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riassunto del libro diventare grandi, utile per esame di pedagogia speciale
Tipologia: Appunti
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Lettera a Enrico Montobbio L’autore scrive al suo amico Enrico, medico neuropsichiatrica e psicoanalista, suo grande amico e collega, con il quale ha lavorato. Questa lettera introduttiva introduce l’oggetto di questo libro, affrontare l’adultità delle persone con disabilità intellettiva. Nel corso del suo lavoro, l’autore ed Enrico parlarono sempre di questa particolare condizione e finalmente l’autore sotto consiglio di Enrico, decise di scrivere questo libro. La lettera inizia con un appello: le persone disabili e la loro maturazione non possono più essere dimenticate, devono essere affrontate e rese concrete. L’autore parla di come all’inizio il prendersi cura di queste persone fosse una novità, dove i disabili erano gli ultimi tra gli ultimi. Dove il disabile era una figura da proteggere, tutelare e considerare come una persona si, ma con i suoi limiti e vedendolo sempre come un eterno ragazzo, un bambino o un anziano. Ma mai come un vero e proprio adulto. Perché se si cominciava a vedere le persone disabili come adulti queste cominciassero a comportarsi come tali. “l’adultità si prepara per tempo garantendo il normale sviluppo del processo di socializzazione; il passaggio all’età adulta è una complessa attività psicosociale che necessita di rappresentazioni, di sostegni e di metodologie adeguati. La transizione alla vita adulta è un’azione congiunta tra la persona, la sua famiglia, il sistema dei servizi e la comunità” Il libro è diviso in due parti. Nella prima parte l’autore ragiona sul perché l’immagine dell’eterno bambino sia ancora così presente nella nostra cultura. Nella seconda parte invece avanza qualche suggerimento per chi ha responsabilità educative o per chi vuole essere un compagno di viaggio consapevole. Il DSM-5 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)considera la disabilità intellettiva come un disturbo del neuro sviluppo insieme a numerose altre condizioni, come i disturbi del linguaggio o dello spettro autistico. In ogni caso, l’intento dell’autore è quello di focalizzarsi sulla persona e la persona è ben più della sua diagnosi. PARTE PRIMA, il viaggio di Peter Pan Capitolo1 , la vita non è un gioco Molte persone negli anni provarono a descrivere la condizione di adultità delle persone con disabilità intellettiva ma con scarsi risultati. L’immagine sociale dell’adultità
Per comprendere il disinteresse nei confronti delle persone adulte con disabilità si deve assumere uno sguardo nel quale siano compresenti la dimensione storica,culturale e quella legata ai meccanismi psicologici che intervengono nella rappresentazione dei fenomeni sociali. L’immagine sociale del disabile intellettivo adulto non è mai stata presente nell’immaginario collettivo e quindi nella cultura. La riflessione sull’adultità delle persone con disabilità intellettiva non è mai esistita semplicemente perché non era dato credere che per queste persone potessero esserci uno spazio e dei ruoli nel mondo dei grandi. Il loro destino quindi è stato quello di divenire adulti sul piano anagrafico e biologico ma non su quello identitario e sociale. L’assenza dell’immagine sociale della loro adultià ha fatto si che fossero automaticamente esentate dall’assumere i diritti e doveri connessi con i ruoli tipici dell’età adulta. I disabili assimilano , incontrando l’assenza della loro immagine adulta da parte degli abitanti di quel mondo del quale hanno percepito che non faranno parte. Questi sentimenti di auto svalutazione e di autolimitazione sono molto diffusi, al punto di diventare dei veri e propri modi di essere. E’ quindi molto difficile diventare adulti se nessuno pensa davvero che