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Edipo Re di Sofocle: Analisi del Testo e Contesto Storico, Dispense di Storia del Teatro e dello Spettacolo

Edipo Re di Sofocle

Tipologia: Dispense

2014/2015

Caricato il 19/09/2015

anthony881
anthony881 🇮🇹

4.3

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2 documenti

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EDIPO RE
di Sofocle (c. 412 a.C.)
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Anteprima parziale del testo

Scarica Edipo Re di Sofocle: Analisi del Testo e Contesto Storico e più Dispense in PDF di Storia del Teatro e dello Spettacolo solo su Docsity!

EDIPO RE

di Sofocle (c. 412 a.C.)

Personaggi del dramma

EDIPO, re di Tebe SACERDOTE anziano di Zeus CREONTE, cognato di Edipo CORO di vecchi tebani TIRESIA, indovino GIOCASTA, madre e moglie di Edipo NUNZIO SERVO di Laio NUNZIO II

Folla di supplici tebani. Servi di Edipo. Un ragazzo, guida di Tiresia. Ancelle di Giocasta. Antigone e Ismene bambine.

La scena è in Tebe, davanti alla reggia di Edipo. Sono visibili altari, e un’effigie di A- pollo.

NB: in carattere blu sono indicati i passi in metro lirico corale, in rosso quelli in metro lirico monodico.

neceo, il cognato, va su mio comando alle magiche sale di Febo. Deve farsi dire il gesto, o la parola, con cui faccia scudo, io, alla mia gente. Ma già confronto i giorni, calcolo tempi, e m’angoscia l’esito del viaggio: eh sì, mi pare assenza strana, che supera i limiti del tempo. Arriverà, arriverà. E allora sarà colpa mia, solo mia, se non concreterò le scelte, fino in fondo, che dio limpidamente dice.

SACERDOTE. Parola felice, la tua! Proprio ora questa gente m’annuncia il passo di Creonte, che s’accosta. [ Da lontano appare Creonte. ]

EDIPO. Altissimo Apollo! Tornasse col caso che risana, non importa quale... quale la luce del sorriso!

SACERDOTE. Pare, da lontano, ridente! Altrimenti non camminava con quella gran ghirlanda, tutta bacche, d’alloro.

EDIPO. Ora vedremo. Eccolo, giusto per udirmi. Nobile Creonte, intimo mio: che ma- gica voce d’Apollo ci rechi?

CREONTE. Perfetta! La mia logica è: ostici casi, se accade che sbocchino a meta dirit- ta, possono farsi totalmente lieti.

EDIPO. Ma la voce, che dice? Non mi rinsalda – e ancora non m’angoscia – quanto di- ci.

CREONTE. Comandi d’ascoltare con la folla qui vicina? Sono pronto. Oppure dentro, nel palazzo.

EDIPO. A tutti devi dire. Guardali, il mio carico d’amaro è più per loro, che per me stesso.

CREONTE. Posso dirti che voci ho percepito, sorte da dio. Voci trasparenti. Radioso, l’altissimo, ha ordini per noi: espellere da Tebe lebbra, a cui la terra nostra fa da cul- la; non cullarla, fino a disperato stadio.

EDIPO. Quali strumenti di purezza? Come si snoda la vicenda?

CREONTE. Caccia all’uomo. A riscatto di morte, morte. Sangue d’allora gela Tebe.

EDIPO. Chi è, che uomo, di chi addita il caso?

CREONTE. Noi avevamo, principe, Laio capo della terra a quell’epoca, prima del tuo pilotare Tebe.

EDIPO. Lo sentii dire: in faccia non l’ho visto mai.

CREONTE. Lui, lui è l’ucciso. Oggi l’ordine splende: farla scontare, coi colpi, ai datori di morte. Non importa chi.

EDIPO. E in che punto sono? Dove si scoverà la pista del crimine d’allora? Aspro, deci- frare.

CREONTE. Qui, esclamava, in Tebe. Cosa braccata può diventare preda; dimenticata, sguscia.

EDIPO. Qui nelle sale, Laio, o nei poderi precipita nel sangue? O in terra d’altri?

CREONTE. Un’uscita per scrutare il dio, disse. Ma qui non tornò più dopo il distacco.

EDIPO. Neppure un uomo suo, uno della scorta, fu oculare teste? Da scandagliarlo, far- si dire?...

CREONTE. Solo morti. Salvo uno: fuggitivo, ossessionato. Nulla poté dire delle cose viste, tranne che...

EDIPO. Cosa, cosa? Segno isolato può farsi pista chiara, se catturiamo inizio, spiraglio del futuro.

