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EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM, 47 (SENECA LUCILIO SUO SALUTEM), Temi di Latino

analisi dell'epistola 47 di Seneca in cui il filosofo tratta il tema della schiavitù

Tipologia: Temi

2020/2021

Caricato il 02/01/2021

dimarco.ale8
dimarco.ale8 🇮🇹

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INFINITIVA
RELATIVA
INTERROGATIVA INDIRETTA
CONSECUTIVA
FINALE
PROTASI
CASUALE
PARTICIPIO PRESENTE
PARTICIPIO PASSATO
COMPLETIVA (oggettiva)
TECNICA ARGOMENTATIVA
-connettivi fanno avanzare il ragionamento (non est quod)
-exempla
-la presenza di un interlocutore interno che sta per l’opinione comune
-frasi brevi
- riferimenti ad un “tu”, imperativi
-stile asiano (pathos, arena sine calce: senza congiunzioni, senza logica; Seneca
dà i singoli concetti e il lettore deve pensare alle connessioni)
Vita di Seneca, lettera ad Lucilium, contesto storico, scheda schiavitù a Roma
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INFINITIVA

RELATIVA

INTERROGATIVA INDIRETTA

CONSECUTIVA

FINALE

PROTASI

CASUALE

PARTICIPIO PRESENTE

PARTICIPIO PASSATO

COMPLETIVA (oggettiva) TECNICA ARGOMENTATIVA -connettivi fanno avanzare il ragionamento (non est quod) -exempla -la presenza di un interlocutore interno che sta per l’opinione comune -frasi brevi

  • riferimenti ad un “tu”, imperativi -stile asiano (pathos, arena sine calce: senza congiunzioni, senza logica; Seneca dà i singoli concetti e il lettore deve pensare alle connessioni) Vita di Seneca, lettera ad Lucilium, contesto storico, scheda schiavitù a Roma

EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM, 47 ( SENECA LUCILIO SUO SALUTEM)

[1]

Libenter ex iis qui a te veniunt cognovi familiariter te cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. 'Servi sunt.' Immo homines. 'Servi sunt.' Immo contubernales. 'Servi sunt.' Immo humiles amici. 'Servi sunt.' Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae. Con piacere ho saputo da coloro che vengono da te che tu vivi familiarmente con i tuoi schiavi: questo si addice alla tua saggezza, questo alla tua educazione. "Sono schiavi." Anzi, uomini. "Sono schiavi". Anzi, compagni di vita. "Sono schiavi." Anzi, umili amici. "Sono schiavi." Anzi, compagni di schiavitù, se terrai presente che altrettanto è concesso alla sorte nei confronti di entrambi. r.1 cognovi : verbo risultativo (azione avvenuta nel passato che ha conseguenze sul presente: le persone che erano a casa tua, ora non ci sono), al perfetto “ho appreso” o anche so r.1 a te : complemento di moto a luogor.3 Fortunae : genitivo partitivo in dipendenza da un aggettivo/pronome indefinito neutro ( tantusdem ) r.2-3 Il climax di Seneca decade con conservi perché secondo questa affermazione, si è tutti uguali, padroni e servi r.3 mici: impatto paradossale perché gli schiavi sono oggetti. Paradosso: tecnica stoica per cui un’affermazione senza senso, oltre l’opinione comune, apparentemente strana che alla fine della dimostrazione si dimostra vera. r.4 tantundem è l’indefinito che concorda con fotunae ed è il soggetto di licere “servi sunt”: qui come nel resto dell’epistola le espressioni che compaiono tra virgolette sono attribuite ad un ipotetico interlocutore che probabilmente è il portavoce dell’opinione comune sul rapporto tra servi e padroni:” Ma sono solo degli schiavi” Immo homines: in parallelo con l’anafora di servi sunt ricorre, a introdurre le repliche di Seneca, l’anafora di immo, congiunzione con valore correttivo (lett.

