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Riassunto del libro Diventare Grandi.La condizione adulta delle persone con disabilità di Carlo Lepri. Erickson 2020
Tipologia: Dispense
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1.Diventare grandi Si riflette sull’adultità delle persone con disabilità intelletiva.se ad esempio facciamo riferimento alla sindrome di Down sappiamo che la speranza vita è passata dai 9 anni del 1929 ai 60 anni del 2002. Proprio perché la durata della vita di queste persone è ormai quasi la stessa di quella della popolazione generale, stupisce ancora di più la mancanza di studi e di approfondimenti su cosa significhi essere adulti con una disabilità intellettiva. Il loro destino è stato quello di divenire adulte sul piano anagrafico e biologico, ma non su quello del kit area sociale. L'assenza dell'immagine sociale della loro ditta ha fatto sì che fossero automaticamente esentate dall'assumere diritti e doveri connessi con i ruoli tipici dell'età adulta. L'adultità più con territorio verso il cuore essere accompagnati e incoraggiati a prendere per mano la propria vita è sempre stato lo spazio ai margini del quale era in evitabile fermarsi. Questo impedimento ad attraversare i confini che presidiano il territorio dell'adultità alle sue origini nella cultura, ma viene rafforzato da un limite interno che le persone sperimentano molto precocemente. Le persone con disabilità apprendono già a partire dall'infanzia l'inconsistenza della loro età adulta, cominciano precocemente a prepararsi a questa assenza. In questa prospettiva anche le cosiddette difficoltà di comportamento adattivo possono essere considerate non tanto l'aspetto strutturale derivante dai deficit della persona quanto una sorta di strategia difensiva. La possibilità di diventare adulti non dipende tanto dall'integralità del patrimonio genetico, dalla qualità dei processi cognitivi dal
quoziente intellettivo, quanto dal modo in cui la società indirizza le proprie attese condizionando così le transizioni verso questa fase della vita. In altre parole ciò che conta veramente sono i modi con i quali la collettività, attraverso la cultura, definisce i confini dell'età adulta, e detta le modalità di accesso e stabilisce chi è ammesso a farne parte attraverso quali percorsi e con quali ruoli. La disabilità porta con sé un effetto per te operante che deve essere reso familiare attraverso processi di classificazione e di denominazione. Lo strumento attraverso il quale avviene questo processo di conoscenza di familiarizzazione è costituito da quelle che vengono definite rappresentazioni sociali, cioè delle immagini che la comunità di persone costruisce per dare un nome, un senso, una collocazione a un determinato fatto sociale. La funzione di rappresentazione è quella di collocare quel fatto all'interno del contesto dandogli un senso, consentendo così ai membri della comunità di comunicare comportarsi in modo comprensibile quando interagiscono rispetto a esso. Nel linguaggio tecnico vengono definiti ancoraggio e oggettivazione. Sono dispositivi che facilitano il processo teso a rendere familiare un determinato fatto sociale soprattutto quando esso presenta aspetti che lo allontano dalle consuetudini rendendo socialmente perturbante. L'ancoraggio consente di classificare di dare un nome a quel fenomeno collegandolo, ormeggiandolo a qualcosa di analogo o somigliante. L'oggettivazione completa questo processo di conoscenza dando consistenza materiale alle idee e traducendo in immagini concrete e concetti astratti.Interagire con una persona con disabilità considerandola come un malato implicherà il fatto ili inserirla in un sistema di relazioni e di attese per cui le esigenze di cura e di accudimento prevarranno sul resto. Ugualmente, ridurre la persona all'immagine dell'eterno bambino significherà predisporsi alla sua protezione al di là della sua età anagrafica, dei suoi bisogni effettivi, dei suoi desideri oltre che dei suoi diritti. Per questo motivo la vita delle persone con disabilità è stata ed è ancora, in larga misura
