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Diritto Romano Quarto anno, Appunti di Diritto Romano

Riassunti esaustivi di Diritto Romano, materia del quarto anno

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 18/06/2018

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DIRITTO ROMANO
ATENE E ROMA
Alle origini della democrazia moderna e la tradizione
romanistica nei sistemi di Civil law e di Common law
_______________
CAPITOLO I
Il problema dell’unità europea
Nel 2004, la Convenzione Costituente Europea, costituita da 110 rappresentanti
di tutti i Paesi che allora facevano parte dell’Unione, volle trasmettere un
messaggio forte sulle cosiddette radici pagane, greco-romane, umanistiche ed
illuministiche dell’Europa, arontando unanime la battaglia politica e
diplomatica, che col contrapporla alla Chiesa cattolica. In quel biennio
2003-2004, infatti, la Convenzione Costituente resistette alla pretesa della
Chiesa Cattolica appoggiata dall’Italia, dalla Polonia, dall’Irlanda e da Malta
che il cristianesimo fosse inserito nel Preambolo della Costituzione europea tra
i valori storicamente fondanti l’identità democratica e fra i valori politici e
morali condivisi dai popoli dell’Europa unita. In quel Preambolo erano invece
nominati la civiltà greca e romana, l’umanesimo e l’illuminismo, ed esso si
apriva emblematicamente con le parole che lo storico greco Tucidide attribuiva
a Pericle per denire la democrazia ateniese. I Costituenti europei hanno osato
escludere il nome Cristo, noto a tutti per quanto non da tutti condiviso, per
aprire la carta costituzionale federale con il nome di uno sconosciuto, quale
Pericle è, per la maggioranza dei cittadini dell’Unione Europea.
________________________
CAPITOLO II
Dall’ Epitaphios di Pericle alla Concezione pagana della civitas
tardo-antica
1. I principi della democrazia degli antichi e il “pensiero debole” dei moderni.
Benché la parola democrazia sia di origine greca, il concetto contemporaneo
che essa racchiude è profondamente diverso da quello che la connotò nel
mondo in cui nacque, fra il VI e il V secolo a. C., come diverso è anche il valore
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DIRITTO ROMANO

ATENE E ROMA

Alle origini della democrazia moderna e la tradizione

romanistica nei sistemi di Civil law e di Common law

_______________

CAPITOLO I

Il problema dell’unità europea

Nel 2004, la Convenzione Costituente Europea, costituita da 110 rappresentanti di tutti i Paesi che allora facevano parte dell’Unione, volle trasmettere un messaggio forte sulle cosiddette radici pagane, greco-romane, umanistiche ed illuministiche dell’Europa, affrontando unanime la battaglia politica e diplomatica, che finì col contrapporla alla Chiesa cattolica. In quel biennio 2003-2004, infatti, la Convenzione Costituente resistette alla pretesa della Chiesa Cattolica – appoggiata dall’Italia, dalla Polonia, dall’Irlanda e da Malta – che il cristianesimo fosse inserito nel Preambolo della Costituzione europea tra i valori storicamente fondanti l’identità democratica e fra i valori politici e morali condivisi dai popoli dell’Europa unita. In quel Preambolo erano invece nominati la civiltà greca e romana, l’umanesimo e l’illuminismo, ed esso si apriva emblematicamente con le parole che lo storico greco Tucidide attribuiva a Pericle per definire la democrazia ateniese. I Costituenti europei hanno osato escludere il nome Cristo, noto a tutti per quanto non da tutti condiviso, per aprire la carta costituzionale federale con il nome di uno sconosciuto, quale Pericle è, per la maggioranza dei cittadini dell’Unione Europea.


CAPITOLO II

Dall’ Epitaphios di Pericle alla Concezione pagana della civitas

tardo-antica

1. I principi della democrazia degli antichi e il “pensiero debole” dei moderni.

Benché la parola democrazia sia di origine greca, il concetto contemporaneo che essa racchiude è profondamente diverso da quello che la connotò nel mondo in cui nacque, fra il VI e il V secolo a. C., come diverso è anche il valore

che essa ebbe alla fine del Settecento, quando sarebbe rinata come un’Araba Fenice prima negli Stati Uniti d’America (1776) e poi in Francia (1789).

Nel VI secolo a.C., per la prima volta la democrazia si affermò ad Atene, la capitale dell’Attica, attraverso la violenza, intesa come potere ( kratos ) del popolo ( demos ) contro l’aristocrazia od oligarchia dominante. Più tardi, nel IV secolo a.C., gli aristocratici, ormai esautorati e nostalgici del bel tempo antico del loro perduto predominio, polemizzavano sul fatto che la democrazia attica fosse connotata come violenza, per cui essa applicava i principi di libertà non a tutti, ma solo a chi li riconosceva, escludendo pertanto con la forza gli aristoi. La stessa connotazione violenta segna la nascita di molte democrazie moderne, a partire dalle prime, quella nord-americana, con la Guerra d’Indipendenza contro la Gran Bretagna, e pochi anni dopo la Rivoluzione Francese, che sterminò in un bagno di sangue l’aristocrazia, l’alto clero cattolico e la stessa famiglia reale, che tutti opprimevano e affamavano il popolo e il Terzo Stato in nome di Dio e con la complicità della Chiesa. Tuttavia, nell’Ottocento, dopo la fine dell’impero napoleonico, che aveva diffuso in Europa le nuove idee di sovranità popolare nate in Francia, la Restaurazione conseguente al Congresso di Vienna arrestò per una quarantina d’anni la realizzazione politica dei nuovi ideali borghesi, ma infine non poté arrestare il sorgere dei nuovi Stati liberali dopo i moti del 1847-48.