lo si possa diventare. I confini invalicabili dell’età adulta Molti degli ostacoli che caratterizzano la vita delle persone con disabilità intellettiva sono in realtà l’unica risposta possibile che tali persone hanno a disposizione di fronte alle aspettative inadeguate che la società mantiene nei loro confronti. Sappiamo che la disabilità, come tutte le forme di diversità, porta con sé un effetto perturbante , che deve essere reso familiare attraverso processi di classificazione e di denominazione. Solo ciò che è classificabile e che possiede un nome esce dall’oscurità, diminuendo in tal modo la carica di potenziale pericolo. Lo strumento attraverso il quale avviene questo processo di conoscenza e di familiarizzazione è costituito dalle rappresentazioni sociali, cioè delle immagini che una comunità di persone costruisce per dare un nome,un senso, una collocazione a un determinato fatto sociale. La funzione delle rappresentazioni è quella di collocare quel fatto all’interno del contesto dandogli un senso, consentendo cosi ai membri della comunità di comunicare e comportarsi in modo comprensibile quando interagiscono rispetto a esso. Nella produzione di una rappresentazione sociale operano diversi meccanismi cognitivi dove due nel nostro caso assumono particolare importanza. Ancoraggio,consente di classificare e di dare un nome a quel fenomeno collegandolo a qualcosa di analogo. Qualcosa di tranquillizzante in quanto parte dell’esperienza personale
Concentriamoci sull’incrocio tra l’etimo greco e latino della parola “persone”. Il termine greco pròposon (posto avanti) indica il volto. Il termine latino personare indica un parlare ad alta voce, far risuonare la voce, per essere ascoltati da un pubblico. Volto e parola indicano quindi i connotati tipicamente umani del soggetto in relazione con gli altri. Il famoso teorema di William Thomas afferma: “se gli uomini definiscono reali certe situazioni esse saranno reali nelle loro conseguenze” Cominciare a pensare come reale l’adultità delle persone con disabilità intellettiva significa cominciare a riconoscere come reale il fatto che esse possono assumere ruoli adulti nella società. Ecco che attività come lavorare,amare, prendersi cura,insegnare, abitare, scegliere sono entrate nell’orizzonte di senso di queste persone, proprio perché riconosciute vere socialmente. Purtroppo siamo di fronte ad un fenomeno ancora troppo esile, poco metabolizzato a livello culturale, rispetto al quale non esiste una riflessione strutturata. L’idea che le persone con disabilità intellettiva è ancora ampiamente di minoranza all’interno della società. Possiamo dire quindi che una delle grandi sfide che si trova di fronte chi è impegnato nei processi di accompagnamento è proprio quella di dare corpo a questa nuova immagine sociale,cercando di comprendere con quali caratteristiche questa condizione esistenziale si sta concretamente determinando. I diversi modi di essere adulti Esiste uno stile particolare di essere adulti che accomuna le persone con disabilità intellettiva? Ovviamente la risposta non c’è. In questo volume infatti l’autore cerca di fornire un contributo a questa discussione proponendo qualche considerazione sull’adultità, sui confini di questa età nella vita, sul percorso di socializzazione che ne permette l’accesso. Prendere atto che esiste un’adultità per le persone con disabilità intellettiva è il modo migliore per dare senso a tutte le attività abilitative,educative,scolastiche e formative messe in campo a partire dalla prima infanzia. Guardare alle persone disabili come adulte significa avere il coraggio di esplorare il concreto, di vederne anche la bellezza, la profondità, la poesia, uscendo dal cliché rigido e stereotipato che associa la semplicità e la concretezza con l’infanzia e l’immaturità. Capitolo 2, Peter Pan abita ancora qui?
