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Tipologia: Appunti
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La didattica della matematica Cos’è la didattica Per Frabboni la didattica è una scienza autonoma che permette l’interazione tra il soggetto che apprende (secondo le diverse dimensioni dello sviluppo) e gli oggetti dell’apprendimento; l’insegnante organizza il suo intervento didattico tramite due logiche: quella induttiva (dalla pratica alla teoria, partendo dai fatti educativi come esperienze, prodotti, processi, azioni; esempio flipped classroom), e quella deduttiva (dalla teoria alla pratica mediante analisi, teorizzazioni ecc). Una volta che si conosce una disciplina bisogna poi capire come la si deve insegnare, quindi si parla di didattica di una data disciplina, in questo caso della matematica. Andiamo però con ordine, chiarendo prima di tutto le differenze che ci sono tra:
Tipo A , come divulgazione di idee, fissando l’attenzione sulla fase dell’insegnamento (A qui sta per Ars); Tipo B , come ricerca empirica, fissando l’attenzione sull’apprendimento ( epistemologia dell’apprendimento della matematica ); Tipo C , come epistemologia dell’insegnante , il quale studia le proprie convinzioni personali e la loro influenza nell’azione in aula e nell’apprendimento degli studenti. Il didatta “A” Il didatta A è sensibile all’allievo, lo pone al centro della sua attenzione, ma la sua azione didattica non è sull’allievo bensì sull’argomento in gioco. Egli vuole trasformare un discorso specialistico in uno comprensibile e più consono alla natura del discente, il suo lavoro è l’insegnamento della matematica. Tutto ciò parte dall’assunto che il miglioramento del nostro insegnamento porterà ad un miglioramento dei risultati che potremo ottenere dai nostri allievi. La didattica A può servire a contribuire a risolvere problemi di grande importanza come: migliorare l’immagine della matematica, migliorare l’immagine di sé nel fare matematica, migliorare l’attenzione, attivare interesse e motivazione. All’interno della didattica A l’uso della storia della matematica in aula rappresenta uno strumento didattico molto utile per migliorare l’immagine della matematica rendendola più vicina alla vita quotidiana dell’essere umano. Riportando l’esempio tratto da una storia vera, quella di Gauss ad esempio, la matematica non viene più intesa come un mito lontano dal mondo reale, ma un’esperienza reale e più vicina agli alunni. Al fianco della storia come strumento didattico si pone in quest’ottica anche una serie di materiali fisici che, tra gli anni 60 e 80, sono stati ideati al fine di migliorarne l’insegnamento della matematica. Un esempio è il parallelogramma articolato di Emma Castelnovo per spiegare l’isometria, le proprietà dei quadrilateri e le trasformazioni geometriche; l’abaco multibase, i blocchi logici ecc. Col tempo però ci si è accorti anche dei limiti di questa didattica A. Il riporre troppa fiducia negli strumenti, l’uso esagerato degli stessi, mancanza di una verifica effettiva dell’apprendimento e l’impossibilità che gli alunni hanno dimostrato di avere nel trasferire la conoscenza acquisita nella vita di tutti i giorni hanno messo in dubbio l’efficacia di questa didattica A. In particolare l’apprendimento in situazioni artificiali, costruite ad arte anche se stimolanti, non dà garanzia di una conoscenza generalizzata, cioè in grado di essere applicata anche in situazioni diverse (anche nella vita di tutti i giorni). Ossia non avviene il transfert cognitivo , da una conoscenza artificiale appresa in un ambiente opportuno e specifico, alla capacità di produrre abilità cognitiva e procedurale in altre situazioni. Il didatta “B” Nel 1960, mentre tutto il Mondo enfatizzava la didattica A, come la New Mathematics , G. Brousseau sottolineava una serie di criticità gettando le basi della didattica B altresì chiamata epistemologia dell’apprendimento. Epistemologia, in questo ambito, denota quello studio sul come vanno costruite le basi per le conoscenze scientifiche di un determinato settore disciplinare. La Didattica B, a differenza della A, studia il fenomeno dell’ apprendimento nelle sue varie forme, partendo dal presupposto secondo cui ogni studente apprende in maniera diversa e peculiare e dunque necessita di un intervento mirato e non di ricette preconfezionate. Il tutto si inserisce all’interno della cornice del costruttivismo , una scuola di pensiero di matrice psicologica (migrata poi anche nel campo dell’educazione) che si fonda sul concetto secondo cui ogni individuo costruisce la conoscenza del mondo che lo circonda tramite la riflessione sulle proprie esperienze. Tutto è soggettivo , poiché siamo noi a dare significati diversi alle cose. Il sapere serve per adattarsi all’ambiente , perché il soggetto, partendo da una rielaborazione interna di sensazioni, credenze ed emozioni, costruisce la conoscenza grazie a mappe cognitive che gli permettono di orientarsi. Imparare, quindi, non significa possedere una rappresentazione oggettiva di ciò che ci circonda (secondo un modello di sapere nozionistico), ma costruire una propria visione del mondo, pregna di significati soggettivi: ciò porta a vedere l’individuo sempre più protagonista della propria f ormazione.