CREONTE. Banditi, gridava, capitatigli addosso, a massacrarlo, non con assalto d’uno: fu nugolo di mani.

EDIPO. Il bandito, possibile? No, no: non senza trama mercenaria, con le radici qui, a Tebe. Non avrebbe mai rischiato tanto.

CREONTE. Così si sospettava. Ma crollato Laio, non sorse giustiziere. Troppo male, addosso a noi.

EDIPO. Male? Quale, da bloccarvi l’indagine dei fatti, col trono rovesciato in tale mo- do?

CREONTE. La Sfinge, iridescenti ritmi. Ci inchiodò gli occhi all’oggi, e noi dimenti- cammo l’ignoto che sfumava.

EDIPO. Tornerò io all’origine. Sarò io la luce! Agì da dio, Radioso: da devoto uomo tu, col vostro volgervi al caso di quel morto. È logico, equo: voi mi vedrete al vostro fianco, io, sì, giustiziere per la terra nostra, e per il dio. E non sarà come per gente che t’appartiene alla lontana: anzi, è per me, devo squarciare io il velo nero. Ah sì! Chi ha assassinato l’altro, può inventare l’attentato a me. Con le stesse mani. È chia- ro: provvedere a quello è beneficio, soprattutto a me. Fate presto, figli, levatevi da lì, dove posate, togliete queste frasche, strumenti di preghiera. Un altro convochi gli uomini di Cadmo. Sono deciso a tutto: che si sap- pia. O sarà luce di trionfo, con a fianco il dio; o sarà stato schianto. [ Edipo rientra nel palazzo, con Creonte. ]

SACERDOTE. O figli, in piedi: fu questa la spinta a radunarci qui, questa, che ora la sua voce ci promette. O Radioso, che emettesti le magiche parole, vieni, redimici, stronca tu la lebbra! [ Il Sacerdote e i supplici si allontanano. A passi cadenzati, il Coro di vecchi tebani invade l’orchestra. ]

PARODO

CORO.

strofè O eco ridente di Dio, che rivelazione rechi da Delfi carica d’ori a Tebe, tua meta lucente? M’inarco, spaurito, nel profondo, t’attornio tremando, Delio che sani, che vinci! - nel panico sacro di te: m’è oscuro se carico ignoto, o riemerso dai gorghi del tempo m’addossai. Svelalo, tu, frutto di speranza che spicca, vivida, magica Voce! antistrofè Per prima chiamo te, figlia di Zeus Atena sovrumana vita; e tua sorella, patrona di zolle

ant. Principe Apollo! Da trecce d’oro ritorto spiovano colpi senza perdono, tesa barriera: così torce d’Artemide, globi di fiamma, scia a striate le rocce di Licia. Lancio richiami all’avvolto d’oro che ha la mia terra nel nome: Bacco, faccia ebbra chiassosa nel nugolo d’Ossesse. S’avventi fasciato di luce lampo chiaro di pino sul dio, divino ribrezzo!

PRIMO EPISODIO

[Edipo, Corifeo, Tiresia]

[ Io non c’entro! ]

[ Riappare dal palazzo Edipo, e si rivolge al Coro. ]

EDIPO. Reclami. E reclami cose – presidio, tregua dalla lebbra – che potrai far tue, solo che ti apra, ti faccia penetrare dalle mie parole, e che ti metta al remo, duramente, contro il male. Sì, parlerò io. Io, passante coinvolto in questa storia, in gesti già compiuti. Sarebbe poco lunga la mia pista, solo: a meno che non abbia segni, qualcosa che coincida. Oggi io, tebano tardivo iscritto tra gente tebana, grido limpide cose a voi gente di Cadmo: chiunque qui tra voi ci sia che ha avuto sotto gli occhi Laio, e sa da chi fu spento, ordino che quello schiuda tutto, a me. Anche se s’angoscia, dentro: potrà far cadere lui, da sé, la colpa che si sente addosso. Non avrà danni, né amarezze, solo partirà da Tebe, senza colpi. Forse si sa che il braccio del reato è da fuori, da terra forestiera: niente reticenze! Salderò tutto io, fino in fondo, il premio; e ci sarà la mia riconoscenza, in più. Ma forse resterete reticenti, sordi, chiusi al mio decreto: preoc- cupati, chi per un suo intimo, chi di se stesso. Per questo caso udite bene le concrete decisioni mie: escludo che qualcuno in questa terra – di cui io incarno forza e trono