Le persone con disabilità intellettiva non decidono volontariamente di rinunciare alla loro adultità come decise Peter pan. Nel loro caso l’eterna fanciullezza (spesso accompagnata da una eterna riabilitazione) non è una libera scelta, quanto una gentile imposizione che la cultura e le istituzioni, a partire dalla famiglia, attuano in modo più o meno consapevole. Leggere pag.38 e 39 del libro per capire a cosa fa riferimento l’autore quando parla di The Never Land; come si può quindi diventare adulti in luoghi senza tempo, all’interno di relazioni che privilegiano le logiche della protezione,della sicurezza,della custodia rispetto a quella dell’autonomia, dell’autodeterminazione? Non è forse il persistere di questi luoghi uno dei segni più evidenti della difficoltà a superare rappresentazioni che contribuiscono a rafforzare la convinzione che il mondo degli adulti debba rimanere un tabù? Le consuetudini , le abitudini, le credenze, gli stereotipi e a volte gli interessi più o meno consolidati continuano a costringere i nostri Peter Pan a vivere a The Never Land e a rimanere piccoli, loro malgrado. Questi atteggiamenti non stupiscono perché come abbiamo già detto sono conseguenze di rappresentazioni sociali che tendono a modificarsi con lentezza. Occorre quindi molto tempo affinché i cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti delle persone cambino nei confronti della possibilità di diventare grandi. Questa possibilità molto spesso viene vista come un male, un pericolo. L’esilio a The Never Land Il segno più evidente della resistenza a considerare come adulte persone con disabilità intellettiva è il persistere di strutture che continuano a funzionare facendo riferimento alle rappresentazioni della disabilità nate molti anni fa. Uno dei limiti più evidenti che si incontra a The Never Land è il prevalere di pratiche compensative e riparatorie finalizzate ad aggiustare le persone e al tempo stesso, a proteggerle dal confronto con la realtà. A the Never Land ci sono due assunti di base. Il primo è che la normalità è troppo complicata e minacciosa per le persone con disabilità. Il secondo è che queste persone hanno bisogno di essere assiduamente sottoposte a interventi specialistici, quasi sempre slegati da una da ogni preoccupazione identitaria. The Never Land è un posto che esiste , ma dove non è dato immaginare di poter vivere da protagonisti la propria vita,se non in un ipotetico e fumoso futuro. Per quanto quindi il diritto alla vita adulta e indipendente per le persone con disabilità venga spesso affermato, il più delle volte viene fatto in modo astratto, slegato da un’analisi sul sistema dei valori, di immagini e di attribuzioni di significati che la società ha costruito nel tempo. Leggere storia a pag.46,47 per capire quanto questi centri non accettino la condizione adulta
Leggere racconto pag. 52,53,54. Proporre dei ruoli per finta a persone adulte è un serio attacco e quando esse comprendono di essere all’interno di una finzione,sperimentano una situazione molto dolorosa,che non lascia scampo: o ribellarsi o aderire passivamente. In altre parole, assumere un ruolo nel mondo degli adulti non vuol dire solo svolgere alcuni compiti pratici ma piuttosto essere in grado di “saper stare” emotivamente nelle dinamiche relazionali insite nella parte che ci si propone di interpretare. Famiglia e socializzazione primaria Il cominciare bene del nostro proverbio è riferibile all’influenza emotiva,affettiva ed educativa che la famiglia, nella sua azione mediatrice verso il mondo, esercita sul bambino e sul suo processo di crescita. Ogni bambino non nasce membro della società. Di certo egli nasce con una propensione alla socialità, ma quando viene al mondo subentra in una realtà nella quale altri individui vivono già e per questo egli ha bisogno di un processo di apprendimento,che solo chi fa già parte di quel modo può avviare e sostenere. Berger e Luckmann affermano .“ l’appropriazione soggettiva dell’identità e l’appropriazione soggettiva del mondo sono semplicemente due diversi aspetti dello stesso processo di interiorizzazione ,mediato dalle persone per me importanti”. Durante la socializzazione primaria il bambino apprende dunque a sentirsi parte del mondo in cui abita, a riconoscere gli altri, a riconoscere sé come distinto dagli altri. Sappiamo che l’identità nasce quando il bambino coglie la prima immagine di se stesso riflessa negli occhi di sua madre. E’ attraverso questo rispecchiamento di sé, prima negli occhi della madre e poi via via negli altri significativi, che il bambino impara che lui è veramente colui che gli altri chiamano. In quest’ottica ci interessa mettere in evidenza che di questa identità comincerà progressivamente a far parte un elemento fondamentale, sul quale si basa