidere Borso d'Este, marchese di Ferrara per favorire l'ascesa del fratello Ercole. La congiura aveva richiesto una complessa trama di accordi col duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e con Cosimo de' Medici e suo figlio Lorenzo. Ma Ercole, che in un primo momento aveva dato il suo assenso al progetto, rivelò tutto al fratello. Cosí Giovanni Ludovico Pio e Andrea Viarani segretario dei Pio furono arrestati e condannati a morte. E anche altri fratelli Pio finirono in carcere. Caso clamoroso, che richiese l'opera della confraternita ferrarese. Il ricordo dell'opera svolta rimase in un documento eccezionale: tre composizioni poetiche scritte in carcere da Andrea Viarani dedicate a chiedere perdono a Dio e misericordia e intercessione