  • apra a quell’uomo la sua porta, o gli rivolga voce, o se lo tenga a fianco, quando prega o immola sull’altare, o con lui spartisca acqua di purezza. Rifiutatelo, tutti! Rudere, per strada! Lui, lui è quella lebbra nostra, come apollinea, magica lingua m’ha fatto trasparente, oggi. Ecco, così scendo in campo, io, a fianco del Potente, e di quel nobile, caduto. Io maledico chi decise il colpo: solitario, rimasto nel mistero, o con aiuto d’altri, si spenga disperato, di speratamente spoglio, fragile, corroso. E ancora impreco: se l’uomo tra le mie pareti spartirà il mio fuoco, e io saprò, vedrò, voglio per me la pe- na di questo mio odierno maledire! A voi voglio addossare questo: fate che maturi quanto dico, a presidio mio, del dio, della nostra Tebe, cadavere riarso, sconsacrato. Non dovevate lasciare viva questa

macchia, anche senza sovrumano sprone: un uomo era caduto, eroe, fiore dei mo- narchi. Bisognava scandagliare. Ora, saldamente, esisto io, padrone di poteri che lui, allora, dominava: di letto e donna, semina che ci affratella. Poteva esserci rigoglio, fusione di nascite confuse, senza quel fallimento rovinoso suo, di padre. Poi quella mazzata, fatale, sulla testa. Io lo compenserò, come se fosse lui mio padre, sarò suo campione, io, nella sfida, toccherò ogni meta e braccherò e prederò e inchioderò la mano che versò quel sangue. Per te, figlio di Làbdaco di Polidoro di Cadmo antena- to, d’Agenore perso nel tempo! Prego dio: dio, non fare fiorire raccolto di solchi, figli di donne a chi nega l’aiuto! Schiantalo, col tracollo d’oggi, o sotto altro, più brutale! Ma agli altri Tebani, docili a questi comandi, auguro Retta Vendetta scudiera. E sorriso costante, assoluto, di dèi!

CORIFEO. Il tuo maledire m’inchioda, sovrano: così devo parlare. Non fui io a uccide- re. Non so dirti chi uccise. Toccava a Radioso – lui fece scattare la caccia – svelare chi fu l’autore del gesto.

EDIPO. Logica equa: ma stringere volontà negativa di dèi supera umani poteri.

CORIFEO. C’è una seconda cosa, un pensiero, uno, che vorrei chiarirti.

EDIPO. Anche una terza, se l’hai. Non chiuderti, confessa.

CORIFEO. So chi ha potente occhio, pari a quello di Radioso re: re Tiresia! Da questa fonte, o re, chi indaga apprende trasparenti cose.

EDIPO. Nessuna inerzia; neppure in questo punto. Gli ho spedito due dei miei: idea di Creonte. Strano, il tempo passa e non arriva.

CORIFEO. Il resto... è storia opaca, inattuale.

EDIPO. Quale storia? Esamino ogni voce, io.

CORIFEO. Cadde sotto colpi di passanti. Fu una voce.

EDIPO. Udita anche da me: ma non esiste teste dell’azione.

CORIFEO. Avrà in sé un fondo di paura. Ma avrà sentito che minacce imprechi e non resisterà.

EDIPO. Chi è freddo nell’agire, non teme pura voce.

CORIFEO. Esiste chi può smascherarlo. Guarda: guidano l’ispirata, magica eccezione che nel sangue ha scienza. [ Appare Tiresia, sorretto da un ragazzo. ]

EDIPO. Interpreti tutto, Tiresia: mondi decifrati, mistici silenzi, cose delle stelle, passi sulla terra. Sei cieco, non importa, tu senti Tebe, quale lebbra ha addosso. O maestà, sei tu la mia scoperta, l’ultima barriera che ci salva. Radioso – se non t’hanno già parlato i miei corrieri – ai nostri nunzi annuncia che un unico riscatto può venire alla cancrena d’oggi: se comprendiamo chi distrusse Laio, e distruggiamo quella gente, o la scagliamo fuggitiva fuori Tebe. Tu non farti avaro di messaggi d’ali, o di qualun- que pista esista d’ispirata scienza. Snoda te stesso, e Tebe, snoda me, schioda la leb- bra radicata al morto. Tu ci servi. Soccorrere, con le tue doti, e forze: è più alto im- pegno d’uomo.

TIRESIA. Aaah! Intelligenza... che cosa assurda, quando non matura frutto a chi è co- sciente. Cosa che sapevo troppo bene, io. E l’ho cancellata. Non sarei da te, adesso.

EDIPO. Che significa? Sei pieno di freddezza.

TIRESIA. Lasciami, fammi andare via. Sarà più leggera, a te, la parte tua; a me la mia, fino in fondo, se mi concedi questo.

TIRESIA. Se la vera scienza ha nerbo, sì.

EDIPO. L’ha. Ma per te solo, no. Assurdo. Tu sei cieco: cervello, udito, vista, tutto.