la vita sociale:l’interiorizzazione delle regole. Attitudine che diventerà essenziale per la progressiva e futura assunzione dei ruoli sociali adulti. E’ proprio durante la fase della socializzazione primaria che vengono poste le basi per l’interiorizzazione delle regole. L’apprendimento avviene attraverso il raggiungimento di una posizione psicosociale ,che è stata definita da George Mead “altro generalizzato”. Se appropriarsi del significato di socializzazione primaria può essere abbastanza agevole, fare proprio e rendere fruibile il concetto di altro generalizzato può risultare faticoso. Quando parliamo di altro generalizzato ,facciamo riferimento al raggiungimento di uno stadio di sviluppo psicosociale che porta il bambino a comprendere che i ruoli e gli atteggiamenti delle figure a lui più vicine sono in realtà ruoli e atteggiamenti che
esistono in generale nella società. Questo passaggio è decisivo per la progressiva interiorizzazione delle regole del vivere sociale e,quindi, della possibilità di fare proprie le norme con le quali chi intende assumere efficacemente un ruolo deve farne i conti. La capacità di prescindere dai ruoli e dagli atteggiamenti delle persone concrete che circondano il bambino segnala il fatto che egli è ora in grado di identificarsi con una generalità di altri, cioè con una società. Questo apprendimento pone le condizioni per cominciare a riconoscere che gli altri non sono tutti dei papà o delle mamme con i quali mantenere un rapporto personale, ma individui che interpretano una molteplicità di ruoli e che appartengono ad altri mondi, per accedere ai quali, se si desidera veramente farne parte, è necessario rispettare delle regole. Dunque si apprende di appartenere ad una società piu ampia di quella familiare attraverso la progressiva acquisizione della consapevolezza che esistono una molteplicità di ruoli, che vanno al di là di quelli genitoriali. Possiamo quindi rifarci alla regola delle 3C, forse semplicistica ma esplicativa, dove potremo dire che le norme per il bambino sono collegate al concetto di
Questo aspetto ci permette di dire che non esiste un rapporto che lega rigidamente l’integrità delle competenze cognitive con la possibilità di accedere o meno alle diverse fasi della socializzazione. Sapersi relazionare per modelli relazionali è una competenza che si acquisisce progressivamente e che si collega alla storia educativa della persona. E’ necessario quindi che le persone con disabilità, cosi come tutte le persone, possano crescere in condizioni di vita autentiche, affettivamente ricche, accoglienti, dove incontrare i propri limiti insieme alle proprie capacità, senza temere gli imprevisti e la fatica di crescere, poiché questi fanno parte del percorso che tutti dobbiamo intraprendere per allontanarci dal mondo di Peter Pan. Sappiamo infine che gli stili educativi che i bambini e gli adolescenti con disabilità incontrano durante la loro socializzazione primaria e anticipatoria sono fondamentali per poter accedere a una identità adulta. Capitolo 4, si diventa grandi cominciando da piccoli L’identità di ciascun essere umano è come un cantiere sempre aperto, dove si incontrano, in una continua ricerca di sintesi , caratteristiche individuali, relazioni sociali e influenze culturali. E’ per questo che la risposta alla domanda “chi sono io?” non può essere cercata nella solitudine del rapporto con se stessi, ma deve essere rintracciata nella dialettica tra me e ciò che è l’altro da me,a cominciare dagli altri più significativi. Diventare grandi quindi (cioè aspirare una identità adulta) non è un traguardo cui si può aspirare solo a condizione di possedere un set completo di qualità individuali, ma è piuttosto l’esito di un percorso di socializzazione all’interno del quale le caratteristiche individuali, quali e come esse siano, sono influenzate dalle strutture sociali. La tesi dell’autore sostiene che le qualità individuali delle persone (comprese le loro funzionalità e le loro menomazioni) sono solo una parte del puzzle che compone la loro identità di adulti. Ciò che conta, ai fini della costruzione di una identità adulta, è la possibilità che la soggettività si sviluppi all’interno di contesti autentici, accoglienti subendo i condizionamenti sociali che valgono per tutti all’interno di quella determinata realtà. In questa prospettiva, l’identità adulta è costituita anche dalla qualità degli incontri che la vita ci ha riservato. Cominciare a pensare ai propri figli come dei futuri adulti permette di avviare il processo di interiorizzazione delle norme, dando ad esso una finalità e quindi un senso. Per questo, nelle cure parentali durante i primi mesi di vita,accanto al codice dell’appartenenza (io ti amo) compare il codice della prescrizione (io ti amo,ma tu..)