(«posto avanti») indica soprattutto il volto. Mentre il verbo latino personare indica un «parlare ad alta voce», «far risuonare la voce» per essere ascoltati da un pubblico. Volto e parola indicano i connotati tipicamente umani del «soggetto in relazione con gli altri». La persona coincide con l'insieme delle maschere che essa indossa, per mettersi relazione con gli altri e recitare le parti che la vita propone tu. Tutto ciò apre la possibilità che le persone con disabilità intellettiva vengono riconosciute come persone anche relazione alla specificità del ciclo di vita. In altre parole, come persone che sono in relazione con il mondo e con gli altri all'interno dei ruoli che caratterizzano le diverse età della vita. Alcune delle dimensioni cronologica come definiscono l'età adulta cominciano spesso a far parte loro viaggio esistenziale. Un viaggio che sarà quel che sarà ma dove non verrà più visto come un tabù sperimentare gli oneri e gli onori del diventare grandi, compresa la possibilità fino a pochi anni fa totalmente esistente di poter influenzare con il proprio punto di vista con il proprio racconto e la propria parola la costruzione della produzione sociale della propria adultità. Idea che le persone con disabilità intellettiva possono diventare grandi e ancora di minoranza all'interno della società. Il vero e proprio salto nel vuoto che le persone sono costrette ad affrontare quando si affiancano al mondo adulto è mortificante per le persone ma anche deprimente per la società se si pensa alle perdite sociali che il mancato accesso ai ruoli adulti crea e al danno che tutto ciò rappresenta nei confronti dell'impegno e delle risorse messe in campo nell'età precedenti sul piano familiare, scolastico, formativo. La rappresentazione della disabilità intellettiva resta ancorata all'idea di un'infanzia perenne spesso accompagnata da pratiche riabilitative che sono legate più alla riproduzione il sistema che alle esigenze delle persone. La loro è una presenza originale. Questa originalità va riconosciuta e compresa come un bene prezioso, non solo perché è il segno di un cambiamento epocale nel loro destino, ma anche perché arricchisce le nostre possibilità di guardare, più in generale,
all'età adulta in modo nuovo e con uno sguardo più inclusivo. Prendere atto che esiste un'adultità per le persone con disabilità intellettiva è, infine, il modo migliore per dare senso a tutte le attività abilitative, educative, scolastiche e formative messe in campo a partire dalla prima infanzia. 2.Peter Pan abita ancora qui? Osservando la condizione di infanzia perenne nella quale la persona con disabilità intellettiva è spesso obbligato a vivere ne abbiamo più volte paragonato il destino quello di Peter pan. C'è infatti una bella differenza tra l'eterno bambino inventato da Barrie la condizione di infantilizzazione che spesso sperimentano le persone con disabilità intellettiva. Le persone con disabilità intellettiva per conto non decidono volontariamente di non c'era loro adultità. Nel loro caso l'eterna fanciullezza non è una libera scelta quanto una gentile imposizione che la cultura e le istituzioni a partire dalla famiglia attuano in modo più o meno consapevole.Il segno più evidente della resistenza al considerare come adulte le persone con disabilità intellettiva è il persistere di strutture che, traendo le loro origini dalla cultura ottocentesca prima e da quella familistica del secondo Novecento poi, continuano a funzionare facendo riferimento alle rappresentazioni della disabilità nate in quei periodi storici. In realtà, è il modello assistenziale/ protettivo/riabilitativo, secondo cui il «Centro» è lo spazio privilegiato dove concentrare le persone e le attività, che mantiene ancora intatta la sua «centralità» in questi servizi.The Never Land sono attivi, quasi in modo automatico, due assunti di base. Il primo è che la «normalità» - seppur attraente - è troppo complicata e minacciosa per le persone con disabilità. Il secondo è che queste ultime hanno la necessità di essere assiduamente sottoposte a interventi <specialistici», quasi sempre slegati da ogni preoccupazione identitaria.L'idea di un progetto educativo personalizzato basato sulla comunità e sui