Nel Novecento, la nascita di una democrazia da un processo sommario si è avuta in Italia con la fucilazione di Mussolini, di Clara Petacci e dei gerarchi fascisti, poi esposti a testa in giù a Milano in piazzale Loreto il 28 aprile 1945. La cosiddetta Legge Scelba del 1952 (dal nome del Ministro degli Interni che la propose) prevede il reato di apologia del fascismo e di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Si tratta di uno dei casi rarissimi – se non l’unico – in cui il concetto di democrazia forte ha avuto la meglio sul pensiero debole. Casi analoghi sono i divieti di ricostituzione del partito nazionalsocialista in Austria e Germania o il reato di apologia del franchismo in Spagna.

2. La democrazia attica da Solone a Pericle.

Il primo legislatore di Atene, Solone, si prefisse, con un codice di leggi ( nòmoi ) scritte, di moderare lo strapotere dell’aristocrazia, soprattutto col vietarne i peggiori eccessi, come l’esecuzione personale e la riduzione in schiavitù del debitore insolvente. Le sue leggi censitarie, che distinguevano i cittadini ( politai ) in base alla ricchezza, favorirono la formazione di un ceto di commercianti e armatori e di proletari, che si arricchì fornendo all’aristocrazia prodotti di lusso importati con i commerci trasmarini. Questo nuovo ceto mercantile appoggiò, nel 560 a.C., il colpo di Stato contro il governo aristocratico, ad opera del tiranno Pisistrato, il quale, grazie ad una politica estera espansionistica, favorì l’esportazione e l’importazione di merci via mare e assunse provvedimenti in favore dei ceti popolari disagiati, cui diede lavoro

l’esercito lacedemone era ritenuto imbattibile in terra e godeva fama di eroico valore: si diceva che l’oplita spartano tornasse in patria con il suo scudo o sopra il suo scudo, cioè trasportatovi da morto secondo l’usanza militare riservata ai caduti in combattimento. Ad Atene, invece, la democrazia consentiva ora di costituire e mantenere una potente flotta militare e commerciale, che rendeva quella polis superiore sul mare a qualunque altra.

4. La democrazia periclea e la testimonianza di Tucidide.

La guerra fra Atene e Sparta, che fu poi detta del Peloponneso, trovò in Tucidide il suo storico: egli, al comando di una flotta ateniese all’inizio delle operazioni, era stato esiliato dai suoi concittadini e per questo, uscito dal conflitto, aveva avuto l’opportunità di interrogare combattenti e politici dell’una e dell’altra parte. Tucidide pose così teoricamente, con la sua opera sulla Guerra del Peloponneso ( Historiai=indagini ), il principio dell’obiettività e le basi del metodo critico: a lui si deve la prima concezione prammatica della storia , poi seguita da Polibio e più tardi ancora dagli storici romani, dalla quale restavano esclusi quei fatti pittoreschi, quelle leggende e quelle credenze popolari, quegli interventi della divinità che avevano intessuto le narrazioni storiche fino ad allora. Tucidide concentra l’analisi storica sui fatti politici. L’arte medica del suo tempo, che è passata sotto il nome convenzionale di Ippocrate, aveva distinto per la prima volta, l’ aitìa (causa) dal syntomon (manifestazione). Tucidide traspose questo criterio all’indagine storica, individuando la differenza fra l’ aitìa recondita dell’agire politico, che è sempre l’interesse ( sympheron ) e la sua dichiarazione giustificativa, la pròphasis, finalizzata a nascondere quell’interesse reale, perlopiù ritenuto inconfessabile all’opinione pubblica. Pertanto, come il medico non acquisterà una vera conoscenza della malattia se non saprà individuarne la causa, lasciandosi ingannare dall’apparenza ( phainòmenon ) del sintomo, la cui cura non guarirà il paziente, così lo storico non perverrà ad una vera comprensione dell’azione politica, se non saprà distinguerne la causa della rappresentazione strumentale che, a scopo perlopiù di giustificazione morale o di propaganda, ne viene normalmente esibita. Parallelamente, il relativismo ed il soggettivismo della Sofistica concorrevano a porre i fondamenti logici e filosofici della differenza tra l’essere e l’apparire. Per Protagora l’uomo costituisce la misura di tutte le cose: per i sofisti non esistono dunque principi etici assoluti né tantomeno metafisici ed i fondamenti morali della polis , il mondo tradizionale dei valori sociali, di una morale convenzionale e della stessa religione, furono posti in discussione dalla potenza sovvertitrice della logica. La convinzione che la Provvidenza ( Prònoia ) di divinità benefiche soccorra gli uomini nella loro vita travagliata, fu così relegata fra le favole smentite dalla più banale osservazione della realtà. Tucidide inserì nella narrazione discorsi anche realmente pronunciati, e

tuttavia non fedelmente trascritti, ma riprodotti secondo il ricordo, le notizie avutene, ed ogni modo ispirato al criterio di verosimiglianza.