La presenza di un codice prescrittivo accanto a un codice dell’appartenenza o dell’accoglienza è la condizione essenziale per il raggiungimento di una sufficiente maturità relazionale e per lo strutturarsi di una identità adulta. L’imperfezione dell’amore materno La madre, nella nostra cultura, è la figura sulla quale ricadono, in modo preponderante , gli oneri e la responsabilità dell’accudimento del bambino, soprattutto nella prima fase della vita. Nel caso di un figlio con disabilità, le responsabilità materne sono ancora più evidenti. Il fatto di avere generato un figlio imperfetto nella nostra cultura è ancora collegato ad un senso di colpa, e in questo contesto il confine tra responsabilità e colpa diventa spesso molto sottile. Per contrastare il paradigma educativo che il mito della madre porta con sé, Donald Winnicott ha coniato una definizione che ha raggiunto una certa notorietà anche al di fuori dell’ambito psicosociale ,quella di “madre sufficientemente buona”. Una definizione che ci aiuta a comprendere che nessuna madre, in quanto essere umano, può essere perfetta ma solo sufficientemente capace di dispensare affetto e sicurezza. E’ anche vero però che per potersi differenziare e avviare il suo percorso di autonomia, il bambino ha bisogno di staccarsi da sua madre,di prenderne le distanze. Per una mamma che cresce un figlio con disabilità questo compito è ancora più difficile, perché in qualche modo essa si sente responsabile della disabilità del figlio e questo la porta a dover essere perfetta nelle cure da riservargli. Purtroppo , negli ultimi anni è nato un ragionamento in termini negativi: se qualcosa non va nell’adulto, le cause vanno ricercate nella sua infanzia, con la ovvia conseguenza che ciò che non va nel bambino deve essere attribuito ai genitori, in particolare alla madre. Si è costruito cosi un impianto concettuale che per lungo tempo ha messo in rigida connessione la caratteristiche del bambino con disabilità con le caratteristiche della madre e le sue condotte educative,arrivando a teorizzare che alcune disabilità fossero il risultato di una sorta di difesa del bambino verso l’inadeguatezza della madre. L’esperienza dell’autore suggerisce che esistono nei genitori, e nella madre in particolare, delle difficoltà nella relazione con un figlio che presenta disabilità,esse sono riferibili in primo luogo alle conseguenze dello stress emotivo generato dall’incontro con un figlio inatteso. Il bambino reale e il bambino immaginario Torniamo al proposito iniziale di comprendere in che modo l’arrivo di un bambino inatteso possa influenzare le basi del processo di socializzazione e come questo evento possa ripercuotersi nel nostro assunto di base: l’identità adulta si costruisce cominciando da piccoli.