Itaque rideo istos qui turpe existimant cum servo suo cenare: quare, nisi quia su perbissima consuetudo cenanti domino stantium servorum turbam circumdedit ? Est ille plus quam capit, et ingenti aviditate onerat distentum ventrem ac desue tum iam ventris officio, ut maiore operā omnia egerat quam ingessit. Quindi rido di costoro che ritengono disdicevole cenare col proprio schiavo: per quale motivo, se non perché una superbissima consuetudine ha collocato una folla di schiavi che stanno in piedi attorno al padrone che cena? Quello mangia più di quanto contiene e con smodata avidità carica il ventre teso e ormai disabituato al ruolo di ventre, per emettere tutto con maggior fatica di quando ha ingerito. r.1 rideo l’argomentazione è andata avanti r.1 il verbo di nisi è omesso. Ellissi: omissione di pezzi. Si possono usare verbi come accadere… Stile asiano di Seneca: frasi brevi, frasi nominali, ellissi r.2 consuetudo (non è una lex) è un termine astratto mentre circumdo è un verbo concreto ecco perché è difficile tradurli insieme in italiano. Consuetudo è una personificazione. Come può una consuetudine essere superbissima? METONIMIA La scelta di consuetudo è funzionale a ridurre l’importanza di questa abitudine, che non è una lex romana e quindi potrebbe essere cambiata. r.2 cenanti e stantium sono due participi presenti diametralmente opposti per significato e il problema è: possono riconoscere due umanità diverse? r.2 Plus è comparativo di multus, è un pronome indefinito. Quam introduce il secondo termine di paragone r.4 officio ventris rimanda al decorum: la funzione del ventre è legata alla sua natura; andare oltre la natura, significa andare contro il logos. Tutto ciò che esiste dipende da un logos ( ratio ) che determina anche la forma delle cose e quindi la loro funzione. Il logos è immanente (dà forma alla natura) r.3-4 ventrem…ventris: focus sul ventre del padrone che tradisce la propria natura; è contro natura perché non sta rispettando la funzione dello stomaco r.4 officium è un termine molto importante per la filosofia stoica

rideo istos: ridere è transitivo in latino; istos ha una forte connotazione negativa, che va resa in traduzione italiana: ”mi fa ridere questa gente” quare: sottintende existimant: “e perché lo pensano” superbissima…circumdedit: “un’usanza sommamente offensiva ha voluto che il padrone a pranzo sia circondato da una folla di servi che stanno in piedi?”, letteralmente: “ha posto intorno al padrone che panza”, secondo una delle due possibili costruzioni del verbo circumdo. Cenanti e stantium sono entrambi participi riferiti a domino e servorum est…capit: est è la 3 p s del presente di edo ut…ingessit: proposizione consecutiva: “al punto tale che fa più fatica a vomitare di quanta ne abbia fatta a inghiottire”. Egerat è presente congiuntivo da egero, ingessit è pefetto indicativo del suo contrario ingero.

Sic fit ut isti de domino loquantur quibus coram domino loqui non licet. At illi qu ibus non tantum coram dominis sed cum ipsis erat sermo, quorum os non consu ebatur, parati erant pro domino porrigere cervicem, periculum imminens in cap ut suum avertere; in conviviis loquebantur, sed in tormentis tacebant. Così accade che parlino del padrone costoro ai quali non è permesso parlare in presenza del padrone. Invece quelli per i quali c'era possibilità di parola non solo in presenza dei padroni, ma anche con loro, la cui bocca non veniva cucita, erano disposti a porgere il collo per il padrone, a rivolgere sulla propria testa un pericolo che lo minacciava; nelle cene parlavano, ma sotto tortura tacevano. r.1 Sic fit non usa l’infinitiva, ma la completiva dichiarativa r.1 focus sul parlare, azione presa a modello dal padrone come azione disumana (poliptoto loquantur…loqui) porrigere cervicem: “porgere il collo” per indicare la disponibilità a difendere il padrone sino a dare la vita per lui sed…tacebant: ma sotto tortura tacevano

