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Devianza Sociale: Definizione, Teorie e Controllo Sociale, Appunti di Sociologia

RIASSUNTO DEL LIBRO DI FRANCO PRINA

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 15/05/2021

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noemi10_ 🇮🇹

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DEVIANZA E CRIMINALITÀ.
CAPITOLO 1: CONCETTI E DEFINIZIONI.
LA SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA.
Il concetto di devianza richiede una serie di precisazioni ma in generale possiamo dire che
corrisponda ad un insieme di comportamenti o di orientamenti di azioni degli individui che
hanno in comune la violazione o il rifiuto delle norme o delle regole vigenti in una data
società o cultura. Per questo la sociologia della devianza pone importanza sia ai
comportamenti criminali (definiti tali dal Codice penale) e sia ai comportamenti
considerati come problematici e che ne violano le norme presenti in una società e/o
cultura.
La sociologia della devianza si pone degli obiettivi che possono essere collocati su due
piani: quello descrittivo e quello esplicativo.
Dal punto di vista descrittivo, l’impegno è quello di descrivere i fenomeni, i comportamenti
di individui, gruppi, società oggetti di interesse, nonché le caratteristiche dei soggetti che ne
sono protagonisti. Sul piano descrittivo grande interesse riveste anche il mutamento: ogni
fenomeno e comportamento dipende dalla definizione sociale della devianza, ossia del
modo in cui alcuni dei comportamenti tenuti dagli individui sono socialmente qualificati e
considerati come devianti e che allo stesso tempo da ciò che una certa società o cultura, nel
trascorrere del tempo, definisce e tratta come comportamento deviante.
Infine, sempre sul piano descrittivo, importanti sono quelle reazioni istituzionali ai
comportamenti devianti che danno origine a politiche di prevenzione, controllo, trattamento
repressione.
Il secondo obiettivo, quello esplicativo, consiste nella spiegazione dei comportamenti
socialmente devianti. In altre parole, domandarsi e individuare le CAUSE. Ma anche le
spiegazioni in merito alle modalità con cui si costruiscono e prendono forma le reazioni ai
comportamenti devianti, ossia le politiche di prevenzioni, controllo, trattamento,
repressione. In questo caso, possiamo rientrare l’interesse per le valutazioni in ordine
all’efficacia delle politiche.
Dato il carattere relativo e mutevole del concetto di devianza, la sociologia adotta per tutti e
due gli obiettivi due prospettive: in senso diacronico (osservando come mutano in epoche
diverse le definizioni di “normale” e “deviante” e come evolvono i fenomeni così
qualificati) e in senso sincronico (guardando come si pongono e si comportano società e
culture diverse oppure anche segmenti della società stessa).
LA DEVIANZA.
Una corretta definizione di DEVIANZA dipende da vari fattori: certamente è deviante un
comportamento che si scosta rispetto a una distribuzione normale dei comportamenti tenuti
in un dato contesto sociale e, in questo senso, è definito normale il comportamento che si
osserva con maggiore frequenza. Tuttavia, è bene specificare che non tutti i comportamenti
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Scarica Devianza Sociale: Definizione, Teorie e Controllo Sociale e più Appunti in PDF di Sociologia solo su Docsity!

DEVIANZA E CRIMINALITÀ.

CAPITOLO 1: CONCETTI E DEFINIZIONI.

LA SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA.

Il concetto di devianza richiede una serie di precisazioni ma in generale possiamo dire che corrisponda ad un insieme di comportamenti o di orientamenti di azioni degli individui che hanno in comune la violazione o il rifiuto delle norme o delle regole vigenti in una data società o cultura. Per questo la sociologia della devianza pone importanza sia ai comportamenti criminali (definiti tali dal Codice penale) e sia ai comportamenti considerati come problematici e che ne violano le norme presenti in una società e/o cultura. La sociologia della devianza si pone degli obiettivi che possono essere collocati su due piani: quello descrittivo e quello esplicativo. Dal punto di vista descrittivo , l’impegno è quello di descrivere i fenomeni, i comportamenti di individui, gruppi, società oggetti di interesse, nonché le caratteristiche dei soggetti che ne sono protagonisti. Sul piano descrittivo grande interesse riveste anche il mutamento: ogni fenomeno e comportamento dipende dalla definizione sociale della devianza, ossia del modo in cui alcuni dei comportamenti tenuti dagli individui sono socialmente qualificati e considerati come devianti e che allo stesso tempo da ciò che una certa società o cultura, nel trascorrere del tempo, definisce e tratta come comportamento deviante. Infine, sempre sul piano descrittivo, importanti sono quelle reazioni istituzionali ai comportamenti devianti che danno origine a politiche di prevenzione, controllo, trattamento repressione. Il secondo obiettivo, quello esplicativo, consiste nella spiegazione dei comportamenti socialmente devianti. In altre parole, domandarsi e individuare le CAUSE. Ma anche le spiegazioni in merito alle modalità con cui si costruiscono e prendono forma le reazioni ai comportamenti devianti, ossia le politiche di prevenzioni, controllo, trattamento, repressione. In questo caso, possiamo rientrare l’interesse per le valutazioni in ordine all’ efficacia delle politiche. Dato il carattere relativo e mutevole del concetto di devianza, la sociologia adotta per tutti e due gli obiettivi due prospettive: in senso diacronico (osservando come mutano in epoche diverse le definizioni di “normale” e “deviante” e come evolvono i fenomeni così qualificati) e in senso sincronico (guardando come si pongono e si comportano società e culture diverse oppure anche segmenti della società stessa). LA DEVIANZA. Una corretta definizione di DEVIANZA dipende da vari fattori: certamente è deviante un comportamento che si scosta rispetto a una distribuzione normale dei comportamenti tenuti in un dato contesto sociale e, in questo senso, è definito normale il comportamento che si osserva con maggiore frequenza. Tuttavia, è bene specificare che non tutti i comportamenti tenuti da una minoranza che si discostano da quelli della maggioranza, sono considerati