Questo meccanismo avviene quando una persona, per assicurarsi che un impulso inaccettabile sia tenuto lontano dalla sua consapevolezza e dal suo comportamento,sviluppa atteggiamenti e condotte che sono il contrario di ciò da cui si deve difendere Nel nostro caso, la presenza di un impulso ostile,aggressivo verso un figlio inatteso potrà essere mantenuta lontana dalla coscienza adottando il comportamento di segno opposto a quello dell’aggressività, l’iperprotezione Il comportamento iperprotettivo non sarà il modo per proteggere la persona dai pericoli presenti nel mondo, ma lo strumento per proteggere se stessi dal rischio di diventare consapevoli di emozioni e impulsi negativi. Possiamo parlare di una condotta iperprotettiva quando il controllo comportamentale diventa opprimente,prolungato nel tempo, emotivamente gravoso, sproporzionato rispetto ai bisogni della persona di sperimentare autonomie e di assumersi i rischi e le responsabilità correlate con la sua età e con il suo ambiente. Tornando a noi, nemmeno con la comparsa dell’adolescenza le conseguenze dell’iper protezione riescono a essere ridimensionate, poiché chi è sottoposto a uno stile educativo iperprotettivo arriva alle soglie dell’adolescenza in una condizione di debolezza e di confusione identitaria tale da non potersi permettere di entrare,neanche in modo limitato, in quella fase della socializzazione anticipatoria che prevede di poter “mandare a quel paese” i propri genitori. Leggere pag.94- Infine, uno stile iperprotettivo determinerà una serie di situazioni nelle quali la persona,disabituata a contare su se stessa, farà fatica a confrontarsi con gli impegni,a rispettare le regole sociali, ad assumere iniziative,a mantenere un atteggiamento paritetico con i suoi interlocutori. La negazione Questo meccanismo produce comportamenti educativi che, pur ponendosi apparentemente all’opposto di quelli che abbiamo appena visto, sono in realtà altrettanto disfunzionali. Nel linguaggio psicologico viene definito come negazione. Secondo White e Gilliland “la negazione si riferisce all’esclusione automatica e involontaria della consapevolezza di un certo aspetto disturbante della realtà, oppure alla incapacità di riconoscere il suo vero significato”. Un esempio lampante è il convinto e il perentorio “non sono stato io” che i bambini utilizzano di fronte all’evidenza di essere stati pescati con le mani nel sacco. Nel caso di genitori confrontati con la disabilità, la negazione può comparire come meccanismo di difesa quando la mente rifiuta di prendere in considerazione i deficit del proprio figlio. Attraverso la negazione si tendono ad escludere quelle parti che è difficile accettare,dando così risposta al bisogno che il figlio sia veramente ciò che si è desiderato che fosse.
Leggere storia pag.97-98-99. La negazione ,come meccanismo di difesa,tende a presentarsi sempre più frequentemente. Se fino a qualche decennio fa l’atteggiamento iperprotettivo da parte della famiglia appariva come uno dei principali ostacoli alla conquista di un posto nel mondo degli adulti, oggi sono gli atteggiamenti negatori, e le loro conseguenze sull’identità delle persone,a essere in forte aumento. Sarebbe interessante analizzare le cause culturali e sociali di questa inversione: forse scopriremo profondi legami tra il dolore che accende meccanismi di negazione nelle famiglie e una società spaventata ma ancora profondamente narcisistica, che preferisce negare i propri limiti piuttosto che riconoscerli e accoglierli. Se questa è la sfida ,allora è evidente che la prima cosa da fare è sostenere la famiglia nel compito di accogliere il figlio, alleggerendola dai pesi,dai sensi di colpa, dagli obblighi della perfezione. In questo modo,anche alle madri e ai padri delle persone con disabilità verrà data la possibilità di svolgere il compito,per certi versi paradossale,che riguarda tutti i genitori:quello di accogliere per separarsi. Quello che va accolto è l’ambivalenza delle emozioni con le quali la presenza di un figlio inatteso ci confronta. Capitolo 5, non ci sono più gli adulti di una volta Di fronte al peso dei problemi quotidiani e alle incognite di un futuro incerto,gli essere umani tendono a cercare un po’ di consolazione nelle cose del passato. Nascono cosi alcuni luoghi comuni. Ecco allora che “prima” le persone erano più sincere,c’era più rispetto tra le generazioni, cibi erano più genuini ,c’erano ancora le mezze stagioni e via dicendo. A questa analogia del ritorno al passato non sfugge il tema