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Universita' degli studi di Napoli Federico II
Tipologia: Dispense
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L'ETA‘ DELLE ORIGINI La nascita di Roma
L'orientamento prevalente è per una datazione alta della fondazione del primo nucleo della città, che si fa risalire approssimativamente alla metà dell'ottavo secolo a.C., confermando il racconto tradizionale, dove si parla di anni intorno al 750. Colui al quale venne attribuita la fondazione della città, in un'area compresa fra l'ultimo tratto del Tevere e una breve catena di colli, già al centro di un intenso traffico commerciale e di una serie di insediamenti “precittadini” – una persona chiamata Romolo - lascia intravedere, pur attraverso la rielaborazione leggendaria, tutti i caratteri di uno di questi personaggi: un guerriero “senza famiglia", glio di un dio, e immaginato capace di uccidere il fratello pur di affermare l'invio|abi|ità del nuovo spazio che aveva appena fatto nascere.
La città e i re
La prima città prende dunque forma entro una rete di poteri fragile, uida, ma ben delineata: il culto, le armi, il popolo, la proprietà della terra. Al centro vi era una mentalità aristocratica. Intorno alle pratiche magico—re|igiose dei sacerdoti, e con le imprese dei condottieri a capo del popolo, prese forma la più antica dimensione unitaria della città. La socializzazione attraverso i legami di clan (e non tramite circuiti politici di un corpo civico) e la differenziazione aristocratica marcarono indelebilmente la città nel suo sviluppo. La più remota struttura di potere da identicare nella storia della città è una specie di “meccanismo unico" re-sacerdoti: la chiave di tutta l'età pre-etrusca di Roma. Oltre le gure del re e dei sacerdoti, la Roma più arcaica aveva visto emergere, intorno ai legami tra il popolo, anche l'inizio di una trama istituzionale, che però dovette formarsi successivamente alla fondazione della città. Si può identificare i punti salienti in due elementi. Il primo è in un'assemblea di ‘notabili’, costituita dai padri a capo delle popolazioni più importanti. Era il nucleo del successivo senato. Il secondo era invece rappresentato dalla presenza di una specie di reticolo distributivo che divideva l'intera popolazione maschile della città in tre "tribù" (i RAMNES, i TITIES e i LUCERES), ognuna di esse, a sua volta, frazionata in dieci unità. Queste formavano le trenta curie, la cui convocazione congiunta dava vita a una riunione in seguito nominata comizio curiato, soprattutto con funzioni rituali. Nel sento secolo si assiste all'emergere del primo cittadino: con il grande periodo etrusco. Il “meccanismo unico" re-sacerdoti comincia a perdere peso: il nuovo equilibrio si sposta ora sull'asse non mistico ma propriamente politico fra re e d esercito.
La monarchia etrusca nella tradizione romana
Almeno due degli ultimi tre re furono di origine etrusca, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, qualche dubbio su Servio Tullio. Con Tarquinio Prisco la città fu invasa da una serie di iniziative: una grandissima serie di opere pubbliche, come acquedotti, fognature, Iastricati delle strade, templi, circo e ippodromo. In particolare la pavimentazione fece del Foro il centro degli affari pubblici e privati. Inoltre fu introdotta la coltivazione dell'olivo. La città crebbe anche dal punto di vista demograco e territoriale. La città dopo il regno di Anco Marcio si sarebbe fatta più sapiente, secondo Cicerone, per l'innesto di una cultura estranea a quella delle origini.
La riforma servlana
Tarquinio Prisco, succeduto ad Anco Marcio, elevò il numero dei senatori portandolo da duecento a trecento. Lo scopo sembrava quello di creare un gruppo certamente favorevole al nuovo monarca. Sembra che Servio abbia deciso un'ulteriore suddivisione della cittadinanza ripartendola in tribù territoriali, di cui quattro urbane e altre extra-urbane: dividere i cittadini in base alla localizzazione degli immobili di loro proprietà. Queste tribù dovevano funzionare come distretti di leva e curare l'esazione dei tributi direttamente dai singoli cittadini. Avvenne la trasformazione dell’adunata dei militari per centurie in una vera e propria assemblea politica: non sarebbe stato possibile escludere a lungo dalla partecipazione dell'esercizio del potere pubblico, quei cittadini che pur sostenevano le spese, le fatiche, i lutti di guerra.