LEZIONE 2 Il sistema didattico Il triangolo: insegnante, allievo e sapere Qual è il campo di studi della didattica della matematica?
Il sapere Yves Chevallard (docente di matematica), nel 1985, distingue tre tipologie di sapere:
Il contratto didattico Le Difficoltà intrinseche della Matematica riguardano l’astrazione , poiché come affermava K. Devlin: «Gli “ oggetti ” della matematica sono completamente astratti». Infatti, La matematica che si insegna a scuola fatica a far leva sulla motivazione degli allievi, dovendo rinunciare quasi sempre all’applicabilità alla vita reale. Questo perché l’apprendimento della matematica in classe:
induce la creazione di routines scolastiche responsabili spesso di disfunzionamenti della relazione didattica. È necessario quindi che l’insegnante effettui di tanto in tanto delle fratture , e ciò è possibile venendo meno alle attese degli allievi e facendo capire sin dal principio che sebbene ci sono delle abitudini queste possono venir, nel corso del tempo, sovvertite. Ciò eviterebbe che gli studenti si approccino allo studio in maniera troppo meccanica. Esistono una varietà di contratti didattici, di cui alcuni esempi sono quelli forniti in seguito: Esempio 1 : la concezione della scuola l’allievo ritiene che l’unico fine della scuola sia quello di valutare il rendimento e la capacità degli allievi, quindi, anche quando l’insegnante chiederà allo studente di scrivere liberamente quel che pensa, l’allievo non scriverà affatto “liberamente”, ma cercherà di dare una definizione che sia più vicina possibile a quella attesa dall’insegnante. Esempio 2 : la concezione della matematica lo studente ritiene che in matematica si debbano fare dei calcoli, per cui, se la risposta alla domanda posta in un problema potrebbe essere data solo rispondendo a parole, lo studente si sente a disagio e cerca comunque di utilizzare i numeri presenti nel testo. Esempio 3 : ripetizione di modalità sociali Se l’insegnante, nel corso di alcune settimane, interroga gli studenti sempre nello stesso giorno, ad esempio il lunedì, è possibile che nell’allievo si crei la convinzione implicita che, da quel momento in poi, sarà sempre così. Una modificazione di questa “abitudine” da parte dell’insegnante, viene giudicata inopportuna o addirittura ingiusta dall’allievo, perché non rientra nelle sue attese, nel sistema di accordi impliciti che crede di aver stipulato con lui. Il Contratto Didattico Problema : L’insegnante è solito dedicare la prima ora del martedì ad alcune interrogazioni; dunque ogni martedì egli entra in classe, chiama (uno dopo l’altro) quattro allievi e propone a ciascuno di essi un esercizio. Lo studente chiamato si avvicina alla lavagna e cerca di risolvere l’esercizio proposto. Se l’esercizio sarà risolto correttamente, l’insegnante annoterà una valutazione positiva sul proprio registro; nel caso di fallimento, invece, l’insegnante scriverà sul registro una nota negativa; tutto chiaro, tutto previsto. L’insegnante non perderà tempo a spiegare, ogni martedì, il funzionamento della prova, le “regole del gioco” (o del “contratto”). Lo studente chiamato non chiederà all’insegnante informazioni sul da farsi. Solo così le fatidiche parole, su quel temibile registro, saranno positive; e dunque solo così egli si incamminerà verso l’agognato successo. Tutto secondo copione. Tutto secondo “contratto”. Flaubert, che non amava la matematica, ci fornisce una graffiante caricatura dei problemi scolastici : una serie di dati sconnessi tra di loro che portano a una domanda completamente insensata. Un gruppo di ricercatori pose ai bambini delle scuole elementari “problemi” del tipo seguente: “ Su una nave ci sono 26 pecore e 10 capre; quanti anni ha il capitano ?” I bambini in grande quantità, senza esitazioni, risposero:36! La prova fu ripetuta in diverse condizioni, con altri bambini, cambiando la forma di presentazione della domanda, ma i risultati cambiarono di poco. Cambiando in modo opportuno la situazione e le domande, ci si accorse che queste risposte non hanno a che fare con l’età. A un livello più profondo, “l’età del capitano” ci fa riflettere sul senso che i ragazzi attribuiscono ai problemi di matematica. Cioè che gli studenti, di fronte a un problema di matematica, per prima cosa si mettono a eseguire operazioni con i numeri che trovano nel testo (i dati). Ma spesso, di fronte a difficoltà di matematica, la ricetta degli insegnanti è ri-spiegare una procedura, far eseguire altri esercizi. Si lavora quindi principalmente sulle difficoltà di sintassi : ci preoccupa un algoritmo che non viene eseguito correttamente, una formula che non viene applicata nel modo giusto. In realtà, le difficoltà sono