TIRESIA. Sei finito. Tu m’infanghi. Fango che, di questa gente entro oggi – non uno ti risparmierà.

EDIPO. Tu sei un essere del buio. Non t’è dato mai ferire me, o altri, occhi padroni del- la luce.

TIRESIA. È vero. È scritto: crollerai, ma non io sarò radice. Arriva Apollo, a te. Chiu- derà lui il tuo conto, l’ha deciso.

EDIPO. Trucchi originali. Di Creonte, o tuoi?

TIRESIA. Creonte? No! È innocuo. Tu nuoci, a te.

EDIPO. Ah, tesori, regalità; furberia che scavalchi furberia, in questa selva d’odio in cui viviamo, che forzieri d’astio, di gelosia voi siete, se per questo regno che Tebe m’affidò nel pugno, omaggio, non elemosinato, Creonte, il leale, sogna di farmi ro- tolare dall’altezza, con manovra ladra: l’uomo dell’assoluta trasparenza! L’amico della prima ora! Mi mina, aizza lo stregone, qui, ciarlatano bieco, viscido, randagio, pupille aguzze nel predare, nella scienza spente, radicalmente spente. Ah sì! Parla: sei chiaro veggente, tu, in che sfera? Quei giorni, quando esattamente qui la bestia ricuciva note, com’è che non gridasti tu risposte, strumenti di riscatto, a questa gente? Schiudere l’intrico, ragionando, non era d’uomo della strada. Scienza di profeta, ci voleva. Ma brillò che tu non dominavi quella scienza: non avevi fonti d’ali in volo, di celesti. Poi venni io. Io risolsi: Edipo, quello che non decifrava, che tu ti sforzi ora d’affondare. Diventare braccio destro, all’ombra del trono di Creonte: è la tua fissa idea. La mia è che voi due sperderete lacrimando questa lebbra: tu, e il complice. Non fosse per l’idea che sei vecchio, decifreresti nel dolore quanto vale il tuo sapere.

CORIFEO. Abbiamo sensazione, Edipo, che la tua, la sua siano logiche di rabbia. Non ci servono. Dobbiamo concentrarci in questo: la via, per sciogliere al meglio i magi- ci avvisi del dio.

TIRESIA. Tu domini. Ma io riequilibrerò il tuo dire, con opposto dire. Ho facoltà so- vrane, in questo. Attento. L’esistenza mia è devota all’Obliquo: non a te. E l’ombra di Creonte non mi copre. Ascolta, m’hai chiamato cieco, m’hai deriso. Tu, tu occhi spalancati non vedi in che bassezza sei, a chi ti leghi, in quale cerchia vivi. Ma sai le tue radici? Non hai mai capito: tu sei nausea, per i tuoi, giù nell’abisso e qui nel mondo. Coppia di frustate nere, laceranti, da tua madre, da tuo padre, incubo di pie- di, ti sferzerà lontano dalla terra, occhi dritti, oggi, domani neri d’ombra. L’ululo tuo, dove non s’ancorerà? Ci sarà un Citerone senza riverbero di voci, quando deci- frerai – è l’ora – l’inno delle nozze, rotta a questo falso porto della casa? Ed era rotta buona, prima. Non percepisci armata d’altre colpe pari a quel coincidere tuo con te stesso, e con i figli tuoi. Sputa veleno su Creonte, e sul mio dire. Sarai stritolato. Di- sperazione unica, la tua, nel mondo.

EDIPO. Possibile? Che risuoni ancora la nemica voce? L’inferno è il posto tuo. Cosa aspetti? Voltati, rifà la strada. Sparisci dalla casa.

TIRESIA. Non ero qui, adesso, io, se non mi volevi tu.

EDIPO. Non sapevo che parlavi nel delirio vuoto. Con piedi di piombo t’avrei convoca- to qui nella reggia.

TIRESIA. Abbiamo dentro noi delirio. Così t’illudi tu. Scienza, invece, per chi ti fece: radici paterne, materne.

EDIPO. Quali? Fermati. Chi è la mia radice?

TIRESIA. Questo giorno ti sarà radice, poi disgregazione.

EDIPO. Come sempre, intrico di parole opache.

TIRESIA. Sei, o non sei l’eroe degli enigmi? L’hai nel sangue.

EDIPO. Deridi cose in cui tu scoprirai quanto sia grande, io.

TIRESIA. Fu coincidenza, quella. E t’ha già minato.

EDIPO. Ho ridato vita a Tebe. Questo solo conta.

TIRESIA. Basta. Voglio andare. Figlio, prendimi.