Verso la Repubblica
Con i nuovi legami “politici” tra i cittadini-soldati dell'esercito centuriato, il potere supremo non poteva non risultare modicato. La tradizione riferisce che fu il patriziato a scacciare Tarquinio il Superbo: il suo regno avrebbe assunto un carattere tirannico, avendo governato contro la volontà del popolo e del senato. Tito Livio narra che, a seguito dello spostamento dell'ultimo monarca, la creazione dei primi consoli sarebbe avvenuta, nel comizio centuriato, in corrispondenza alle regole stabilite in certi commentari scritti dallo stesso Servio Tullio.
L‘ETA’ DELLA REPUBBLICA
Alle radici del costituzionalismo moderno: la costituzione della repubblica romana
Charles-Louis de Secondat, teorico del costituzionalismo moderno, nel suo capolavoro, lo Spirito delle leggi (1748), sostiene che, in Roma, il passaggio dal regno alla repubblica avrebbe cambiato la forma del governo, ma non il carattere della società: lo spirito del popolo romano sarebbe rimasto integro e per questo il cambiamento avrebbe determinato un miglioramento e consentito a quella piccola comunità di sottomettere quasi tutto il mondo antico, almeno in base alla dimensione geograca. Montesquieu scrive: “il governo di Roma fu straordinario, in quanto, sin dall'origine, sia per lo spirito del popolo che per la forza del senato o l'autorità di certi magistrati, la sua costituzione rese sempre possibile l'eliminazione di ogni abuso di potere". Per lui la decadenza della repubblica romana sarebbe causata dalla rottura di questo equilibrio, quando, nel corso del primo secolo a.C., il potere non fu più conferito, con distribuzione e successione regolare, a numerose magistrature, ma accentrato nelle mani di uno solo o di pochi. Inoltre dice che il popolo romano, n quando vide slare tanti personaggi, non si abituò mai a nessuno di loro. In questa visione c'è la teoria della divisione dei poteri, che garantirebbe un "governo libero", cioè un “governo moderato" ("nel quale non si abusa del potere”) e quello in cui “il potere arresta il potere“.
Le origini del consolato
Sugli avvenimenti del passaggio dalla monarchia alla repubblica ci informa Tito Livio. Tra i giuristi, solo Sesto Pomponio ne parla nel suo libro del singolo manuale, sulla cui scia ci si può riferirsi:
suffragio delle tribù. In tale occasione la plebe avrebbe creato ulteriori propri magistrati; gli edili, così chiamati in quanto preposti ai templi, in cui la plebe si sarebbe riunita per deliberare. Livio narra inoltre che nell'accordo tra i due ordini per porre ne alla secessione, sarebbe stata garantita ai magistrati plebei la SACROSANCTITAS, cioè l'inviolabilità della loro persona, e riconosciuta la facoltà di intervenire in aiuto di ciascun plebeo minacciato dai consoli patrizi. Nello stesso accordo, sarebbe anche stata negata ai patrizi la capacità di essere eletti tribuni della plebe. La tradizione riferisce ancora di una decisione assunta dalla plebe nel 471 a.C., su proposta del tribuno Publilio Volerone, secondo cui i magistrati plebei si sarebbero dovuti eleggere comizi tributi, cioè da assemblee organizzate sulla base di una ripartizione dei votanti per tribù territoriali. Con ciò si toglieva ai patrizi la possibilità di manovrare, grazie al voto dei loro clienti, l'elezione dei tribuni.
Dal decemvirato legislativo al compromesso patrizio-plebea
Il decemvirato legislativo governò Roma nel biennio 451-450 a.C. il collegio dei decemviri è una magistratura temporanea, creata dopo l'accantonamento di una proposta di origine plebea, presentata nell'anno 462 in avanti, dal tribuno Terentilio Arsa, e volta all'istituzione di un collegio di cinque cittadini con il compito di scrivere leggi limitando il potere supremo dei consoli. Livio narra che la successiva creazione del decemvirato è legata all'opportunità di elaborare un corpo di leggi utili ad entrambi i contrapposti ordini, ed idonee ad eguagliare la libertà tra questi, e quindi essere scritti da legislatori con comuni interessi. È il segno dell'intervento compromesso tra le due parti, conseguente alla netta opposizione del patriziato alla originaria proposta plebea, che voleva sovvertire l'ordine aristocratico, la cui garanzia era neIl‘ilIimitatezza del potere del console patrizio. Nel biennio di decemvirato legislativo, nessun altro magistrato fu eletto; e fu conferito al collegio il supremo potere della città, per cui nei suoi confronti non era ammesso, a differenza degli altri magistrati, il ricorso all'appello al popolo. Nel primo anno i decemviri avrebbero operato bene, riordinando il testo delle leggi, come era stato loro richiesto, esse, iscritte su tavole bronzee, furono disposte lungo il foro allo scopo di renderne più agevole l'esame da parte dei cittadini, che le avrebbero poi approvate nei comizi centuriati. Ma l'anno successivo i decemviri si sarebbero prorogati da soli e non avrebbero voluto farsi sostituire da altri magistrati, con l'intento di trattenere denitivamente il governo della repubblica. Il secondo decemvirato avrebbe governato in modo autoritario; sarebbero state compilate le due ultime Tavole, che riaffermavano il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Da qui la reazione popolare, e plebea in particolare, che avrebbe condotto alla cacciata dei decemviri e al ripristino del consolato come magistratura suprema. l consoli del 449 avrebbero provveduto a fare approvare dai comizi del popolo (centuriati) tre leggi. Una relativa alla SACROSANCTITAS, e le altre due, dette leggi Valerie-Orazie, che sono controverse: l'una avrebbe paricato i plebisciti alle leggi; l'altra avrebbe proibito, sotto minaccia di morte, di creare magistrature senza appello, in reazione al deposto decemvirato. Ci furono tribuni plebei militari solo a partire dal 400: erano magistrati minori rispetto ai pretori- consoli, ma il loro potere, come supremo comando militare, era tuttavia pieno, e il conferimento anche a plebei del potere caratteristico del magistrato patrizio, apri la strada verso la magistratura suprema. Si capisce così che i plebei non fossero soddisfatti con l'accesso al tribunato militare. Furono ragioni di tipo economico a sospingere la plebe ad andare avanti. Nel 377 a.C. i tribuni della plebe Caio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano avrebbero proposto tre leggi, "tutte contro il potere dei patrizi e per il vantaggio della plebe". La prima imponeva, sulla somma dei debiti, la sottrazione dal capitale degli interessi pagati no a quel momento e ammetteva i debitori al pagamento del saldo del residuo capitale in tre rate
eguali nel successivo triennio. La seconda vietava il possesso di un campo pubblico oltre il limite di cinquecento iugeri a testa. La terza stabiliva la fine del tribunato militare e la restaurazione del consolato, stabilendo inoltre che uno dei due consoli eletti annualmente dovesse essere plebeo. Nel 367 a.C. venne eletto al consolato Lucio Sestio (il primo console plebeo). La plebe minacciò una nuova secessione se i patrizi non avessero riconosciuto la validità delle elezioni, e così i due ordini si accordarono: i patrizi concessero che uno dei due consoli fosse plebeo. i plebei che fosse creato un nuovo magistrato preso dall'ordine patrizio, il pretore a cui fu data la funzione di amministrare la giustizia in città. ll senato decise di celebrare l'accordo con i grandi giochi: gli edili plebei si sarebbero riutati di assumersene l'onere, e di fronte alla disponibilità manifestata dai giovani patrizi, il senato avrebbe disposto di due edili patrizi. Il pareggiamento tra patrizi e plebei si manifestò, più tardi, anche sul piano dei sacerdozi. Il numero dei ponteci fu portato da quattro a otto e da quattro a nove quello degli auguri, con un plebiscito del 300 a.C.
La struttura della repubblica
La libera repubblica era fondata sull'interazione tra magistrati, assemblee popolari e senato. La costituzione romana continuò a svilupparsi, anche se la raggiunta parità tra patrizi e plebei, l'unione dei ceti dirigenti, il consolidarsi di procedure abituali e istituzioni fecero si che quesrevoluzione fosse né drammatica, né innovatrice della situazione esistente. Dai romani la repubblica non fu mai vista come è intesa nel mondo moderno, cioè come ente astratto, elevato a soggetto giuridico distinto dai cittadini, dotato di una propria volontà, manifestata attraverso rappresentanti istituzionali appositamente delegati: essa costituiva invece una diretta espressione del popolo romano, con il quale si identicava. Viene fuori cosi l'idea di una partecipazione organica del cittadino alla repubblica, di cui egli si sentiva parte costitutiva.
Le magistrature repubblicane
Ai magistrati era assegnata la titolarità, e l'esercizio, del poter del popolo romano.