  • _TUCIDIDE, Epitaphios Logos di Pericle – testo a pag. 20
  1. L’ellenismo a Roma e il conservatorismo catoniano._

La civiltà della polis fu esportata fuori della Grecia dalle conquiste di Alessandro Magno, re ( basileus ) di Macedonia, nel breve ma sconvolgente decennio del suo regno. Alessandro capì che i cosiddetti barbari ; e anzitutto i Persiani, non erano affatto i popoli incivili che il pregiudizio greco amava rappresentare e che la pretesa di superiorità dei Greci si scontrava con la realtà di un impero, quello persiano da lui conquistato, che aveva saputo raggiungere un’unità politica, amministrativa, monetaria ed economica globale, sconosciuta al particolarismo delle poleis. Ne nacque un concetto di umanità ecumenico, che la Grecia classica non aveva conosciuto, e la civiltà greca, a contatto con le culture orientali, diede luogo ad una nuova cultura, chiamata ellenistica o alessandrina, che permeò di sé anche la Magna Grecia, dove prima gli Italici e poi i Romani stessi entrarono in contatto per la prima volta, già nel IV secolo a.C., con città italiote come Napoli e Taranto. L’influenza ellenistica sulla civiltà romana produsse nella tarda repubblica, nel III-II secolo a.C., la contrapposizione fra il conservatorismo di Catone il Censore, ispirato ai valori della frugalità contadina, non lontana dai costumi spartani, ed il filellenismo del raffinato Circolo degli Scipioni , aperti alla filosofia greca ed allo stile di vita urbano. A tal riguardo, Orazio scriverà nelle sue Epistulae : << Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio>> (trad. La Grecia vinta e fatta prigioniera conquistò il selvaggio vincitore ed introdusse le arti nel Lazio, che conosceva solo la coltivazione della terra ).

6. Catone Uticense e l’ideale della libertas nell’ideologia imperiale.

Un secolo e mezzo dopo, l’eredità del Censore fu raccolta dal suo discendente, Marco Porcio Catone detto poi l’Uticense che divenne simbolo della libertas repubblicana per avere stoicamente scelto il suicidio ad Utica nel 46 a.C., dopo essere stato sconfitto, piuttosto che accettare la clementia di Cesare dittatore, stimando che per un romano la libertà politica fosse un bene preferibile alla stessa vita. Il gesto di Catone Uticense rappresentò la sublimazione della concezione politica repubblicana della libertas e poneva Cesare di fronte alla necessità di affrontarla con armi adeguate. Rendendosi conto che le idee non possono combattersi soltanto con le armi, il dittatore avvertì l’esigenza di una risposta politica e ideologica al gesto di Catone, che rischiava di screditarne la vittoria. Così, quando Cicerone inviò a Cesare la sua opera Cato Minor , nella quale esaltava la virtus stoica dell’Uticense e la scelta eroica del suicidio, il dittatore gli rispose lodando il valore letterario dell’opera, ma incaricando il suo legato Aulo Irzio di rispondere con una serrata critica a Catone e alla coerenza dei suoi comportamenti. Il suicidio stoico di Catone non rispondeva al concetto

che fu procurator a patrimonio e ab epistulis ed infine praefectus vi gilum. Costui teneva in casa non solo il ritratto di Catone, ma anche quelli dei Cesaricidi Brudo e Cassio, suscitando l’ammirazione di Plinio il Giovane.


CAPITOLO III

Il misticismo pagano e la sua influenza nella nascita del

cristianesimo. Il capovolgimento dei valori morali e politici:

autonomia ed eteronomia (Lex Dei e Sharìa)

1. Il misticismo orientale e augusteo e la sua influenza sul cristianesimo paolino.

Il principato augusteo è instaurato non solo come un regime che, sotto le mentite spoglie della restitutio reipublicae , garantisce la pace e la democrazia per consensum totius Italiae dopo l’anarchia delle guerre civili, ma anche come Avvento del divino fanciullo, che la divina Provvidenza ha inviato per portare la pace e la salvezza ad un’umanità dolorosa e percorsa dall’attesa dell’intervento di entità superiori. Questo aspetto del misticismo augusteo e imperiale, pur indagato in passato, è oggi sostanzialmente dimenticato nella letteratura scientifica. Nel 48 a.C. Giulio Cesare era stato considerato in Oriente dio per Rivelazione divina e Salvatore di tutto il genere umano nonché Theòs anìketos (dio invitto). La musa di Virgilio nel 40 a.C. lasciava credere che fosse nato un divino fanciullo destinato a portare la pace nel mondo. Quale fosse sul momento l’allusione del poeta nello scrivere la IV Ecloga non è certo: forse si alludeva al figlio di Antonio e Cleopatra Alexandros Helios o al nascituro atteso da Ottaviano e Scribonia, che poi si rivelò essere una femmina, Giulia. Certo è invece che quella indeterminata allusione finì con l’essere riferita poco più tardi a qualcuno, cui Virgilio, sul momento, non aveva in realtà pensato, cioè allo stesso Augusto, e ancor più tardi – dopo l’affermazione del cristianesimo – a Cristo. Il divino fanciullo che stava per venire al mondo sarebbe stato ricolmo di vita celeste ed avrebbe visto la divinità essendone a sua volta visto, ed avrebbe governato dopo aver riportato la pace grazie al valore e alle virtù dei