EDIPO. Via, via, fuori! Mi pesi, qui davanti, blocco immoto. Sparisci, non ne soffro certo.

TIRESIA. Vado, ma dico la ragione che m’ha spinto qui. Non mi spaventa la tua faccia. Tu non puoi colpirmi. Ascolta bene: l’uomo tuo, che da tanto bracchi, con sfide, con ordini che tu fai gridare su Laio assassinato, vive qui. Emigrante, non nativo. È una voce: ma brillerà ch’è sangue radicato in Tebe! Conseguenze non allegre. Occhi, da luminosi, bui. Randagio, altro che signore. Brancolerà su terre strane, passi aperti da bastone. Risplenderà chi è: identità di padre e di fratello ai figli. Che legame! Figlio marito d’una donna, della sua radice! Del padre, fecondatore socio e massacratore! Ritirati, adesso. E calcola bene. Se catturi errore in me, grida forte che scienza del futuro, in Tiresia, è nulla. [ Tiresia e la sua guida s’allontanano. Edipo rientra nella reggia. ]

PRIMO STASIMO

CORO.

str. Chi l’ispirato eloquente delfico sasso svelò autore di gesto che spegne in gola la voce, mani rosse di morte? Urge che raffiche di zoccoli al galoppo sconfigga, fiondi falcate fuggiasche. Con lame, incandescenze di lampi lo schiaccia il sangue di Zeus e la sua scorta d’incubo, Teschi che non sbagliano colpi. ant. Squillo di luce dai ghiacci di Parnaso, una voce esplose: tutti sui passi d’uomo del mistero. Spazia per ispidi deserti, per caverne, si confonde alle pietraie il toro maschio desolato, isolato, pista che schiva ombelicali

to. Poi, quell’opinione sua m’addossa castigo non leggero. Anzi, enorme, se squille- rà in città che sono fango: e fango tu, i miei, mi chiamerete.

CORIFEO. Forse l’insulto è stato strappo d’ira, non meditata idea.

CREONTE. Deve esserci una fonte, clamorosa, che docile a un mio piano il mago dice subdole parole. Ma chi è?

CORIFEO. Voce correva: con che conscio fine, non saprei.

CREONTE. L’occhio non vagava, non vagava la ragione, mentre mi si scagliava addos- so la mia colpa?

CORIFEO. Non so dirti. Non scorgo i moventi del potere. Eccolo, è lui. Là sulla soglia.

[ Appare dalla reggia Edipo. ]

EDIPO. Sei tu? Sei qui, come hai potuto? Ne hai, di coraggio. Con che faccia vieni alla mia porta? Tu, sicario in piena luce della mia persona, predone solare del potere? Rispondimi, per dio: che hai intuito in me, debolezza, pazza ingenuità, per costruire il piano? O forse non avrei notato le spire della frode? O le scoprivo, e non le avrei stroncate? Ingenuo, no, il tuo colpo di mano? Mettere il potere nel carniere senza sforzo di gente e di complici tuoi! Con gente e con mezzi si preda, il potere!

CREONTE. Tu farai come dico. Ribatterò il tuo dire. Punto a punto. Tocca a te ascol- tarmi, adesso. Poi rifletti, scegli come vuoi.

EDIPO. Maestro, a predicare! Ma io non valgo molto, come allievo. T’ho scoperto: tu mi odi, m’hai colpito già.

CREONTE. Guardalo, il primo punto: comincerò da lì. Attento!

EDIPO. Guarda, punto primo: non gridare che non c’è bassezza, in te.

CREONTE. Se valuti tesoro l’egoismo che di sé si compiace, e non ragiona, il tuo cer- vello sbanda.

EDIPO. Se valuti possibile colpire chi ti sta vicino, e non piegarti a meritata pena, tu, non hai cervello.

CREONTE. L’ammetto, c’è equità nel tuo ragionamento. Ma la mia colpa, dove t’ho colpito, dici, devi ancora farmela capire.

EDIPO. Tuo, o non tuo l’insistente avviso: ricorrere per forza all’ufficiale scienza del veggente?

CREONTE. E lo ripeterei. Io sono coerente.

EDIPO. Da quanto Laio, quanto tempo fa...

CREONTE. ... ha fatto cosa? Non afferro.

EDIPO. Scivolò nel nulla per colpo sanguinoso?

CREONTE. Affonda nel passato il calcolo del tempo,

EDIPO. Quel vate, il vostro, era già avvolto di magia?

CREONTE. Limpida magia. E autorevole, esattamente come oggi.

EDIPO. Citò me, che so, una frase, barlume d’un ricordo, allora?

CREONTE. Nulla. Almeno finché c’ero io. No, mai.