dell’adulto. Davanti alle incognite e ai cambiamenti repentini che la vita ci propone,la debolezza semantica della parola”adulto” si è fatta sempre più evidente. Così l’unico modo per rassicurarci sembra essere quello di guardare indietro,magari lasciandoci sfuggire con un sospiro la fatidica frase :”non ci sono più gli adulti di una volta”. Il sottile senso di rimpianto che accompagna questo luogo comune lascia intendere che nel passato le cose per gli adulti andassero meglio di come vanno oggi. L’autore è convinto che più che da un improbabile confronto tra ieri e oggi è attratto dal fondo di verità che il luogo comune ci comunica. L’adultità non è un dato stabile e definitivo e bisogna rendersi conto della instabilità di questa rappresentazione non è sempre agevole. In analogia con quanto detto per la disabilità, i cambiamenti culturali dai quali dipende tale rappresentazione si realizzano lentamente, e quasi mai in modo lineare. Le diverse età della vita Iniziamo a parlare dell’infanzia. Si potrebbe pensare che l’infanzia sia sempre esistita così come la conosciamo. In realtà il termine infanzia ha rappresentato, per secoli,
all’altra è affrontato e risolto attraverso azioni ritualizzate, meglio note come riti di passaggio. I riti di passaggio La definizione riti di passaggio è stata utilizzata per la prima volta all’inizio del novecento ,proprio per indicare i momenti collettivi predisposti per abbandonare un determinato status, legato ad una specifica classe d’età. I riti di passaggio sono caratterizzati dalla presenza di tre fasi:
Alcuni osservatori tendono a sottolineare gli aspetti problematici di questo cambiamento,mettendo in evidenza la condizione di smarrimento che la perdita di cerimonie sociali ritualizzate causerebbe; altri lo considerano in modo meno preoccupato e sono più attenti alla trasformazione simbolica dei riti,oltre che agli spazi di libertà che tali cambiamenti portano con sé. La perdita di centralità delle forme ritualizzate di passaggio all’età adulta produce un indubbio beneficio per tutte le persone che presentano una qualche forma di fragilità, comprese le persone con disabilità intellettiva, nel cui caso il superamento della tradizione non rappresenta solo una facilitazione, ma anche la condizione stessa per avere accesso al mondo degli adulti. L’arrivo del massiccio della tecnologia informatica ha influito molto sul cambiamento dell’immagine dell’adulto. Infatti, un adolescente oggi ha mediamente molte più competenze tecnico-informatiche di un adulto o di un anziano,che devono spesso dipendere dai figli o dai nipoti per orientarsi nel mondo virtuale. In questo senso la realizzazione di sé come persona adulta risulta sempre più sganciata da obblighi,appartenenze,tradizioni,consuetudini. L’adultità più che continuare a essere descritta , dovrebbe darci un’idea di ciò che realmente è. Perché se non sappiamo più cosa vuol dire essere adulti, come possiamo capire quando lo siamo? Si è sentito dire negli ultimi anni che viviamo in una società senza padri. Le persone non trovano più davanti a sé una sola via di accesso al mondo adulto, ma diversi sentieri, lungo i quali si determina una specie di erranza. Permangono però dei punti di riferimento, rappresentati dai ruoli sociali portanti. L’apprendimento di questi ruoli non avviene più attraverso l’identificazione con le figure significative ma con la sperimentazione. Leggere storia pag. Quali sono quindi le condizioni , al di là dell’età anagrafica,che consentono a una persona di confrontarsi e di conformarsi con le norme che abitano il mondo degli altri? Prima condizione:la persona sia in grado di percepirsi come entità autonoma ,separata e differenziata dagli altri, e cioè un soggetto che possa esprimere il proprio punto di vista su di sé e le cose che lo riguardano attraverso un pensiero indipendente Seconda condizione: l’individuazione,la conoscenza di sé, avvicina la persona non solo alla consapevolezza delle sue possibilità, ma anche a quella dei suoi limiti. Terza condizione: riporta alla capacità della persona di assumere, di fare propria, la complessità del ruolo sociale Leggere storia pag.118-119. Concludendo , ci sono tante cose che stanno accadendo nelle famiglie confrontate con la transizione all’età adulta dei propri figli. Cose positive,che pur muovendosi tra