3.Chi ben comincia.. Chi ben comincia è una massima che ci aiuta a ricordare che molto della qualità della vita adulta addirittura come a casa le persone con serietà intellettiva la stessa possibilità di avere un identità adulta si definisce già a partire dall'infanzia. Quale rapporto esiste tra la condizione di eterni bambini nella quale le persone con disabilità intellettiva sono costrette a vivere anche da adulte e ciò che accade nelle età precedenti? Considereremo, in particolare, come gli stati emotivi legati all'esperienza dell'incontro con un bambino inatteso possano portare i genitori, la famiglia allargata e anche la comunità ad assumere atteggiamenti e condotte che, seppure involontariamente, rischiano di diventare degli ostacoli lungo il percorso verso il mondo dei grandi. Socializzazione, intesa come il filo lungo il quale si snoda il cammino di crescita psicologica e sociale di tutti gli esseri umani, è dettata dalla convinzione, peraltro già dichiarata quando abbiamo brevemente esplorato il significato del termine «persona», che è soprattutto attraverso le relazioni interpersonali che gli individui costruiscono la loro identità e, in particolare, la loro identità adulta. Poiché le relazioni tra gli esseri umani, e in particolare tra gli umani adulti, avvengono attraverso i ruoli che ciascuno interpreta nelle differenti situazioni di vita, ecco allora che, in definitiva, è il rapporto tra ruolo e identità a diventare centrale nel nostro ragionamento.«se l'identità è il frutto del riconoscimento, e il riconoscimento avviene solo a livello di funzioni e prestazioni, il ruolo, che definisce l'identità sociale, definisce anche l'identità personale». In questo senso la distinzione tra identità sociale e identità personale perde di attualità, poiché «gli individui sono leggibili non in quanto substrati naturali ma in quanto interpretano ruoli sociali regolati da norme». Il percorso che una persona deve fare per diventare adulta necessita infatti di un processo d1 separazione e di differenziazione, che comprende anche la necessità di saper
mantenere distinto il proprio sé da quello del ruolo che sta interpretando. Attraverso i ruoli e quindi attraverso le norme e le aspettative che le caratterizzano che oltre a strutturare le basi per la propria identità adulta la persona raggiunge anche la consapevolezza di tale identità, cioè la propria autoidentificazione. Il fatto che l'identità sia strettamente connessa con i ruoli sociali che questi possono nascere e svilupparsi solo all'interno di una dimensione intersoggettiva e relazionale può aiutarci a capire quanto sia decisivo che questo processo avvenga all'interno di situazioni alle quali ruoli siano veri, utili, dotati di senso, non inquinati da rappresentazioni svalorizzate della persona.Le persone con disabilità intellettiva di fronte a proposte di ruoli inautentici sono spesso costrette al gioco del «fare finta che». Ma un'identità costruita su queste basi sarà un'identità molto fragile, costruita sui confini del «falso sé». Assumere un ruolo nel mondo degli adulti non vuol dire solo svolgere alcuni ,compiti pratici, impegnarsi in alcune performance, quanto piuttosto essere in grado di «saper stare» emotivamente nelle dinamiche relazionali insite nella parte che ci si propone di interpretare. Il «cominciare bene» del nostro proverbio è riferibile all'influenza emotiva, affettiva, educativa che la famiglia, nella sua azione mediatrice verso il mondo, esercita sul bambino e sul suo processo di crescita. Il bambino alla necessità assoluta che chi è già presente in quel mondo gli fornisca oltre alla possibilità di sopravvivenza sul piano biologico anche gli strumenti per diventarne parte. In questo modo il nuovo arrivato si identifica con le figure più vicine più influenti e tale rispecchiamento comincia a interiorizzare l'immagine di sé e l'immagine del mondo in cui vive facendo le proprie. Durante la socializzazione primaria il bambino apprende dunque a sentirsi parte del mondo in cui abita, riconoscere gli altri e, attraverso gli altri a riconoscere se è come distinto dagli altri. Sappiamo che l'identità è una costruzione senza sosta che dura tutta la vita, ma, se dovessimo praticamente IndyCar l'inizio, potremmo dire che essa nasce quando il bambino coglie la prima immagine di se