EDIPO. E non faceste inchieste sulla morte?

CREONTE. Se cominciammo...! Ma tutto fu silenzio.

EDIPO. Ma come? Il gran cervello non svelò le cose?

CREONTE. Non so nulla: mi chiudo, io, su cose cui la tua mente non arriva.

EDIPO. C’è cosa cui arriva benissimo la mente. Parla...

CREONTE. Sarebbe? Se è nota non m’oppongo.

EDIPO. Questo: vi siete mossi insieme, tu e lui. Per forza. Se no, quello non parlava di massacri miei, su Laio.

CREONTE. Ah, dice questo: esperto sei tu. Ora sono io che ti faccio domande, come tu con me. È mio diritto.

EDIPO. Interroga: non sono omicida, non cado nella rete.

CREONTE. Rispondi. Mia sorella è la tua donna?

EDIPO. Smentire è assurdo, in questa tua domanda.

CREONTE. Domini spartendo il tuo primato con la donna?

EDIPO. Quanto l’attrae, da me l’ha, sempre.

CREONTE. E non v’eguaglio? Coppia, voi: io terzo?

EDIPO. Appunto. Sei della famiglia, e pecchi.

CREONTE. Non è così, se seguissi logica, la mia, che ti dico. Concentrati su questo, in- tanto: dimmi la scelta probabile, umana, tra regno con freddi sudori, o senza sussulti nel sonno, se personale potenza non varia. Io non ho, impastata in me, febbre di tro- no. Piuttosto, di vivere come sul trono. Chiunque, di chiaro cervello, è così. Tu sei la mia fonte. Io attingo, senza tremori. Se avessi potere, chissà quanti gesti non scelti. Può appartenere al trono quel fascino che primato e potenza indolori non hanno? E come? Non sono ingenuo; non al punto di cercare altezze strane, senza frutti in sé. Oggi sono un idolo. Oggi ho solo inchini. Oggi chi cerca te, davanti a me scodinzo- la. Ogni speranza di favore passa qui, da queste mani. E tenderei ad altre alternative, io, dando colpi a questo? Assurdo. Cervello che funziona bene non s’ammala: mai! Non sposerei l’idea che pensi, non è in me. E non avrei lo slancio di mettermi con altri, mente d’un’azione. Puoi documentarti. Va’ da Apollo, interroga l’ispirata vo- ce, se fu leale il mio messaggio. Ma non basta. Se cogli una mia trama, un vincolo con l’uomo dei prodigi, giustiziami: ma non con voto solitario. In coppia! Il mio, col tuo, m’inchioderà! Sensazione torbida, egoistica, la tua: non incriminarmi. Non è retto dire probi i vili, ciecamente, e vili i probi. Cancellare uno dei tuoi, fedeli – a- scolta – è come se ti strappi cosa che più senti tua, dentro: la vita! Col tempo capirai la verità, senz’ombre. Tempo è unico giudice del giusto. Basta un giorno: capisci chi fa il male.

CORIFEO. Alte parole, principe, coi piedi radicati in terra. Precipitosa mente invece in- ciampa.

EDIPO. Ma quando si precipita, qualcuno, e mi sfiora con attacco viscido, scatta il con- trattacco mio, a precipizio. Se mi disarmo, e aspetto, lui ha già vinto, e io sono fini- to.

CREONTE. A che pensi? Confinarmi via da Tebe?

EDIPO. Nooh! Cadavere, ti voglio, non fuggiasco!

CREONTE. Se sveli prima l’origine dell’odio...

EDIPO. Da ribelle, pronto alla disobbedienza, parli?

CREONTE. Sì. Non è sentenza limpida, la tua.

EDIPO. Per me sì, mi basta.

CREONTE. Anch’io ho dei diritti.

EDIPO. Tu? Hai il male, nelle vene.

EDIPO. Via, scompaia! Anche se dovrò morire: non c’è altra via. O patire esilio, bruta- lità che m’annulla, via dalla patria. Il pianto delle tue parole mi commuove. Non delle sue, ah no. Di lui avrò ribrezzo: qualunque fine faccia.

CREONTE. Ti pieghi. Ma traspare, il tuo ribrezzo. Che peso, per te, quando riemergerai da questa febbre. Zavorra tormentosa, a te, il tuo te stesso. E pena meritata.

EDIPO. Mi liberi, di te? Via, sparisci!

CREONTE. Andrò. Di me non hai capito nulla. Destino. Ma per questi, resto io, Creon- te. [ Creonte s’allontana. ]

CORO.

ant. Che aspetti, regina? Guidalo dentro, alla reggia.

GIOCASTA.

Fatemi capire, prima, il caso.