Gli imprevisti a volte introducono piacevoli novità, ma normalmente sono assai poco divertenti. Non a caso imprevisto ha come sinonimi contrattempo ,contrarietà, impedimento, tutti vocaboli che connotano in modo negativo il significato della parola. La comparsa di un imprevisto,di un evento inatteso, rappresenta per tutti un’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi. Eugenio montale ci ricorda che ciò che è imprevisto può rappresentare addirittura una speranza di fronte a un viaggio esistenziale troppo meticolosamente programmato “.. e ora ,che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza..” Naturalmente, l’autore non auspica che la vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie debba essere disseminata di imprevisti, ma è anche vero che ciò che è inatteso può aprire la strada a nuove visioni nel viaggio esistenziale di una persona. Anche per questo non vale la pena impegnare tante energie per mantenere o addirittura continuare a progettare luoghi dai quali si pensa di escludere l’imprevisto. Leggere storia pag. Ciò che può aiutare davvero guardare oltre una rappresentazione consolidata è la possibilità di farne emergere una nuova. Affinché ciò accada, sono necessari un contesto, una cornice, uno sfondo all’interno dei quali la nuova immagine possa diventare vera e credibile per tutti. La presenza di una “situazione” Una situazione tipo può essere un bambino che impara a camminare. Anche per poter diventare adulti occorre poter essere in situazione ma perché questo accada c’è bisogno che si verifichino due condizioni strettamente correlate La prima,intrinseca alla persona, riguarda il percorso di maturazione affettivo e relazionale La seconda,esterna alla persona ma in stretta relazione con essa, è relativa alla presenza di un contesto naturalmente orientato verso l’adultità, un contesto autentico, non costruito artificialmente. Se ci venisse chiesto di indicare alcune delle condizioni che caratterizzano l’età adulta,sicuramente ci verrebbero in mente parole come responsabilità,riflessività, maturità.
Probabilmente in prima battuta non penseremo alla parola “ limiti ”. In realtà sul piano psicologico ,uno dei segnali dell’adultità coincide proprio con il raggiungimento di una sufficiente consapevolezza dei propri limiti. Naturalmente incontrare i propri limiti non significa dover rinunciare a superarli. Anzi, è solo conoscendo i confini dei nostri limiti che si può pensare di oltrepassarli. Qual è dunque nel nostro caso il problema? La rappresentazione sociale che ci mostra le persone con disabilità intellettiva come eterni bambini deriva dalla preoccupazione di evitare, o di posticipare a tempo indeterminato, l’incontro con i limiti Un fattore molto importante da tenere in considerazione è il tempo. In quanto non si può chiedere ad una persona di assumersi delle responsabilità,adempiere a doveri,farsi carico di ruoli adulti, se nel suo percorso di crescita non c’è stato tempo per prepararsi a tutto ciò. Per le persone con disabilità il tempo è sempre troppo riempito dagli altri. La sfida educativa di dare senso al tempo e rendere produttiva la fatica consiste proprio in questo:sostenere le persone a scoprire ciò che possono diventare, aiutandole ad allenarsi per questo obiettivo piuttosto che ricordare loro ciò che non possono essere. E’ importante ribadire che l’incontro con il limite rappresenta la naturale conclusione dell’adolescenza,ne indica il graduale superamento,avviando il percorso di avvicinamento al mondo degli adulti. Leggere storia pag. Capitolo 7, cinque suggerimenti per aiutare Peter Pan a diventare grande in poche generazioni siamo passati da una visione del futuro come promessa a una percezione del futuro come minaccia. Da una fiducia illimitata verso il futuro,eccoci piombati in una diffidenza altrettanto estrema. Cosi il futuro è diventato un posto dove ci piove dentro. Al di là delle caratteristiche con le quali siamo venuti al mondo, il futuro sarà un luogo dove non saremo al riparo dalle fatiche della vita. I protagonisti di questo volume, le persone adulte con disabilità intellettiva ,abitano il mondo portando con sé delle particolari caratteristiche che fanno risaltare la loro fragilità personale e la fragilità della loro condizione sociale. Accompagnare le persone con disabilità verso la loro adultità può essere un compito entusiasmante sul piano educativo,anche se questo significa saper mantenere fermo lo sguardo quando le cose non vanno come si vorrebbe. Chi assume il ruolo di accompagnatore deve essere consapevole che dentro un problema che si risolve ce n’è sempre un altro che sta nascendo e che nel mondo degli adulti non ce la possiamo cavare come nel mondo di Peter Pan.