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dispensa completa secondo modulo frey, Dispense di Economia Ambientale

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V programma d’azione per l’ambiente (1992)
Cambia la prospettiva rispetto ai precedenti programmi d’azione a favore dell’ambiente. Si basa su 3 pilastri:
1. è incentrato sugli operatori e sulle attività che distruggono le risorse naturali e danneggiano l’ambiente, e
non si aspetta che si creino problemi tema della PREVENZIONE.
2. vuole iniziare un cambiamento delle tendenze e delle pratiche nocive per l’ambiente in modo da garantire il
benessere e l’espansione sociale ed economica alle generazioni attuali e anche a quelle future tema
della Sostenibilità.
3. vuole un cambiamento del modello di comportamento della società ottimizzando la partecipazione di tutti i
settori sociali in uno spirito di corresponsabilità che si estende alla PA, nelle imprese pubbliche e private, ai
cittadini e ai consumatori tema della Corresponsabilità DI TUTTI GLI ATTORI.
IMPRESE PRIVATE= data la crescente preoccupazione per la presenza di risorse naturali e gli effetti economici e
ambientali, un’industria non nociva per l’ambiente non è più un lusso, ma una necessità. Il settore industriale non
solo è parte del problema, ma deve diventare parte della soluzione.
I 3 PILASTRI SU CUI SI BASA LA RELAZIONE AMBIENTE-INDUSTRIATE SONO:
1. Uso razionale risorse
2. Ricorso all’info necessità di info credibili per garantire una più accurata scelta del consumatore che saprà
scegliere i prodotti migliori dal punto di vista ambientale ad ese.
3. Norme comunitarie che riguardano 9 processi di produzione e i prodotti (es. EMAS) per garantire una
attività sostenibile da parte del settore INDUSTRIALE.
Attori principali imprese, istituzioni, cittadini,
altri attori normatori, verificatori, ambientalisti, enti di controllo. (dal quinto programma in poi i diversi attori sono incentivati ad
interagire tra di loro).
(es. CIBA azienda chimica, comprò uno stabilimento chimico in Italia e lo riammodernò. Ad un certo punto scopre che lo
stabilimento nell’immaginario era visto criticamente; decide allora di tranquillizzare i cittadini; il report ambientale diventa di sito
(con dati sulle emissioni, gli impegni..); apre la fabbrica 1 volta l’anno al pubblico per mostrare come viene svolta l’attività; crea una
cultura sul loro processo, a partire dalle scuole. Col tempo, il rapporto tra l’impresa e la collettività è migliorato. uso di strumenti
di reporting di comunicazione e di formazione per creare un rapporto fiduciario tra le parti.
VI PROGRAMMA D’AZIONE PER L’AMBIENTE (2000-2010)
Propone 5 indirizzi prioritari di azione strategica:
1. Migliorare l’ATTUAZIONE DELLA NORMATIVA VIGENTE
2. INTEGRARE LE PROBLEMATICHE AMBIENTALI NELLE DECISIONI, PRESE CON LE ALTRE POLITICHE
necessaria collaborazione tra i diversi membri
3. PIU STRETTA COLLABORAZIONE CON IL MERCATO impresa e consumatori devono collaborare.
4. RESPONSABILIZZARE IL PRIVATO CITTADINO E AIUTARLO A MODIFICARE IL PROPRIO COMPORTAMENTO
sollecitarlo ad es. a separare i rifiuti, risparmio energetico…
5. INCORAGGIARE UNA PIANIFICAZIONE E GESTIONE TERRITORIALEad es. non costruire sul suolo vergine,
ma riconvertire il suolo già usato.
VII PROGRAMMA D’AZIONE PER L’AMBIENTE (2012) Stabilisce 9 obiettivi prioritari e ciò che l’UE deve fare per conseguirli entro il
2020.
VIII PROGRAMMA D’AZIONE PER L’AMBIENTE (2021-2023)
Mira ad accelerare la transizione verso un’economia neutra, efficiente sotto il punto di vista delle risorse, pulita e circolare in modo
giusto e inclusivo.
GLI STRUMENTI INNOVATIVI DI POLITICA AMBIENTALE RIGUARDANO:
a) Mercato gli strumento volontari si basano sul mercato, quindi i più efficienti devono avere un vantaggio, ci deve essere
un meccanismo premiante per chi investe in tale direzione.
b) NEGOZIAZIONE DELLE REGOLE DEL GIOCO VUOL DIRE COINVOLGERE LE IMPRESE NEL PROCESSO DI DEFINIZIONE DELLE
REGOLE IN PARTICOLARE NELLA SCELTA DELLE MIGLIORI TECNOLOGIE DISPONIBILI bat.
c) Volontarietà SONO STRUMENTI UTILI PER ASIMMETRIA INFORMATIVA E PER CATTURARE LE IMPRESE (una volta entrare
difficilmente escono).
Tali strumenti volontari, quindi, comportano VANTAGGI PER I Più EFFICIENTI, COINVOLGIMENTO E RESPONSABILIZZAZIONE.
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V programma d’azione per l’ambiente (1992) Cambia la prospettiva rispetto ai precedenti programmi d’azione a favore dell’ambiente. Si basa su 3 pilastri:

  1. è incentrato sugli operatori e sulle attività che distruggono le risorse naturali e danneggiano l’ambiente, e

non si aspetta che si creino problemi tema della PREVENZIONE.

  1. vuole iniziare un cambiamento delle tendenze e delle pratiche nocive per l’ambiente in modo da garantire il

benessere e l’espansione sociale ed economica alle generazioni attuali e anche a quelle future tema

della Sostenibilità.

  1. vuole un cambiamento del modello di comportamento della società ottimizzando la partecipazione di tutti i settori sociali in uno spirito di corresponsabilità che si estende alla PA, nelle imprese pubbliche e private, ai

cittadini e ai consumatori tema della Corresponsabilità DI TUTTI GLI ATTORI.