per lo più di tipo semantico: il ragazzo sbaglia perché le procedure che tenta di applicare non hanno per lui alcun significato. Il problema del senso è la prima causa di insuccesso in matematica, infatti molti ragazzi studiano la matematica come se studiassero a memoria una lingua che non conoscono. Così succede a molti studenti, che apprendono un po’ di meccanismi, memorizzano qualche formula, ma tutto questo non si inserisce in un quadro complessivamente sensato: e così dopo un po’ tutto diventa sconnesso, viene confuso, mescolato, dimenticato. L’uso spesso maldestro di un linguaggio apparentemente rigoroso da parte dell’allievo può essere determinato dal tentativo di imitare il linguaggio impiegato dall’insegnante nelle spiegazioni o di utilizzare la terminologia presente nel libro di testo: così facendo, l’allievo potrebbe forse illudersi di ottenere l’approvazione
Effetto Topaze Brousseau riporta un atteggiamento tipico dell’insegnante che consiste nell’indirizzare e spingere l’allievo a dare la risposta che egli ha già in mente. Questo comportamento viene chiamato dall’autore “ effetto Topaze ”. L’insegnante Topaze non aveva un reale interesse all’apprendimento dell’allievo e voleva solo ottenere da lui che scrivesse in modo corretto quel che gli dettava e solo cosi considererà che la sua azione di insegnante ha avuto un esito positivo; non importa con quale mezzo, facendoglielo scrivere anche senza reale comprensione ( ciò rientra tra le attese dell’insegnante nei riguardi dello studente ). Lo studente sa che, una volta iniziata l’attività, non sarà così importante averla capita, quanto attendere il momento nel quale l’insegnante si lancerà in suggerimenti impliciti che porteranno l’allievo stesso a scrivere o a rispondere quel che l’insegnante vuole leggere o sentir dire da lui ( ciò rientra tra le attese dello studente nei riguardi dell’insegnante ). Questo modo di fare però, non permetterà all’allievo di conferire senso a ciò che fa e perde qualsiasi approccio critico sui propri apprendimenti; capirà di aver risposto correttamente solo tramite l’approvazione dell’insegnante. Tuttavia, al termine del compito, si parla di “ successo in aula ” significa che le due attese sono state rispettate; ossia che l’insegnante ha ottenuto quel che voleva e che lo studente ha ottemperato al suo compito, far ottenere all’insegnante quel che desiderava ottenere. Questo sistema di attese si chiama in generale contratto didattico e l’effetto specifico si chiama appunto “effetto topaze”. Effetto Einstellung L’ effetto Einstellung avviene quando l’insegnante è solito a proporre esercizi molto simili tra loro e risolvibili attraverso uno stesso metodo, al fine di far acquisire la padronanza sul quel preciso metodo. Eppure la ripetizione dello stesso procedimento risolutivo non porta sempre e soltanto vantaggi. Infatti, a volte un’abilità tecnica si associa ad una qualche forma di “meccanicità” e a volte certi studenti, abili nella risoluzione di un certo esercizio mediante alcune formule, finiscono per applicare tali formule anche quando ciò non risulta necessario. Quando vediamo caratteristiche in un problema che ci ricordano problemi simili che abbiamo risolto in passato, le prime soluzioni che vengono in mente tendono ad essere simili a quelle del passato. Queste prime idee ostacolano la ricerca di soluzioni migliori perché ci inducono a pensare e procedere in una certa direzione. Le nostre menti sono affette da “avarizia cognitiva”, usano scorciatoie e percorsi già conosciuti per risparmiare energia cognitiva nel caso in cui ve fosse bisogno per qualcos’altro; ciò impedisce di aprirsi a nuovi ragionamenti (preferendo adottare sempre quelli vecchi). Altri effetti (non presenti nelle slide):
- Dienes (Didattica A): questo effetto, definito da Brosseau, si ha nel momento in cui l’insegnante delega la responsabilità dell’apprendimento dei suoi alunni a strumenti e materiali didattici (abaco, regoli etc). L’apprendimento, di conseguenza, non sarà più di responsabilità del docente ma dei materiali delegati; poiché l’insegnate si limita a scegliere materiali, presentare schede e incoraggiare il loro uso. - Jourdain (nome di un racconto ne “il borghese gentiluomo” di Moliere): tale effetto, definito da Brosseau, avviene nel momento in cui l’insegnante lusinga un alunno dopo che ha risolto un esercizio simile a quello che precedentemente aveva risolto l’insegnante. L’alunno in questo caso, dopo aver prodotto la risposta esatta all’esercizio, crederà di aver compreso appieno la natura del problema, ma in fin dei conti non è così; proprio perché ha emulato la risoluzione fornita come esempio precedentemente dall’insegnante.