padri. L’attesa messianica, che Virgilio riproponeva nel 40 a.C., era quella stessa che il mondo greco-asiano aveva vissuto otto anni prima per Cesare e che era rimasta delusa con la fine repentina della pace cesariana dopo le Idi di marzo. Ora invece la Pax Augusta appariva veramente universale e duratura: fu perciò celebrata non solo dall’ Ara Pacis Augustae, inaugurata a Roma per la vittoria in Spagna nel 9 a.C., ma anche in Oriente con l’annuncio della Buona Novella. Così, in quello stesso 9 a.C., i Vangeli del nuovo Salvatore del mondo, il Figlio di Dio, sono trasmessi ai popoli governati dal proconsole d’Asia, Paolo Fabio Massimo. Questi applica nella sua provincia la riforma cesariana su base astronomica solare – di cui ancora oggi ci valiamo – e stabilisce il nuovo calendario giuliano-asiano. Ma anziché fissare il 1° gennaio come inizio dell’anno, lo mantiene com’era stato fino ad allora in Asia, al 23 settembre, perché quel capodanno coincideva con il giorno natale di Augusto. Paolo Fabio Massimo scrive perciò che il giorno natale del dio Augusto fu per il mondo il principio dei Vangeli annunciati per opera di lui. Si intende che lo stesso Paolo, governatore dell’Asia e sommo sacerdote del culto imperiale annuncia i Vangeli facendosi strumento della Salvezza portata da Augusto. Una nuova età dell’oro ha avuto inizio dal giorno della sua nascita: gli uomini sono lieti di vivere nel nuovo paradiso terrestre. La pace in terra è il segno della providentia deorum, è il riflesso della pace in cielo.

2. L’irrisione del misticismo augusteo da parte del buon senso romano-italico.

Diversamente dall’Asia, in Italia erano ancora pochi a credere che un Dio si fosse incarnato per portare la pace nel mondo. Nel II secolo a.C., Polibio – che si era attenuto alla storia pragmatica sull’orma di Tucidide -, aveva cercato i nessi di causalità nei fatti e nelle azioni politiche per trovare una spiegazione storica, ma aveva concepito anche una Tyche , una forza cosmica, il Caso, la Fors Fortuna Populi Romani, che si conciliava col provvidenzialismo stoico. Tuttavia, all’epoca di Polibio non c’era ancora un Dio incarnato e Figlio di Dio, come Augusto, cui riferire quella Provvidenza. Gli intellettuali preferivano ora, al tempo di Augusto, la storia pragmatica, la storia dei fatti reali, scevra di elementi divini e di spiegazioni soprannaturali. La spiegazione religiosa e provvidenzialistica dell’impero di Roma, cantata dal poeta Nevio, per il quale la religio e la pietas dei Romani garantivano loro il favore divino, poteva andar bene per il pubblico del III secolo a.C. Il provvidenzialismo dell’Eneide virgiliana affascinava quel popolo, della cui ignoranza Orazio scriveva di aver tanto fastidio da tenersene sempre alla larga ( Odi profanum vulgus et arceo ). Vi erano anche gli oppositori che disponevano solo dell’arma del sarcasmo. Ad esempio, sulla colonna del portico del peristilio nella villa pompeiana di Agrippa Postumo, nipote di Augusto, è stato trovato un pentametro graffito sull’intonaco: Caesaris Augusti femina mater erat (La madre di Cesare Augusto era una femmina e non una dea. Il sostantivo femina in latino ha un’accezione tendente al negativo).

conferito al principe dal senato e dai comizi con una lex rogata, mentre la tribunicia potestas (potere civile) era attribuito dai concilia plebis con un plebiscitum.

4. La crisi dell’impero e il dissolversi della concezione della “sovranità popolare”.

Da Vespasiano fino a tutto il III secolo, la concezione carismatica del potere imperiale di ispirazione orientale convive con il conferimento al princeps della tribunicia potestas e dell’ imperium proconsulare maius et infinitum. Il principio, che noi moderni chiameremmo di “delega della sovranità popolare” all’imperatore, era dunque salvaguardato in una prassi costituzionale, che fu rispettata nel II secolo dagli Antonini, non rinnegata dai Severi e affermata perfino nel periodo dell’anarchia militare del III secolo, quando – dopo la Constitutio Antoniniana del 212, che aveva esteso la cittadinanza romana a quasi tutti i provinciali – l’esercito poteva ben pretendere di essere il maggior rappresentante della sovranità popolare. Ma la crisi demografica, provocata probabilmente dalle epidemie di peste del II secolo, indebolì il potere centrale. Instabilità di governo e gravi difficoltà nella resistenza ai barbari caratterizzarono il periodo che seguì la fine della dinastia dei Severi. Solo Diocleziano riportò la stabilità e la sicurezza, ponendo fine all’anarchia militare e respingendo i barbari, cercando anche di risanare l’impero con una serie di riforme e provvedimenti. Nel programma di restaurazione dell’impero romano da parte di Diocleziano si iscrive: “ La difesa disperata del denarius, che è la moneta della piccola gente, contro l’inflazione ”, mentre Costantino abbandona il denarius , ancorando saldamente l’economia all’oro, che è nelle mani delle classi superiori. La scelta del solidus aureus concorre a fare del dominato constantiniano il momento della fine del principato come forma di governo fondata sulla politica di sostegno ai ceti medi della plebs e degli equites. Il principe era considerato “ un morso per la bocca dei senatori vorace di ricchezze e un rifugio per il popolo ”: questa è una notizia che – tuttavia – non ha avuto una grande eco nel panorama storiografico, più incline a sostenere i valori della minoritaria nobilitas. Per prevenire il ripetersi dell’anarchia al momento della morte dell’imperatore, Diocleziano escogitò la Tetrarchia, un sistema di successione fondato su due Augusti e due Cesari, circonfusi di una legittimazione divina. Giudicando che un impero così vasto non potesse più essere governato da un dominus , Diocleziano lo divise in una pars Orientis e in una pars Occidentis, nominando per quest’ultima un secondo Augustus nella persona di Massimiano, e due Caesares nelle persone di Galerio e Costanzo Cloro. Per la prima volta, la concezione politica che il potere imperiale fosse espressione della volontà del senatus populusque Romanus veniva formalmente sostituita dalla concezione orientale dell’origine divina di quel potere. Il concetto di charisma quale fondamento del potere prevaleva sul conferimento della tribunicia potestas e dell’ imperium proconsulare maius et infinitum da parte del popolo e del senato. L’evocazione delle divinità pagane