devianti. Lo sono soltanto quelli che suscitano riprovazione o reazioni negative da parte dei membri del contesto sociale e culturale in cui si tengono. Servono altre due specificazioni. La prima attiene alle differenze tra gli individui che compongono una determinata società, differenze che, sotto il profilo sociologico, riguardano i ruoli ricoperti dai ruoli ricoperti da ciascuno: la devianza è qualificabile come violazione delle aspettative che gli altri hanno rispetto ad un ruolo ricoperto dall’individui che compie l’atto (differenza tra chi spara a qualcuno e non è legittimato a farlo e tra un poliziotto). La qualificazione di un atto deviante dipende non solo dal ruolo ricoperto ma anche da fattori culturali che mutano nel tempo e nello spazio. Sono, dunque, le visioni e i giudizi che si formano intorno a un comportamento, cristallizzati in norme giuridiche o nelle valutazioni condivise, a definire i confini tra normalità e devianza applicabili allo stesso atto e alle sue conseguenze. Ciò che davvero conta sotto il profilo sociologico è il conferimento di tale proprietà o, in altre parole, l’attribuzione della qualifica o etichetta di soggetti devianti o criminali a specifici individui o gruppi da parte degli altri e delle istituzioni. Come abbiamo già detto, la devianza è qualcosa di relativo e mutevole, caratteristiche che possono essere evidenziate attraverso 3 dimensioni:

- dimensione del tempo, un comportamento può essere deviante in certo momento di evoluzione della società e non esserlo tale in un altro, e viceversa. - dimensione spazio, ossia il riferimento a diverse società e culture, in quanto un certo atto può essere condannato in alcune società ed essere accettato in altre. - dimensione delle articolazioni sociali, ovvero i gruppi e le subculture interni a una determinata società, a maggior ragione se poi parliamo di società complesse con persone che hanno giudizi e valori differenti. A proposito di articolazioni sociali, significative sono le differenze e le disuguaglianze relative alla collocazione sociale degli individui, ovvero ai ruoli e agli status. A ogni ruolo è associato uno status (insieme di attributi riconosciuti a chi ricopre un determinato ruolo). A diversi status corrispondono diversi tipi di potere sul piano formale che sul piano dell’influenza sociale. Per spiegare ciò è possibile fare un esempio: mentre un ladro di polli viene qualificato e trattato come un delinquente, chi produce danni enormi con comportamenti illeciti in economia (lavoro, inquinamento ambiente, conduzione di guerra ecc.) verrà considerato come “un po disonesto”, un furbo o un astuto governante. LE NORME. L’esistenza di norme riconosciute come valide da un determinato gruppo sociale è un presupposto fondamentale per l’elaborazione del concetto di devianza. Per dare una definizione delle norme, queste ultime possono essere definite come indicazioni o regole che orientano o guidano i comportamenti sociali degli individui di una data società o cultura e la cui violazione dà luogo a reazioni, in genere negative, degli individui o delle istituzioni di quella società.

più onerosa, per chi la subisce, di una sanzione sociale. Inoltre, si afferma che le due sanzioni in genere sono abbinate e si rafforzano a vicenda. LE FUNZIONI DELLE SANZIONI. Ma perché si puniscono i devianti? Le sanzioni hanno diverse funzioni: FUNZIONE RETRIBUTIVA: la sanzione serve a restituire al reo il male provocato con la sua azione illecita (occhio per occhio, dente per dente). Si tratta di una funzione premoderna che verrà superata attraverso la messa in discussione della legittimità del farsi giustizia da parte delle vittime e la definizione del potere di punire come esclusivo dello Stato. Nonostante ciò, è un errore considerare la funzione retributiva come scomparsa: essa è ancora presente e lo constatiamo nei discorsi diffusi su certi media e nell’opinione pubblica ogni volta che si verifica un crimine con vittime evidenti. (es. bisogna fargliela pagare, merita di soffrire per quello che ha fatto ecc.) FUNZIONE DETERRENTE: opposta alla retributiva, la funzione non deve essere più concepita come vendetta dello Stato o dei singoli individui offesi o danneggiati, ma esclusivamente come strumento di ripristino dell'ordine e di prevenzione del prodursi di altri delitti da parte del reo e, al tempo stesso, da parte di tutti i cittadini Uniti nel contratto sociale. In questo caso unico scopo del punire è che le sanzioni possano trattenere o distogliere dal compiere un'azione illecita o dannosa. Per questo la funzione deterrente e anche denominata funzione preventiva. Vi sono due accezioni di deterrenza:

- deterrenza speciale, indica la funzione di prevenzione di comportamenti che violano le leggi da parte del singolo soggetto che sperimentano sanzione a seguito di una prima infrazione e che, pagando un costo, in futuro si asterrà da ripetere atti criminali. - Deterrenza generale, si riferisce alla popolazione tutta, ovvero a coloro che non hanno ancora violato nessuna legge i quali dovrebbero trattenersi dal farlo perché consapevoli delle conseguenze negative che ne deriverebbero. Vi è in questa concezione un'idea dell'individuo come attore sociale razionale che sceglie essenzialmente tenendo conto di un calcolo costi-benefici e che, dunque, si asterrà dal violare una norma considerando le conseguenze che ne deriverebbero. - FUNZIONE RIEDUCATIVA: la punizione deve servire a “cambiare” chi ha sbagliato, rendendolo consapevole dei propri errori e capace di non ripeterli. Si tratta di una funzione che accompagna l’idea del deviante come un soggetto i cui istinti possono essere corretti o che non ha avuto opportunità di buona educazione, che dunque può migliorare. FUNZIONE INCAPACITANTE: la sanzione serve a escludere il reo o il deviante, considerato come pericoloso socialmente, dalla società, isolandolo dalle relazioni sociali al fine di impedirgli di fare il male e, dunque, di danneggiare gli altri (e in certi casi anche sé stesso). Per cui, è quella funzione che prevede di rinchiudere il deviante, per un periodo o per sempre, in contesti separati dal mondo con l’obiettivo di neutralizzare gli istinti che incoraggiano comportamenti devianti, criminali o problematici.

Il sociologo della devianza si interroga anche sugli effetti di tali funzioni in termini di effettività ed efficacia. EFFETTIVITA’ della norma, ovvero le azioni volte ad applicare quanto in essa previsto, a dare cioè sostanza alle indicazioni di azione che sono state prefigurate attraverso scelte e impegni da parte di attori diversi in quanto titolari di ruoli istituzionali (forme di controllo da parte delle forze di polizia). EFFICACIA della norma, ovvero la verifica che essa abbia raggiunto gli obiettivi per cui è stata formulata e che sono dichiarati al momento della sua elaborazione. È questo il campo dove guardare al diritto dal punto di vista sociologico così da poter rispondere agli interrogativi in ordine al ruolo che assolvono le sanzioni connesse alle violazioni di norme. Il legame che vi è tra effettività ed efficacia non è mai scontato: infatti un alto grado di affettività non sempre porta al raggiungimento degli obiettivi che il legislatore dichiarava di voler perseguire introducendo quella norma. SOCIALIZZAZIONE NORMATIVA E CONTROLLO SOCIALE. Nei confronti dei comportamenti considerati problematici, ogni società reagisce in modo tale da ridurne la diffusione. Si può agire su due piani:

- PIANO INFORMALE, attraverso la trasmissione ai nuovi giunti di specifici e articolati messaggi normativi o, ancora, attraverso l’adozione di comportamenti e modalità relazionali finalizzati all’orientamento del comportamento verso la conformità (es. approvazione/disapprovazione, inclusione/esclusione); - PIANO FORMALE, entrano in campo azioni e interventi di specifiche istituzioni che si prefiggono di prevenire, contenere, reprimere i comportamenti che violano le norme e trattare chi ne è responsabile. **STRUMENTI UTILIZZATI SUL PIANO FORMALE:

  • SOCIALIZZAZIONE,** è attraverso questo processo che si verifica l’acquisizione del sistema di regole. I comportamenti sono incanalati a partire dalla più tenera età in alcuni binari che hanno come elementi essenziali obblighi e divieti. Si parla a proposito di “socializzazione normativa e giuridica”, che porta in primis ad una socializzazione delle norme sociali, per poi abbracciare, man mano che l'individuo cresce, le norme giuridiche. Non è, dunque, un processo limitato le prime fasi di crescita di una persona, bensì un processo continuo di acquisizione di norme specifiche, per lo più connesse ai ruoli che si vanno a ricoprire, che si sommano a quelle più generiche acquisite nel corso della socializzazione primaria. Tuttavia, va sottolineato che in questo percorso si possono non solo acquisire informazioni sulle norme da rispettare e stimoli verso il loro rispetto, ma si può anche essere esposti, nel contesto relazionale, a sollecitazioni e pressioni in direzione della devianza e della trasgressione delle norme.

- Decriminalizzazione secondaria, nel senso di un venir meno delle condizioni di perseguibilità di chi lo mette in atto. Questo anche qualora molti cittadini di quello Stato continuassero a valutare non accettabile quello stesso comportamento e, dunque, a trattare negativamente e a escludere socialmente chi lo adotta. Se la maggioranza dei comportamenti qualificati come crimini è generalmente considerata anche sul piano sociale come comportamento deviante, può succedere che permanga una forte condanna, con conseguenze sociali rilevanti, per i protagonisti di comportamenti che anche siano stati depenalizzati possono subire processi di stigmatizzazione ed esclusione molto pesanti. ES. prostituzione (non è reato, ma che vede chi la esercita non certo una persona responsabile e socialmente integrata). ES. omosessualità (ancora considerato un reato, sottoposto a controllo penale e amministrativo (manicomio) che però oggi sono decaduti, ma che non cessa di costituire un ambito di pesanti discriminazioni sociali). LE FORME DI CRIMINALITÀ. “Criminalità” e “devianza” sono universi complessi di comportamenti che ogni società qualifica come crimini (o reati) o come devianze. Cominciamo dalle articolazioni dell’universo della CRIMINALITÀ, ossia l’insieme di dei comportamenti qualificati come reati da norme giuridiche istituzionalmente elaborate e poste in vigore. La prima distinzione è sotto il profilo del diritto positivo: delitti e contravvenzioni. DELITTI: sono i delitti per i quali è prevista la pena dell’ergastolo, della reclusione, della multa. CONTRAVVEZIONI: sono quei reati per i quali è prevista la pena dell’arresto e/o dell’ammenda. A esse si aggiungono gli illeciti amministrativi, perseguiti con mere sanzioni amministrative irrogate dal prefetto o da altre autorità. I delitti sono puniti più gravemente rispetto alle contravvenzioni e possono essere dolosi, preterintenzionali o colposi. Altre importanti categorizzazioni sul piano giuridico sono riconducibili al tipo di comportamento considerato alla sua gravità e possiamo distinguere: delitti contro la personalità dello Stato, contro la pubblica amministrazione, contro l’amministrazione della giustizia, contro l’ordine pubblico, contro il risentimento religioso e contro la pietà dei defunti, contro l’incolumità pubblica, contro l’ambiente, contro la fede pubblica, contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, contro la moralità pubblica e il buon costume, contro la famiglia, contro il sentimento per gli animali, contro la persona, contro il patrimonio. Sociologicamente sono state elaborate altre categorie derivanti da distinzioni fondate su altri criteri.