Errori come apprendimento Parlando del contratto didattico possiamo ricordare come spesso si tratta di “attese” non esplicite ma dovute alla concezione della scuola, alla concezione della matematica o alla ripetizione di modalità sociali. Se in una classe molti studenti sbagliano un esercizio ci si chiede se: è colpa dell’insegnane, dello studente o entrambi? Analizzando la situazione, una prima risposta alla questione pone l’attenzione su 3 elementi:
D’amore afferma che l’errore non è necessariamente frutto dell’ignoranza, ma potrebbe essere invece il risultato di una conoscenza precedente, che ha avuto successo e che ha prodotto risultati positivi, ma che non tiene alla prova di fatti più contingenti o più generali. Si parla di malessere cognitivo , più comunemente detto “ errore ”, quando ci si riferisce ad uno sbaglio commesso dallo studente davanti ad una prova. L’errore però non dev’essere inteso come un fallimento , dunque un qualcosa da punire con un voto negativo o con delle mortificazioni, ma bisogna puntare all’ elaborazione critica. Brown e Burton sottolineano come è importante che l’insegnante sia consapevole della presenza di bugs in certi comportamenti e sottolineano come è importante che l’insegnante ponga domande agli alunni per capire il motivo dell’errore e se questo non avviene tenderà ad interpretare il fallimento come:
Alla provocatoria sollecitazione del docente: «allora, a mano a mano che ti sposti l’angolo diventa sempre più ampio?», supportata dalle seguenti aggiunte al precedente disegno (immagine 2 ). E lo studente risponde: «È vero, non ci avevo mai pensato!» Nella prima situazione, le misconcezioni che si possono essere create derivano solo indirettamente dalla trasposizione didattica effettuata dall’insegnante, in quanto sono una conseguenza dall’esigenza di dover dire e mostrare qualcosa per poter spiegare un concetto. In questo caso, le misconcezioni possono essere viste come inevitabili momenti di passaggio che derivano dalle rappresentazioni che gli insegnanti sono costretti a fornire per poter presentare un concetto , che potrebbero contenere delle “informazioni parassite” rispetto al concetto matematico che si vuole trattare. Nell’affermare che, nel presentare un concetto, si è costretti a fare i conti con rappresentazioni realizzate per mezzo di segni, ossia con la semiotica, stiamo affermando, in linea con il pensiero di Duval, che: non c’è noetica (acquisizione concettuale di un oggetto) senza semiotica (rappresentazione realizzata per mezzo di segni) e che la semiotica viene assunta come caratteristica necessaria per garantire il primo passo verso la noetica. Nella seconda situazione, la continua, univoca e impropria rappresentazione fornita da insegnanti diversi, anno dopo anno, ha dato forza nella mente dello studente a caratteristiche “parassite” della semiotica a sfavore della noetica. Questo ha comportato che l’allievo identificasse quell’“archetto” con l’angolo, confondendo così la rappresentazione fornita con il concetto. In questo caso, la misconcezione che si è creata sembra essere “ evitabile ” in quanto dipende da due diverse cause, entrambe dipese da un’ errata trasposizione didattica. Da un lato la scelta di una rappresentazione impropria, imprecisa, per far intendere al meglio il concetto matematico che si vuole spiegare, e dall’altro la ripetitività della rappresentazione stessa, porta a convincere gli alunni e a costruirsi un’idea sbagliata di quel dato concetto. Quindi tali misconcezioni sono evitabili proprio perché dipese dalla volontà dell’insegnante, che si presuppone debba scegliere bene le rappresentazioni da utilizzare a scanso di fraintendimenti. In effetti, capita spesso che, a complicare l’apprendimento degli oggetti matematici, incidano le decisioni prese dall’insegnante, derivanti dalle proposte della noosfera (libri di testo, programmi, riviste, …), di fornire all’allievo giorno dopo giorno, sempre e solo univoche rappresentazioni convenzionali, come nel caso degli enti primitivi della geometria, che vengono così accettate ciecamente dall’allievo a causa del contratto didattico instaurato in classe. Per questo è necessario che il docente introduca di volta in volta delle variabili nuove che aiutino l’alunno a smentire quella misconcezione e a farsi un’idea più estesa e definitiva di quel dato argomento. Il docente deve quindi evitare le misconcezioni evitabili e superare quelle inevitabili. Riflessioni finali A tal proposito Zan riferendosi alle misconcezioni afferma: “Gli studi in quest’area sono accomunati dall’enfasi su alcuni aspetti che li differenzia in modo netto dagli studi precedenti sull’analisi degli errori”:
conoscenza pregressa, non scientifica, costituitasi nel corso della vita quotidiana. Affinché si affermi la nuova conoscenza occorre decostruire la vecchia, la quale è stata efficace per affrontare problemi precedenti, ma si rivela fallimentare per gli attuali. Brousseau, ispirandosi al pensiero di Bachelard, costruisce una Teoria degli Ostacoli che si frappongono all’apprendimento della matematica. L’ostacolo rappresenta «qualcosa che si frappone all’apprendimento trasmissivo insegnante-allievo atteso, qualunque ne sia la natura». Le tre tipologie di ostacolo individuabili nell’apprendimento della matematica, ma riscontrabili nell’apprendimento della maggior parte delle discipline sono:
- ostacoli di natura ontogenetica, si tratta di ostacoli che dipendono dai limiti dell’allievo e in generale possiamo parlare di: Ostacoli genetici , legati al corredo cromosomico di un individuo; Ostacoli ontogenetici , legati allo sviluppo dell’intelligenza, dei sensi e dei sistemi percettivi. Per esempio, si rivela fallimentare ogni tentativo di introdurre il teorema di Pitagora nella scuola elementare. Questo fallimento è legato all’età e alla immaturità di sviluppo cognitivo degli allievi ad una certa età; infatti, a costruzione di un concetto può richiedere capacità e conoscenze che un soggetto di una data età non ha ancora sviluppato. Questa mancata maturazione determina una limitazione, ovvero un ostacolo. Occorre dunque selezionare gli oggetti culturali da insegnare in relazione all’età mentale degli apprendenti, considerando che nei soggetti con patologie neuro-cognitive l’età mentale spesso non corrisponde alla cronologica. - ostacoli di natura didattica, dipendono dalle scelte dei contenuti e delle metodologie del docente per l’insegnamento di un dato concetto; dunque proprio l’insegnante può operare in termini decisivi per limitare l’influenza di questo genere di ostacoli (ad es. il linguaggio matematico). D’Amore adduce come esempio di ostacolo didattico la scelta di introdurre nel programma di scuola primaria i numeri razionali in un momento in cui gli alunni stanno ancora assimilando idee relative ai naturali. Occorre inoltre ricordare che poiché non tutti apprendiamo allo stesso modo, può accadere che le scelte didattiche di un docente si rivelino di ostacolo per alcuni soggetti ma non per altri. - ostacoli di natura epistemologica , riguardano l’argomento in sé. Un esempio di ostacolo epistemologico può essere un argomento che essendo problematico e ostico di suo rappresenta un problema per l’apprendimento degli studenti. In genere sono dei concetti scientifici rivoluzionari, che in quanto tali diventano difficili da comprendere. Questo genere di ostacoli rappresentano dei veri e propri grattacapi per i discenti che spesso tendono a rifiutarsi di comprendere ancora prima di provarci. Se, da un lato, è assurdo che l’allievo “rinunci in partenza” d’altro canto è sbagliato e controproducente presentare tutta la Matematica come un elementare e divertente giochetto ed è importante che un insegnante conosca gli ostacoli epistemologici relativi a un ambito disciplinare. Gli ostacoli epistemologici sono la prova di quell’idea di conoscenza come frattura, come cambio radicale di concezione difficile da accogliere. Develay, riferendosi al lavoro dello scienziato, dichiara che sono due le rotture che devono verificarsi perché una nuova visione del mondo si sostituisca alla vecchia: una rottura interiore , verso le proprie conoscenze, una esteriore in relazione alle idee che oppongono lo scienziato ad altri scienziati che non condividono il suo punto di vista. Occorre precisare che in un contesto di insegnamento-apprendimento si verificano intersezioni tra le tre tipologie di ostacoli e D’Amore introduce, inoltre, gli ostacoli “ epigenetici ”, ovvero legati alla comunicazione: in questo caso sono gli ostacoli epistemologici e quelli didattici ad intersecarsi.