con la società, significa che sono accadute almeno due cose. La prima e raggiungimento sul piano psicologico del livello di maturazione emotiva, grazie al quale le esigenze infantili e prepotenti dell'io non sono più dominanti; la seconda è un consolidamento dell'identità della persona, che non varrà più solo di fronte a questo o a quell’ individuo, per essa significativo, ma comincerà a rimanere abbastanza stabile di fronte alla generalità delle persone e al variare dei contesti. Contribuiscono al consolidamento dell'identità almeno tre elementi: il senso di unicità, cioè il percepirsi distinta agli altri; il senso di continuità, inteso come la capacità di mantenere nonostante le interruzioni i cambiamenti una coerenza individuale; il senso di autonomia, inteso come la sensazione di possedere il controllo della propria persona. Insieme di queste caratteristiche determina un continuum, che ci segnala che la persona raggiunto la capacità di rimanere se stessa anche di fronte ai cambiamenti che nel fluire del tempo modificano la realtà intorno ad essa. Socializzazione anticipatoria , l’importanza di questa fase nella transizione verso il mondo adulto, proprio per sottolineare, quanto i processi di inclusione scolastica formativa e sociale siano fondamentali nella transizione verso l’adultità possibile. Cominciare a parlare di socializzazione anticipatoria con l'ingresso nel periodo adolescenziale, mentre come vedremo la socializzazione secondaria inizio quando la persona entra nelle dinamiche dei ruoli adulti. In realtà la socializzazione anticipatoria quando è realmente una fase di passaggio E non diventa una condizione statica che si protrae a tempo determinato, rappresenta un’esperienza indispensabile, proprio perché allo scopo di permettere un progressivo avvicinamento al mondo degli adulti attraverso l'apprendimento di valori, regole, scrivi di comportamento tipici di quell'ambiente sociale, al quale non si appartiene ancora ma del quale si vorrebbe far parte. A tal proposito è importante mettere in evidenza, per i suoi significati educativi e per la sua funzione strutturante dell'identità, un aspetto interessante riguarda la socializzazione anticipatoria: il
desiderio. Non è un caso che le diverse definizioni di socializzazione anticipatoria si parli di gruppi di riferimento, cioè di quei gruppi di adulti dei quali la persona non fa ancora parte ma di cui desidera entrare a far parte. La dimensione del desiderio è importante perché per diventare grande e necessario anche desiderare di esserlo. Nelle fasi iniziali la socializzazione primaria il bambino interiorizza il mondo della sua famiglia come il mondo in generale e non come una parte del mondo. Durante la socializzazione anticipatoria questa visione della realtà si amplia: si scopre che esistono altri mondi e ci si prepara per esplorarli. Così come tutte quelle benefiche esperienze che consentono di allontanarsi dalla famiglia e spesso con il sostegno prezzo dei gruppi dei pari, permettono di anticipare non solo idealmente ma anche praticamente alcuni dei ruoli che si incontrano nel mondo degli adulti. Con la socializzazione secondaria-si iniziano a sperimentare e ad apprendere le conoscenze legate a un set di ruoli specifici, tipici della condizione adulta. La socializzazione secondaria ha inizio quando la persona entra, al termine del suo percorso scolastico e formativo, in modo diretto e concreto nelle dinamiche dei ruoli adulti, così come sono culturalmente determinati nel suo particolare contesto sociale.La socializzazione secondaria può «andare avanti efficacemente anche solo con quel grado di reciproca identificazione che entra in ogni comunicazione tra esseri umani». Possiamo definire «personale » questo tipo di socializzazione proprio perché, nella relazione, l'uno è inevitabilmente per l'altro.La qualità della relazione che unisce operatori e utenti è basata sul paper e non sul cone. Gli operatori sono in questi contesti per le persone con disabilità e le persone contabilità per gli operatori e quando questa relazione non è un termine temporale stabilito da un progetto sancisce una simmetria perpetua dei ruoli e quindi dell'identità. Occorre però distinguere se sia di fronte a un tratto caratteriale, che in grado di adattarsi e discernere i contesti, oppure di fronte a un comportamento onnipresente e generalizzato. Infatti nel primo
4.Si diventa grandi cominciando da piccoli Diventare grandi è l’esito di un percorso di socializzazione all’interno del quale le caratteristiche individuali, quali e come esse siano, sono influenzate dalle strutture sociali. Le con te individuali delle persone sono solo una parte del puzzle che compone la loro identità di adulti. Ciò che conta ai fini della costruzione di identità adulta e la possibilità che la soggettività si sviluppa all'interno di contesti autentici, accoglienti subendo i condizionamenti sociali che valgo per tutti all'interno di quella determinata realtà. In questa prospettiva l'identità adulta è costituita anche dalla qualità degli incontri che la vita ci ha riservato. La presenza di un codice prescrittivo accanto a un codice dell'appartenenza o dell'accoglienza la condizione essenziale per il raggiungimento di una sufficiente maturità relazionale e per lo strutturarsi di identità adulta. Nel caso di un figlio con disabilità, le responsabilità materne sono ancora più evidenti. Il fatto di avere generato un figlio imperfetto nella nostra cultura è ancora collegato all'idea della colpa, e in questo contesto il confine tra responsabilità e colpa diventa spesso molto sottile. Poiché il figlio è della madre, per lei il passaggio dalla funzione naturale di generatrice a quella culturale di genitore è definito in modo più cogente rispetto a quello del padre .«madre sufficientemente buona». Una definizione che ci aiuta a comprendere che nessuna madre, in quanto essere umano, può essere perfetta ma solo «sufficientemente» capace di dispensare affetto e sicurezza. È importante sottolineare che anche sulla naturale imperfetta dell'amore materno che si fonda la qualità della vita adulta di una persona. Le madri che crescono un figlio con disabilità hanno il principio del sufficientemente buone più difficile da mettere in pratica, nella nostra cultura esse devono spesso adeguarsi al mito della madre totalmente buona.Torniamo allora al proposito iniziale di comprendere in che modo l'arrivo di un bambino inatteso possa influenzare le basi del processo
di socializzazione e come questo evento possa ripercuotersi sul nostro assunto di base: l'identità adulta si costruisce cominciando da piccoli. L'amore parentale, così commovente in fondo così infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita: tramutato l'amore oggettuale, esso rileva senza infingimenti la sua vera natura.Nel 1894 Freud descrisse per la prima volta l'esistenza di queste operazioni inconsce, che indicò con il termine di «rimozione». Ma solo a metà degli anni Trenta del secolo scorso, con i lavori di Anna Freud e di Jarnes Strachey, si avviò una prima sistematizzazione di questi processi, che presero il nome di<<meccanismi di difesa».<<Il termine meccanismi di difesa si riferisce a varie attività psicologiche, che scattano in modo automatico, involontario o inconscio, mediante le quali l'essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili». «meccanismi di difesa» sono attività funzionali alla necessità di proteggersi dal dolore psichico e non sono riferibili a una condizione patologica. "La formazione reattiva si riferisce ad atteggiamenti, comportamenti e sentimenti automatici e inconsciamente motivati, che sono esattamente l'opposto delle pulsioni accettabili da cui la formazione reattiva deve difendere." Una persona per assicurarsi che l'impulso inaccettabile sia tenuto lontano dalla sua consapevolezza e dal suo comportamento sviluppa atteggiamenti e condotte che sono il contrario di ciò da cui si deve difendere. Il comportamento iper protettivo non sarà il modo per proteggere la persona dei pericoli presente nel mondo, ma lo strumento per proteggere se stessi dal rischio di diventare consapevoli di emozioni pulsioni negativi. Un comportamento iper protettivo si riconosce per due aspetti: inibisce le abilità e non riconosce l'autonomia della persona. I due elementi sono correlati in modo sistemico: se ti impediscono di fare delle esperienze, ti sto comunicando che non sei in grado di occuparti di te e viceversa. La fermezza, l'intransigenza, il rigore diventano per il genitore protettivo delle condotte difficili da attivare.Se l'identità è costruita in larga misura sulla base dell'immagine
5.Non ci sono più gli adulti di una volta L’adultità intesa come l'insieme delle peculiarità che caratterizzano l'adulto, non è un dato stabile definitivo che ritroviamo uguale a se stesso con il passare delle generazioni ma è piuttosto una rappresentazione mutevole nel tempo. Una conferma dello stretto rapporto che esiste tra il cambio delle rappresentazioni tratta adulta e le variabili culturali della società la possiamo dedurre osservando le altre età della vita. Il termine "infanzia" ha rappresentato per secoli unicamente l'intervallo che andava dalla nascita alla comparsa del linguaggio, quindi i primi due anni di vita del neonato. Quelli che sopravvivevano e che noi oggi chiamiamo bambini venivano considerati fino alla fine del medioevo semplicemente degli adulti in miniatura, il cui destino era quello di entrare a far parte al più presto del mondo dei grandi.Anche la rappresentazione della cosiddetta «terza età» non è esente da cambiamenti e ridefinizioni. Il perché di questo cambiamento è stato spiegato facendo riferimento a una serie di variabili biologiche, psicologiche e sociali, che portano a dire che «una persona di 65 anni ai giorni nostri non si riesce proprio a percepirla come anziana». Seppure la trasformazione biologica del nostro corpo esiste, ciò che dà un significato a questi cambiamenti sono le modalità con le quali la cultura lo interpreta.L'età è dunque un concetto polisemico, utile per accertare e certificare a quale punto del suo percorso si trova un individuo all'interno di una determinata società. Ma questo dato non ha solo un valore individuale assoluto. Esso è funzionale, sul piano sociale, ad assegnare agli individui compiti, responsabilità, diritti e doveri, in altre parole: ruoli sociali da interpretare. C’è un’età sociale che definisce quando gli individui possono assumere particolari funzioni.La divisione in classi di età definisce un sistema strutturato all'interno del quale il passaggio da una classe all'altra è affrontata e risolta attraverso azioni ritualizzati, meglio note come riti di
passaggio.La definizione di «riti di passaggio» è stata utilizzata per la prima volta all'inizio del Novecento, proprio per indicare i momenti collettivi predisposti per abbandonare un determinato status, legato a una specifica classe di età. I riti di passaggio sono caratterizzati dalla presenza di tre fasi:-fase di separazione, l'individuo o gli individui escono temporaneamente dal loro gruppo sociale di appartenenza.- Fase liminale, i soggetti hanno abbandonato lo status precedente ma non hanno ancora raggiunto quello successivo.-Fase di riaggregazione, gli iniziati rientrano con il loro nuovo status nel gruppo di origine. I riti di passaggio sono forme di un negoziato inteso a fare acquisire un nuovo Stato sociale in senso no a una società che rappresenta un sistema strutturato gerarchico di posizioni e associa gruppi di individui che si riconoscono gli stessi principi. Assolvere la loro funzione in presenza del società ordinata, organizzato gerarchicamente, ben definita e poco negoziabile nella quale si è vigente il sistema delle classi di età.I riti di passaggio non funzionano più come dei «marcatori» sociali e la comunità non è interessata a svolgere, attraverso di essi, una funzione di controllo su chi entra nel mondo degli adulti. Sembra non esserci più bisogno di scadenze rituali sancite da cerimonie che rilascino credenziali cli accesso. La denominazione di «transizione psicosociale» raccoglie l'insieme degli eventi che hanno luogo nello spazio psicologico, relazionale, organizzativo, sociale di una persona che sta affrontando un processo di cambiamento e di attribuzione di senso a una nuova fase della sua vita. Il termine permette di sottolineare come non vi sia nulla di automatico e predefinito nel viaggio che ciascuno deve intraprendere per arrivare a essere riconosciuto e a riconoscersi adulto. «il percorso di ingresso nella vita adulta cambia, quindi non è più concretamente simbolicamente regolato dai marcatori di passaggio ritenuti tali.Resiste l'unica condizione che non ha i tratti della reversibilita: diventare genitori». Anche l'arrivo della tecnologia informatica influisce sul cambiamento dell'immagine dell'adulto. Tradizionalmente