La prima distinzione è tra reati conseguenti al non rispetto degli obblighi e reati consistenti in violazione di leggi. Un comportamento regolato da leggi può essere oltre che comandato anche obbligatorio (es. obbligo di pagare le tasse), vietato (divieto di parcheggiare in determinati luoghi), facoltativo (cambiare residenza) o permesso (permesso di pesca in certe condizioni). Tuttavia, sono soprattutto le prime due categorie (obbligatorio e vietato) a provocare la reazione che si riserva alla devianza, anche se possono non mancare forme di riprovazione di comportamenti permessi (chi va a caccia con tanto di licenza). Una norma può essere espressa in due modi diversi che, in ogni caso, non mutano la sostanza della stessa. Dire “il conducente e i passeggeri occupanti i posti anteriori dei veicoli della categoria Mi hanno l’obbligo di indossare la cintura di sicurezza” equivale a dire che “è vietato guidare un’auto se non si è allacciata la cintura di sicurezza”. Quanto più questi elementi sono coercitivi tanto più si potranno valorizzare gli obblighi intesi come condizioni normali di vita della società. Tanto più una società e disarticolate e il grado di fiducia e il rispetto reciproco e basso, tanto più sarà necessario il ricorso divieti sempre più forti. Una seconda importante distinzione e quella tra reati strumentali e reati espressivi. REATI STRUMENTALI: si tratta di un reato finalizzato a ottenere un beneficio un vantaggio, quindi la componente razionale ne fa da padrona. Molto spesso a tale fattispecie associata la premeditazione, ossia l'elaborazione di un disegno relativo l'obiettivo da raggiungere e alle modalità con cui procedere, ma anche a come evitare di essere riconosciuti responsabili di quel comportamento. (es. reati predatori come il furto). più in generale sono strumentali quei reati finalizzato a ottenere un guadagno o un arricchimento anche attraverso la violazione di norme che reggono l'economia ho la gestione delle amministrazioni pubbliche, oppure quei reati contro la persona finalizzati a ottenere un obiettivo (omicidio per ottenere l'eredità). REATI ESPRESSIVI: si tratta di una fattispecie che vede la componente razionale poco o per nulla rilevante. Origina da stati d'animo, bisogni, impulsi incontrollati, dove il calcolo costi benefici e spesso assente e dove la minaccia della sanzione appare poco rilevante. Pensiamo al delitto cosiddetto passionale ma anche a forme di reato che costituiscono espressione del proprio stato d'animo. A proposito di questa categorizzazione sono necessarie due precisazioni:

  1. La distinzione, sebbene utile sul piano concettuale non è sempre così netta. Infatti, l'atto criminale può essere cagionato da contingenze che fanno perdere lucidità razionalità, ma sempre all'interno di percorsi premeditati (es. un serial killer agisce sulla base di un gravissimo disturbo di personalità, ma compiere atti brutali finalizzati al raggiungimento dell'obiettivo e all' impossibilità di essere scoperti. Oppure, un gruppo di adolescenti che sottrae a coetanei i cellulari o altro perso dispari il proprio bisogno ma anche per dimostrare il disprezzo verso chi considera come privilegiato o estraneo al proprio contesto culturale sociale).