Quanti ostacoli in “matematica” Ostacoli di natura epistemologica Abbiamo già detto che gli ostacoli di natura epistemologica dipendono dalla natura della disciplina (e sono, dunque, inevitabili). Esempi di ostacoli di natura epistemologica: il concetto di infinito matematico o il perché il prodotto di due numeri negativi dà un numero positivo (la regola dei segni). Si ha certamente un ostacolo epistemologico quando nell’analisi storica di un’idea, si riconosce una frattura, un passaggio brusco, una non-continuità nell’evoluzione storico-critica dell’idea stessa. La ricerca degli ostacoli va fatta contemporaneamente a scuola, nella pratica didattica e nello studio della storia della matematica congiungendo l’una ricerca con l’altra. Dall’ostacolo all’errore L’analisi dell’errore in prospettiva pedagogica ci impone di domandarci come esso possa divenire strumento atto a favorire la crescita personale, orientato perciò al traguardo ultimo della conquista dell’autonomia dell’educando. L’ errore non è che un malessere cognitivo che si manifesta nel momento in cui siamo posti davanti ad una difficoltà, ad un ostacolo. L’errore non è necessariamente frutto di mancanza di studio o di non conoscenza, ma potrebbe essere il risultato di una conoscenza che ha avuto efficacia ed esiti positivi ma che «non tiene» alla prova di fatti più contingenti o più generali. Si ha un ostacolo quando nell’analisi storica di un’idea, si riconosce una frattura, un passaggio brusco, una non-continuità nell’evoluzione storico-critica dell’idea stessa. Si ha un ostacolo quando uno stesso errore si verifica come ricorrente più o meno negli stessi termini. Né l’ostacolo né l’errore devono essere considerati come condizioni negative, anzi se sbagliamo abbiamo la possibilità di capire l’errore, risolverlo e migliorarci. A tal proposito, esponenti della pedagogia che esprimono una visione positiva dell’errore sono: V. da Feltre, J.J. Rousseau, don Bosco, M. Montessori e J.S. Bruner. Esempio: “ trovare il perimetro di un rettangolo che ha la base di 12 cm e l’altezza di 8 cm”. Risposta di Azzurra: “12 x 8”; l’insegnante: “perché moltiplichi?”; Azzurra: “divido?” Questo esempio di errore potrebbe portare a valutazioni diverse, per esempio:
Esercizi e Problemi La didattica della matematica ci tiene a distinguere due termini che apparentemente potrebbero voler dire la stessa cosa: esercizi matematici e problemi matematici. In entrambi i casi si parla di situazioni problematiche, che possono essere somministrate dal docente attraverso quiz, verifiche, interrogazioni. La differenza sta nel fatto che: L’esercizi, possono essere risolti utilizzando regole o nozioni già apprese ed in via di consolidamento e quindi rientrano nelle categorie: rafforzamento o verifica di quelle regole/formule già conosciute; I problemi, invece, coinvolgono o l’uso di più regole o nozioni (alcune anche in via di esplicitazione proprio in quell’occasione), o la successione di operazioni la cui scelta è atto strategico, talvolta creativo, dell’allievo stesso. (il problema presuppone per la sua risoluzione una scelta strategica e creativa di quelle regole e nozioni acquisite) Secondo D’Amore una situazione problematica può dare luogo a un problema o un esercizio a seconda della situazione didattica, vediamo un esempio: si dà un oggetto circolare piatto (un disco) e si chiede all’allievo di valutare la lunghezza del contorno. In prima elementare è un problema, in terza media è (dovrebbe essere) un esercizio. Entrano in gioco anche altri fattori:
con i compagni. La situazione problematica si manifesta, dunque, come ostacolo al proseguimento dell’attività e la motivazione, a risolvere il problema, è la forza motrice che spinge lo studente a fare ricorso alla creatività per inventare la soluzione. I principali attori, quindi, sono: