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EMILIO SERENI -Storia del Paesaggio Agrario Italiano, Appunti di Archeologia

Sintesi del manuale di Storia del Paesaggio Agrario di Emilio Sereni per esame di Archeologia dei Paesaggi

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 15/07/2018

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Emilio Sereni
STORIA DEL PAESAGGIO AGRARIO ITALIANO
Come emerse nell’ambito del primo Convegno internazionale di storia e
geograa rurali tenutosi a Nancy nel 1958, le strutture rurali mediterranee, in
particolar modo quelle italiane, erano state no ad allora poco studiate, e i
principali studi riguardavano problemi giuridici; proprio alla letteratura
giuridica, infatti, bisognava riferirsi innanzitutto per una prima raccolta ed
elaborazione di dati relativi alla storia del paesaggio agrario dell’Italia.
Ovviamente, questo signicava non aver coscienza diretta di come
quell’istituto giuridico particolare si riettesse nella realtà tecnica, produttiva e
sociale del paesaggio agrario dei diversi momenti storici. Secondo Sereni,
rispetto a questi temi potevano risultare illuminanti studi di toponomastica e di
linguistica storica (quella disciplina che si occupa dello studio strutturale delle
lingue e delle loro famiglie etimologiche e grammaticali, considerando i loro
rapporti e sviluppi in diacronia: linguaggio ben determinato = popolo/gruppo
umano ben denito). Al di di problemi di questo genere, Sereni individuava
anche una dicoltà di carattere metodologico e persino terminologico per
chiunque avesse voluto arontare questi studi: il riferimento, naturale, alle
impostazioni e alle nomenclature elaborate da Bloch e la scuola francese in
riferimento, però, alla realtà e alla storia francese, nivano per diventare
inadeguate in riferimento ad una storia del paesaggio mediterraneo e italiano
in particolare (struttura orizzontale” dei paesaggi agrari francesi vs. struttura
“verticale”, ossia legato ad altitudini diverse, con terrazzamenti e sistemazioni
collinari e montuosi, dei paesaggi agrari italiani). Del resto, qualità ed
estensione dei paesaggi agrari italiani non dipendono unicamente da questioni
ambientali, climatiche o podologiche, ma anche da una serie di condizioni e
agenti naturali, demograci, tecnici; insomma, storici.
L’autore dell’opera era stato portato ad un particolare interesse per la
problematica del paesaggio nel corso di ricerche che si erano svolte lungo due
linee apparentemente divergenti: una orientata alle tecniche e alle istituzioni
agrarie dell’Italia preistorica e protostorica, e l’altra orientata alla storia e alla
politica agraria dell’Italia contemporanea; si tratta di due ordini di ricerche
riferibili ad epoche nettamente dierenti, ma che la storia, da intendere come
continuità della prassi umana, invece unisce, lega e confronta. Del resto,
aerma Sereni, ogni nuova generazione di uomini prende necessariamente le
mossa da una realtà elaborata dall’opera delle generazioni passate; un
esempio può essere costituito da un bonicatore che, dovendo tracciare un
canale o collocare un lare di alberi nella pianura padana, si troverà a dover
seguire certe linee pressate dal reticolo della centuriazione, ossia da quella
forma che, secoli e secoli primi, era stata data al territorio dalle esigenze
produttive e sociali, e dalle tradizioni dei coloni romani. Lo storiografo della
realtà agraria contemporanea, dunque, non dovrà arrestarsi dinanzi al dato di
fatto di queste forme del paesaggio, ma dovrà chiarire la ragione e la dinamica
storica di queste stesse forme necessariamente facendo riferimento ad una
prassi di generazioni passate, che farà rivivere come fosse una realtà viva ed
attuale. Diverso a primo acchito può sembrare l’atteggiamento dello studioso
dell’Italia preistorica e protostorica, per il quale il paesaggio ormai è un vero e
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Scarica EMILIO SERENI -Storia del Paesaggio Agrario Italiano e più Appunti in PDF di Archeologia solo su Docsity!

Emilio Sereni STORIA DEL PAESAGGIO AGRARIO ITALIANO

Come emerse nell’ambito del primo Convegno internazionale di storia e geografia rurali tenutosi a Nancy nel 1958, le strutture rurali mediterranee, in particolar modo quelle italiane, erano state fino ad allora poco studiate, e i principali studi riguardavano problemi giuridici; proprio alla letteratura giuridica, infatti, bisognava riferirsi innanzitutto per una prima raccolta ed elaborazione di dati relativi alla storia del paesaggio agrario dell’Italia. Ovviamente, questo significava non aver coscienza diretta di come quell’istituto giuridico particolare si riflettesse nella realtà tecnica, produttiva e sociale del paesaggio agrario dei diversi momenti storici. Secondo Sereni, rispetto a questi temi potevano risultare illuminanti studi di toponomastica e di linguistica storica (quella disciplina che si occupa dello studio strutturale delle lingue e delle loro famiglie etimologiche e grammaticali, considerando i loro rapporti e sviluppi in diacronia: linguaggio ben determinato = popolo/gruppo umano ben definito). Al di là di problemi di questo genere, Sereni individuava anche una difficoltà di carattere metodologico e persino terminologico per chiunque avesse voluto affrontare questi studi: il riferimento, naturale, alle impostazioni e alle nomenclature elaborate da Bloch e la scuola francese in riferimento, però, alla realtà e alla storia francese, finivano per diventare inadeguate in riferimento ad una storia del paesaggio mediterraneo e italiano in particolare (struttura “orizzontale” dei paesaggi agrari francesi vs. struttura “verticale”, ossia legato ad altitudini diverse, con terrazzamenti e sistemazioni collinari e montuosi, dei paesaggi agrari italiani). Del resto, qualità ed estensione dei paesaggi agrari italiani non dipendono unicamente da questioni ambientali, climatiche o podologiche, ma anche da una serie di condizioni e agenti naturali, demografici, tecnici; insomma, storici. L’autore dell’opera era stato portato ad un particolare interesse per la problematica del paesaggio nel corso di ricerche che si erano svolte lungo due linee apparentemente divergenti: una orientata alle tecniche e alle istituzioni agrarie dell’Italia preistorica e protostorica, e l’altra orientata alla storia e alla politica agraria dell’Italia contemporanea; si tratta di due ordini di ricerche riferibili ad epoche nettamente differenti, ma che la storia, da intendere come continuità della prassi umana, invece unisce, lega e confronta. Del resto, afferma Sereni, ogni nuova generazione di uomini prende necessariamente le mossa da una realtà elaborata dall’opera delle generazioni passate; un esempio può essere costituito da un bonificatore che, dovendo tracciare un canale o collocare un filare di alberi nella pianura padana, si troverà a dover seguire certe linee prefissate dal reticolo della centuriazione, ossia da quella forma che, secoli e secoli primi, era stata data al territorio dalle esigenze produttive e sociali, e dalle tradizioni dei coloni romani. Lo storiografo della realtà agraria contemporanea, dunque, non dovrà arrestarsi dinanzi al dato di fatto di queste forme del paesaggio, ma dovrà chiarire la ragione e la dinamica storica di queste stesse forme necessariamente facendo riferimento ad una prassi di generazioni passate, che farà rivivere come fosse una realtà viva ed attuale. Diverso a primo acchito può sembrare l’atteggiamento dello studioso dell’Italia preistorica e protostorica, per il quale il paesaggio ormai è un vero e proprio documento storico, dunque ancor di più un dato di fatto, una