dell’acquirente, è anche vero che attorno lo spaccio di tali sostanze si strutturi un mercato di domanda-offerta. È lo Stato a considerare da reprimere tutte le attività correlate e che dunque qualifica come reati. LE CATEGORIE DEI COMPORTAMENTI DEVIANTI. Anche il concetto di devianza abbraccia diverse categorie di comportamenti devianti con riferimento ai tipi di norme cui ci si riferisce. Così, DA UN LATO, abbiamo l’insieme costituito dall’allontanamento dalle norme sociali che fanno riferimento a modalità di comportamento e di relazione quotidiana con gli altri (es. norme di buona educazione, norme del buon costume, ecc..). Si tratta di un terreno in continuo cambiamento in quanto sappiamo come sia veloce il succedersi di mode o degli stili di relazione e il cambiamento dei giudizi condivisi su chi le trasgredisce. DALL’ALTRO, esistono fenomeni che possiamo riferire a stili di vita problematici: si pensi all’abuso di alcol o alle dipendenze da sostanze o dal gioco d’azzardo. Ma si pensi anche all’esercizio della prostituzione. Quanto più le società sono complesse e ricche di differenze, tanto più è difficile parlare di devianza in senso generale, ma si dovrà pensare alla relatività dell’etichetta e delle conseguenze che ne derivano sempre più con riferimento a parti o segmenti della società. Così, è evidente che il giudizio negativo applicato al consumo di sostanze psicoattive varia a seconda del tipo di sostanza e dei contesti relazionali: ad esempio il consumo di cannabis e un'esperienza che crea atteggiamenti e giudizi diversi a seconda dei gruppi, dell'età, delle condizioni sociali di chi entra in contatto direttamente indirettamente con quell’esperienza appunto. Si parla di normalizzazione di un certo comportamento fino a un determinato momento trattato come deviante, un termine che può essere accostato a quello di decriminalizzazione. Si tratta di un processo che implica spesso conflitti, ma che è segna il cambiamento che, sul non modo di considerare la questione, interviene in una specifica società o in società più simili, come quello occidentali. Un'altra importante distinzione è quella tra devianza primaria e devianza secondaria. DEVIANZA PRIMARIA : si intende una o più violazioni delle norme sociali e giuridiche , per mezzo di un comportamento che ha «implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell’individuo; DEVIANZA SECONDARIA : consiste nell 'espressione delle conseguenze della percezione dell’individuo come deviante da parte degli altri e del suo riorganizzare la propria identità e i propri comportamenti sulla base di tale percezione. Così il comportamento deviante diventa strumento di difesa virgola di attacco o di adattamento nei confronti dei problemi derivanti dalle reazioni alla devianza primaria, ossia disapprovazione, degradazione e isolamento. Altri due concetti sono importanti: subcultura deviante e carriera deviante. SUBCULTURA DEVIANTE: o gruppo deviante, s'intende un insieme di elementi culturali che caratterizza e differenzia rispetto alla società globale di riferimento un dato gruppo o segmento sociale. La subcultura fornisce i suoi membri un insieme di norme di valori che orientano le loro azioni e che si differenziano dalle norme e dai valori della

cultura dominante. Non ne contestano gli aspetti essenziali ma, semmai, elaborano forme diverse per prevenire e affrontare la frustrazione di non riuscire a perseguire le mete stabilite. Si differenzia da una controcultura (coltivata dalla figura dei ribelli o rivoluzionari), che propone mete da perseguire, norme o stili di vita da coltivare, radicalmente diversi da quelli dominanti. CARRIERA DEVIANTE : è una vita in cui si succedono una serie di eventi (conflitti con altre persone, episodi di emarginazione, crimini ecc..) che ne scandiscono il percorso di devianza. LE RAPPRESENTAZIONI SOCIALI DEL CRIMINE E DELLE DEVIANZE: STEREOTIPI, SEMPLIFICAZIONI E LUOGHI COMUNI. Il concetto di “ rappresentazione sociale ” è un concetto importante per la sociologia in genere e molto rilevante quando si parla di devianze dei problemi sociali percepiti come a esse correlati o conseguenti. si pensi al sentimento di insicurezza che da tempo è al centro di tante attenzioni dei media e delle amministrazioni pubbliche. ricordiamo che le rappresentazioni sociali costituiscono un tipo di conoscenza socialmente elaborata e condivisa, chi è concorre alla costruzione di un pensiero è una definizione comuni per tutta una società, una cultura o parti di esse sui significati di oggetti e situazioni vissute da tutti. Per questo si parla di “ costruzione sociale della realtà ”. La conoscenza condivisa si forma principalmente a partire dai processi di socializzazione, ma trova il suo fondamento anche nelle informazioni, nei saperi e nei modi di pensare che circolano in quel contesto attraverso le diverse forme di comunicazione. Gli appartenenti a quella formazione sociale condivido non sapere di senso comune che fa apparire quanto pensato intorno ad una determinata situazione o problema come qualcosa di naturale e indiscutibile. naturalmente quanto più una società o una cultura presentano caratteri di integrazione e scarsa diversificazione interna, tanto più ci troveremmo in presenza di rappresentazioni altamente condivise. Solo le persone marginali o devianti saranno portatrici di pensieri differenti. Al contrario, nelle società differenziate si svilupperanno valutazioni diverse di stessi comportamenti osservati o praticati ho definizioni non condivise della loro qualificazione sociale (ossia, comportamenti accettabili/normali oppure non accettabili /devianti). Nelle formazioni delle rappresentazioni sociali il ritorno al crimine e alla devianza, grande importanza hanno le modalità con cui le questioni sono trattate a livello mediatico. È chiaro di come fatti di cronaca nera costituiscono la materia di trasmissioni che spettacolarizzano tali eventi, o che fanno da Cassa di risonanza cittadini mobilitati e a esponenti della politica che hanno al centro del loro interesse l'insicurezza e le sue cause, con un quotidiano accanimento verso le categorie ritenute responsabili. Il tutto è accompagnato da ragionamenti sulle risposte a ciò, in base ai quali se un problema a una causa evidente e se la colpa del suo prodursi o aggravarsi e di un certo elemento, allora sarà sufficiente, per risolverlo, rimuovere quella causa con cure opportune o sanzionando ed escludendo dalle relazioni sociali i colpevoli, ritenuti unici responsabili.

motivazioni e ragioni dell’agire (o del subire), ma anche i vissuti, valutazioni, giudizi, giustificazioni, reazioni.