protettrici dello Stato intendeva, nel programma dioclezianeo di restaurazione e conservazione della potenza e della prosperità dell’ecumene romana, restaurare la saldezza religiosa e morale dell’impero. Da qui, dopo un decennio di tolleranza del cristianesimo, la tardiva iniziativa di una sua generale persecuzione, con lo scopo non di sterminare i fedeli, quanto di riportali ad bonam mentem. Fu allora revocato definitivamente il divieto di Traiano di ricercare i cristiani per iniziativa dello Stato. Ma la diffusione della nuova religione era ormai troppo estesa e favorita dalla crisi dell’impero, per poter essere arrestata, se non con uno sterminio generale, che nemmeno Diocleziano pensò di attuare.

5. L’impero cristiano e il capovolgimento dei valori: la libertas religionis da valora morale della respublica a peccato nel pensiero dei padri della Chiesa.

Costantino non fu affatto l’instauratore dell’impero cristiano: è stato necessario attendere il XX secolo perché quell’imperatore fosse storicamente restituito alla sua religiosità politeistica e paganamente utilitaristica, e perché la storiografia fosse liberata dalla distorsione dovuta alle letture retrospettive. La più antica mistificazione degli intenti di Costantino risale al vescovo Eusebio di Cesarea, che per primo concepì un “ disegno della Salvezza ” come fine della storia attraverso lo strumento della Chiesa. La storiografia moderna, invece, ha fatto di Costantino un liberale ante litteram , un precursore della concezione di libertà religiosa e di separatezza fra Stato e Chiesa. La realtà è molto diversa da queste contrapposte letture, entrambe erronee. Costantino fu uomo del mondo antico, appartenente al paganesimo romano e va compreso nella sua epoca e nel suo momento storico. Il fallimento delle persecuzioni dioclezianee è il presupposto politico dell’Editto di Milano del 313. Quest’ultimo non fu un semplice editto di tolleranza: esso rese licita, sullo stesso piano del paganesimo, la religione cristiana e legittimò egualmente anche le Chiese eretiche. Rispetto al paganesimo, l’atteggiamento dell’imperatore Costantino fu sempre ambiguo: se a Roma fu il primo principe a rifiutare di ascendere al Campidoglio, dove si ergeva il tempio di Giove Capitolino, rispettò il compimento dei riti augurali pagani per la fondazione di Costantinopoli. Lì – nel 326 – trasferì la capitale dell’impero, ormai gravitante sulla pars Orientis. Pontefice Massimo della religione romana e al contempo episkopos ton ektòs (vescovo estremamente sovraordinato) della Chiesa, egli non operò mai una scelta decisa non soltanto per ragioni di opportunità politica, ma anche per l’incertezza su quale, fra Giove e Cristo, fosse la divinità più efficace a proteggere l’impero.

6. Liberalità pagana, intolleranza e fondamentalismo cristiano al crepuscolo dell’impero romano.

La “pace della Chiesa” fu tale per i cattolici, ma non per i cristiani eretici, né per gli Ebrei, che furono soggetti a persecuzioni anche cruente, sempre

distrutte le sinagoghe ebraiche perché non vi fosse alcun luogo dove fosse negata la divinità di Cristo. Questo Ambrogio, fatto santo dalla Chiesa, è quello che nel 388 dà fondamento teologico alla persecuzione degli Ebrei, cercando di distruggere i principi basilari della legge dello Stato romano in materia di tolleranza religiosa e di riconoscimento delle religioni nazionali dei popoli dell’impero. L’occasione è data dall’incendio della sinagoga di Callinico, nella provincia siriana. Il vescovo cristiano di Callinico aveva infatti istigato i suoi fedeli ad incendiare a furor di popolo la sinagoga ebraica. L’ordine di Teodosio I che il vescovo la ricostruisse a spese dei cristiani a titoli di risarcimento civile del danno, e la prospettiva di un processo penale, suscitò le minacce di sant’Ambrogio, che si erse a difensore degli incendiari cristiani, opponendosi alla pretesa dell’imperatore di fare giustizia. E’ proprio sant’Ambrogio ad introdurre l’intolleranza che caratterizzerà il medioevo cristiano e che durerà fino alla piena età moderna nella maggioranza degli Stati cristiani in Europa e poi, a seguito della colonizzazione, nel Sud America. Le idee di eguaglianza, libertà e fraternità fra gli uomini sono proprie dell’età moderna, frutto della filosofia illuministica e della Rivoluzione Francese. L’antisemitismo di Sant’Ambrogio avrà uno straordinario successo nel mondo cristiano, il quale ha una responsabilità morale e storica nella persecuzione e nello sterminio degli Ebrei. L’antisemitismo cristiano è stato anzitutto di matrice teologica, essendo gli Ebrei accusati di deicidio, benché la condanna a morte di Gesù sia stata pronunciata dall’autorità romana. Se l’antisemitismo cristiano ha una natura teologica, il genocidio hitleriano del 1900 ha avuto una ragione esclusivamente razziale (anche se, tuttavia, Hitler stesso approfittò dell’odio dei cristiani - particolarmente lituani e polacchi, ma anche francesi o italiani – contro gli ebrei, “ popolo deicida.