CORO.

Fantasie, voci incontrollate. Ma anche il pregiudizio rode.

GIOCASTA. Scambio di colpi?

CORO. Sì.

GIOCASTA. Ma su che basi?

CORO. Basta. Ho nell’anima Tebe. Mi basta seppellire la cosa dov’è.

EDIPO. A che punto, a che punto, amici! Tu, modello d’equilibrio! M’hai sfibrato, m’hai smussato il filo, dentro.

CORO.

ant. Sovrano, ti ripeto: bada sarei pazzo, pazzo e cieco se rinnegassi te. Tu rimettesti in rotta Tebe, Tebe mia che mareggiava nel dolore. Come ti rivorrei timone di salvezza!

GIOCASTA. Dio, dio! Mio re, fa’ capire anche a me da che nacque quest’onda di rab- bia.

EDIPO. Ma sì. Per me vali più, molto più di costoro. È Creonte: quanto male ha trama- to, per me!

GIOCASTA. Parla. Chissà se chiarirai con esattezza la nemica accusa.

EDIPO. Assassino, mi chiama! Assassino di Laio.

GIOCASTA. Certezza interiore, o voce rimbalzata a lui?

EDIPO. S’è fatto scudo di tristo incantatore. Lui non compromette le sue labbra, mai.

GIOCASTA. Sblòccati. Lascia cadere questa storia. Ascolta: non c’è essere vivo, pa- drone di scienza presaga. Voglio darti trasparenti segni. Poche parole.

Un presagio, sì, toccò Laio, un tempo. Ah, non da Apollo, non da lui, non posso dir- lo. Dalla ciurmaglia sua: che aveva una meta segnata, morte per mano di figlio, creatura nata da me, e da lui. Poi finisce – voce di tutti – che l’ammazzano ladri mai visti. Là, al triangolo di strade. Anche il figlio. Sbocciato – neanche tre giorni – e quello gli strinse nei lacci i due nodi dei piedi. Lo fece rotolare per rocce senza pista: non lui, mani diverse. Vedi, Apollo non concreta nulla: né quello ammazza il padre, né Laio ha il colpo mostruo- so – incubo, era – da quel figlio. Le verità dei maghi! Le loro linee nette! Non pensarci più, neppure un attimo. Dio fruga, trova i bisogni: e allora svela tutto lui, apertamente.

EDIPO. Come m’annebbio, dentro. L’intelligenza si ribella, ora, nel sentirti.

GIOCASTA. Che dici? Che angoscia ti stravolge?

EDIPO. Un’impressione. Hai detto tu che Laio cadde nel sangue là, al triangolo di stra- de?

GIOCASTA. Sì, correva voce. E ancora non è dimenticata.

EDIPO. Dov’è il punto preciso del dolore?

GIOCASTA. Fòcide, si chiama, strada che si spacca, da Delfi, da Daulide, e lì si fonde in una.

EDIPO. E il tempo, dimmi, corso dalle cose?

GIOCASTA. Poco prima che brillasse la tua luce di monarca, si gridò la notizia per le strade.

EDIPO. Ah Zeus! Cos’hai deciso, che mediti, per me?

GIOCASTA. Che hai? Edipo, che ti bolle, dentro?

EDIPO. Non interrogarmi, non ancora. Spiegami Laio. Che uomo era, e a che fiorire d’anni?

GIOCASTA. Grande. Germogliava bianco tra i capelli, appena, come polvere. Ecco, come appari tu. Non c’era molta differenza.

EDIPO. Che peso! Ora ho barlumi. Ero cieco. Martellavano me, le infernali parole che ho detto.

GIOCASTA. Cosa? M’inchiodi. Non ti guardo, non posso.

EDIPO. Ho freddo terribile, dentro. Forse il profeta vedeva. Tu puoi darci le prove. De- vi trarti di bocca un’altra parola.

GIOCASTA. Io sono inchiodata. Se so la risposta, dirò.

EDIPO. Viaggiava leggero, o con scorta forte, da uomo che comanda?

GIOCASTA. Cinque erano in tutto. Tra loro un attendente. Un carro solo, che portava Laio.

EDIPO. Aaah, traspare tutto! Ma chi vi disse i fatti, allora, chi?

GIOCASTA. Un tale, servo. Lui tornò, unico superstite.

EDIPO. Esiste? E ancora nella casa?

GIOCASTA. Ah no. Fu quando ritornò dal luogo e vide te padrone del potere. Laio era morto. Mi s’attaccò alla mano, mi scongiurò di metterlo in campagna, ai pascoli di bestie, fuori, fuori dagli occhi della gente. L’ho lasciato andare. Non era che uno schiavo. Ma meritava il mio regalo, e anche più.