  1. Le caratteristiche dei contesti in cui si producono i fenomeni: ambiti geografici (quartiere, un'area urbana) o specifiche culture o subcultura in cui gli attori sono collocati. Ma anche le condizioni economiche, le condizioni materiali di vita delle diverse categorie o classi sociali, i tratti culturali dominanti.
  2. I contenuti e le diverse forme e delle norme delle politiche di risposta a devianza e criminalità: qui la sociologia della devianza si accosta alla sociologia del diritto e alla sociologia politica, con lo scopo di elaborare e definire norme formali e per le politiche conseguenti. PIANO ESPLICATIVO O INTERPRETATIVO Il piano esplicativo o interpretativo ha come presupposto un buon livello della qualità di dati e delle conoscenze ottenibili sul piano descrittivo. Anche quest'ultimo si basa su determinati obiettivi perseguibili attraverso studi e ricerche che tentano di affrontare diversi interrogativi:
  3. La ricerca delle connessioni tra fenomeni e fattori considerati potenziali variabili indipendenti in grado di causare o comunque incidere sul cambiamento.
  4. La ricerca e la sistematizzazione delle ragioni che influenzano le scelte di azioni e comportamenti posti in essere da diversi attori, nonché significati ad essi attribuiti.
  5. La ricerca sui fattori che spiegano le reazioni istituzionali alla criminalità e alle diverse forme di devianza e che sono all'origine delle norme delle politiche di prevenzione, controllo, repressione, trattamento. Questi diversi aspetti sono stati tasselli dell'impegno di elaborazione di teorie sociologiche che spiegano/interpretano la devianza delle reazioni a essa, non senza problemi e difficoltà relative la ricerca nel nostro campo, soprattutto sotto il profilo metodologico e operativo (come dimostra il dibattito in merito al valore da attribuire alle statistiche della criminalità). 2.3. LE STATISTICHE SULLA CRIMINALITA’: MANEGGIARE CON CURA. su che cosa rappresentino le statistiche criminali e, di conseguenza, sul loro possibile utilizza, si sono confrontati a lungo diverse visioni:

- positivista, tende a considerare le statistiche specchio fedele della realtà oggettiva che è la criminalità; - costruzionista, sostiene che le statistiche ufficiali non possono descrivere la criminalità reale ho le caratteristiche degli individui che commettono i reati poiché hanno diversi limiti **_;

  • realista,_** si pone in una posizione intermedia e considera le statistiche, pur con i loro limiti riconosciuti, una parziale ma utile rappresentazione di alcuni aspetti della criminalità reale e della propensione a commettere reati di certi gruppi, soprattutto se tali statistiche sono accompagnate da indagini di vittimizzazione e di autoconfessione.

Di tutte e tre le visioni quelle scientificamente centrali nell’ambito della criminologia e della sociologia della devianza sono quella costruzionista e realista. Per entrare nel merito del discorso dobbiamo partire dalla distinzione fra tre insiemi di criminalità:

- criminalità ufficiale, comprende l'insieme delle condotte criminali ho violazioni di leggi penali di cui vengono a conoscenza e che sono registrate dalle forze dell'ordine e dalla magistratura; - criminalità nascosta, insieme dei reati commessi in un certo contesto e periodo di cui non sia a conoscenza poiché non sono stati non e denunciati hanno scoperti dalle forze dell'ordine e, quindi, non registrati; - criminalità reale, insieme di tutti i reati commessi, sia registrati che non registrati. quindi la somma della criminalità ufficiale e della criminalità nascosta, dalla quale dovranno essere tolti quei crimini denunciati ma che non risultano tali. Proprio il rapporto tra criminalità ufficiale e criminalità reale è l'oggetto centrale delle considerazioni realizzate sulla criminalità. 2.3.1. I CONTENUTI DELLE DIVERSE STATISTICHE. Ci sono diversi tipi di statistiche: - statistiche della delittuosità , comprende l'insieme dei dati relativi ai reati commessi e denunciati all'autorità giudiziaria da tutte le forze di polizia. per cui, fa riferimento all' insieme delle fattispecie delittuose consumate tentate, rilevate dalle forze di polizia per anti sul territorio nazionale e che provvedono a registrare nel sistema di indagine (SDI). Restano fuori tutti i reati che vengono denunciati direttamente all’Autorità giudiziaria o che questa rileva direttamente; All'interno del sistema di indagine i delitti sono identificati in base alla loro qualificazione giuridica al momento della registrazione da parte delle forze dell'ordine. la registrazione avviene utilizzando come codifica l'articolo del Codice penale o gli estremi identificativi per le altre leggi. Altre fattispecie di reato sono individuate, tuttavia, dall'unione dell'articolo con altre informazioni basilari come l'oggetto del reato, il luogo, il modus operandi. È proprio grazie a queste informazioni che possibile rappresentare almeno in parte l'aspetto totale del fenomeno criminale. Dal 2004 all' Istat pervengono i dati dei delitti e quelli sugli autori segnalati, arrestati o denunciati all'autorità giudiziaria. Tuttavia, in questi reati non sono compresi altri crimini importanti come Tratta di esseri umani, maltrattamenti in famiglia o stalking, contraffazione, ecc. Dal 2006, inoltre, il ministero fornisce all' Istat anche dati inerenti alle caratteristiche degli autori e delle vittime dei reati: il sesso, l'età, la cittadinanza. Tuttavia, manca un dato importante soprattutto per i reati di violenza: quella che riguarda la relazione tra vittima e l'autore punto solo il database operativo dedicato agli omicidi rileva la relazione tra l'autore la vittima, permettendo così di conoscere quante donne sono uccise dal partner o da parenti, quanti uomini sono uccisi da sconosciuti virgola e così via. Nel database sono presenti anche le varabili: sesso, età, cittadinanza della vittima

