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"Diventare grandi. La condizione adulta delle persone...", Lepri., Sintesi del corso di Psicologia Generale

Il riassunto sostituisce completamente l'utilizzo del testo.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 17/08/2023

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Scarica "Diventare grandi. La condizione adulta delle persone...", Lepri. e più Sintesi del corso in PDF di Psicologia Generale solo su Docsity!

Carlo Lepri Diventare Grandi.La

condizione adulta delle persone

con disabilità intellettiva.

1.Diventare grandi

Si riflette sull’adultità delle persone con disabilità intelletiva.se ad esempio facciamo riferimento alla sindrome di Down sappiamo che la speranza vita è passata dai 9 anni del 1929 ai 60 anni del 2002. Proprio perché la durata della vita di queste persone è ormai quasi la stessa di quella della popolazione generale, stupisce ancora di più la mancanza di studi e di approfondimenti su cosa significhi essere adulti con una disabilità intellettiva. Il loro destino è stato quello di divenire adulte sul piano anagrafico e biologico, ma non su quello del kit area sociale. L'assenza dell'immagine sociale della loro ditta ha fatto sì che fossero automaticamente esentate dall'assumere diritti e doveri connessi con i ruoli tipici dell'età adulta. L'adultità più con territorio verso il cuore essere accompagnati e incoraggiati a prendere per mano la propria vita è sempre stato lo spazio ai margini del quale era in evitabile fermarsi. Questo impedimento ad attraversare i confini che presidiano il territorio dell'adultità alle sue origini nella cultura, ma viene rafforzato da un limite interno che le persone sperimentano molto precocemente. Le persone con disabilità apprendono già a partire dall'infanzia l'inconsistenza della loro età adulta, cominciano precocemente a prepararsi a questa assenza. In questa prospettiva anche le cosiddette difficoltà di comportamento adattivo possono essere considerate non tanto l'aspetto strutturale derivante dai deficit della persona quanto una sorta di strategia difensiva. La possibilità di diventare adulti non dipende tanto dall'integralità del patrimonio genetico, dalla qualità dei processi cognitivi dal

segnata da due elementi originati da queste rappresentazioni:la cura e la protezione. Se per definizione i bambini non sono adulti, anche chi è malato perde i soldi per un tempo limitato molte delle prerogative dello status di adulto. La mancanza di una rappresentazione sociale della persona adulta con disabilità intellettiva spiega da una parte la limitata produzione di ricerche della letteratura specialistica sulla mentalità ma spiega anche dall'altra il permanere di risposte inadeguate e obsolete in termini di servizi. Grazie a questi cambiamenti si aggiunsero alla elaborazione di un modello interpretativo delle disabilità basato sull'idea che a disabilitare le persone fosse prima di tutto la società con il suo parere i suoi ostacoli fisici e psicologici. La grande novità di questo modello comunemente definito sociale è stata di rifiutare di considerare la menomazione come il punto di partenza per l'analisi della disabilità e di focalizzare invece l'attenzione sui processi mediante i quali la società genera le scuse delle persone, nonché sugli interventi necessari per rimuovere tale esclusione. Sul piano politico l'esito più alto di questa riflessione è rappresentato dalla convenzione sui diritti delle persone con disabilità assunta le Nazioni Unite nel 2006. In questo documento la disabilità viene definita come il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri. "Persone" il suo significato etico e persone come esseri unici, irripetibili, partecipi del comune destino di tutti gli essere umani in quest'ottica tutti gli esseri umani qualunque sia la loro condizione sono persone. Per quanto riguarda significato politico le persone sono in tese come gli individui più i loro diritti. Ci fermassimo questo ridefinizione rischieremmo di mantenere la persona unicamente sul piano astratto ideale, siamo obbligati a lanciare uno sguardo sull'origine della parola persona e l'idea della maschera. Il riferimento alla rappresentazione teatrale conduce infatti facilmente un'idea della finzione.Il termine greco pr6sopon

(«posto avanti») indica soprattutto il volto. Mentre il verbo latino personare indica un «parlare ad alta voce», «far risuonare la voce» per essere ascoltati da un pubblico. Volto e parola indicano i connotati tipicamente umani del «soggetto in relazione con gli altri». La persona coincide con l'insieme delle maschere che essa indossa, per mettersi relazione con gli altri e recitare le parti che la vita propone tu. Tutto ciò apre la possibilità che le persone con disabilità intellettiva vengono riconosciute come persone anche relazione alla specificità del ciclo di vita. In altre parole, come persone che sono in relazione con il mondo e con gli altri all'interno dei ruoli che caratterizzano le diverse età della vita. Alcune delle dimensioni cronologica come definiscono l'età adulta cominciano spesso a far parte loro viaggio esistenziale. Un viaggio che sarà quel che sarà ma dove non verrà più visto come un tabù sperimentare gli oneri e gli onori del diventare grandi, compresa la possibilità fino a pochi anni fa totalmente esistente di poter influenzare con il proprio punto di vista con il proprio racconto e la propria parola la costruzione della produzione sociale della propria adultità. Idea che le persone con disabilità intellettiva possono diventare grandi e ancora di minoranza all'interno della società. Il vero e proprio salto nel vuoto che le persone sono costrette ad affrontare quando si affiancano al mondo adulto è mortificante per le persone ma anche deprimente per la società se si pensa alle perdite sociali che il mancato accesso ai ruoli adulti crea e al danno che tutto ciò rappresenta nei confronti dell'impegno e delle risorse messe in campo nell'età precedenti sul piano familiare, scolastico, formativo. La rappresentazione della disabilità intellettiva resta ancorata all'idea di un'infanzia perenne spesso accompagnata da pratiche riabilitative che sono legate più alla riproduzione il sistema che alle esigenze delle persone. La loro è una presenza originale. Questa originalità va riconosciuta e compresa come un bene prezioso, non solo perché è il segno di un cambiamento epocale nel loro destino, ma anche perché arricchisce le nostre possibilità di guardare, più in generale,

ruoli sociali, co-costruito con le persone con disabilità e le loro famiglie, seppur teorizzato, difficilmente si trasforma in pratica diffusa.Eppure, sappiamo che l'ambiente, le relazioni, i ruoli, il sentirsi protagonisti della propria vita sono elementi ben più importanti del dato biologico nel determinare le modalità di comportamento di un individuo e l'evoluzione del suo processo di crescita. Le grandi dichiarazioni dei diritti dell'uomo hanno la forza debolezza di enunciare un ideale troppo spesso di dimenticato del fatto che l'uomo non realizza la propria natura in una umanità astratta ma in culture tradizionali. L'importante è tutto ciò è ancora più evidente se si considera che la stessa talvolta non è un dato definitivo, astrattamente determinato una volta per tutte, ma una costruzione sociale sottoposta alle variazioni e ai cambiamenti della cultura alla quale viene prodotta. Il diritto alla vita adulta indipendentemente per le persone con disabilità viene spesso affermato ma il più delle volte in modo astratto, slegato dall'analisi sul sistema dei valori, l'immagine di attribuzione di significati che la società ha costruito nel tempo e che sono determinanti rispetto a categorie sociali quali la disabilità e l’adultità. Sapremo cosa significa l'inclusione sociale nel mondo degli adulti ma non è ma non è detto che sapremo essere inclusive. Affermazione che di fronte al divario che oggi esiste tra le enunciazioni generali sul diritto alla vita adulta e indipendente delle persone contabilità ed azioni concrete non sembra così lontana dal vero. Tuttavia è indubbio che il modo prevalente di trattare le persone adulte con disabilità intellettiva a come risultato ancora oggi e quello di una loro marginalizzazione in molti casi quello di un avere propria separazione forzata della comunità

3.Chi ben comincia..

Chi ben comincia è una massima che ci aiuta a ricordare che molto della qualità della vita adulta addirittura come a casa le persone con serietà intellettiva la stessa possibilità di avere un identità adulta si definisce già a partire dall'infanzia. Quale rapporto esiste tra la condizione di eterni bambini nella quale le persone con disabilità intellettiva sono costrette a vivere anche da adulte e ciò che accade nelle età precedenti? Considereremo, in particolare, come gli stati emotivi legati all'esperienza dell'incontro con un bambino inatteso possano portare i genitori, la famiglia allargata e anche la comunità ad assumere atteggiamenti e condotte che, seppure involontariamente, rischiano di diventare degli ostacoli lungo il percorso verso il mondo dei grandi. Socializzazione, intesa come il filo lungo il quale si snoda il cammino di crescita psicologica e sociale di tutti gli esseri umani, è dettata dalla convinzione, peraltro già dichiarata quando abbiamo brevemente esplorato il significato del termine «persona», che è soprattutto attraverso le relazioni interpersonali che gli individui costruiscono la loro identità e, in particolare, la loro identità adulta. Poiché le relazioni tra gli esseri umani, e in particolare tra gli umani adulti, avvengono attraverso i ruoli che ciascuno interpreta nelle differenti situazioni di vita, ecco allora che, in definitiva, è il rapporto tra ruolo e identità a diventare centrale nel nostro ragionamento.«se l'identità è il frutto del riconoscimento, e il riconoscimento avviene solo a livello di funzioni e prestazioni, il ruolo, che definisce l'identità sociale, definisce anche l'identità personale». In questo senso la distinzione tra identità sociale e identità personale perde di attualità, poiché «gli individui sono leggibili non in quanto substrati naturali ma in quanto interpretano ruoli sociali regolati da norme». Il percorso che una persona deve fare per diventare adulta necessita infatti di un processo d1 separazione e di differenziazione, che comprende anche la necessità di saper

stesso riflessa negli occhi di sua madre. Quando parliamo di altro generalizzato, facciamo riferimento al raggiungimento di uno stato di sviluppo psicosociale che porta il bambino a comprendere che i ruoli gli atteggiamenti delle figure a lui più vicine sono in realtà ruoli atteggiamenti che esistono in generale nella società. Questo passaggio è decisivo per la progressiva interiorizzazione delle regole del vivere sociale e quindi della possibilità di fare proprie le norme con le quali chi intende assumere efficacemente un ruolo deve fare i conti. L'obiettivo del bambino è quello di verificare se il suo atteggiamento suscita anche negli altri la stessa disapprovazione. La capacità di prescindere dei ruoli degli atteggiamenti delle persone concrete che circondano il bambino segnala il fatto che egli è ora in grado di identificarsi con la generalità di altri cioè con la società. Questo apprendimento pone le condizioni per cominciare a riconoscere che gli altri non sono tutti dei papà e delle mamme con il quale mantenere un rapporto personale, ma individui che interpretano una molteplicità di ruoli e che appartengono ad altri mondi, per accedere ai quali è necessario rispettare delle regole. Si apprende di appartenere a una società più ampia di quella familiare attraverso la progressiva acquisizione della consapevolezza che esiste una molteplicità di ruoli che vanno aldilà di quelli territoriali. Potremmo dire che le norme per il bambino sono collegate al concetto di convenienza, per l'adolescente all'idea di convenzione e infine per l'adulto la nozione di convinzione. L'aspetto interessante tutto ciò è che per poter assumere un ruolo qualsiasi ruolo necessario cuore stessi dal punto di vista dell'altro in modo da anticipare la risposta. Questa posizione viene definita come assunzione di ruolo ed è fondamentale nel processo di socializzazione primaria. Semplificando può essere tradotta con l'azione di mettersi nei panni dell'altro. Quando una persona è in grado di mettersi dentro gli altri e i loro ruoli, cioè quando raggiunto la capacità di identificarsi non solo con gli individui concreti che gli stanno accanto ma anche con la generalità di altri ruoli, cioè

con la società, significa che sono accadute almeno due cose. La prima e raggiungimento sul piano psicologico del livello di maturazione emotiva, grazie al quale le esigenze infantili e prepotenti dell'io non sono più dominanti; la seconda è un consolidamento dell'identità della persona, che non varrà più solo di fronte a questo o a quell’ individuo, per essa significativo, ma comincerà a rimanere abbastanza stabile di fronte alla generalità delle persone e al variare dei contesti. Contribuiscono al consolidamento dell'identità almeno tre elementi: il senso di unicità, cioè il percepirsi distinta agli altri; il senso di continuità, inteso come la capacità di mantenere nonostante le interruzioni i cambiamenti una coerenza individuale; il senso di autonomia, inteso come la sensazione di possedere il controllo della propria persona. Insieme di queste caratteristiche determina un continuum, che ci segnala che la persona raggiunto la capacità di rimanere se stessa anche di fronte ai cambiamenti che nel fluire del tempo modificano la realtà intorno ad essa. Socializzazione anticipatoria , l’importanza di questa fase nella transizione verso il mondo adulto, proprio per sottolineare, quanto i processi di inclusione scolastica formativa e sociale siano fondamentali nella transizione verso l’adultità possibile. Cominciare a parlare di socializzazione anticipatoria con l'ingresso nel periodo adolescenziale, mentre come vedremo la socializzazione secondaria inizio quando la persona entra nelle dinamiche dei ruoli adulti. In realtà la socializzazione anticipatoria quando è realmente una fase di passaggio E non diventa una condizione statica che si protrae a tempo determinato, rappresenta un’esperienza indispensabile, proprio perché allo scopo di permettere un progressivo avvicinamento al mondo degli adulti attraverso l'apprendimento di valori, regole, scrivi di comportamento tipici di quell'ambiente sociale, al quale non si appartiene ancora ma del quale si vorrebbe far parte. A tal proposito è importante mettere in evidenza, per i suoi significati educativi e per la sua funzione strutturante dell'identità, un aspetto interessante riguarda la socializzazione anticipatoria: il

caso la persona, pur restando simpatica, saprà modulare il suo comportamento a seconda delle circostanze; nel secondo caso, invece, l'esigenza di mantenere nell'azione personale a tutti i costi non sarà tanto l'aspetto particolare flessibile del carattere, quanto il segno di una difficoltà a riconoscere e rispettare gli elementi istituzionali e formali del proprio ruolo e di quello degli altri. Quello di cui occorre prendere atto che per il ragazzo difficile stabilire le relazioni formali e strumentali come richiederebbe l'ambito di lavoro ai diversi ruoli che lo costituiscono. Sapersi relazionare per modelli posizionali è una competenza che si acquisisce progressivamente che si collega allo Store educativa della persona. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che molte persone con disabilità intellettiva pur in presenza di limiti importanti sul piano cognitivo, dimostrano di possedere le capacità di interiorizzare gli altri non solo come singoli individui affettivamente significative ma anche come parte di un mondo istituzionale. Gli stili educativi che i bambini adolescenti con disabilità incontrano durante la loro socializzazione primaria e anticipatoria sono fondamentali per poter accedere a un'identità adulta. Per questo è necessario che le persone con disabilità possono crescere in condizioni di vita autentiche, affettivamente ricche, accoglienti, dove incontrare i propri limiti insieme alle proprie capacità, senza temere gli imprevisti e la fatica di crescere, poiché questi fanno parte del percorso che tutti dobbiamo intraprendere per allontanarci dal mondo di Peter Pan.

4.Si diventa grandi cominciando da piccoli

Diventare grandi è l’esito di un percorso di socializzazione all’interno del quale le caratteristiche individuali, quali e come esse siano, sono influenzate dalle strutture sociali. Le con te individuali delle persone sono solo una parte del puzzle che compone la loro identità di adulti. Ciò che conta ai fini della costruzione di identità adulta e la possibilità che la soggettività si sviluppa all'interno di contesti autentici, accoglienti subendo i condizionamenti sociali che valgo per tutti all'interno di quella determinata realtà. In questa prospettiva l'identità adulta è costituita anche dalla qualità degli incontri che la vita ci ha riservato. La presenza di un codice prescrittivo accanto a un codice dell'appartenenza o dell'accoglienza la condizione essenziale per il raggiungimento di una sufficiente maturità relazionale e per lo strutturarsi di identità adulta. Nel caso di un figlio con disabilità, le responsabilità materne sono ancora più evidenti. Il fatto di avere generato un figlio imperfetto nella nostra cultura è ancora collegato all'idea della colpa, e in questo contesto il confine tra responsabilità e colpa diventa spesso molto sottile. Poiché il figlio è della madre, per lei il passaggio dalla funzione naturale di generatrice a quella culturale di genitore è definito in modo più cogente rispetto a quello del padre .«madre sufficientemente buona». Una definizione che ci aiuta a comprendere che nessuna madre, in quanto essere umano, può essere perfetta ma solo «sufficientemente» capace di dispensare affetto e sicurezza. È importante sottolineare che anche sulla naturale imperfetta dell'amore materno che si fonda la qualità della vita adulta di una persona. Le madri che crescono un figlio con disabilità hanno il principio del sufficientemente buone più difficile da mettere in pratica, nella nostra cultura esse devono spesso adeguarsi al mito della madre totalmente buona.Torniamo allora al proposito iniziale di comprendere in che modo l'arrivo di un bambino inatteso possa influenzare le basi del processo

che gli altri ci rimandano di noi stessi, essere sottoposti a un controllo comportamentale di tipo iperprotettivo rifletterà inevitabilmente una immagine svalorizzata di sé: «tu non puoi, non sei capace, non sei competente». Un atteggiamento iperprotettivo, con molta probabilità, avrà l'effetto di produrre un forte senso di insicurezza. Abbiamo accennato alla presenza del secondo meccanismo di difesa, che può essere particolarmente insidioso lungo il non facile viaggio delle persone con disabilità intellettiva verso il mondo degli adulti. Produce comportamenti educativi che sono in realtà altrettanto disfunzionali, nel linguaggio psicologico viene definito con il termine negazione. Si riferisce all'esclusione automatica involontaria della consapevolezza di un certo aspetto disturbante della realtà, oppure alla capacità di riconoscere il suo vero significato. Nel caso di genitori confrontati con la disabilità, la negazione può comparire come meccanismo di difesa quando la mente rifiuta di prendere in considerazione i deficit del proprio figlio. Attraverso negazione si tendono a escludere quelle parti che è difficile accettare, dando così risposta al bisogno che il figlio sia veramente ciò che si era desiderato che fosse. È necessario distinguere una normonegazione cioè un diniego transitorio riguardante aspetti di scarsa importanza e comunque facilmente rettifica abili allorché intervenga un'informazione che permette di correggere la negazione, dalla situazione nella quale vengono ignorati aspetti rilevanti della realtà.

5.Non ci sono più gli adulti di una volta

L’adultità intesa come l'insieme delle peculiarità che caratterizzano l'adulto, non è un dato stabile definitivo che ritroviamo uguale a se stesso con il passare delle generazioni ma è piuttosto una rappresentazione mutevole nel tempo. Una conferma dello stretto rapporto che esiste tra il cambio delle rappresentazioni tratta adulta e le variabili culturali della società la possiamo dedurre osservando le altre età della vita. Il termine "infanzia" ha rappresentato per secoli unicamente l'intervallo che andava dalla nascita alla comparsa del linguaggio, quindi i primi due anni di vita del neonato. Quelli che sopravvivevano e che noi oggi chiamiamo bambini venivano considerati fino alla fine del medioevo semplicemente degli adulti in miniatura, il cui destino era quello di entrare a far parte al più presto del mondo dei grandi.Anche la rappresentazione della cosiddetta «terza età» non è esente da cambiamenti e ridefinizioni. Il perché di questo cambiamento è stato spiegato facendo riferimento a una serie di variabili biologiche, psicologiche e sociali, che portano a dire che «una persona di 65 anni ai giorni nostri non si riesce proprio a percepirla come anziana». Seppure la trasformazione biologica del nostro corpo esiste, ciò che dà un significato a questi cambiamenti sono le modalità con le quali la cultura lo interpreta.L'età è dunque un concetto polisemico, utile per accertare e certificare a quale punto del suo percorso si trova un individuo all'interno di una determinata società. Ma questo dato non ha solo un valore individuale assoluto. Esso è funzionale, sul piano sociale, ad assegnare agli individui compiti, responsabilità, diritti e doveri, in altre parole: ruoli sociali da interpretare. C’è un’età sociale che definisce quando gli individui possono assumere particolari funzioni.La divisione in classi di età definisce un sistema strutturato all'interno del quale il passaggio da una classe all'altra è affrontata e risolta attraverso azioni ritualizzati, meglio note come riti di

nel rapporto genitori-figli erano i genitori a trasmettere tutta una serie di competenze, saperi che erano prerogativa degli adulti. Al contrario, oggi un adolescente a mediamente molte più competenze tecnico informatiche di un adulto e di un anziano, che devono spesso dipendere dei figli o dei nipoti per orientarsi nel mondo virtuale.L’adultità non è +1 condizione stabile definitiva, una condizione assoluta potenza da cui guardare con sufficienza alle altre età della vita. Piuttosto è diventato un territorio da esplorare. Quali sono le condizioni, aldilà dell'età anagrafica, che consentono una persona di confrontarsi e di conformarsi con le norme che abitano il mondo degli adulti? La prima condizione è che la persona sia in grado di percepirsi come entità autonoma, separata e differenziato dagli altri e c'è un soggetto che possa esprimere il proprio punto di vista su di sé e sulle cose che lo riguardano attraverso un pensiero indipendente, che non sia condizionato da rappresentazioni valorizzanti o da presenze opprimenti. La seconda condizione ci riporta al fatto che l'individuazione, cioè la conoscenza di sé avvicina la persona non solo la consapevolezza alle sue possibilità ma anche a quella dei suoi limiti. Una terza condizione ci riporta la capacità della persona di assumere, di far propria, la complessità del ruolo sociale. Essere in grado di stare dentro i ruoli adulti e interpretarli automaticamente significa se non abbandonare quantomeno tenere sotto controllo atteggiamenti infantili, dipendenti, parziali. Questo dato generale assume una particolare importanza nel caso delle persone con disabilità intellettiva perché se il progetto di transizione neanche un progetto alla famiglia esso rischia di arenarsi.

6.Elogio dell’imprevisto

La capacità di non accettare passivamente la rappresentazione della disabilità così come essa appare è una competenza rilevante per chi ha responsabilità educative, in particolare per chi è impegnato ad accompagnare qualcuno lungo il percorso verso l'adultità. L'indignazione può essere uno stimolo per l'avvio di un'analisi critica della realtà ma questa disamina deve poi svilupparsi utilizzando strumenti adeguati. Il fatto che le persone con disabilità continuano essere considerate dei malati da curare o dei bambini da proteggere ha contribuito a formare immagini talmente diffuse e pervasiva da rendere difficile pensare a un destino diverso. Comparsa di un imprevisto o di un evento in atteso rappresenta per tutti in occasione per guardare il mondo con occhi nuovi. A ben vedere l'imprevisto, con il suo scompagnare una consuetudine ribaltando un'abitudine, tradire una rappresentazione, introduce la possibilità del cambiamento. Se vogliamo aiutare le persone con disabilità nel loro tragitto verso il mondo dei grandi è utile riconoscere che gli imprevisti possono avere una parte importante di questo percorso.Come opportunamente sottolinea Angelo Lascioli, «sono le situazioni a generare le capacità, e non il contrario».Anche per diventare adulti occorre poter essere in «situazione», ma perché questo accada c'è bisogno che si verifichino due condizioni strettamente correlate. La prima, intrinseca alla persona, riguarda il suo percorso di maturazione affettivo e relazionale. Come abbiamo visto, si può stare davvero in una ~<situazione» adulta solo dopo un percorso di socializzazione che permetta alla persona di assumere i ruoli sociali che innervano quella specifica età della vita. La seconda esterna alla persona ma in stretta relazione con essa è relativa alla presenza di un contesto<<naturalmente» orientato verso l'adultità un contesto autentico non costruito artificialmente, dove le persone con disabilità siano destinatari delle medesime aspettative che