IMPRESE PRIVATE= data la crescente preoccupazione per la presenza di risorse naturali e gli effetti economici e ambientali, un’industria non nociva per l’ambiente non è più un lusso, ma una necessità. Il settore industriale non solo è parte del problema, ma deve diventare parte della soluzione. I 3 PILASTRI SU CUI SI BASA LA RELAZIONE AMBIENTE-INDUSTRIATE SONO:

  1. Uso razionale risorse

2. Ricorso all’info necessità di info credibili per garantire una più accurata scelta del consumatore che saprà

scegliere i prodotti migliori dal punto di vista ambientale ad ese.

3. Norme comunitarie che riguardano 9 processi di produzione e i prodotti (es. EMAS) per garantire una

attività sostenibile da parte del settore INDUSTRIALE.

Attori principali imprese, istituzioni, cittadini,

altri attori normatori, verificatori, ambientalisti, enti di controllo. (dal quinto programma in poi i diversi attori sono incentivati ad

interagire tra di loro). (es. CIBA azienda chimica, comprò uno stabilimento chimico in Italia e lo riammodernò. Ad un certo punto scopre che lo stabilimento nell’immaginario era visto criticamente; decide allora di tranquillizzare i cittadini; il report ambientale diventa di sito (con dati sulle emissioni, gli impegni..); apre la fabbrica 1 volta l’anno al pubblico per mostrare come viene svolta l’attività; crea una

cultura sul loro processo, a partire dalle scuole. Col tempo, il rapporto tra l’impresa e la collettività è migliorato. uso di strumenti

di reporting di comunicazione e di formazione per creare un rapporto fiduciario tra le parti. VI PROGRAMMA D’AZIONE PER L’AMBIENTE (2000-2010) Propone 5 indirizzi prioritari di azione strategica:

  1. Migliorare l’ATTUAZIONE DELLA NORMATIVA VIGENTE

2. INTEGRARE LE PROBLEMATICHE AMBIENTALI NELLE DECISIONI, PRESE CON LE ALTRE POLITICHE

necessaria collaborazione tra i diversi membri

  1. PIU STRETTA COLLABORAZIONE CON IL MERCATO impresa e consumatori devono collaborare.

4. RESPONSABILIZZARE IL PRIVATO CITTADINO E AIUTARLO A MODIFICARE IL PROPRIO COMPORTAMENTO

sollecitarlo ad es. a separare i rifiuti, risparmio energetico…

5. INCORAGGIARE UNA PIANIFICAZIONE E GESTIONE TERRITORIALEad es. non costruire sul suolo vergine,

ma riconvertire il suolo già usato. VII PROGRAMMA D’AZIONE PER L’AMBIENTE (2012) Stabilisce 9 obiettivi prioritari e ciò che l’UE deve fare per conseguirli entro il

VIII PROGRAMMA D’AZIONE PER L’AMBIENTE (2021-2023) Mira ad accelerare la transizione verso un’economia neutra, efficiente sotto il punto di vista delle risorse, pulita e circolare in modo giusto e inclusivo. GLI STRUMENTI INNOVATIVI DI POLITICA AMBIENTALE RIGUARDANO:

a) Mercato gli strumento volontari si basano sul mercato, quindi i più efficienti devono avere un vantaggio, ci deve essere

un meccanismo premiante per chi investe in tale direzione.

b) NEGOZIAZIONE DELLE REGOLE DEL GIOCO VUOL DIRE COINVOLGERE LE IMPRESE NEL PROCESSO DI DEFINIZIONE DELLE

REGOLE IN PARTICOLARE NELLA SCELTA DELLE MIGLIORI TECNOLOGIE DISPONIBILI bat.

c) Volontarietà SONO STRUMENTI UTILI PER ASIMMETRIA INFORMATIVA E PER CATTURARE LE IMPRESE (una volta entrare

difficilmente escono). Tali strumenti volontari, quindi, comportano VANTAGGI PER I Più EFFICIENTI, COINVOLGIMENTO E RESPONSABILIZZAZIONE.

LE CERTIFICAZIONI sono di diverso tipo e possono riguardare singoli aspetti ambientali o più aspetti ambientali; possono avere diversi requisiti richiesti (miglioramento continui, specifiche prescrizioni o divieti) Ci sono poi diversi livelli di garanzia legati al coinvolgimento nel processo di certificazione di diversi soggetti:

1. AUTOCERTIFICAZIONE l’impresa certifica autonomamente senza controlli ( non vi è uno standard di riferimento)

  1. ADESIONEAD UNO SCHEMA DI CERTIFICAZIONE SENZA ENTE 3^° ) l’adesione è certificata dal proprietario dello standard)
  2. ADESIONE AD UNO SCHEMA VERFIICATA DA ENTE 3^° NON ACCREDITATO (cioè terzo rispetto all’azienda, ma non controlla.)
  3. ADESIONE AD UNO SCHEMA VERIFICATO DA ENTE 3^° ACCREDITATO DAL PROPIETARIO DELLO STANDARD
  4. ADESIONE AD UNO SCHEMA VERIFICATO DA ENTE 3ì° ACCREDITATO DALL’ANTE DI ACCREDITAMENTO NAZIONALE ( in Italia l’ente è ACCCREDIA).
  5. ADESIONE AD UNO SCHEMA VERIFICATO DA ENTE 3^° ACCREDITATO DALL’ENTE DI ACCREDITAMENTO NAZIONALE SEGUITO DA ULTERIORE VERIFICA PUBBLICA. I SISTEMI DI GESTIONE: DALLA Qualità ALLA Sostenibilità La gestione d’impresa è passata dal modello manageriale della qualità totale degli anni ’80 ad un modello che predilige la sostenibilità. I fattori di spinta che hanno agito su questo modello sono stati: le nuove opportunità tecnologiche, l’attenzione sviluppatasi dalle istituzioni, della collettività e degli altri stakeholders nei confronti delle problematiche ambientali e sociali. Alcune icone del management sono state poi artefici dei passaggi tra i diversi modelli manageriali:

FORD trasforma il modo di produrre, passando ad una logica più sistemica e standardizzata. Si inizia a parlare di

“consumo di massa” grazie alla messa in mercato di auto standardizzate accessibili a tutti (aumento delle vendite in maniera esponenziale, con la diminuzione progressiva del p)

SLOAN mette tanti prodotti nella sua offerta quanti sono le diverse tipologie di richiedenti (modello basato sulla

differenziazione). Nasce quindi il mercato dei segmenti più alti dove opera Cadillac.