2.4. COME SI COSTRUISCONO I DATI.

Partendo dalla statistica della delittuosità possiamo sostenere che il numero di reati denunciati dipende dalle scelte di attori sociali: le vittime o i testimoni che hanno denunciato e le forze dell’ordine che hanno svolto il loro compito di controllo. Il numero oscuro può essere più o meno elevato a seconda di come essi scelgono di agire. 2.4.1. LE SCELTE DELLE VITTIME (E DEI TESTIMONI). Non tutti coloro che hanno subito un reato decidono di rivolgersi alle forze dell’ordine, la scelta di denunciare dipende dal tipo di reati subiti. Se parliamo di reati predatori come furti, rapine, estorsioni, truffe, ecc., per questi reati entrano in gioco diverse valutazioni con motivazioni orientate dall’interesse:

- il valore dei beni sottratti o del danno subito (maggiori sono, più si è propensi a denunciare); - il calcolo dell’impegno (tempo ed energie) per la denuncia e le successive incombenze (es. testimonianza ad un processo); - la speranza di rientrare in possesso dei beni; - la possibilità di ottenere un risarcimento per l’assicurazione sul bene o sul danno; - l’obbligo di denuncia per pratiche amministrative come il rilascio di un nuovo documento; - la speranza di favorire l’individuazione del reo e di impedire la reiterazione; Altri e più complessi sono i reati contro la persona (varie forme di violenza). Hanno un numero oscuro elevato. Giocano qui un ruolo: - la gravità del danno subito; - il tipo di relazione tra autore e vittima; - le conseguenze che la vittima di prefigura per l’accusato in termini di danni materiali, alla reputazione, alla vita sociale; - le implicazioni per sé, sul piano materiale, psicologico e relazionale (perdita di risorse, compromissione dello status o immagine, sensi di colpa, vergogna, rotture di legami, esclusione sociale); - la paura di conseguenze in termini di danni ulteriori; - le valutazioni che connotano quel tipo di reato nell’ambiente/gruppo/cultura cui si appartiene, essi possono considerare; - il reato più o meno grave, giustificabile o attribuibile ai comportamenti della vittima. L’intreccio di questi elementi è facilmente osservabile nelle violenze domestiche : la vittima ha difficoltà sporgere denuncia per alcuni di questi motivi. Alcuni di questi elementi possono essere presenti anche nei reati predatori: relazione vittima-autore (conseguenze per l’accusato se vi sia un qualche legame significativo) o la paura di ulteriori danni (es. estorsioni come il pizzo). Molti di questi elementi influenzano anche il TESTIMONE. Si pensi all’abuso su minori di cui ne è consapevole famigliari o insegnante, contesto mafioso e consapevolezza dello

svolgersi di intimidazioni o di estorsioni, ambiente di lavoro e consapevolezza di corruzioni o altre violazioni di leggi. Tutti fattori legati ad altri ambiti:

- lo spirito civico dei cittadini, vittime o meno; - la speranza che la collaborazione del cittadino possa favorire la soluzione dei problemi; - atteggiamento e fiducia nei riguardi della polizia e delle autorità, che dipende da come chi denuncia viene accolto, dalla percezione della professionalità degli addetti e dai risultati che le istituzioni ottengono con il loro operato; - il clima culturale che definisce la rilevanza e la gravità di determinati reati o che sostiene o meno le vittime e chi testimonia. Le statistiche possono essere influenzate anche dai reati chiamati “invisibili” che raramente vengono registrati in quanto: - la vittima può non essere consapevole di aver subito un reato (es. tentativo di furto, assenza di misure di sicurezza nei luoghi di lavoro, comportamenti che danneggiano l’ambiente); - la vittima può non avere il potere/capacità di denunciare (es. abusi sull’infanzia) o può avere timore che la denuncia provochi danni a persone vicine; - la vittima può essere indefinita in quanto coincide con una collettività danneggiata (es. corruzione, evasione fiscale, reati ambientali); 2.4.2. LE SCELTE DELLE AGENZIE DI CONTROLLO. Le scelte delle agenzie di controllo L’azione delle forze dell’ordine e della magistratura è discrezionale e selettiva (selettività mirata, non casuale): si orienta e si concentra soprattutto: - su alcune fattispecie di reato (es. reati predatori o comunque comuni), - su alcuni ambiti territoriali (quelli più tradizionalmente indicati come produttori di insicurezza), - su alcune categorie di soggetti (marginati o estranei). Sceglie, quindi, che cosa privilegiare e cosa trascurare. I motivi che spingono queste scelte sono diversi, come mantenimento di criteri di efficienza interni all’organizzazione (qui giocano un ruolo fondamentale le i numeri e la produzione dei dati che restituiscano un’immagine positiva delle forze di polizia ), fare statistica (produrre cioè dati che abbiano l’effetto di dimostrare le capacità operative e che induce ad orientare le scelte di azione verso crimini più facilmente osservabili e verso criminali che più si avvicinano allo stereotipo di criminale più diffuso). Ovviamente non bisogna generalizzare in quanto vi sono segmenti della polizia (es. guardia di finanza e nuclei operativi) che conducono indagini su crimini d’impresa, finanziari, della criminalità organizzata. 2.4.3. I LIMTI DELLE STATISTICHE DELLA DELITTUOSITA’ E DELLA CRIMINALITA’.