trasformazione già avvenuta e cristallizzata. Pertanto, soltanto lo studio sulle migrazioni di una data popolazione, sul tipo dei suoi insediamenti, su forme antichissime ma persistenti ancora oggi nel paesaggio, potrà fornirci una documentazione preziosa. Sull’ambiente naturale ed agrario in cui quella popolazione operava, lo studio della distribuzione dei reperti archeologici e del loro concentramento in determinate zone potrà fornire, ancora, informazioni preziosissime sui tipi di insediamento. Il pericolo, secondo Sereni, è di concentrarsi sulla “consistenza” e “persistenza geografica” delle forme del paesaggio, piuttosto che sul processo della loro viva e perenne elaborazione storica. Sereni afferma che una critica che potrebbe essere mossa alla sua opera potrebbe essere relativa all’impiego solo eccezionale delle mappe catastali, non solo il materiale più pertinente ad uno studio del genere, ma anche una delle fondamentali fonti documentarie; eppure, il problema, in Italia, è che questi documenti versavano (forse versano ancora?) in uno stato di sostanziale arretratezza. Per questo, le ricerche condotte da Sereni hanno dovuto assumere il carattere di limitati sondaggi, tranne che per i tempi più recenti. Inoltre, l’uso di fonti iconografiche di tipo artisti è stato adottato a causa del fatto che esso potesse apparire non solo più suggestivo agli occhi del lettore, ma anche più pertinente al carattere e ai limiti dell’indagine, utili alla rappresentazione iconografica della storia degli allevamenti, delle colture, delle tecniche agricole. Per lo stesso motivo, il ricorso alle testimonianze letterarie o ai racconti dei viaggiatori assumono, nell’opera di Sereni, il valore di documento, nel momento in cui, magari, a causa di impossibilità oggettiva o soggettiva, non si sia potuto ricorrere all’analisi sistematica delle fonti relative ad una determinata problematica. In conclusione, Sereni afferma che uno dei motivi che ha sollecitato il suo interesse per i problemi di storia del paesaggio è che la frammentarietà della ricerca, determinata dalla necessità di possedere degli specialisti, in uno studio del genere tendeva a scomparire e a ricomporsi diventando storia: per parlare del paesaggio agrario toscano, ad esempio, non serve soltanto conoscere la storia delle tecniche e dei rapporti agrari di quella regione, ma anche il processo di sviluppo economico e sociale, la vita cittadina, i commerci, i traffici, la cultura, elementi che determinano anche la comprensione delle differenze di un paesaggio agrario rispetto ad un altro relativo, ad esempio, ad un’altra regione.

L’ITALIA ANTICA.

Il sistema agrario del maggese e il paesaggio della colonizzazione greca.

Sappiamo da Diodoro Siculo che la colonia panellenica di Turii, nata nel 446 a.C., venne fondata secondo un preciso programma urbanistico geometrico ispirato alle dottrine urbanistiche di Ippodamo di Mileto, e che le terre che per prime vennero distribuite ai coloni furono quelle vicino alla città. In realtà, anche prima, nuove fondazioni, come Metaponto, mostravano una organizzazione urbanistica a schema ortogonale, funzionale, ovviamente, alla distribuzione dei lotti di terra ai coloni. Questi lotti erano di proprietà privata, racchiusi in limiti ben definiti, difesi sui loro confini; pertanto, attorno ai lotti di terra coltivabile si organizzarono muri, fossi, canali, strade che disegnarono, così, l’aspetto di questo primo paesaggio agrario. [ Le terre del tempio di Atena Polias ad Eraclea nel IV secolo: forma geometrica regolare dei campi, raggiunti da strade pubbliche e vicinali, e appezzamenti più piccoli per la coltura della vite ].

La colonizzazione greca e il paesaggio agrario del “giardino mediterraneo” in Sicilia.

Ovviamente la distribuzione di lotti ai coloni e dunque anche l’elaborazione di un paesaggio agrario non dipendevano da iniziative individuali, ma erano strettamente regolarizzate da magistrati che operavano secondo un ben determinato piano di colonizzazione. Eppure, il regime di appropriazione privata della terra, inerente al sistema agrario del maggese, induceva nel piano di colonizzazione un elemento di casualità e arbitrarietà, determinato dalle divisioni ereditarie o dai passaggi di proprietà. In questo modo, la regolarità geometrica del paesaggio viene sminuzzata in appezzamenti di forma divergente dalla norma. In luoghi come la Sicilia, soprattutto vicino alle città, la diffusione delle colture arboree assunse importanza nettamente maggiore rispetto alle culture arboree ed arbustive rispetto al maggese, e lì il paesaggio agrario si presenta, sin dal tempo della colonizzazione greca, nella forma del “giardino” mediterraneo. [ Tavola di Alesa: pianta che mostra appezzamenti irregolari divisi da muriccioli, fossati, ruscelletti. Si tratta di un paesaggio ad appezzamenti irregolari chiusi, ben delineati per proteggerli dalle greggi e dai furti campestri ].

Il sinecismo etrusco, l’invasione gallica e il paesaggio della piantata nell’Italia centro-nord.

Lo schema geometrico del paesaggio si ritrova anche nel sinecismo etrusco, come nel caso di Marzabotto. Nell’elaborazione del paesaggio agrario centro- settentironale, già in età etrusca cominciava ad assumere rilievo particolare un elemento paesaggistico particolare, ossia l’allevamento della vite (assente nell’ambito della colonizzazione greca), con rigoglio di tralci alti rispetto al terreno; nell’ambito della colonizzazione greca, alcune colture specializzate, determinarono invece un paesaggio diverso, con viti ad alberello basso inserite nel paesaggio del giardino mediterraneo. Non sappiamo se prima della colonizzazione etrusca gli indigeni già praticassero questo sistema di

allevamento della vite; sicuramente, essi raccoglievano i frutti della vite selvatica (la lambrusca! Esempio di continuità linguistica con il nostro tempo) che si intrecciava nelle chiome degli altri alberi (promiscuità anche della cultura in questi territori). Per quanto riguarda le tecniche dell’allevamento della vite, la nomenclatura relativa ai sistemi a tralcio lungo, forse relativa ad età anteriore a quella della colonizzazione etrusca, fu mediata dall’etrusco e dal gallico, a formare parole attestate anche da autori latini, che tutt’oggi trovano delle analogie nelle lingue romanze di quelle aree. Anche ai tempi di Pirro, il sistema di allevamento della vite a tralci lunghi si trovava diffuso in territori, appunto, precedentemente soggetti ad influenze culturali etrusche (p.e. Ariccia). In età romana, la piantagione di viti, che si chiamava rumpotinetum nell’ambito della nomenclatura tecnica locale, prese ad essere definita arbusto gallico, ossia piantato secondo l’uso gallico, perché in quei luoghi i Galli erano subentrati agli Etruschi, quando già il paesaggio agrario aveva acquisito una sua forma peculiare (sempre in riferimento alle viti). Oltre ad essere una tradizione culturale etrusca (lo testimonia il fatto che nell’Italia settentrionale, nelle zone che subivano l’influenza della greca Marsiglia, comunque il sistema prevalente dell’allevamento della vite rimaneva quello greco), il sistema dell’arbustum dipendeva anche da questioni climatiche: i Romani, dopo aver conquistato la Cisalpina, dovettero adottare questo sistema perché il metodo greco della vite bassa non poteva essere applicato su terreni bassi ed umidi. [ Fregio della casa dei Vettii: allevamento della vite a tralcio lungo in una notevole varietà di tipi, già dall’età romana ].

Il piano paesaggistico della conquista romana.

Con il piano geometrico dei lotti per il sistema del maggese, con i poligoni irregolari del giardino mediterraneo e con la squadratura dei filari di viti nell’Italia centro-settentrionale, greci ed etruschi elaborarono i più antichi elementi di paesaggio agrario italiano. Solo la conquista e la colonizzazione romana, però, ha davvero dato alla forma di questi paesaggi una validità universale, con il trionfo del maggese, affidata proprio all’universalità della conquista romana. La forma, intesa come mappa catastale nella quale si concretizza il piano di colonizzazione sistematica, data al paesaggio agrario diventa addirittura simbolo della condizione giuridica delle popolazioni sottomesse. Tale forma universale fu imposta dalla misurazione e divisione del suolo agrario (limitatio) che si impose nel paesaggio tracciando due linee fondamentali (decumano e cardo, e-o e n-s) e di altre parallele ad esse, per determinare un reticolo quadrettato regolare del suolo agrario, spesso nella forma di centuriae (quadrati di 710 m di lato). [ Centuratio di Minturno e Suessa: non tutto il territorio veniva diviso e assegnato, perché una parte anche ampia restava adibita all’uso comune del pascolo, del legnatico ecc. ].

Strada e acquedotto nel paesaggio agrario romano.

Un rilievo nuovo assunsero nel reticolato della limitatio romana due elementi che ne sottolineano la differenza rispetto alla divisione greca o etrusca: il decumano e il cardo, come le linee minori, non erano linee ideali, ma tracciati veri e propri che stabilivano rigorosamente il confine dei lotti e, allo stesso tempo, i percorsi di viabilità pubblica e privata. Questi percorsi si inserirono nella rete stradale imperiale di Roma, divenendo anche vie di diffusione del suo

paesaggio agrario. Solo dopo le guerre sannitiche e nel corso delle guerre puniche (IV-II secolo), l’economia della piantagione assunse importanza crescente, finendo poi ovviamente per incidere sulle forme del paesaggio agrario in maniera incredibile, tanto che nel II secolo Catone considerava il vigneto in testa a tutte le altre colture in una graduatoria, e sia i vigneti che gli uliveti divennero vere e proprie piantagioni che impiegavano una crescente manodopera servile (appunto le guerre). Di conseguenza, le vecchie forme di piccola proprietà e piccolo possesso iniziarono a decadere, mentre la villa rustica, con il suo enorme gruppo di schiavi agricoli e con la sua divisione in unità abitativa e unità produttiva prese piede. [ Villa romana e piantagioni in un mosaico: la villa con annessa piantagione, con le colture arboree ed arbustive più ricche disposte in bell’ordine attorno all’edificio centrale ].

Il bel paesaggio della villa urbana.