EDIPO. Ladri. L’hai sottolineato: l’uomo raccontava di più d’uno, massacratori di re Laio. Se ridirà quella parola “numerosi”, io non ho ucciso. Uno, più d’uno: non coincidono, non possono. Ma se confesserà: un uomo solo, uno, vestito da viandan- te, mi si squilibra addosso, in luce cruda, l’ago della colpa.

GIOCASTA. Il suo racconto, netto, aperto, era quello, tu lo sai, non lo cancellerà, non può. La gente l’ascoltava, non io sola. Potrebbe anche sviarsi dalla traccia antica. Anche così non farà retta luce, e non può essere, sulla violenta morte, di Laio, sì, di Laio. Obliquo predisse la sua fine: morte, per mano d’un mio figlio. Povero figlio: certo non l’uccise lui, scomparso già da tanto tempo. È tutto qui. Presagi: non mi di- strarranno più, da oggi. Tirerò dritto, e basta.

EDIPO. Belle parole. Però manda qualcuno, fa’ venire il servo, non lasciar cadere.

GIOCASTA. Manderò di volo. Entriamo. Non so fare gesti che tu senta ostili.

[ Giocasta ed Edipo rientrano nel palazzo. ]

SECONDO STASIMO

CORO.

str. Mi venisse dall’alto, dote della vita innocenza religiosa di parole e d’ogni atto. Hanno codice fisso su nelle altezze, fiorito nell’azzurra distesa: Olimpo solo n’è padre. Non è creatura di fibra che ha dentro la morte. Incuria non può intorpidirlo. Racchiude divina maestà. Non tramonta. ant. Squilibrio semina despoti. Squilibrio nausea delirante di scelte incoerenti, che sfociano nel nulla, scala aerei fastigi poi piomba in morsa fatale, scheggiata, dove passo che salva non c’è. Supplico dio: non sciolga tensione preziosa allo Stato. Dio sarà baluardo infinito, per me.

str. C’è uomo che marcia con fronte ritta, per opere di braccia, o della mente. Giustizia non l’intimorisce. Ma sedi di Potenti non onora, e allora lo predi la quota di male! Paghi la febbre che lo fa cadere se s’arricchisce di ricchezza ingiusta,

se non frena gesto profanante, se stringe ossessionato beni proibiti. Pericolosi casi. C’è l’uomo che devia colpi di dio, fa scudo alla vita? Se questa morale risplende ha senso il mio essere coro? ant. Non andrò più all’apice del mondo col brivido sacro. Basta col santuario d’Abe, basta con Olimpia se l’uomo non additerà perfetta coincidenza di magici disegni. O Forza del cosmo – se è retto nome – Zeus, mio tutto, non essere cieco, vegli il tuo eterno potere! S’accantonano, opache di anni magiche note su Laio. Luce di culto non brilla, su Apollo. Religione langue!

TERZO EPISODIO

[Giocasta, Corifeo, Messaggero; poi Edipo]

[ Io chi sono? ]

[ Giocasta esce dal palazzo con servi che recano offerte votive. ]

GIOCASTA. Nobili di Tebe, ho deciso – pilastro nella mente – pellegrinaggio ai templi dei Potenti. Offro fiori, aromi accesi: eccoli, guardate. Edipo esagera. S’impenna il cuore suo, rovente, in rifrangersi d’angosce. Non decifra, coi fatti del passato il nuo- vo oggi, con buonsenso, anzi è preda di voci che ode; basta che sia voce di spettri, paure. Ho tentato tutto. Ma non migliora. Perciò mi tendo pellegrina a te, Apollo della Luce, qui sulla mia strada. Mi prostro, supplico: procuraci riscatto di purezza. Terrore freddo in tutti noi, con lui, negli occhi, irrigidito. Lui, timoniere alla mano- vra. [ Irrompe il Messo che giunge da Corinto. ]

NUNZIO. Ditemi, gente, m’informereste voi su dove sta la reggia del monarca, sì, d’Edipo? Ditemi piuttosto lui dov’è, se lo sapete.

CORIFEO. Ecco la facciata, lui è dentro, viaggiatore. Questa è la donna, la madre: ma- dre dei suoi figli.

NUNZIO. Sia florida, tra fiorenti cari, sempre, lei, la sposa perfetta del re!

GIOCASTA. Ricambio le parole, viaggiatore. È giusto: sei gentile. Ora di’ chiaro lo scopo del tuo viaggio, e il tuo messaggio.

NUNZIO. Gioia: alla reggia, all’uomo tuo, signora.

GIOCASTA. Gioia? Qual è l’origine del viaggio?