-I consoli. Erano i magistrati supremi della repubblica. Eletti dai comizi centuriati, duravano in carica un anno. Secondo Pomponio competeva ai consoli di provvedere alla repubblica al "massimo grado": il loro potere comprendeva ogni prerogativa necessaria al governo della città. Il console era titolare del potere, che gli assicurava una potestà di comando indefinita, però con dei limiti: la titolarità assegnata a due consoli; l'annaIità; l'appello al popolo; il veto tribunizio; la creazione di altri magistrati cui si davano singoli poteri che erano già nel potere consolare. Il potere consolare si manifestava a pieno in funzione della guerra: ordinavano la leva militare, nominavano gli ufficiali, prelevavano dall'erario, conducevano gli eserciti,punivano i subordinati. Il potere in funzione del governo cittadino, gli permetteva di riunire e presiedere le assemblee popolari e il senato, di far proposte a entrambi questi consessi, di curare l'esecuzione delle decisioni prese, di disporre il prelievo tributario. Inoltre spettava al console di creare il dittatore. Il consolato era una magistratura collegiale: i consoli avevano ugualmente la titolarità del potere, che spettava a ciascuno dei due per intero e quindi poteva essere esercitato da ciascuno separatamente dall'altro, salvo il veto preventivo di quest'ultimo.
-I censori. Si occupavano di tutti gli affari pubblici. All'inizio i consoli si occupavano anche del censimento, poi non furono più in grado di farlo, e quindi vennero creati i censori. Essi
-Il pretore. La tradizione riferisce che il pretore urbano sarebbe stato creato per compensare i patrizì della perdita del monopolio in ordine alla titolarità della magistratura suprema. Ad esso gli venne data una funzione tecnica qual era la giurisdizione civile. Il pretore era un magistrato maggiore eletto dai comizi centuriati, ed era titolare di un potere non diverso da quello dei magistrati supremi, anche se egli era subordinato. Aveva pertanto l'iniziativa legislativa. Durava in carica un anno. Le principali funzioni giudiziarie dei pretori nelle questioni civili, consistevano nel dare un giudizio. Era solo nel caso delle interdizioni, che decidevano in maniera sommaria. I procedimenti davanti al pretore erano tecnicamente detti essere in iure. Accanto al pretore urbano, siccome non poteva occuparsi anche di tutti gli stranieri che arrivavano nella città, si creò un altro pretore nominato peregrino perché esercitava la giurisdizione sugli stranieri.
-Gli edili. Dopo il 367 a.C., esistevano a Roma due coppie di edili, la cumle, riservata ai patrizì, e quella plebea. Alla ne le funzioni era pressoché identiche: attenevano alla sorveglianza della città, al controllo dell’approviggionamento alimentare e dei prezzi, all'organizzazione dei giochi pubblici. I due edili inoltre erano titolari anche di una limitata giurisdizione in base alle controversie che si presentavano nei mercati.
-Magistrature minori. La più importante è la questura, come aiuto dei consoli per quanto riguardava all'amministrazione del denaro pubblico. In la col tempo vennero istituiti specici questori provinciali per aiutare i governatori, sempre nel settore economico— nanziario. Altri magistrati furono i quattuorviri per la cura delle vie, i triumviri, detti MONETALES, per il conio delle monete, i triurnviri capitali addetti alla custodia del carcere pubblico e all'esecuzione delle sentenze capitali.
Le assemblee popolari
L'idea di fondo era che il popolo, inteso come ordine a se stante, fosse in una situazione di minorità, e dovesse star soggetto all'indirizzo e al controllo di altri organi e degli stessi cittadini più abbienti.
-Comizi centuriati. L'assegnazione dei cittadini alle centurie continuava a esser operata in base all'ammontare dei patrimoni, che già nel terzo secolo a.C., dovevano essere valutati in denaro. Secondo Livio, al vertice dell'ordinamento centuriato c'erano le diciotto centurie di cavalieri, dove venivano distribuiti i cittadini più ragguardevoli. Dopo venivano i centosessanta centurie di fanti. A queste i cittadini erano assegnati in vario numero a seconda della loro appartenenza a una o all'altra delle cinque classi di censo, nelle quali erano stati inseriti dai censori, in base alla loro ricchezza. Livio aggiunge che il suffragio non era dato comunemente a tutti con lo stesso valore, ma dipendeva dalla centuria del votante. Ogni voto del cittadino contribuiva a determinare la maggioranza della centuria di appartenenza. L'ordine della chiamata alla votazione rispettava l'ordine del censo: i cavalieri, i cittadini di prima classe. Se c'era subito l'accordo non si chiamavano nemmeno quelli delle classi inferiori. I comizi centuriati potevano essere convocati solo da magistrati titolari di potere. Si convocavano per emanare una legge o una sentenza criminale o per nominare i magistrati maggiori.