TOYOTA  introduce una logica non solo top-down, ma anche bottom-up, i lavoratori devono diventare parte del

miglioramento dei processi, i fornitori sono elementi chiave della competitività e quindi bisogna cooperare e produrre insieme. ( logica just in time). La produttività dei giapponesi è altissima, sviluppano il modello del “lean manufacturing” dove vi è la logica della circolarità e della sostenibilità (non bisogna sprecare nulla, tempo carta ecc..). Oggi c’è competizione nell’industria automobilistica per quanto riguarda il modello di business di adottare???????? Evoluzione verso la qualità totale Come funziona normalmente la garanzia di qualità? Fasi: responsabilità della direzione, gestione delle risorse, realizzazione del prodotto, misurazione analisi e miglioramento. GREEN MANAGEMENT A livello organizzativo è un processo di applicazione per ottenere la sostenibilità, la diminuzione dei rifiuti, la responsabilità sociale e un vantaggio competitivo tramite il continuo apprendimento e sviluppo, abbracciando obiettivi e strategie ambientali pienamente integrate con gli obiettivi e le strategie dell’organizzazione. Ciò si collega alla green economy. Vi sono diversi approcci:  REATTIVO: nessun supporto o coinvolgimento del top management; gestione ambientale ma necessaria quindi nessun rapporto ambientale e nessuna formazione per i dipendenti.  DIFENSIVO: coinvolgimento frammentario del top management; questioni ambientali affrontate solo quando necessario; soddisfi le normative ambientali; formazione e coinvolgimento ambientale dei piccoli dipendenti.  ACCOMODANTE: la gestione ambientale è una funzione utile; rapporti interni ma pochi esterni; formazione e coinvolgimento ambientale di alcuni dipendenti.  PROATTIVO (EMS/EMAS): il top management supporta ed è coinvolto nelle problematiche ambientali; la gestione ambientale è un importante funzione aziendale; reportistica interna ed esterna; formazione o coinvolgimento ambientale dei dipendenti incoraggiato.

  • Migliore il rapporto col pubblico: comunità locale, autorità, clienti
  • Aumenta la competitività dell’azienda: specie nei mercati esteri Su un’indagine risulta come chi adotta l’EMAS ha un miglioramento delle performance ambientale in particolare migliore l’efficienza energetica e l’efficienza nell’uso dei materiali. EMAS poi dimostra di essere uno strumento utilissimo per le aziende registrate nell’accrescere a propria consapevolezza sui requisiti normativi applicabili e neo monitorare l’evoluzione, nel garantire le condizioni di conformità e nel pianificare con adeguato anticipo le misure. Tuttavia, le organizzazioni EMAS soffrono del mancato riconoscimento della registrazione volontaria da parte degli attori istituzionali, sia nelle interazioni con gli enti locali, sia dalla scarsa presenza di misure di regulatory relief che risulta essere la principale barriera nel mantenimento di EMAS. La performance non è l’unica determinante, infatti se andiamo a vedere i benefici per le organizzazioni EMAS, al primo posto c’è la diminuzione del rischio per eventuali sanzioni. PRINCIPALI DIFFERENZE EMAS E ISO 14001 EMAS ISO 14001
  • Natura pubblica
  • Validità in UE
  • Prevede iscrizione del registro
  • Prevede la comunicazione al pubblico tramite la dichiarazione ambientale
  • è meno diffusa
  • natura privata
  • validità internazionale
  • prevede il rilascio di una certificazione da parte di un soggetto privato
  • è meno orientata alla comunicazione col pubblico
  • è più diffusa Con l’ISO l’azienda ha libera discrezione per la pubblicazione della dichiarazione ambientale. EMAS funziona meglio in termini di efficacia rispetto all’ISO, specie nel medio lungo periodo. ISO 9001: si diffonde dal 2005. La Cina è il primo paese al mondo per certificati, seconda l’Italia. La certificazione di qualità, infatti, ai cinesi serve per legittimarsi al mercato; essi sono fortemente orientavi all’export e in passato esportavano soprattutto prodotti di bassa qualità. Avere certificazioni è un modo per dare garanzie agli acquirenti. Dal 2010 la crescita di certificazioni ISO9001 si arresta, diventando “piatta”. ISO 14001: diffusione nel 2015. La Cina era nettamente al primo posto, seguita da Giappone, Italia, UK e Spagna. ISO 14001 è la norma sull’ambiente, uscita dopo ISO 9001 sulla qualità. I numeri sulla diffusione di EMAS sono molto più bassi di quelli ISO, con un numero di organizzazioni EMAS più o meno costanti negli ultimi 20 anni. EMAS ha bisogno di essere rilanciato. Non c’è un aumento dell’adesione a EMAS perché è difficile e impegnativo e

perché, tutto sommato, gli standard internazionali vanno bene.

GLI ENTI DI NORMAZIONE

ISO (interntional organization for standardization), CEN (comitato europeo di normazione) e UNI (ente nazionale unificazione) l’organismo di accreditamento è ACCREDIA. I principali enti di certificazione che certificano sia ISO che EMAS aggiungendo a quest’ultimo solo la pubblicazione della dichiarazione ambientale, sono DNV, RINA ecc. per andare ad EMSA tendenzialmente si per il conseguimento dell’ISO. In più bisogna solo pubblicare la dichiarazione ambientale e avere visite da parte dei controllori. In Italia è istituito un unico “comitato per l’ecolabel” diviso in due settori autonome. La sezione EMAS svolge sia le funzioni organismo competente che di accreditamento dei verificatori ambientali, col supporto tecnico dell’ANPA. Il “sistema per l’accreditamento e il controllo verificatori” invece è gestito da un’organizzazione imparziale e indipendente, designata o creata dallo stato membro. Dopo aver convalidato la dichiarazione ambientale si attiva un’istruttoria per controllare nel territorio attraverso le esigenze nazionali e fare nel caso una visita. Se tutto va bene si chiude l’istruttoria e c’è l’iscrizione al registro. ISO 14001 HLS (high level structure) l’ISO a un certo punto decide che deve far sì che tutte le norme, in primis qualità e ambiente abbiano uno schema comune, che fa si che la struttura sia omogena per tutti gli standard con 10 punti.

IL CONTESTO DELL’ORGANIZZAZIONE E LE PARTI INTERESSATE

Per contesto si intende l’ambito di operazione di tutti gli stakeholders interessati: tutti i bisogni che loro hanno. Bisogna far si che i bisogni entrino a far parte degli obiettivi. L’analisi di contesto mira a fornire all’organizzazione un insieme di conoscenze che essa è chiamata ad usare a livello strategico ed operativo, al fine di ottenere un miglioramento del SGA. Le condizioni del contesto determinano per l’azienda un insieme di vincoli e di opportunità che essa deve considerare nello sviluppo della propria gestione ambientale per raggiungere i risultati attesi del SGA che sono:

  • rafforzamento delle prestazioni aziendali
  • conformità ai requisiti
  • raggiungimento obiettivi aziendali essi sono sovraordinati rispetto ai singoli obiettivi ambientali del SGA. Innovazione ISO 14001: nel 2015 viene introdotto un nuovo processo articolato in 3 fasi principali FASI ANALISI DI CONTESTO:
  1. Identificazione delle questioni rilevanti rispetto agli scopi per il proprio SGA
  2. Identificazione e analisi dei bisogni e delle aspettative delle parti rilevanti
  3. Scelta dei bisogni e delle aspettative identificate e analizzate, da recepire ed elevare a compliance obbligatori cioè requisiti il cui soddisfacimento diventa fondamentale ai fini dell’ottenimento e del mantenimento della certificazione, al pari di tuti gli altri requisiti dello standard.
  1. Si fa una mappatura delle questioni caratterizzanti il contesto in cui opera l’azienda.
  2. Si fa una mappatura dei soggetti che popolano il contesto, ossia l’azienda deve identificare i soggetti che possono influenzare l’attività, prodotti e servizi dell’azienda rispetto alle sue prestazioni ambientali. Poi andranno tenuti in considerazione solo quelli rilevanti.
  3. Criteri di valutazione generali sono: discrezionalità che l’azienda ha nel decidere la loro inclusione o nel SGA, in relazione al rispetto dei requisiti di oggettività e di credibilità stabiliti dalla norma; valore aggiunto della loro inclusione, cioè il contributo al raggiungimento degli obiettivi del sistema. Livello di fattibilità della loro inclusione, dal punto di vista della disponibilità di risorse adeguate. ISO 14001 del 2015: punto 5 (leadership e impegno) Il punto 5 ha come obiettivo quello di rafforzare la relazione tra gestione ambientale e core business, attraverso un forte commitment del top Management e l’esercizio di un ruolo attivo a sostegno del radicamento degli impegni ambientali in tutti gli altri livelli dell’organizzazione. L’art 5 è così articolato: 5.1 “ledership e commitment” (novità) Leadership intesa come leadership diretta da parte del top management, che si esprime a partire dalla concreta integrazione della politica ambientale e degli obiettivi ambientali negli indirizzi strategici dell’azienda ma anche come leva che il top management può usare per integrare nell’SGA figure che esercitino ruoli di leadership nei diversi processi dell’azienda. Leadership e committment si dimostrano: assumendosi responsabilità dell’efficacia del sistema di gestione ambientale, assicurandosi che politica obiettivi ambientali siano definiti con contesto strategico dell’azienda, assicurandosi l’integrazione dell’SGA nei processi di business dell’azienda, assicurando che le risorse per SGA siano presenti, comunicando l’importanza di una gestione ambientale efficace, guidando e supportando le persone nel contribuire all’efficacia del SGA, promuovendo il miglioramento continuo, supportando gli altri ruoli manageriali rilevanti nel dimostrare la loro leadership nelle rispettive aree di responsabilità. 5.2 “politica ambientale 5.3 ruoli, responsabilità e autorità del sistema di gestione ambientale In entrambi oltre a ribadire l’impegno nel continuo miglioramento per ottenere migliori prestazioni ambientali, il nuovo standard prescrive 3 nuovi requisiti che la politica ambientale deve possedere:
  • Deve essere appropriata allo scopo e al contesto dell’azienda
  • Deve includere l’impegno alla protezione dell’ambiente
  • Deve includere l’impegno al soddisfacimento delle compliance obbligatorie

CI SONO 7 PECCATI CAPITALI DEL GREENWASHING:

  1. il peccato di omessa informazione, si sottolineano alcune caratteristiche del prodotto che magari sono un po’ più green (25% della confezione) omettendone altre.
  2. Mancanza di prove, molto rilevante tra tutti i peccati perché se dici una cosa la devi circostanziare, dandone gli elementi per cui si possa verificare che è corretto ciò che hai detto. Esempio di prova è la certificazione stessa.
  3. Peccato di vaghezza, si dice qualcosa che è così generico da non poter veramente essere comprensibile.
  4. Peccato di irrilevanza, info vere ma non significative.
  5. Peccato dei minori dei due mali, sto facendo qualcosa che crea un impatto rilevante e vado però a concentrarmi su un altro aspetto, senza prendere in considerazione le conseguenze che il consumo di quel prodotto potrebbe avere su qualcos’altro, su un’altra componente della realtà complessa che è l’ambiente.
  6. Peccato del raccontare frottole.
  7. Peccato di adorazione di false etichette, creare etichette che non ci dicono granché. Perché si fa greenwashing? È una questione sia reputazionale che incentrata sull’importanza dei rapporti con gli stakeholder. Avviene per mezzo dell’utilizzo di Driver.

- Esempi di driver non di mercato: le richieste che arrivano dalle ONG, dall’ambiente normativo aumentano più si viene

spinti nel cercare di essere credibili.

- Esempi di driver di mercato: la domanda di chi investe nelle imprese e le pressioni dei concorrenti che fanno scelte di

posizionamento in questo campo. Quindi sono le classiche forze competitive porteriane. Su questi, driver esterni di mercato e driver esterni non di mercato, si generano i driver organizzativi: ovvero come si attrezza la mia organizzazione per muoversi dentro questa serie di stimoli. Questo dipende da tanti aspetti, ad esempio PMI innovativa che ha fatto del biologico il suo punto di posizionamento nel mercato, oppure è un’impresa che incentiva una cultura green o no, è rilevante il tema di efficacia della comunicazione interna. Poi abbiamo i driver individuali di natura psicologica, esempio bais ottimistico, l’orizzonte decisionale limitato e lo sconto intertemporale iperbolico. L’insieme di questi elementi genera greenwashing, che quindi è la diversa combinazione di molti fattori. Diverse fasi delle azioni dell’UE in merito a questa problematica: Prima fase fino al 2014, principi molto generali di carattere programmatico che non sono vincolanti, il più delle volte. Esempio prima fase: acqua minerale sant’Anna -> primo caso in ita di pratica commerciale scorretta gestita dall’antitrust, il problema viene sollevato dai concorrenti (miner acqua), la pratica sotto osservazione era la diffusione di messaggi pubblicitari volti a enfatizzare i risparmi di emissione di gas inquinanti derivanti dall’innovativa bottiglia bio bottle. Tutta l’indagine fatta dall’antitrust porta alla conclusione che su 650 milioni di bottiglie prodotte solo lo 0,2% erano bio bottle. In sostanza il professionista ha esagerato i benefici ambientali conseguibili dall’utilizzazione del prodotto utilizzando una scarsa diligenza professionale ai sensi dell’articolo 20, comma due del codice del consumo. risultato: multa di 30 mila auro. Seconda fase (in moto dal 2012) fino al 2017, definite linee di azione più vincolanti soprattutto sulla comunicazione, in particolare sui claim, ovvero sulle etichette ambientali. A questa corrisponde un’evoluzione in Italia attraverso l’istituto dell’autodisciplina pubblicitaria (nel 2014 entra in vigore l’articolo 12) -> si comincia a riconoscere all’utente il diritto di comprendere i benefici di cui si parla. Seconda fase: la questione comincia a diventare “bisogna circostanziare bene quello che si dice”.

  1. utilizzo del termine ecologico, scatta una logica per cui per essere ecologico bisogna considerare l’impatto sull’ambiente a tuttotondo il che rende necessario avere degli strumenti che mi rendano possibile farlo.
  2. Biodegradabilità, termine che deve essere preciso, circostanziato e non generico, si riferisce a un mero processo naturale che investe tutti i materiali
  3. Riciclabilità Esempio fase due: EniDiesel+ Nel gennaio 2020 l’autorità antitrust eroga una sanzione di 5 milioni di euro -> fase in cui la sanzione diventa importante, anche il danno reputazionale può essere superiore. Eni si è messa a produrre prodotti petroliferi non prodotti dal petrolio perché fanno riferimento al bio. Nel caso specifico, oggettivamente c’era un investimento tecnologico per produrre determinate tipologie di prodotti (esempio: biodiesel a base di olio vegetale) ma la confusione tra il prodotto ENI diesel+ e la componente di biodiesel all’interno ha determinato un problema. Quindi i messaggi sottolineavano in maniera suggestiva questa nuova tecnologia ma, di fatto, quest’ultima riguardava una componente ridotta sul totale della produzione.

Le etichette, in tutto ciò, hanno un ruolo importante perché ci cosentino di fare tutti gli sforzi per dare un segnale affidabile sulla qualità ambientale e per i consumatori questo è un elemento percepito come significativo, infatti, è importante il fatto che questa percezione poi arriva al consumatore. I prodotti che hanno etichette che rispettano standard di qualità ambientale sono rilevanti in termini di credibilità. Questo ha un effetto positivo, per il 75% dei rispondenti ad un’indagine, sulla percezione del prodotto e per il 60% ha anche effetti sulla decisione di acquisto. Forse però ci sono troppe etichette quindi il consumatore stesso da un lato vorrebbe essere informato in modo chiaro e conciso, ma dall’altro riconosce che ce ne siano troppe. Se si prova ad incrociare i due elementi, le etichette e l’interesse di disponibilità, vediamo che la conoscenza relativa è piuttosto bassa. Le varie etichette non sono sempre conosciute come dovrebbero -> servirebbero ma non sono ancora abbastanza note, anche quelle di lunga data -> problema di comunicazione istituzionale quello di creare la diffusione di etichette.

MONDO ISO.

Serie 14020.

Sono tre le norme a cui fare riferimento

Partendo dall’ultima è una norma che garantisce di fatto l’info sui prodotti anche per una loro comparabilità. È prevista la verifica indipendente da parte di un soggetto di parte terza che deve accertare che quel prodotto davvero risponde a determinati requisiti. Da questo punto di vista è molto simile all’etichetta di tipo 1, la differenza è che questa forma guarda al cliente intermedio, quindi, è più b2b che b2c, mentre quella di tipo 1 guarda al cliente finale. Entrambe, però, hanno la veridicità indipendente di parte terza. Lo strumento comunicativo è una dichiarazione ambientale di prodotto, un ecoprofile, c’è una scheda che accompagna il prodotto con tutta una serie di informazioni. Invece, nell’etichetta di tipo 1, è il marchio -> comunicazione molto più sintetica. In entrambi i casi c’è l’LCA, obbligatoria per elaborare gli indicatori che vengono inseriti nell’ecoprofile oppure i criteri che servono per l’ottenimento del marchio. Certificazioni di tipologia 2: non ingannevoli, dovrebbero evitare i sette peccati capitali del greenwashing, sulle prestazioni ambientali del prodotto destinato prevalentemente al consumatore finale. Non c’è la verifica da parte terza e non è prevista, se non volontariamente, l’LSA. Esempi: prodotto degradabile, riciclabile, riutilizzabile. Sono autodichiarazione e devono essere sostanziate, la norma spiega come.