8. Modernità e liberalità della Civita pagana tardoantica e concezione etica dello Stato nell’intransigenza del De Civitate Dei di sant’Agostino.

Dapprima, sant’Agostino, nei suoi Soliloquia , aveva condiviso l’affermazione di Simmaco, che alla conoscenza del divino non si giunge per una sola strada. Poi però compose un’opera di Retractationes delle sue precedenti posizioni liberali. Affermò allora: << Non suona bene quello che scrissi una volta, che cioè non si può pervenire attraverso una sola via a una conoscenza di Dio condivisa da tutti gli uominii>>. Con sant’Agostino si afferma una nuova concezione, quella dello Stato etico cristiano, con la sua morale fondamentalista e sessuofobica, con leggi repressive di tutte le libertà: da quella di coscienza a quella sessuale, e in generale dei piaceri materiali ed intellettuali della Civitas pagana, incluso il teatro. La nuova religione rinnega i tradizionali fondamenti della società greco- romana: il significato dei suoi simboli è capovolto e i suoi valori divengono disvalori. L’ideale della donna in nudità venerea – per esempio – è sostituito da quello della verginità di Maria, velata dalla testa ai piedi come una moderna islamica.

La libertas che era stata fondamento ideale dello Stato dell’Atene di Pericle è giudicata da Agostino licentiosa e da reprimere perché induce l’uomo al peccato. Ma nel IV-V secolo vi erano ancora pagani fra i funzionari imperiali: essi tentavano di disattendere le leggi che perseguitavano il politeismo e le eresie. Cosicché, mentre prende corpo l’intolleranza dello Stato etico cristiano, proprio i pagani elaborano un pensiero politico, che possiamo giudicare un precursore della moderna concezione occidentale di democrazia. Di tale pensiero politico ci informa sant’Agostino, al fine di confutarne, nella sua ottica fondamentalista, la validità morale. Così Agostino scrive nel De Civitate Dei : << Verum tales cultores et dilectores deorum istorum nullo modo curant pessimam a flagitiosam non esse rempublicam>> (trad. I pagani che amano adorare questi dei non su curano in alcun modo che lo Stato cessi di essere il peggiore e il più scellerato ). Grazie a questo passo conosciamo una concezione pagana dello Stato, che ci sarebbe altrimenti ignota. Sant’Agostino la riassume al fine di polemizzare contro di essa, ma così facendo l’ha involontariamente trasmessa fino a noi. Siamo di fronte ad una concezione materialistica dello Stato, che si contrappone radicalmente alla concezione etica dello Stato cristiano. Quest’ultimo processa non soltanto ladri ed assassini, ma soprattutto quanti rifiutano la fede in Cristo o la formulano in maniera difforme dalla volontà della Chiesa: pagani, eretici, ebrei. Inoltre processa anche i peccatori, cioè coloro che non si uniformano alla morale cristiana. Qui sta la radice della contrapposizione moderna fra il modello dello Stato socialdemocratico occidentale e quello dello Stato etico, che a partire dalla seconda metà del VII secolo conosce, accanto alla formulazione cristiana, anche quella islamica.

9. Concezione autonoma ed eteronoma dello Stato.

Lo Stato, nella concezione periclea come in quella pagana tardo-antica, è una realtà autonoma, cioè fonte della norma che risiede, almeno idealmente, nella sovranità popolare. In realtà, la rinuncia a questo principio mantenuto per 3 secoli dal conferimento dei poteri al principe per plebiscito e per senato consulto, non è dovuta all’avvento del cristianesimo, ma all’iniziativa di Diocleziano Iovius (284-305 d.c.), l’imperatore protetto da Giove, o meglio incarnazione di Giove in terra. La concezione della Civitas Dei agostiniana è eteronoma: fonte della legge è Dio, non l’uomo. Chi obbedisce ai comandamenti divini non ha bisogno delle leggi dello Stato, perché si deve reverenza prima alla chiesa e poi alle leggi dello stato. Si tratta di una concezione che l’Egira di Maometto, sarebbe stata declinata anche nella sharia islamica. Lo stato finalizzato alla prosperità materiale, alla tutela dei beni, dei piaceri, lo stato che ammette la libertà religiosa e la libertà sessuale e morale dei costumi, è per i padri della chiesa e per sant’Agostino la Città del Diavolo: Civitas Diaboli.

2. Il preambolo della Costituzione europea nella versione 2003 e 2004 : lo scontro fra l’Europa e la Chiesta cattolica per le radici pagane o cristiane.