Deinde eiusdem arrogantiae proverbium iactatur, totidem hostes esse quot serv os: non habemus illos hostes sed facimus. Alia interim crudelia, inhumana praete reo, quod ne tamquam hominibus quidem sed tamquam iumentis abutimur. Cu m ad cenandum discubuimus, alius sputa deterget, alius reliquias temulentorum toro subditus colligit. E poi si cita un proverbio della stessa arroganza, cioè che ci sono altrettanti nemici che schiavi: non li abbiamo nemici, ma li rendiamo. Tralascio per ora altri comportamenti crudeli, disumani, per il fatto che ne abusiamo neppure come uomini, ma come bestie. Quando ci siamo distesi per cenare, uno deterge gli sputi, un altro, messo sotto al divano, raccoglie gli avanzi degli ubriachi. r.1 eiusdem è genitivo di idem r.1 cioè che o : perché si riferisce il proverbio. Totidem è apposizioe di proverbium r.2 non abbiamo quelli come nemici r.3 praetereo crudelia: tralascio le cose crudeli r.3 infinitiva come apposizione (quod: il fatto che) r.4 abutimur: non abusiamo di loro come di uomini ma come bestie r.5 alius…alius: diversi tipi di schiavi (o men…o de. l’uno, l’altro) deinde…iactatur: “dallo stesso atteggiamento arrogante deriva il proverbio”, successivamente citato da Seneca in forma di proposizione infinitiva. todo subditus: “inginocchiato ai piedi del letto”, con allusione ai divani sui quali a Roma era costume assumere i pasti

Alius vini minister in muliebrem modum ornatus cum aetate luctatur: non potest effugere pueritiam, retrahitur, iamque militari habitu glaber retritis pilis aut pen itus evulsis totā nocte pervigilat, quam inter ebrietatem domini ac libidinem divi dit et in cubiculo vir, in convivio puer est. Un altro, dispensiere del vino, agghindato in modo femminile, lotta con l'età: non può fuggire la fanciullezza, vi è trattenuto, e, già di portamento militare, liscio essendogli stati rasati i peli o completamente strappati veglia tutta la notte, che divide tra l'ubriachezza e la libidine del padrone e in camera è uomo, in sala da pranzo servo retritis...evulsis: “con i peli rasati o strappati in profondità”. La depilazione ha lo scopo di contribuire alla finzione per cui il coppiere deve sembrare un eterno ragazzo quam…dividit: il relativo iniziale è riferito al precedente nocte : “che divide tra l’ubriachezza e i desideri del suo padrone”

Alius, cui convivarum censura permissa est, perstat infelix et exspectat quos adu latio et intemperantia aut gulae aut linguae revocet in crastinum. Adice obsonato res quibus dominici palati notitia subtilis est, qui sciunt cuius illum rei sapor exci tet, cuius delectet aspectus, cuius novitate nauseabundus erigi possit, quid iam i psā satietate fastidiat, quid illo die esuriat. Cum his cenare non sustinet et maiest atis suae deminutionem putat ad eandem mensam cum servo suo accedere. Di melius! Quot ex istis dominos habet! Un altro, al quale è stata assegnata la valutazione dei convitati, sta in piedi, sventurato, e osserva quali l'adulazione e l'intemperanza o della gola o della lingua richiami per l'indomani. Aggiungi i vivandieri, che hanno una conoscenza precisa del palato del padrone, che sanno di quale cosa lo ecciti il sapore, di quale lo diletti la vista, dalla cui novità (dalla novità di cosa) lui schizzinoso possa essere stuzzicato, che cosa ormai lo infastidisca per la sazietà stessa, di che cosa abbia fame in quel giorno. Non accetta di cenare con costoro e ritiene una menomazione della propria superiorità accedere alla stessa mensa con il proprio schiavo. Gli dei ci scampino! Quanti tra questi ha come padroni! r.2 adice è imperativo di adicio r.3 notitia: conoscenza r.2-3 obsonatores vivono la loro vita solo per questo r.4 erigi: infinito r.3 cuius…rei: genitivo di quid r.4 nauseabundus: predicativo del soggetto r.4 novitate: causa efficiente r.3-5: le interrogative indirette denotano la degenerazione degli aspetti della vita dei padroni; in italiano possono essere tradotte come relative; la scelta di frasi brevi in consecuzione è motivata dal focus sulla degenerazione cui… est: “al quale è affidata la valutazione degli ospiti”: si allude allo schiavo che aveva il compito di stilare gli elenchi degli invitati ai banchetti del padrone quo…crastinum: lett.”quelli che o l’adulazione e l’intemperanza della gola o della lingua invitino nuovamente per l’indomani” e, dunque “quelli da invitare il