-Comizi tributi. Nuova assemblea politica. Prima del 312, alle tribù territoriali partecipavano solo gli assegnatari di un fondo. comprendevano sia patrizi che plebei, distribuiti in trentacinque tribù territorialmente, nelle quali tutti i cittadini romani venivano collocati per scopi elettorali e amministrativi. La vasta maggioranza della popolazione di Roma era distribuita tra quattro tribù urbane, il che signicava che i loro voti erano individualmente insignicanti; come per i Comitato delle Centurie, il voto era indiretto, con un voto assegnato ad ogni tribù. ll voto era quindi pesantemente sbilanciato a favore delle trentuno tribù rurali. l Comizi Tributi si riunivano alla sorgente Comizia, nel Foro Romano, ed eleggevano gli Edili (solo quelli curulis), i Questori e i tribuni dei soldati (tribuni militum). Conducevano gran parte dei processi, nché il dittatore Lucio Cornelio Silla stabilì le corti permanenti (quaestiones).
-Concili tributi della plebe. Erano presieduti da un tribuno o da un edile, potevano delibera re leggi o sentenze; eleggevano i magistrati. Ci furono molti plebisciti legislativi, soprattutto in materia privatistica.
Il senato repubblicano
Il senato approvava e consigliava. L'approvazione si manifestava nell'autorità dei padri che consisteva nell'approvazione delle deliberazioni, legislative ed elettorali, dei comizi centuriati: solo con l'aggiunta dell'autorità la deliberazione comiziale poteva entrare in vigore. Polibio riferisce che al senato spettava il controllo di tutte le entrate e tutte le spese, ma anche di intervenire nell'amministrazione della giustizia criminale, dove c'erano reati politici, o comunque da scuotere l'opinione pubblica. Esso disponeva con piena discrezionalità, e senza che il popolo potesse interferire, nelle questioni della politica estera. Nel governare la repubblica, il senato si serviva dei propri consigli, soprattutto a quei magistrati supremi che ne facevano richiesta. Addirittura, tramite l'ultimo consulto del senato (SENATUS CONSULTUM ULTIMUM), l'assemblea poteva decretare, in un pericolo supremo per la sopravvivenza della repubblica, la sospensione delle massime garanzie costituzionali, dando ai consoli poteri che non erano titolari. Il senato decideva la presentazione si proposte ai comizi, la leva dei soldati e il loro congedo, la nomina del dittatore, l'assegnazione delle province, l'organizzazione dei territori conquistati, la deduzione di colonie ecc. La prassi precedente prevedeva che si doveva scegliere i senatori guardando gli ex magistrati. Ma in teoria qualunque cittadino ottimo poteva esser chiamato a far part del senato. Si venne cosi a formare una gerarchia di senatori: i censori, gli ex consoli, i pretori, i giudici, i tribuni, i questori. Il principe del senato, il più anziano dei censori, era colui che aveva il diritto di esprimere il proprio parere per primo. Senatori si restava tutta la vita. Il senato poteva esser convocato da un magistrato che avesse il diritto di agire con i padri: un dittatore, un console, un pretore, e più in la anche un tribuno plebeo. Il magistrato esponeva l'argomento sul quale i senatori sarebbero stati chiamati a deliberare. Aveva poi luogo la discussione: i senatori esprimevano la loro opinione in ordine di rango senza che vi fossero limiti di tempo all'intervento, cosa che favoriva l'eventuale ostruzionismo. Alla ne si passava alla votazione, che avveniva di solito per la materiale separazione, da una parte e dall'altra dell'aula, dei favorevoli e dei contrari alla proposta di senatoconsulto che era venuta fuori dalla discussione. Il testo del senatoconsulto era compilato per iscritto e depositato presso l’erario di Saturno.