Dopo la seconda guerra mondiale nel 1951, si vollero porre le basi per la composizione pacifica degli interessi nazionali di natura economica con il Trattato di Parigi, sottoscritto da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, che istituì la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che nel 1957 divenne Comunità Economica Europea (CEE). Il 1 gennaio 1999 entrò in vigore l’Euro, posto in circolazione solo 3 anni dopo. L’11 dicembre 2000 il Consiglio europeo approvò con il Trattato di Nizza, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, e un anno dopo il vertice di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001 istituì la Convenzione Costituente Europea, incaricata di redigere la Costituzione federale dell’UE. Alla Convenzione Europea preseduta dall’ex Presidente della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaing, si deve l’ultima “strumentalizzazione neoilluministica” nel 2003, del celebre discorso di Pericle , infatti il passo di Tucidide e la sua definizione di democrazia fu posta in apertura del Preambolo della Costituzione Europea. La costituzione dell’UE fu sottoscritta dai governi aderenti il 29 ottobre 2004 a Roma, fu poi ratificata da diversi stati, tra cui l’Italia, ma alla fine fallì per il no referendario della Francia e dell’Olanda. Successivamente molti principi sono stati inclusi nel successivo Trattato di Lisbona che è entrato in vigore dal 1 dicembre 2009. La storia delle modifiche del Preambolo è sintomatica del conflitto di valori fra l’intellighentia alla direzione politica degli stati europei e la capacità di condizionamento da parte delle Chiese Cristiane e sopratutto della chiesa cattolica. La convenzione europea era costituita da 104 rappresentanti, appartenenti ad ogni partito e schieramento, di tutte le nazioni aderenti all’UE. La chiesa cattolica allora governata dal papa polacco Karol Wojtywa (Giovanni Paolo II), scatenò subito un’offensiva prima contro la Convenzione Costituente europea, e successivamente contro i governi europei, perché fossero inserite nel Preambolo che citava le civiltà greche e romana, l’umanesimo e l’illuminismo come fonti morali dell’Europa,che la stampa battezzò come “radici cristiane”. La Convenzione Costituente ha dichiarato che il pluralismo religioso del continente impediva di nominare un credo determinato, in realtà a questa giustificazione si aggiunge la precisa coscienza storica del tribunale di sangue, che la laicità, come anche la libertà religiosa hanno dovuto pagare al cristianesimo, e la diffidenza su un cambiamento sincero e profondo di idee così radicate fin dalle origini nella storia e nella dottrina cristiana. Il cristianesimo non ha trovato asilo nella costituzione europea, l’intervento della Chiesa è valso a fare di un Preambolo costituzionale intellettualmente e moralmente forte una tipica espressione di quel pensiero debole che affligge l’Europa e l’Occidente, con l’eliminazione dei riferimenti alle civiltà greca e romana e al secolo dei Lumi. Tuttavia, la pretesa di inserire i cosiddetti “valori cristiani”, respinta all’unanimità dalla Convenzione in sede di ratifica governativa degli stati aderenti, fu appoggiata

solo da 4 dei governi europei di allora: Italia, Polonia, Malta e Irlanda. La stampa italiana diede ampio spazio alle posizioni cattoliche, che furono difese dal cardinale Silvano Piovanelli, come anche dalla professoressa Marta Sordi, dell’università della cattolica di Milano. Sia Piovanelli che la Sordi lamentarono l’omissione di dodici secoli di storia cristiana dell’Europa, con un salto che dalla fine del paganesimo andava all’illuminismo. Inaspettato invece fu l’aiuto alla pretesa di cancellare i riferimenti umanistici da parte del filologo classico Luciano Canfora, che sosteneva una opposizione concettuale fra democrazia e libertà nell’Epitaphios di Pericle.

3. Le Ragioni storiche e morali per cui la Convenzione Costituente hanno rifiutato di considerare il cristianesimo.

La cancellazione dei riferimenti storico-culturali alla civiltà classica e all’illuminismo nel Preambolo della Costituzione Europea non segna la sconfitta di intellettuali e sapienti di un’antichità priva di ogni riferimento al mondo attuale, ma la sconfitta della società civile invano rappresentata dalla Convenzione Costituente europea. Il principio che unica fonte della legge è la sovranità popolare è oggi posto in forse non solo dalla dottrina ma anche dall’azione politica soprattutto della Chiesa cattolica. Particolarmente in Italia e Spagna, la Chiesa cattolica ha perseguito, con Papa Ratzinger, un progetto di restaurazione dei valori del cristianesimo ambrosiano e agostiniano. Papa Bergoglio ha esordito nel suo pontificato con le parole ‘’ chi non prega Gesù Cristo prega il Demonio’’, concetto ripetuto nella sua visita in Calabria nel

  1. Tutti questi c.d. valori sono stati superati moralmente e civilmente dalla storia dell’umanesimo europeo. Valori che la Rivoluzione francese ha cancellato politicamente già nel 1789. Nell’Ottocento è nato lo Stato moderno liberale e, nel Novecento, lo Stato socialdemocratico. Questo percorso storico è oggi negato e aggredito da due fra le più grandi e organizzate Chiese cristiane. L’Europa, per liberare la società dalla soffocante morsa del cristianesimo, ha pagato ai Tribunali dell’Inquisizione cattolica, ma anche alle Chiese anglicana, luterana e calvinista, il prezzo di un plurisecolare tributo di sangue. Dalla lotta e dalla vittoria dello Stato liberale contro il cristianesimo è nata in Europa la libertà di pensiero e della ricerca scientifica. Se i responsabili dei governi europei non sapranno riconoscere il valore fondante del lascito storico e morale del pensiero politico classico, il nuovo fondamentalismo cristiano finirà col distruggere il concetto, il valore e la realtà del principio di laicità dello Stato. L’invenzione del concetto e del termine laicismo è sintomatica del disegno di svuotare i contenuti delle conquiste civili della democrazia. Sotto l’aspetto dichiarativo, le Chiese cristiane contemporanee si sono parzialmente aperte alla modernità. Tuttavia, si tratta di dichiarazioni che restano più che altro propagandistiche. Il regime concordatario vige in paesi come l’Italia, la Germania e la Spagna. Grazie al regime concordatario fascista e nazista, che nessuna democrazia volle mai adottare, tuttora vige nelle scuole italiane l’insegnamento della sola religione cattolica, e il crocefisso viene esposto nelle

rese complice del fascismo e poi, dopo la resa agli Alleati, abbandonò l’esercito alla vendetta tedesca, fuggendo con Badoglio e parte del governo a Pescara.