ricerca. Questi ultimi sono tenuti a confessare l'eventuale messa in atto di comportamenti o azioni qualificati dalla legge come reati, con riferimento a un arco di tempo definito. La confessione raccolta attraverso la proposta di una lista di reati e la richiesta di indicare quelli commessi, la ripetizione la frequenza di tali comportamenti, le modalità, le condizioni alle situazioni concrete che li hanno resi possibili o favoriti, le motivazioni che vi sono all'origine. O ancora: la presenza di relazioni sociali e giudiziarie conseguente ai fatti o al contrario condizioni che hanno reso possibile la non scoperta del reato o più frequentemente della sua responsabilità come autore e una serie di informazioni sociodemografiche del soggetto che non mettano tuttavia in pericolo l'anonimato. Si risolverebbero così tutti i dubbi e i limiti che abbiamo sopra rilevato a proposito delle statistiche ufficiali in quanto sarebbe possibile:

- quantificale la criminalità reale e mostrare come la criminalità sia un fenomeno ben più vasto e diffuso di quello raffigurato nelle statistiche ufficiali; - ricostruire la distribuzione della delinquenza nei diversi gruppi sociali in base al genere, classe sociale, età, appartenenza etnica; - verificare la plausibilità empirica di teorie sul comportamento deviante; - fare analisi comparate tra vari paesi; - valutare l’efficacia delle politiche di controllo e di prevenzione; Questa modalità presenta però dei limiti: - metodo di campionamento e numerosità del campione spesso producono gruppi poco rappresentativi; - impossibilità materiale di porre la lista di tutti i reati possibili. Spesso si propongono illeciti di scarsa gravità, i reati importanti hanno spazio minore. Altre volte vi è la difficoltà a ricondurre i propri comportamenti alle fattispecie penali così come sono definite nei codici e nelle leggi; - indisponibilità dei soggetti a confessare reati gravi non scoperti; - possibilità che vengano confessati reati non realmente commessi; La difficoltà a superare questi ostacoli ha indotto ad adottare strategie di adattamento che si muovono in due direzioni: - abbandonare la pretesa di indagini universali e limitarsi a condurre indagini di minore estensione; - porre attenzione ad un numero limitato di illeciti; 2.5.2. LE INDAGINI DI VITTIMIZZAZIONE. Sono indagini condotte intervistando un campione rappresentativo di persone di una determinata popolazione per individuare quali di queste siano state vittime, in un determinato periodo di tempo, di alcuni reati, con l’obiettivo di raccogliere informazioni sulla dinamica del fatto e sulle conseguenze che esso ha avuto, per sapere se hanno o meno sporto denuncia e perché. Con esse ci si propone di: - indagare il numero oscuro di alcuni reati; - comprendere le reazioni e la propensione o meno alla denuncia;

- scoprire chi sono le vittime di alcuni reati rispetto a sesso, età, classe sociale e appartenenza etnica; - ottenere indicazioni sull’autore, il suo modus operandi, se si hanno relazioni con lui, sulle motivazioni attribuite al suo comportamento; - capire perché alcuni soggetti vengono vittimizzati più frequentemente; - raccogliere informazioni sull’esperienza di vittimizzazione, sul il significato che le vittime danno a tali esperienze, sui danni subiti (economici, psicologici, materiali), sulle conseguenze che l’esperienza ha avuto sulla vittima (paura del crimine, insicurezza…); Come le indagini di autoconfessione, anche quelle di vittimizzazione sono caratterizzate da limiti e ostacoli, tra cui: - possono essere condotte solo riguardo a reati dei quali la vittima ha conoscenza diretta, quindi soprattutto reati predatori o violenti; - escludono l’esplorazione dei reati tentati, quindi i reati senza vittima o con vittima anonima; - spesso la numerosità del campione non è sufficiente per fornire indicazioni rispetto alcuni reati non frequenti e talvolta è alto il numero di persone che si rifiuta di rispondere al questionario per paura di ritorsioni o della ripetizione del crimine da parte dell’autore, soprattutto se si tratta di persone con cui si intrattengono relazioni; 2.6. I METODI DI RICERCA SULLE DIVERSE FORME DI DEVIANZA. 2.6.1. I DATI DI FONTE ISTITUZIONALE. Per quanto riguarda i comportamenti considerati socialmente devianti ma che non sono penalmente qualificati come reati, si possono studiare sulla base di statistiche ufficiali da parte di ministeri, autorità amministrative o sanitarie o dallo stesso ISTAT. Si pensi ai dati che vengono rilevati dai servizi che entrano in contatto con soggetti dipendenti da sostanze psicoattive legali o illegali, o ancora da gioco d'azzardo. Tali statistiche presentano dei limiti, che non consentono di utilizzarli come fotografie esaustive e fedeli dei fenomeni considerati. al pari delle statistiche della criminalità, le persone a cui si rivolgono sono intercettate da questi tipi di servizi e rappresentano solo una parte dell’universo di quanti le vivono. Sicuramente esiste un sommerso che emerge o quando gli individui ricorrono all’aiuto di servizi o quando i comportamenti devianti attirano l’attenzione delle agenzie che si occupano di questi comportamenti o diventano oggetto di sollecitazioni all’intervento delle agenzie da parte dei cittadini. Se prendiamo in considerazione le “Relazioni annuali al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia”, troviamo molte info quantitative, come dati sulle operazioni di polizia sui sequestri di sostanze o sulle persone condannate, denunciate e detenute. O Ancora dati sui soggetti consumatori trovati in possesso di sostanze ritenute a uso esclusivamente personale e dunque non perseguibili penalmente virgola che sono oggetto di una segnalazione alla prefettura in vista di sanzioni amministrative. O ancora dati sui soggetti in trattamento nelle strutture pubbliche o del privato sociale. Infine, malattie, ricoveri, incidenti stradali, mortalità droga correlate. Lo stesso se prendiamo in