Repubblica e tradizione familiare aristocratica
La nobiltà senatoria era il ceto sacricato dalla larga composizione perseguita da Caio: per questo essa, nel 121 a.C., avvalendosi dello strumento del dell'ultimo consulto del senato, decise di sopprimere Gracco e i suoi partigiani, e il programma riformatore fu cosi messo di nuovo da parte. Dopo qualche decennio i popolari ripresero vigore appoggiandosi a Caio Mario. In quegli anni egli fu ripetuto console, sostenuto dai cavalieri e dai nullatenenti. Per questo gli si erano awicinati i nuovi capi popolari, i tribuni Glaucia e Satumino, la cui politica aveva ripreso qualche idea graccana ma con nalità faziose e talvolta violente: essi, a differenza di Gracco, ricercavano il sostegno nell'esercito mariano. Anche nei confronti di questi la nobiltà tramite l'ultimo consulto del senato soffocò il movimento nel sangue. Ma gli scontri tra le due fazioni erano destinati ad assumere gravità sempre maggiore a causa del progressivo venir meno del carattere non professionale dell'esercito, nel quale proprio Caio Mario aveva cominciato ad arruolare anche i nullatenenti, formando così eserciti mercenari e permanenti, disposti ad obbedire solo al loro comandante, in cambio del bollettino bellico, e di lotti di terra. Dalla guerra sociale a Silla Alle contrapposizioni all'interno della città si aggiunse, agli inizi del I secolo a.C., il conitto tra Roma, da una parte, e i suoi alleati latini e italici, dall'altra, che divenne guerra vera e propria (a. 91-88 a.C.) con l'obiettivo, per gli alleati di ottenere la cittadinanza romana o l'indipendenza, formando cosi una nuova struttura sociale di tipo federale. Roma si rese presto conto che l'esito della guerra sociale era incerto, e che la secessione degli alleati avrebbe messo in forse la sopravvivenza della repubblica romana. Così, attraverso due leggi successive (la legge Giulia che da la cittadinanza a latini e alleati del 90 a.C. e la legge Plautia Papiria che da la cittadinanza agli alleati dell'89 a.C.), fu concessa la cittadinanza a latini e italici, prima a coloro che fossero rimasti fedeli alla repubblica, astenendosi dal partecipare alla insurrezione, poi tutti i residenti in Italia che avessero dichiarato, nel tennine di due mesi, e a un magistrato romano, di voler diventare cittadino. Così l'insurrezione venne bloccata e Roma torno a prendere il controllo delle terre insorte. Nel frattempo il confronto tra popolari e ottimati riprendeva a Roma, dando via a una cruentissima guerra civile, che vide contrapporsi Caio Mario e il console dell'88 a.C., Lucio Cornelio Silla. Quest'ultimo, a cui era stato tolto - per darlo a Mario - il comando della guerra contro Mitridate, re del Ponto, non esitò a marciare, con il proprio esercito, su Roma. Scontto l'avversario, lasciò Roma per la guerra in Oriente. A Roma cosi potevano riprendere il sopravvento i popolari, ma Silla vittorioso su Mitridate e tornato in Italia (a. 83 a.C.), li sconsse denitivamente, diventando signore assoluto di Roma, nell'82 a.C. Silla si fece nominare dittatore delle leggi scritte e della costituzione repubblicana: era una magistratura differente dall'antico dittatore, in quanto il dittatore, a tempo indetenninato, avrebbe dovuto provvedere, con poteri illimitati e senza essere soggetto all'appello , alla riforma della costituzione repubblicana. Egli cercò di indebolire il ceto equestre. Così rese di nuovo attuale, per la riscossione delle imposte nella provincia asiatica, il sistema precedente della Legge Sempronia della provincia dell'Asia: i pubblicani venero esclusi e si assegnò l'esazione dei tributi al governatore. Ma l'esclusione più signicativa riguardò l'albo dei giudici dai processi criminali delle QUESTIONES PERPETUAE, nei quali Silla sostituì i cavalieri con i senatori. Inoltre elevò il numero dei senatori portandoli a seicento, mettendovi anche esponenti del ceto equestre, sperando di attenuare la protesta. Nel contempo privò i censori del potere di escludere taluno dall'assemblea perché indegno. Alterò il tribunato plebeo togliendogli il suo potere di veto, e lasciandogli solo il compito di intervenire in favore del singolo cittadino minacciato da un atto magistratuale. In più escluse che potessero gestire magistrature curuli gli ex tribuni, che diventavano così magistrati di second'ordine. Dando ai senatori l'ufcio di giudici nei processi criminali, aveva così tolto la
funzione giudiziaria ai comizi. Inoltre Silla ridusse il potere e il prestigio dei consoli: con la legge Cornelia dell'ordinamento provinciale trasformò la tradizionale distinzione tra potere di governo civile e comando militare in una rigida ripartizione di competenza tra consoli e pro magistrati. Proibendo ai consoli di esercitare il comando militare in Italia e obbligandoli a non allontanarsi da Roma trasformò i supremi magistrati della repubblica a semplici funzionari civili. Nel 79 a.C. Silla rinunciò spontaneamente dalla dittatura sostituente, , perché era convinto che con quelle riforme la repubblica avrebbe ritrovato il suo equilibrio. Ma, nei fatti, il nuovo assetto costituzionale si rivelò di breve durata, cercando di ripristinare l'ordine tradizionale.