Come si ottiene? Una volta che esistono i criteri (il percorso sui criteri ha un proprio iter) il richiedente invia la domanda all’organismo competente il quale coinvolge l’agenzia nazionale per l’ambiente Ispra, che effettua l’istruttoria ed esprime il suo parere. A questo punto, se l’istruttoria ha un esito positivo, allora avviene la notifica della decisione alla commissione europee e il rilascio dell’etichetta ecologica -> il prodotto contiene l’ecolabel sul suo packaging. Viene assegnata solo a quei prodotti di cui esistono le categorie di prodotto, che sono il frutto di una richiesta che normalmente viene fatta dai settori (alcune volte si scatenano delle discussioni perché i criteri non sono neutrali). Esempio che non è andato a buon fine: caso delle piastrelle ceramiche, i produttori hanno deciso che meritava la logica della compatibilità ambientale dei prodotti e si sono fatti promotori dell’ecolabel europeo. Si sono trovati davanti gli spagnoli, alleati con i tedeschi, che hanno rallentato il processo di definizione dell’ecolabel sulle piastrelle di ceramica. Altro esempio quello riguardante gli elettrodomestici bianchi. Questi esempi dimostrano che gli standard di prodotto, che poi finiscono per essere etichette per il mercato finale, hanno un’importante valenza competitiva. Infatti, si dedicano risorse per cercare di accompagnarne l’impostazione e il rapporto tra privato e pubblico. Il meccanismo attraverso cui le imprese concorrono a definire le regole avviene anche qua, però alla fine decide l’istituzione, in questo caso quella europea, sulla base di una serie di elementi anche di natura fortemente tecnica. Il trend dell’Ecolabel è in crescita, in tema di numero di prodotti. Sulle imprese, che possono avere una molteplicità di prodotti, l’andamento è variabile. Questo perché per ogni categoria di prodotto c’è quella situazione in cui partono nuovi standard in determinati periodi. Per Paese, invece, i primi sono Francia, Germania e Italia. L’Italia è stato, in passato, al primo posto mentre oggi si alterna con Francia e Germania. Guardando ai dati di prodotti e licenze concesse l’Italia risulta essere fondamentalmente stabile sull’Ecolabel. Al nord prevalentemente diffusi. Ambiti: grande differenza tra 2019 e 2022 dovuto all’aggiornamento periodico. Cosa è successo dal lato dei consumatori? Quale è stato il riscontro nel tempo della domanda dei consumatori? Anche venti anni fa, quando i temi ambientali erano meno diffusi, veniva riconosciuto che, se informati, una percentuale elevata di consumatori è disposta a considerare la certificazione un qualcosa di importante nelle proprio scelte di acquisto. Dall’altra parte c’erano anche vantaggi per le imprese pioniere. Lo schema sembrava funzionare ma in realtà la conoscenza da parte dei consumatori dell’ecolabel (che anche oggi è bassa) è sempre stata un elemento critico, in particolare in Italia. Questo elemento della scarsa conoscenza a distanza di molti anni è rimasto un elemento critico. Indagine fatta su cinque paesi europei: I consumatori rispondono che l’ambiente è importante e sono molto preoccupati. La Norm Decision Marking Model di dice che non c’è solamente il need, il bisogno ma in realtà sta emergendo, negli ultimi anni, anche l’ability, l’abilità di agire. I consumatori ora sanno che se fanno determinate scelte queste sono in grado di incidere su ciò che le imprese fanno, il consumatore sa di poter essere un driver significativo. Quindi, rispetto al passato, siamo un passo avanti. Il tema diventa: quanto effettivamente queste azioni vengono praticate sul mercato, quindi l’ultimo stadio dell’acquisto sul punto di vendita.

Ci sono poi altri strumenti come l’EPD.

È una dichiarazione ambientale che fornisce dati scientifici verificabili e comparabili che permettono il confronto con prodotti analoghi presenti sul mercato. La logica è: come il mio prodotto performa, sui dati ambientali, rispetto agli altri? Si deve ragionare su quello che è il prodotto “medio”, ovvero una media pesata dei diversi prodotti e processi adottati e del loro impatto ambientale. Andiamo a vedere che cosa succede dopo l’uscita del V programma d’azione (‘92-2000). Si arriva al sesto (decennio successivo in cui il tema delle politiche integrate di prodotto diventa molto significativo). Cosa si intente per politiche integrate di prodotto? Bisogna trovare tutta una serie di strumenti che aiutino le istituzioni a spingere tutti gli attori, in primis imprese e cittadini consumatori, verso una logica di valorizzazione di prodotti più ecologici seguendo un approccio incentrato su tutto il ciclo di vita, dalla culla alla tomba. In questo modo si minimizzano gli impatti ambientali complessivi (quando tutti si muovono insieme i risultati sono molto più efficaci dal punto di vista della sostenibilità). Quali sono gli strumenti che si impiegano rispetto al primo tema?

ECOLABEL

LCA

L’analisi del ciclo di vita cerca di rispondere ad alcune domande:

  1. Come migliorare la performance ambientale dei miei prodotti? (decisioni dentro l’impresa).
  2. come posso scegliere il prodotto da far diventare più green? (decisioni d’acquisto). Ad esempio, quando parliamo di un’automobile la fase di uso è quella che genera maggior impatto (85%), la parte di acquisto della componistica è la seconda, mentre produzione ed imballaggio è quello che pesa meno. Quindi si potrebbe pensare di agire solo su determinate fasi ma in realtà utilizzare questo criterio è sbagliato perché ci serve considerare varie categorie di impatto. Infatti, se non venisse considerato, anche per l’automobile, l’impatto ambientale di ogni singola fase del ciclo di vita del prodotto/servizio l’esito potrebbe essere vistosamente ingannevole. Categorie di impatto da considerare (automobile):

- cambiamento climatico

- particolato/smog

- acidificazione

- eutrofizzazione marina

- impoverimento risorsa idrica

Come funziona l’LSA, l’analisi?