Stare ante limen Callisti dominum suum vidi et eum qui illi impegerat titulum, q ui inter reicula manicipia produxerat, aliis intrantibus excludi. Rettulit illi gratia m servus ille in primam decuriam coniectus, in quā vocem praeco experitur: et i pse illum invicem apologavit, et ipse non iudicavit domo suā dignum. Dominus C allistum vendidit: sed domino quam multa Callistus! Ho visto stare in piedi davanti alla soglia di Callisto il suo padrone e colui che gli aveva attaccato il cartello, che lo aveva messo in vendita tra gli schiavi di scarto, essere escluso mentre gli altri entravano. Gli rese gratitudine quello schiavo gettato nella prima decina, ne lla quale il banditore prova la voce: anche lui a sua volta lo respinse, anche lui non lo ritenne degno della propria casa. Il padrone vendette Callisto: ma quante cose Callisto ha fatto pagare al padrone! Viene introdotto un exemplum, Callisto che è un liberto e dall’essere schiavo è diventato molto ricco. Seneca abbandona la tematica della disumanità del vivere. Nuovo tema: cambiamento di sorte (riprende ciò che ha detto all’inizio: ring composition) r.1-2 eum excludi: infinitiva r.1 impegerat: al mercato degli schiavi, i padroni mettevano l’etichetta e quelli che vengono spinti davanti sono quelli con difetti (produxerat manicipia)

Vis tu cogitare istum quem servum tuum vocas ex isdem seminibus ortum [esse] eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! tam tu illum videre in genuum potes quam ille te servum. Varianā clade multos splendidissime natos, s enatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex illis pas torem, alium custodem casae fecit. Contemne nunc eius fortunae hominem in qu am transire dum contemnis potes. Vuoi tu tener presente che costui che chiami tuo schiavo, nato dallo stesso seme gode dello stesso cielo, respira allo stesso modo, vive allo stesso modo, muore allo stesso modo! Tanto tu puoi vedere lui libero quanto lui te schiavo. Per la sconfitta di Varo molti, nati da origini nobilissime, che tramite la vita militare aspiravano al grado senatorio, la sorte li abbattè: qualcuno di quelli lo rese pastore, qualche altro custode di una capanna. Disprezza ora una persona di quella sorte nella quale, mentre lo disprezzi, puoi passare! r.1 vis tu non è un’interrogativa (senso: ma vuoi pensare che?) e quindi bisogna considerarla come un’esclamazione. Seneca evidenzia l’uguaglianza biologica tra schiavi e padroni (ex isdem seminibus) e fa questo perché si è tutti nati dal logos r.3 Variana clade : la sconfitta di Varo che perde tutti i suoi uomini (non torna a casa nessuno) e la sua stessa vita in Germania al tempo di Augusto, nel 9 d.C. Simbolo della disfatta

'At ego' inquis 'nullum habeo dominum.' Bona aetas est: forsitan habebis. Nescis quā aetate Hecuba servire coeperit, quā Croesus, quā Darei mater, quā Platon, qu ā Diogenes? "Ma io" dici "non ho nessun padrone." La tua età è buona: forse lo avrai. Non sai a che età Ecuba iniziò a essere schiava, a quale Creso, a quale la madre di Dario, a quale Platone, a quale Diogene?

Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in c onsilium et in convictum. Hoc loco acclamabit mihi tota manus delicatorum 'nihil hac re humilius, nihil turpius.' Hos ego eosdem deprehendam alienorum servoru m osculantes manum. Vivi con lo schiavo in modo clemente, anche in modo gentile, ed ammettilo al dialogo ed al consiglio ed alla convivenza. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà "nulla di più umiliante, nulla di più disdicevole di questo." Io potrei sorprendere queste stesse persone mentre baciano la mano di schiavi altrui. r.1 consilium: senso di umanità perchè è proprio un consiglio e quando lo si chiede non si tratta l’altro come un oggetto

'Quid ergo? omnes servos admovebo mensae meae?' Non magis quam omnes lib eros. Erras si existimas me quosdam quasi sordidioris operae reiecturum, ut put a illum mulionem et illum bubulcum. Non ministeriis illos aestimabo sed moribu s: sibi quisque dat mores, ministeria casus assignat. Quidam cenent tecum quia d igni sunt, quidam ut sint; si quid enim in illis ex sordidā conversatione servile est , honestiorum convictus excutiet. "Che dunque? ammetterò tutti gli schiavi alla mia mensa?" Non più che tutti i liberi. Ti sbagli se pensi che io intenda rifiutare alcuni come se fossero di professione troppo umile come, per esempio, quel mulattiere e quel bifolco. Non li valuterò in base ai mestieri, ma in base ai comportamenti: ciascuno dà a se stesso i comportamenti, gli incarichi li assegna il caso. Alcuni cenino con te perché ne sono degni, alcuni perché lo siano; se infatti in loro c'è qualche cosa di servile in seguito a una frequentazione umile, la compagnia di persone più onorate la eliminerà. r.1 quid ergo : domanda interna per far andare avanti il discorso r.3 conversatio: condizione r.4 convictus : il cenare insieme. Gli uomini si adattano alle situazioni (diverso da Orazio che è propenso a invitare le persone per stessa classe sociale): se alla tavola bisogna comportarsi in un certo modo, essi lo faranno anche se non vi sono abituati.

Non est, mi Lucili, quod amicum tantum in foro et in curiā quaeras: si diligenter a ttenderis, et domi invenies. Saepe bona materia cessat sine artifice: tempta et ex perire. Quemadmodum stultus est qui equum empturus non ipsum inspicit sed s tratum eius ac frenos, sic stultissimus est qui hominem aut ex veste aut ex condi cione, quae vestis modo nobis circumdata est, aestimat. Non c'è motivo per cui, mio Lucilio, tu debba cercare un amico solo nel foro e nella curia: se osserverai attentamente lo troverai anche in casa. Spesso un buon materiale va sprecato senza un artefice: tenta e prova. Come è stolto colui che, quando sta per comprare un cavallo, guarda non quello ma la sua sella e i freni, così è stoltissimo colui che valuta una persona o dalla veste o dalla condizione sociale, che ci è stata messa addosso a mo' di veste. r.1 Non est quod: non vi è motivo per cui; quod è una relativa in propria con valore consecutivo amicizia: capacità di “sintonizzarsi” l’uno con l’altro; la classe sociale non c’entra nulla r.2-3 Saepe…tempta et experire: espressione filosofica. Si nasce in una certa maniera ma se la vita non ci concede di affrontare certe esperienze r.1 In curia e in foro: riferimento al condiviso ceto sociale degli amici r.4 la condicio è una vestis che non è detto non si possa cambiare; qui, visione passiva (la veste è messa addosso); la condicio non è pari alle qualità di una persona [cfr. Vangelo: la condicio non è importante, non fa l’uomo, si è tutti fratelli (Seneca dice che siamo nati tutti dagli stessi semi)] dissociazione tra l’esteriorità e l’interiorità (al contrario, nella Grecia delle poleis la condizione esteriore coincideva con quella interiore) l’uomo deve accettare la propria posizione perché fa parte in qualche modo del disegno del theos (greco “prònoia”, latino “providentia”, disegno divino) PROBLEMA: se tutto fa parte del disegno divino, come può esistere il male? (Seneca ci scrive il “De providentia”, in cui Seneca dice che, in realtà, dove noi vediamo il male, c’è un bene incomprensibile; inoltre pe Seneca, se esiste il male, non può esistere il bene: o tutto male o tutto bene)