Nella prima metà del II secolo, il senso del paesaggio agrario e delle sue forme appaiono ancora estranei agli occhi dei romani, come si legge nel De Agricultura di Catone. Ci troviamo in un’epoca di transizione, nella quale le classi dominanti sono ancora impegnate a fondare il loro potere politico e militare; già in Varrone, invece, e nel suo De re rustica, nel 37 a.C., la coscienza di una specifica forma del paesaggio condizionata dalla coltura è ben presente. Varrone sentiva l’esigenza di un paesaggio agrario che non mirasse solo all’utilitas, ma anche ad esigenze estetiche e di diletto, mentre per le forme si cominciava a parlare di arborum et vinaerum ratio (colture arboree ed arbustive, insomma). Dunque razionalità, utilità ed estetica: il “bel paesaggio” era diventato evidentemente un valore venale. Su questa evoluzione dei gusti influì la nuova cultura ellenistica delle classi dominanti, e rispose ad uno sviluppo urbanistico che porta a ricercare nel paesaggio rurale una alternativa alla tensione crescente della vita cittadina. Così, se nelle piantagioni le forme geometriche regolari sono condizionate da esigenze produttive, nel giardino e nella villa, la villa urbana, il bel paesaggio aveva assunto un proprio valore indipendente. [ Villa romana e piantagioni in un mosaico: l’ordine delle piantagioni è kosmos, un ordine in cui il paesaggio è bello oltre che razionale e utile - Dipinto Casa del Centenario, Pompei: concepito secondo il gusto del paesaggio pittorico, con una villa nella quale c’è un distacco dalle esigenze produttive. Orazio si lamentava che proprio regiae moles come queste non lasciassero terra libera all’aratro, e che in esse piante ornamentali prendessero il posto dell’olmo, che invece gli antenati maritavano alla vite ].

Il paesaggio silvo-pastorale del saltus.

Il paesaggio della villa urbana non è considerabile come il prodotto di un generale slancio delle forze produttive sociali, ma resta comunque il prodotto di una concentrazione enorme di ricchezza nelle mani di gruppi privilegiati. Gli investimenti che vennero fatti in tutta la penisola per la realizzazione di villae finirono per concentrare su questo particolare paesaggio risorse sempre più cospicue, tolte da altri settori del paesaggio agrario italiano, i quali rimasero ridotti a forme più scarne come, ad esempio, quelli relativi alle esigenze di una economia pastorale. L’economia pastorale era fondata sull’usurpazione delle terre pubbliche e su un cospicuo impiego di manodopera servile, ed ebbe anch’esa una parte decisiva nella concentrazione delle ricchezze e nella

formazione dei grandi patrimoni delle nuove classi dominanti. Così, sul finire dell’età repubblicana, la nuova prevalenza dell’economia pastorale (a causa dei notevoli territori sottoposti al dominio di Roma?) corrispose ad una decadenza della cultura granaria in molte parti dell’Italia, che determinò una notevole espansione del paesaggio del saltus, quello che Elio Gallo definiva paesaggio informe in cui erano selve e pascoli_. [mosaico della Villa Adriana: paesaggio pittorico con toni idillici, anche se contenuti, che smorza i lineamenti più duri del paesaggio del saltus]._

Il sistema a campi ed erba e la degradazione del paesaggio agrario nel basso impero.

Non si può sempre dire che in età imperiare al diffondersi del paesaggio del saltus corrispose una degradazione o una disgregazione del paesaggio agrario; nel caso dell’appennino ligure-emiliano, ad esempio, la tavola di Velleia con gli alimenta (prestito ipotecario concesso ai proprietari terrieri, i cui interessi erano devoluti al mantenimento di fanciulli indigenti, con l'intento duplice di incrementare le attività agrarie e sostenere le famiglie povere per contrastare lo spopolamento delle campagne) mostra che, ai tempi di Traiano, i saltus si erano estesi a spese di un paesaggio semi-naturale. Tuttavia nei secoli del basso impero, il paesaggio del saltus mise realmente in moto agenti di degradazione e disgregazione del paesaggio agrario già formato; il termine saltus, infatti, divenne sinonimo di grande proprietà signorile o imperiale, e la degradazione che esso portò si espresse soprattutto nella restrizione delle terre a coltura, mentre crescevano le terre a pascolo o incolte. Nei secoli suddetti, però, ancora non si era verificato il predominio dell’economia pastorale su quella cerealicola, cosa che accadrà ai tempi delle “invasioni”; eppure, il rapporto tra terra a coltura e terra a pascolo iniziò già a diventare difficile. La crisi della manodopera servile, con la conseguenza del prolungamento del riposo pascolativi, portò alla degradazione anche del sistema dell’alternanza biennale maggese-grano, per cui, sulle terre del saltus, iniziò ad essere utilizzato un sistema a campi ed erba, non certo quello dell’Italia dell’abbandono delle terre non più vergini che venivano ripopolate da vegetazione spontanea, ma che prevedeva, comunque, dopo un anno di coltivazione a maggese ed uno di coltivazione cerealicola, più anni di riposo a pascolo. Nel saltus signorile o imperiale, con la preminenza assunta dalle attività di allevamento, con il riconoscimento dello ius pascendi e dello ius serendi dei coloni su tutte le terre del saltus (ormai una esigenza produttiva) si ebbe il passaggio da un paesaggio di campi chiusi ad un paesaggio di campi aperti, dopo il raccolto, appunto, al pascolo promiscuo delle greggi. [ mosaico della basilica di S. Maria Maggiore: paesaggio pastorale in contrasto con quello precedente – cambiamento di stile che riflette non solo influenze di tipo culturale, ma anche una novità nell’elaborazione del paesaggio agrario ].

Invasioni barbariche e ruderi nel paesaggio agrario italiano.

Dal sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico (410) fino alle invasioni degli Ungari e dei Saraceni (IX-X sec.), gli agenti di degradazione e disgregazione del paesaggio agrario italiano si ampliarono notevolmente in tutta la penisola. Le forme dell’invasione e le relative devastazioni sono di vario genere: dalle scorrerie incredibilmente distruttive alle vere e proprie migrazioni (Longobardi),

L’ALTO MEDIOEVO E L’ETA’ FEUDALE.

La disgregazione del paesaggio agrario e il paesaggio pittorico dell’Italia bizantina.