  1. Definizione di obiettivi dello studio, perché lo sto facendo? A chi serve questo studio?
  2. L’ambito dello studio, qual è l’unità funzionale a cui ci stiamo riferendo? (Unità funzionale = parametro di riferimento che si prende per fare tutte le valutazioni del caso, a cui si riportano tutti i dati. Prendendo di nuovo come esempio l’automobile -> unità funzionale potrebbe essere il km percorso). E poi, c’è la definizione dei confini del sistema (di solito sono i più ampi possibili, però alcune volte può essere difficili definirli).
  3. Compilazione dell’inventario del ciclo di vita, si raccolgono i dati degli input e degli output relativi ai processi che contribuiscono alla produzione del prodotto o servizio all’interno dei confini definiti. I dati possono essere di origine primaria (raccolti da me) o secondaria (qualcuno che me li mette a disposizione).
  4. Calcolo dell’impronta ambientale, valutazione delle performance ambientali del prodotto/servizio mediante la classificazione e caratterizzazione dei dai di inventario.
  5. Interpretazione e Comunicazione dell’impronta ambientale al destinatario dello strumento, trarre conclusioni su base scientifica e raccomandazioni dell’analisi a supporto dei miglioramenti ambientali.

Esempio. Benefici di un packaging alternativo -> facendo un’analisi del ciclo di vita ci dà, per ogni fase, l’effetto.

f, ma non si tratta della classe F di prima, quella di ora è di alta qualità, è un’ottima B se non A di prima. I consumatori hanno compreso l’etichetta e comportarsi da investitori. Le imprese lo hanno capito e hanno cominciato a spostarsi sulle fasce più alte e per tutti la qualità è associata alla prestazione, l’elevato livello di efficienza è connesso ad un miglior prodotto sul mercato. Si è messo in moto un meccanismo in cui tra imprese e consumatori è nata una gara a chi si muoveva prima, rispetto ad una convenienza specifica.

Quarto step. VII PROGRAMMA D’AZIONE

  • PEF -> la C.E. nel tentativo di dare uno standard comune e per cercare di ribilanciare l’Ecolabel, ha introdotto l’approccio dell’impronta ambientale del prodotto. SCOPO: il PEF si propone di fornire orientamenti tecnici quanto più dettagliati possibile per l’effettuazione dello studio LCA in modo tale da aumentare la comparabilità di studi e risultati condotti da analisti diversi su prodotti dello stesso tipo. OBIETTIVI: inclusione di LCA nella normativa ambientale, armonizzazione metodologica, cooperazione internazionale etc. PRINCIPI DA RISPETTARE: rilevazione, completezza, coerenza, precisione, trasparenza (uguali a quelli dell’ISO), per combattere il greenwashing. Definiamo dunque (il PEF) uno strumento che supporta un approccio rigoroso per definire le info che vengono rese disponibili ai consumatori. La PEF propone:  un elenco specifico di categorie (16) di impatto da analizzare  un metodo di valutazione degli impatti  un metodo per calcolare la qualità dei dati usati nello studio LCA  un metodo di valutazione degli impatti e dei benefici derivanti dal riciclo e dal recupero energetico dei rifiuti. Le PEF/PREF category rules (PREFCR) hanno l’obiettivo di fornire dettagliate linee guida tecniche su come condurre uno studio di impatto ambientale di prodotto. Le PREFCR accompagnano e completano le linee guida generali fornendo indicazioni specifiche a livello di categoria di prodotto. 7 BUONI MOTIVI PER SVILUPPARE UNA LC PER L’IMPRONTA AMBIENTALE.

La PEF ben risponde quindi sia ai principi fondamentali: basa i tuoi claims su info AFFIDABILI: parla dei miglioramenti significativi, in aree che sono rilevanti; rendi l’info UTILE PER IL CONSUMATORE; soddisfa la fame di info del consumatore e NON NASCONDERLE; fai in modo che sia l’informazione ad arrivare al consumatore e non viceversa. Sia ai principi “desiderabili”: mostra la fotografia COMPLETA della sostenibilità del prodotto; aiuta il consumatore a spostarsi dall’informazione all’azione; coinvolge il consumatore in più modi diversi; lavora con altri attori per aumentare il livello di accettazione e credibilità; aiuta il consumatore a SCEGLIERE FRA PRODOTTI SIMILI. MADE GREEN ITALY. Nasce in Italia per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali. Il made green in Italy usa la determinazione della PEF. Gli obiettivi sono:  promuovere modelli sostenibili e contribuire ad attuare le indicazioni della CE.  Stimolare il miglioramento delle prestazioni ambientali dei prodotti.  Favorire scelte informate e consapevoli per promuovere il consumo sostenibile.  Rafforzare l’impatto comunicativo dei prodotti al fine di sostenere la competitività.  Definire le modalità più efficaci per valutare e comunicare l’impronta ambientale dei prodotti (adozione del metodo PEF). Il regolamento del Made Green in Italy prevede la classificazione dei prodotti in tre classi:

- A: prodotti eccellenti con prestazione migliore rispetto al prodotto medio (benchmark);

- B: prodotti con prestazioni uguali al benchmark;

- C: prodotti con prestazioni peggiori rispetto al benchmark.

Lezione 15 maggio

funzioni della catena di approvvigionamento (dalla progettazione di prodotti/servizi, alla fine del ciclo di vita e alla gestione dei rifiuti), coinvolgendo tutte le parti interessate (compresi i produttori di componenti/prodotti, fornitori di servizi, consumatori e utenti) nel ciclo di vita del prodotto/ servizio. Soprattutto nella decarbonizzazione andiamo a gestire i fornitori in maniere strategica. Ci sono diversi approcci del green supply chain management:

  • abbiamo i sistemi di gestione ambientale: cioè una progettazione delle procedure e istruzioni operative che riguardano in nostri fornitori, allargando i confini del sistema. Si fa l’audit di seconda parte sui fornitori per vedere se questi rispettano i criteri di gestione ambientale.
  • prodotto e estensione della responsabilità del produttore: si è responsabile della fine della vita utile del prodotto, ciò vuol dire che mi interessa la parte a valle, per capire come recuperare materiali a fine vita. Lo faccio direttamente chiudendo il ciclo o indirettamente tramite consorzi o altri.
  • LCA:
  • Ecodesign
  • industrial ecology and industrial symbiosis ANALISI STRATEGICA DELLE FORNITURE: MATRICE DI KRALIC Nella parte dove c’è bassa complessità del mercato di rifornimento, non c’è criticità di approvvigionamento, non ho colli di bottiglia e trovo tutto con facilità nel mercato a costi competitivi. Es. commodity. Nella parte dove c’è alta complessità, spostandosi verso destra abbiamo invece criticità di approvvigionamento con colli di bottiglia. Il tema è come gestire le scorte, assicurandosi come obiettivo assicurarsi il flusso. Se hanno alta incidenza sul valore ma non sono critici dal punto di vista dell’approvvigionamento, prendono il nome di materiali con effetto leva. Cioè commodity che hanno un certo valore. Es. pannelli fotovoltaici.