Pompeo e Cesare
Negli anni successivi si affrontarono due altri personaggi, Gneo Pompeo e Caio Giulio Cesare. Il primo ottenne un comando straordinario per sconggere i pirati del Mediterraneo, che disturbavano i trafci dei cavalieri. Si trattava di un comando destinato ad essere esercitato su tutto il mediterraneo, per tre anni successivi. Un comando innito, che suscitò la protesta dell'aristocrazia, perché avrebbe rappresentato un attentato alla libertà repubblicana. L'anno successivo (66 a.C.), inoltre, venne conferito a Pompeo il comando proconsolare per la guerra in oriente con Mitridate e Tigrane. Ristabilito l'ordine in oriente tornò in Italia e congedò gli eserciti presentandosi al senato rispettoso della legalità repubblicana. Ma nì col ritrovarsi ostacolato dall’aristocrazia impaurita dal prestigio acquisito. Per questo Pompeo preferì stringere un'alleanza con Cesare, pretore nel 62 a.C., e con Licinio Crasso: si parla di primo triumvirato. Dopo questo patto Cesare divenne console nel S9 a.C., e fece votare una serie di provvedimenti favorevoli ai suoi due alleati e, in cambio, ottenne il comando sulla Gallia cisalpina e sull'illirico per cinque anni, con tre legioni. Nel 55 a.C. fu rinnovata l'alleanza tra i triumviri, e vennero eletti al consolato Pompeo e Crasso e, con una legge di Pompeo e Crasso della provincia di Caio Giulio Cesare, fu prorogato per altri cinque anni il comando di Cesare sulle Gallie. Nel S3 a.C. morì Crasso, e, scoppiati gravi disordini a Roma tra le opposte fazioni di Pulcro e Milone, Pompeo fu eletto, per volere del senato (timoroso del potere acquistato da Cesare) console senza collega. A questo punto ci furono i presupposti per una nuova guerra civile tra Pompeo e Cesare. Quest'ultimo, sperando che la legge di Pompeo gli avesse prorogato il proconsolato no al tutto il 49, contava di presentarsi come candidato al consolato per il 48 senza aver prima deposto il comando degli eserciti, in modo da avere una maggiore inuenza sull'elettorato, e evitando di vedersi accusato dagli avversari. Allo scopo di indebolire questa posizione il console Pompeo fece approvare due leggi generali, ma che in realtà volevano mettere in difficoltà Cesare: la prima prevedeva che i candidati al consolato dovevano essere presenti a Roma; la seconda, doveva intercorrere almeno l'intervallo quinquennale tra la gestione di una magistratura urbana e quella di una promagistratura. Inoltre si era fatta nascere l'incertezza sulla data di scadenza del proconsolato sulle Gallie, sostenendo dagli anticesariani che il quinquennio di proroga del comando decorresse dal 55 a.C., per cui sarebbe scaduto nel SO a.C. In ogni caso il senato, in base al primo orientamento, dichiarò Cesare decaduto dal proconsolato alla ne del 50 a.C. e poi gli chiese di congedare l'esercito. Fu il segnale dell'inizio della guerra civile: Cesare varcò (49) il conne dell'Italia alla testa di una legione e in breve si impadroni di Roma. Dal Dicembre del 49 fu dittatore, e console nell'anno successivo. Sconsse Pompeo nell'agosto del 48 a Farsalo. Cesare assunse subito una serie di magistrature, poteri, prerogative, titolazioni: dittatura decennale, consolato decennale, potere censorio, il potere dei tribuni a vita, potere di conferire il patriziato, di scegliere la metà dei candidati alle