Spesso l’interesse per il paesaggio pittorico sorge e decade in stretta associazione con l’interesse che una società manifesta con le forme che imprime nel paesaggio naturale, nel corso delle sue attività agricole. Non meraviglia che la società, che imprime nel paesaggio forme adeguate ai suoi fini produttivi, sappia anche comporre e dominare le linee di un paesaggio pittorico in una coerente unità di forme, che decade e si disgrega dove le forze produttive della società stessa non bastano ad imprimere il proprio rigore al paesaggio agrario. Nell’Italia bizantina il nesso tra paesaggio reale e paesaggio pittorico si manifestò con particolare evidenza: come nel paesaggio reale iniziò a cancellarsi, con la prevalenza quasi esclusiva del paesaggio pastorale, quel sistema regolare di reticoli, con la disgregazione dell’unità formale del paesaggio agrario ben delimitato e costituito, così nel paesaggio pittorico l’unità compositiva si disgregò, così che i motivi paesaggistici, di cui si persero riferimenti reali, divennero motivi decorativi e ornamentali. Così le immagini di rocce, piante, animali, si stilizzarono, esattamente come gli ordinamenti sociali e giuridici di queste epoche, che assopirono ogni slancio delle società urbane e agricole ormai degradate. [mosaico absidale di S. Apollinare in Classe, VI secolo].

Castra, curtes, massae, centri di riorganizzazione del paesaggio agrario dell’Italia longobarda e bizantina.

Con le invasioni, i tramiti economici e politici che avevano assicurato l’irradiazione degli antichi centri di organizzazione di quel paesaggio – civitates e villae – vennero allentati o recisi; nelle città si verificò una vera e propria asfissia economica e amministrativa, in seguito alla perdita dell’egemonia sul territorio circostante. Gregorio Magno, nella fine del VI secolo, parlava di città distrutte, castelli diroccati, e campagne deserte di coltivatori. Ovviamente in condizioni simili la vita cittadina decadde, e la città perse la capacità di organizzare e dominare il paesaggio agrario circostante, ormai disgregato; solo dalle villae, che già in età imperiale erano divenute i veri centri economici e amministrativi del territorio, partirono nuove forme di organizzazione dell’economia e dell’amministrazione delle campagne. Dopo una prima distruzione, infatti, l’impulso delle esigenze delle attività produttive presero il sopravvento, con un nuovo signore barbaro in esse insediatosi che elaborava nuove forme di rendita, applicabili solo al latifondo. Le villae si fortificarono per difesa e offesa, e divennero i centri dell’istaurazione di una signoria territoriale. I progressi di questa nuova forma di signoria territoriale furono maggiori al nord, ma le curtes, le massae o le domuscultae, come si chiamarono queste forme di controllo in tutta Italia, per quanto diversa potesse essere la loro struttura e funzione, si differenziarono tutte dall’antica villa romana per la varietà di rapporti giuridici, economici, politici, religiosi e militari che in esse si intrecciarono. Non erano, insomma, microrganismi chiusi. In questo paesaggio disgregato, un primo elemento di unità fu introdotto dalla necessità comune della difesa: a partire dal VI secolo vennero sorgendo in tutta Italia castra fortificati in difesa delle curtes, delle massae, delle domuscultae, assumendo

anche il ruolo di centro delle stesse. [mosaico della moschea di Damasco – paradeisos con castrum]

Il paesaggio della selva selvaggia e della caccia nell’Alto Medioevo.

Proprio l’edificazione di castra a difesa delle domuscultae e delle massae assicurò alle popolazioni delle campagne possibilità di difesa e di attivazione dei centri di riorganizzazione di quella società disgregata. Non mancarono risultati parziali, in cui ad esempio si acquisirono terreni grazie alla bonifica o al dissodamento di tratti di bosco, ma una nuova invasione e le condizioni precarie dell’economia e della società portarono al riabbandono delle terre a coltura al bosco o alle paludi, come si legge nei codici diplomatici, in cui figurano territori incolti, boschivi e acquitrinosi per estensioni incredibili. Insieme al paesaggio pastorale aperto, dunque, quello che emerge in questo momento, fino all’età comunale, è un paesaggio di boschi e foreste, sede nei punti meno intricati di attività pastorali e del grande allevamento libero dei suini, che acquisisce gran rilievo per le risorse alimentari che riesce ad offrire alle popolazioni. Queste attività pastorali non incideranno però particolarmente sul paesaggio forestale, se non per una parte di esso limitata: il paesaggio forestale, infatti, rimarrà dominato, nel suo complesso, dalla selva oscura e impervia, colma di minacce ed insidie (p.e. i pilastri della terra!), sia naturali che umane, in quanto ripari di predoni e ladri. Solo nei settori meno impervi delle foreste gli uomini si cimenteranno nelle attività di caccia, non più solo attività di svago delle classi dominanti, ma anche attività produttiva fondamentale. [Bassorilievo del duomo di Civita castellana con scena di caccia al cinghiale, con forme arboree significative dell’ombra della foresta intricata].

La cultura dei cereali inferiori e il paesaggio agrario medievale dei campi aperti.

Per tutto l’alto medioevo e oltre, come abbiamo visto, il paesaggio agrario italiano resta dominato da attività di tipo silvopastorale; anche nel caso di fondi rustici privati ridotti a cultura, essi vengono descritti sempre con la formula “cum culti et incultis”: in pratica, anche di questi fondi a cultura isolati, i terreni incolti costituiscono la maggior parte. In queste condizioni, il processo di rielaborazione agrario fu lento ed incerto, dal momento che, in ogni caso, a predominare erano i sistemi agrari del debbio (incendio della vegetazione) e dei campi ed erba o di un maggese degradato da diversi anni di riposo del terreno per il pascolo. In questi sistemi agrari il ricorso alla coltura dei cereali inferiori (miglio, segale, orzo) si impose. Rimane ancora la generale preminenza del regime dei campi aperti, così che anche sulle rare terre a coltura, effettuato il raccolto, si esercitava lo ius pascendi. [ Miniatura di un codice manoscritto del theatrum sanitatis, in cui si evidenzia che l’assenza di chiusure o difese dei campi a coltura lasciano le colture stesse esposte ai danni del bestiame brado e del nemico numero uno delle colture cerealicole medievali: il cinghiale ].