Caso Prof. Lombardi Vallauri

Il Prof. Lombardi Vallauri era docente di Filosofia nell’Università Cattolica di Milano. L’Europa, attraverso una sentenza della Corte di Strasburgo ( 20/10/2010), considera illegittima la ricezione in Italia delle norme concordatarie che violano la libertà di insegnamento e condanna l’Italia per violazione dei diritti umani nella persona del filosofo Lombardi Vallauri, escluso dall’Università Cattolica per le sue posizioni ‘ ’nettamente contrarie al cattolicesimo ’’. Lombardi Vallauri non doveva più insegnare nell’ateneo milanese ‘ ’per rispetto della verità, del bene degli studenti e di quello dell’Università’ ’. I Tribunali italiani di ogni ordine e grado si erano spudoratamente rifiutati di rigettare la sentenza vaticana. L’intervento della Corte Europea sancisce la persistenza nel tempo del comportamento illegale dei più alti organi della giurisdizione italiana per la la loro concussione con la Chiesa cattolica; sancisce anche l’incompatibilità dei principi di quest’ultima con la tutela elementare di alcuni diritti umani.

5. La destrutturazione della coscienza storico-critica nella formazione della gioventù italiana.

Per evitare che la tradizionale impostazione liberale della scuola italiana plasmasse una coscienza storica e critica in ambito religioso, si è destrutturato e ridotto l’insegnamento di materie formative di quella coscienza. Di fronte al problema della identità nella costituzione dell’Europa unita, gli umanisti ( o gli intellettuali) hanno lasciato soli i Costituenti europei nella scelta ideologica d’aver negato nella Costituzione federale il nome di Cristo per citare quello di Pericle e Tucidide. Un tale messaggio è inequivocabile su dove i Costituenti abbiano riconosciuto risieda la nostra identità comune: essi hanno voluto segnalare che, mentre non sono nel DNA del cristianesimo i valori di libertà e di pluralismo, oggi non si può essere consapevolmente cittadini europei ignorando la genesi ed il percorso storico-politico delle democrazie moderne. Il riconoscimento del Concilio Vaticano II per cui vada perseguito l’errore e non più l’errante, se confrontato con i principi di tolleranza del politeismo antico e di eguaglianza degli Stati liberali e poi democratici del XIX – XX sec., appare sintomatico del ritardo e dei limiti con cui la Chiesa insegue l’evoluzione della morale laica. Se consideriamo la realtà storica, la Convenzione Costituente non apparirà interprete dell’intolleranza settaria dei neogiacobini, anche perché sono stati 21 contro 4 i paesi dell’UE che l’hanno in ciò sostenuta. Resta invece il fatto che la Chiesa Cattolica si è fatta promotrice e ha infine ottenuto la cancellazione del riferimento ai valori della classicità pagana, fondamenti e riferimenti di quella democrazia.


Rossella Laurendi

APPORTI DELLA TRADIZIONE ROMANISTICA AL DIRITTO PRIVATO EUROPEO

CAPITOLO I

Istituzione dell’insegnamento dei fondamenti nei sistemi di

Civil Law

1. L’insegnamento dei Fondamenti Romanistici del Diritto europeo in Italia.

L’insegnamento dei Fondamenti appare finalizzato soprattutto alla formazione di un diritto comune europeo. Espressione piuttosto recente, benché evochi quella ben più antica di ius commune. Quest’ultima si riferisce a un diritto composto essenzialmente da 2 elementi:

  • Ius civile : interpretazione data dai Glossatori e dai giuristi medievali ai testi della Compilazione giustinianea
  • Ius canonicum : i canoni di origine conciliare, pontificia ed ecclesiastica
  • Code Napoléon del 1804 e la sua influenza-

Nei territori europei che lo applicarono, l’ius commune tramonta inesorabilmente per essere soppiantato dalle codificazioni degli Stati nazionali ispirate al Code Napoléon. Il successo di questo fu dovuto prevalentemente al fattore politico dell’impero, nato a seguito della Rivoluzione del 1789 e alla conseguente egemonia intellettuale. Napoleone, nel disporre la pubblicazione di questo codice, s’ispirò strettamente al diritto romano pervenuto attraverso i Digesta di Giustiniano. Tuttavia Bonaparte pose anche fine al sistema tipicamente romani di un diritto creato prevalentemente dalla libera interpretazione dei giuristi. Nel corso del XIX e del XX sec. il Codice Napoleone fu preso ad esempio non solo dalle codificazioni europee ma anche fuori dal continente europeo. Invece, l’impero Britannico rimase fedele al suo sistema di Common Law, soprattutto per ragioni di ostilità alla politica e in seguito alla memoria del progetto politico di unificazione del continente europeo sotto l’egemonia francese. Tuttavia, il sistema di Common Law in realtà si fonda sulla funzione creativa della giurisprudenza, cioè sull’interpretatio iuris, sui principi dell’equity e sul valore paradigmatico dei precedenti giurisprudenziali. Questa affinità deriva dal diritto applicato nella provincia romana di Britannia. La tradizione del diritto romano in Britannia sopravvisse anche alla conquista normanna nel medioevo e appare oggi più somigliante alla iurisprudentia di quanto non siano gli ordinamenti codicistici convenzionalmente detti di Civil Law.