6.Elogio dell’imprevisto La capacità di non accettare passivamente la rappresentazione della disabilità così come essa appare è una competenza rilevante per chi ha responsabilità educative, in particolare per chi è impegnato ad accompagnare qualcuno lungo il percorso verso l'adultità. L'indignazione può essere uno stimolo per l'avvio di un'analisi critica della realtà ma questa disamina deve poi svilupparsi utilizzando strumenti adeguati. Il fatto che le persone con disabilità continuano essere considerate dei malati da curare o dei bambini da proteggere ha contribuito a formare immagini talmente diffuse e pervasiva da rendere difficile pensare a un destino diverso. Comparsa di un imprevisto o di un evento in atteso rappresenta per tutti in occasione per guardare il mondo con occhi nuovi. A ben vedere l'imprevisto, con il suo scompagnare una consuetudine ribaltando un'abitudine, tradire una rappresentazione, introduce la possibilità del cambiamento. Se vogliamo aiutare le persone con disabilità nel loro tragitto verso il mondo dei grandi è utile riconoscere che gli imprevisti possono avere una parte importante di questo percorso.Come opportunamente sottolinea Angelo Lascioli, «sono le situazioni a generare le capacità, e non il contrario».Anche per diventare adulti occorre poter essere in «situazione», ma perché questo accada c'è bisogno che si verifichino due condizioni strettamente correlate. La prima, intrinseca alla persona, riguarda il suo percorso di maturazione affettivo e relazionale. Come abbiamo visto, si può stare davvero in una ~<situazione» adulta solo dopo un percorso di socializzazione che permetta alla persona di assumere i ruoli sociali che innervano quella specifica età della vita. La seconda esterna alla persona ma in stretta relazione con essa è relativa alla presenza di un contesto<<naturalmente» orientato verso l'adultità un contesto autentico non costruito artificialmente, dove le persone con disabilità siano destinatari delle medesime aspettative che
vigono all’interno di questa comunità. Naturalmente incontrare i propri limiti non significa dover rinunciare a superarli. Anzi è solo conoscendo i confini dei nostri limiti che si può pensare di oltrepassarlo. La rappresentazione sociale che ci mostra le persone con disabilità intellettiva come eterni bambini deriva dalla preoccupazione di evitare l'incontro con i limiti. Diventare adulto non capita tutto di un colpo come quando ti danno la carica ma necessita di tempo. Per questo non si può chiedere una persona di assumersi delle responsabilità, adempiere a doveri, farsi carico di ruoli adulti e se nel suo percorso di crescita non c'è stato tempo per prepararsi a tutto ciò, se non sia dedicato tempo per allenarsi ad accogliere, gestire e rispettare le parti più complesse del ruolo, quello che hanno a che fare con gli aspetti normativi. Per le persone con disabilità intellettiva il tempo è sempre troppo riempito dagli altri. Rispettare il tempo vuol dire rispettare anche il tempo che la persona deve offrire assistenza per incubare i pensieri, le emozioni che si muovono della sua anima. Sul piano educativo il tema è dare senso al tempo e rendere produttiva la fatica. Incontrare solo la fatica e a volte dolore che nasce dal dover fare i conti con i propri limiti può essere pericolosa sul piano psicologico. Questo rischio si corre molto meno se le persone hanno la possibilità di incontrare nei tempi opportuni insieme ai loro limiti anche loro capacità e potenzialità. La sfida educativa di dare senso al tempo e rendere produttiva la fatica consiste proprio in questo: sostenere le persone a scoprire ciò che possono diventare, aiutandole ad allenarsi per questo obiettivo piuttosto che ricordare loro ciò che non possono essere. È importante ribadire che l'incontro con il limite rappresenta la naturale conclusione dell'adolescenza, ne indica il graduale superamento avviando il percorso di avvicinamento al mondo degli adulti.