Il borgo inerpicato nel paesaggio pastorale-agricolo del medioevo italiano.

estensione. [ Pianta cinquecentesca di Bologna con campi chiusi entro la cerchia delle mura ].

Il paesaggio agrario medievale dei campi chiusi: il vigneto basso.

Pur nella degradazione generale dell’agricoltura e nella disgregazione del paesaggio agrario organizzato, la coltura della vite non scomparve mai del tutto. Certo, non si può parlare, per il medioevo, di una agricoltura vera e propria di piantagione, ma si trattava di appezzamenti poco estesi che, per necessità dovute al fatto che lo ius pascendi portava gli armenti a scorazzare liberi per i territori, dovevano necessariamente essere appezzamenti chiusi, recintatii e sfruttati al massimo con filari di vite ravvicinati e, pertanto, bassi. Questo fu il metodo di allevamento prevalente della vite nell’alto medioevo, come testimoniano fonti letterarie, archivistiche ed iconografiche, di contro a quello dell’arboretum conosciuto per l’Italia centro-settentrionale di età romana (su modello del metodo etrusco). Il paesaggio del vigneto dell’Alto medioevo, dunque, si avvicinava molto a quello del giardino mediterraneo. [ Illustrazione del Martirologio di Adone, XII secolo, con vite allevata bassa ].

Il paesaggio agrario medievale dei campi chiusi: gli orti.

Il paesaggio agrario medievale dei campi chiusi, oltre che nei vigneti, si può rintracciare negli orti, confinati per lo più nella cinta delle città, delle curtes o dei borghi. Gli orti dovevano fornire, in questo periodo storico, risorse alimentari ed erbe necessarie alla medicina del tempo (theatrum sanitatis: breviario di medicina medievale). Il paesaggio dell’orto medievale, nella miniatura di riferimento ( Theatrum sanitatis: hortus conclusus ), appare animato da una scena di raccolta degli spinaci, la cui coltura divenne diffusa in Italia dopo l’inizio dei contatti con il mondo arabo; particolare rilievo, in questa miniatura, è dato al cancello di chiusura, importante nell’ambito del paesaggio a campi chiusi.

L’invasione araba e il paesaggio medievale del giardino mediterraneo.

L’invasione araba, che sommerse la Sicilia tra VIII e IX secolo, travolse il dominio bizantino sull’isola e giunse anche nell’Italia continentale. Tale invasione determinò un notevole sviluppo dell’agricoltura italiana, imprimendo forme durature nel paesaggio agrario; proprio alla spinta araba il Mezzogiorno e la Sicilia dovranno gran parte della preminenza agricola che conserveranno fino al XIV-XVI secolo, soprattutto per quanto riguarda le essenze orticole. Per quanto riguarda le forme del paesaggio, l’apporto più durevole degli Arabi è costituito dalla diffusione della sericoltura (coltura della seta) e dall’introduzione della cultura degli agrumi. La diffusione della cultura del gelso (le foglie dei gelsi sono in pratica il nutrimento dei bachi da seta), poi, apporterà notevoli cambiamenti nel paesaggio agrario italiano solo a partire dal XVI secolo, quando il centro della sericoltura si trasferirà al centro-nord. Per ora, la coltura degli agrumi sarà quella che inciderà maggiormente sul paesaggio agricolo del sud e della Sicilia, con le opere di sistemazione, di irrigazione, di difesa. [ Miniatura del theatrum sanitatis con albero di agrumi ].

Il castello nel paesaggio agrario dell’Italia feudale.

Tra VIII e X secolo, i processi di disgregazione del paesaggio agrario e di separazione della città dalla campagna culminarono; già nell’VIII secolo la maggior parte delle città italiane erano andate in rovina senza più essere riparate, e la moltiplicazione dei castra e dei borghi fortificati allentò sempre di più i rapporti fra campagne e città che assunsero, a partire dal IX secolo, quasi tutte aspetto rurale. Le nuove incursioni di Ungari e Saraceni nel IX e X secolo fecero precipitare questi processi, mentre la conquista carolingia creò le condizioni per una elaborazione più completa del sistema politico feudale. Base dell’obbligo militare, con i Carolingi, fu il possesso fondiario, e i funzionari regi, i conti e i marchesi franchi si occuparono di condurre al luogo assegnato gli uomini d’arme di un distretto, del quale avevano giurisdizione. La concessione delle terre regie in beneficio a costoro li rese indipendenti dal potere regio stesso, a cui essi rimanevano vincolati come vassalli, anche perché si diffuse notevolmente l’immunità, ossia l’esenzione di un territorio dal potere centrale, offerta sia a conti e marchesi ma anche ad abbazie e chiese vescovili. I feudi iniziarono a configurarsi in questo modo, e divennero luoghi in cui si mescolava la proprietà privata con la sovranità pubblica. Quando, con il capitolare dell’ Carlo il Calvo riconobbe l’ereditarietà dei feudi maggiori, l’edificio politico del feudalesimo fu compiuto. Nell’econpomia feudale, i produttori diretti dei feudi, che non erano di piena proprietà del signore, erano anche possessori di un appezzamento da loro coltivato con i propri mezzi, con il dovere di corrispondere al proprietario una rendita in lavoro, natura o denaro. Gli elementi giuridici e politici degli istituti feudali ebbero anche conseguenze storiche importanti: la concessione dell’immunità alle sedi vescovili, per esempio, sottrasse sempre di più le città al controllo dei conti: fu un passo importante nella strada dell’isolamento della città dalla campagna; quando anche il contado, ossia i luoghi di giurisdizione dei conti, iniziarono a frammentarsi in signorie indipendenti, l’anarchia feudale che ne conseguì fece del castello la forma che avrebbe dominato il paesaggio delle campagne di tutta Italia. La campagna, ormai accentrata al castello, affermò sulla città decaduta e retta da un potere vescovile incerto la sua decisiva prevalenza politica. [ Storia del Beato Agostino di Simone Martini – castello feudale; la nobiltà feudale ebbe una parte decisiva nella fase di rinascita comunale delle città; nel dipinto, il castello appare in uno spazio ormai lontano ed astratto ]. La ripresa delle piantagioni nel paesaggio agrario dell’Italia feudale.