Se andiamo a destra in alto, abbiamo invece materiali componenti strategici, che valgono molto ma sono anche fondamentali in termini di processi di approvvigionamento. I fornitori sono pochi tanto che si sviluppano con loro accordi di partnership con rapporti stabili e di lungo periodo.

  • BASSA COMPLESSITA’ e BASSA IMPORTANZA materiali e componenti critici
  • ALTA COMPLESSITA’ e BASSA IMPORTANZA materiali e componenti bottle neck
  • BASSA COMPLESSITA’ e ALTA IMPORTANZA materiali e componenti con effetto leva
  • ALTA COMPLESSITA’ e ALTA IMPORTANZA materiali e componenti strategici (rari, valore) In questa matrice si va ad inserire anche l’impatto o il contributo ambientale. Quanto quel componente è rilevante dal punto di vista dell’impatto ambientale. Es. componenti automobili. Il contributo legato all’innovazione che quel componente ha e che funge allo sviluppo della sostenibilità.  Nei materiali non critici: alto numero dei fornitori, elevato potere contrattuale e non sono rilevanti dal punto di vista strategico. Uso LCA per scegliere quel componente il cui fornitore ha maggiore rilevanza dal punto di vista ambientale, visto che ce ne sono tanti.  Materiali effetto leva: ragiono con lo sviluppo meccanismi premianti nei confronti dei fornitori, andando a scegliere con più determinatezza metodi per fare crescere le competenze.  Sui colli di bottiglia: io devo cercare di tenere i fornitori dentro, garantendo il flusso di approvvigionamento usando il make or buy nelle logiche relazionali di fornitura.  Materiali strategici: partnership con cooprogettazione. CASO BARILLA Sul tema della sostenibilità è presente da molto tempo in termini strategici. L’Envairoment Health Safety manager, era particolarmente connesso alla funzione approvvigionamenti. Da una logica nazionale oggi è internazionale, mercato più significativo. Divisa in due macro-prodotti: pasta e bakery (mulino bianco). Tutto il processo dell’approvvigionamento del grano vede delle scelte che riguardano il dove: prima erano scelti i grandissimi appezzamenti canadesi, collocandolo in basso a sinistra nella matrice di Kranic. Oggi l’evoluzione delle politiche di coltivazione del grano duro in Canada è mutata e si scopre che per garantire quantità e qualità del grano bisogna recuperare logiche tradizionali di coltivazione. La supply chain management diviene parte essenziale della strategia ambientale. In Italia parte un progetto pilota sulla coltivazione del grano duro coinvolgendo 30 imprese con l’obiettivo di identificare sistemi di agricoltura sostenibile che vuol dire migliore qualità e quantità e minore impatto ambientale. Il risultato è una diminuzione potenziale del 40% delle emissioni di CO2, miglioramento qualità del prodotto e riduzione costi. È stato scritto un libro per aiutare tutti gli agricoltori ad avere un grano duro di qualità in Italia. Tra il 2011-2012 vengino poi coinvolte 25 imprese con l’obiettivo di comparare i metodi di agricoltura sostenibile con i sistemi di coltivazione tradizionali. Il libro viene quindi arricchito con un DSS (decision support system, cioè un sistema informatico che ti dice le previsioni del tempo, le caratteristiche del terreno, il fabbisogno idrico, ecc. Ciò si va ad aggiungere alle tecniche di coltivazione dell’Handbook (il DSS è chiamata granoduro.net). I risultati della sperimentazione hanno indicato che la costruzione di relazioni affidabili con i fornitori è un elemento chiave della strategia di Barilla (quadrante in alto a destra). Gruppo 16 Giorgio Armani Si sono concentrati sull’SDG 12 analizzando le 5 aree di azione del gruppo nei confronti del rispetto dell’agenza 2030 per la sostenibilità. Tra questi distinguiamo la gestione responsabile della catena di fornitura che unitamente alla tutela ambientale e utilizzo efficiente delle risorse nonché attenzione al cliente è quello che meglio si sposa con l’SDG12. L’obiettivo 12 obiettivo di consumo e produzione responsabile si realizza dalla fase iniziale della catena del valore e dalla scelta dei fornitori seguita dal dialogo che l’azienda riesce a costruire con i fornitori stessi. Il gruppo Armani ha voluto incrementare la virtuosità della propria catena di fornitura delineando una serie di documenti che ogni fornitore deve sottoscrivere in sede contrattuale come il codice di condotta sociale o quello ambientale. Dal 2017 al 2018 sono aumentati i sistemi di audit anche se nei successivi anni andranno diminuendo per maggiore efficienza. Nel gruppo Armani distinguiamo 4 tipologie di fornitori: di prodotto, di MP, di servizio, fasonisti. Questi ultimi sono quelli che si occupano della produzione del prodotto finito sulla base di un modello predefinito da Armani, su cui è prevista una valutazione del gruppo stesso per verificare che siano in linea con i criteri stabiliti. Per essere ritenuti adeguati serve una valutazione da A a B altrimenti sarà sottoposta ad azioni correttive, che se risulteranno sterili porteranno all’eliminazione dal gruppo. Negli anni Armani ha posto linee guida sempre più stringenti per tutta la supplychain e per la scelta dei propri fornitori: nel 2019 introducono un programma specifico per aumentare gli standard qualitativi per la scelta dei fornitori entro il 2030 e nel 2021 introducono un codice di condotta che innalza i livelli di consapevolezza dei fornitori sull’impatto ambientale che questi devono avere. GRUPPO 14 BRUNELLO CUCINELLI