A partire dall’XI secolo in molte parti dell’Italia iniziò a mostrarsi un nuovo fervore di opere agricole: al riparo dei castelli feudali e in signorie terriere organizzate e consolidate, si aprirono nuove prospettive per un’agricoltura meno precaria. I feudatari laici concessero molto a chi si rivolgeva a loro e poteva costituire fedeli armati nella lotta con le signorie vicine, mentre abbazie e chiese, per valorizzare gli enormi possedimenti di terre incolte, impegnavano servi e conversi in opere di dissodamento e bonifica, moltiplicando anche le concessioni a terzi; le popolazioni non furono più decimate dalle incursioni, e iniziarono a premere per una ripresa produttiva. Anche le iniziative individuali cominciarono a mostrarsi soprattutto in riferimento alle piantagioni arboree e arbustive su terre già a coltura, o nel dissodamento delle terre in pendio, mostrando la propria preferenza per colture diverse dalla vite, meno esposte ai danni del bestiame e ai furti nei campi aperti. Questo è il periodo in cui anche attorno alle città cominciano ad allargarsi le piantagioni di viti, di ulivi, di

adesso si ripopolarono di presenze di pastori e greggi, che ripresero l’uso delle antiche vie della transumanza. [ Dipinto di scuola pisana del XIII secolo – in un paesaggio montano i pastori spingono il gregge ].

L’ETA’ DEI COMUNI.

Rocche feudali e ville nel paesaggio della prima età comunale.

I nuovi elementi paesaggistici della società comunale si mescolano già in questa prima fase con quelli della società feudale (contrasto tra cittadella e castelli in un sonetto del XIII secolo). Dall’XI al XIV secolo, mentre si riaffermava con la rinascita comunale la prominenza della città sulla campagna, l’importanza della piccola nobiltà venne crescendo. Questa piccola aristocrazia rurale cominciò ad avvicinarsi, nel modo di vita e negli interessi economici e politici, al “popolo grasso” delle città, che già allargava il proprio dominio nel contado, piuttosto che rispetto ai feudatari, arroccati nei loro lontani castelli. Sin dall’età carolingia, le proprietà terriere signorili iniziarono ad essere divise in unità dette mansi, adeguate alla capacità lavorativa di una famiglia colonica e di una coppia di buoi all’aratro, piuttosto che in unità condotte in economia diretta dal signore. L’unità produttiva della grande signoria terriera iniziò così a spezzettarsi, portando con sé la sua decadenza politica. Questo comporterà anche una maggior presa di coraggio da parte dei servi che si affrancheranno collettivamente dal controllo feudale, elemento di cui si servirono i comuni nella loro espansione politica nei territori del contado. Le unità frammentate delle terre feudali inizieranno ad essere acquisite dalle nuovi classi dominanti cittadine. Fu una fase di transizione che ancora non mostrava quale potesse essere l’esito finale di queste lotte: proprio per questo, il compromesso tra le città e i castelli dell’aristocrazia rurale medio-piccola è proprio quello che sembra dominare il paesaggio agrario della prima fase comunale, così come ne dominò la politica.

Dissodamenti individuali, piantagioni e sistemazioni nel paesaggio agrario della prima età comunale.

Nella metà del XIII secolo l’elaborazione di un nuovo paesaggio agrario si andò compiendo soprattutto grazie alle iniziative di tipo individuale. La crescita della densità della popolazione ebbe, in tutto questo, sicuramente importanza notevole; questa crescita demografica fu, per così dire, un elemento del generale slancio delle forze produttive sociali, che si manifestavano in nuove tecniche e nuove esperienze di lavoro. Questi sforzi individuali poterono esercitarsi su un terreno che già i lavori dei secoli precedenti avevano dissodato (in senso letterale e figurato): era più facile, infatti, che il singolo colono potesse procedere alle colture anche più complesse di tipo arboreo e arbustivo, la cui estensione diverrà uno dei tratti più caratteristici del paesaggio agrario dell’età dei Comuni. Opere di sistemazione del suolo agrario (prima collettive da parte dei circestensi, poi anche individuali da parte del singolo proprietario) e piantagioni arboree ed arbustive diverranno due degli agenti principali per mezzo dei quali l’individualità inciderà maggiormente sulle forme del paesaggio agrario. [ Dipinto di Duccio: gli alberi appaiono come reali alberi e non si confondono più con gli arbusti selvatici, in quanto appaiono regolarmente potati e sistemati con ordine – l’evoluzione pittorica che mostra Duccio rispetto al mosaico di S. Marco non riguarda soltanto stili e forme del paesaggio pittorico, ma anche la mentalità stessa che è mutata ].

Le sistemazioni di pianura e la piantata di alberi vitati.

Nel particolare del dipinto preso in considerazione da Sereni si rileva come l’iniziativa dei singoli, moltiplicata dalla sicurezza che offre loro il Buon Governo del Comune, ormai abbia impresso nel paesaggio collinare dominato dalla città nuove forme regolari, non quelle della centuriazione o quelle individuate per Villafranca Veneta, preordinate da una iniziativa pubblica. È per iniziativa privata, bisogna ripeterlo, che si moltiplicano i dissodamenti e si sono allineati i filari delle vigne. Complessivamente, però, l’organizzazione del paesaggio agrario resta comunque basata sulla casualità degli interventi individuali (non esiste un piano rigoroso che interessa tutto il territorio). Eppure Sereni rileva che difficilmente al tempo di Lorenzetti ci potesse essere, nel paesaggio reale, un insieme di filari di vigne disposti trasversalmente alle linee massime di pendio; in realtà, l’analisi dei documenti archivistici del tempo mostra che fino ad età più tarda prevalesse la piantagione a ritocchino, ossia quella che seguiva le linee del massimo pendio, favorendo così l’erosione del suolo agrario ad opera delle acque di scorrimento.

Il paesaggio del contado.

Le forme definite dall’iniziativa individuale dei dissodamenti del paesaggio agrario non si allargarono oltre i limiti del suburbio; in un altro particolare del dipinto del Lorenzetti, infatti, mostra che già ai piedi del colle sul quale è la città le forme ben definite del paesaggio vanno sfumando, e alle colture arboree ed arbustive in un appezzamento chiuso e di forma irregolare subentrano campi informi da semina, chiusi solo da una bassa siepe, e solo lo sguardo vigile di un pastore potrà impedire forse al gregge di non superare questo ostacolo minimo ed invadere i campi. Eppure anche in questo paesaggio informe del contado appaiono i segni dei nuovi tempi: la fattoria, che segna la presenza dei coloni, una casa ai piedi della collina, che segnala l’acquisizione di maggiore sicurezza pubblica. Sappiamo anche altro per questo periodo: l’uso dei mulini ad acqua, ad esempio, noti sin dalla prima fase imperiale, raggiungono importanza decisiva proprio in questo periodo storico per la macinazione del grano, resa ancor più valida dalle tecniche di trazione animale che rendono più economico lo sfruttamento dell’energia idraulica. Anche il paesaggio del contado comincia a formarsi grazie a questo nuovo sviluppo delle forze produttive, sebbene appaiano più sfumate man mano che ci si allontana dalle immediate vicinanze della città.

Il paesaggio pastorale nell’età dei comuni.

Le influenze che si irradiavano dalla città raggiunsero anche il paesaggio pastorale, e si riflessero anche nel paesaggio pittorico, con nuovi contenuti e forme, come si può vedere in un dipinto di Andrea di Bartolo con S. Gioacchino e i pastori, nel quale le forme del paesaggio appaiono più implicite rispetto a quelle che compaiono nel giottesco S. Gioacchino della cappella Scrovegni. In ogni caso ciò che accomuna la rappresentazione di questi paesaggi pittorici di età comunale è che il paesaggio acquista un suo rilievo autonomo e una sua unità, sulle cui forme e sul cui contenuto si riflette l’irradiazione civile ed organizzatrice della città. Siamo ormai ad un passo dal Rinascimento, e i pastori del dipinto appaiono trasfigurati in un idillio, ma sono anche i più vicini alla città, sono pastori diversi da quelli del basso impero e dell’età feudale, non sono più pastori che si dedicavano all’allevamento allo stato brado, non sono

pastori “inselvatichiti”, ma sono piuttosto pastori da piccolo e medio allevamento domestico, e i contatti con il mondo civile vengono mantenuti. Anche nell’Italia comunale, però, il paesaggio pastorale “ingentilito” conserva la sua prevalenza sul paesaggio agrario, anche perché ancora su gran parte dei campi si esercita lo ius pascendi. Inoltre, molte zone dell’Italia e delle Isole rimasero estranei alle irradiazioni della rinascita comunale, oppure videro stroncare sul nascere tali impulsi, e mostrarono ancora forme di un paesaggio pastorale vicino a quello d’età feudale.

Il paesaggio dei boschi e delle cacce.

Il processo di disboscamento dei secoli XI-XII continua anche nei due secoli seguenti, senza avere più l’aspetto di un moto generale; in alcune città, come Venezia e Siena, inizia a porsi il problema dello sviluppo di una politica di difesa forestale per difendere i boschi dalla degradazione, mentre l’iniziativa privata continua a procedere in disboscamenti attorno ai centri di attività marinare, edilizie, manifatturiere ecc. Ovviamente, il disboscamento, con l’esaurimento del patrimonio forestale locale, determina il degradamento delle pendici collinari e un disordine idraulico a valle. Nell’età comunale più avanzata, dunque, il disboscamento sembra concentrarsi nelle vicinanze dei centri cittadini, mentre più distanti cominciano ad allargarsi selve, sicuramente non altrettanto selvagge dell’età precedenti, pur rimanendo spesso ancora rifugi di animali selvatici, come dei lupi, menzionati spesso nelle fonti archivistiche del tempo. Nei boschi abbonda selvaggina, e così anche in questa età la caccia resta una risorsa importantissima per l’alimentazione carnea delle popolazioni, anche se riprende ad assumere soprattutto l’aspetto di passatempo per i ceti abbienti. [ Miniatura del theatrum sanitatis: la selva appare già meno intricata e in qualche modo “civilizzata” dalla vicinanza delle città che hanno aperto strade e radure al suo interno ].

La ripresa della cultura granaria e il paesaggio dei campi chiusi dall’età comunale al rinascimento.

Oltre allo sviluppo delle piantagioni arboree ed arbustive e al diffondersi delle prime sistemazioni estensive in pianura e collina, si ebbe, in età tardo- comunale, anche la ripresa della coltivazione a maggese e il rinnovo dell’importanza della coltura del frumento, al posto di quella dei cereali inferiori. Questi due fenomeni sono da mettere in connessione tra loro. A partire dal 200, inoltre, il consumo del frumento viene riprendendo un netto sopravvento su quello dei cereali inferiori anche nell’Italia centro-nord, dove si era fortemente concentrato nell’alto medioevo; nelle popolazioni rurali, però, proprio il consumo dei cereali inferiori mantiene il sopravvento. I dubbi esistenti a proposito del sistema di coltivazione a campi e ad erba sono già mostrati nell’opera di Pietro de’ Crescenzi, il quale si pronuncia a favore del maggese integrato dalla concimazione tramite letame. Tutti i documenti che possediamo riportano che, nonostante la ripresa del maggese e le sistemazioni di pianura e di collina, il rendimento per la produzione dei cereali resta limitato, pur se la situazione appare in via di miglioramento. Il limite decisivo ad un aumento immediato dei rendimenti è costituito dalla scarsissima diffusione di una rotazione agraria in cui abbiano parte le foraggere, e dunque dalla scarsità conseguente di letame; questo problema, del resto, tendeva ad aggravarsi