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Eschilo - letteratura greca, Schemi e mappe concettuali di Greco

Sintesi approfondita di eschilo

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2019/2020

Caricato il 15/12/2021

fedee.riicaa
fedee.riicaa 🇮🇹

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IL TEATRO
Il teatro come forma artistica è stato inventato dai greci, esperienza riferibile alla sola città di Atene
poiché le opere integre pervenute sono tutte di autori ateniesi. I testi conservati costituiscono una
minima parte di quelli che furono rappresentati. Soltanto di tre tragediografi (Eschilo, Sofocle e
Euripide) e di due commediografi (Aristofane e Menandro) sono giunte alcune opere integre.
Tre furono i principali generi del teatro greco: la tragedia, il cui primo autore è Tespi (una sorta di
leggendario euretes, iniziatore) che mise in scena per la prima volta un dramma nella 61esima
Olimpiade; il dramma satiresco, la cui conoscenza si basa su un’unica opera integrale del V
secolo, il Ciclope di Euripide; la commedia, che con le 11 opere integrali di Aristofane e una
testimonianza significativa di Menandro. Vi erano poi anche generi minori, come la farsa, il mimo e
il pantomimo, ma non è rimasto quasi nulla poiché basati su improvvisazione e gestualità.
Il teatro è esistito anche al di fuori di Atene, ma su questi spettacoli non si è in grado di dire quasi
nulla.
Il calendario ateniese prevedeva varie festività durante l’anno. Le feste in cui erano messe in
scena le opere teatrali erano tutte in onore del dio Dioniso e tra esse quelle più solenni erano le
Grandi Dionisie o Dionisie cittadine, istituite da Pisistrato; si svolgevano nel mese di
Elafebolione (marzo-aprile), quando la navigazione era aperta e nella città affluivano stranieri e
delegazioni dei centri alleati, e si configuravano come feste panelleniche. Nei giorni precedenti si
teneva il proagone dove i poeti presentavano le opere che avrebbero messo in scena, fornendo
anticipazioni. La festa si apriva con la solenne pompè, “processione”, durante la quale la statua
del dio era portata in un tempietto alle pendici dell’acropoli vicino al teatro. Alla processione
partecipavano fanciulle con offerte di primizie, giovani efebi che accompagnavano un toro
destinato al sacrificio per il dio, stranieri residenti ad Atene, donne e uomini che portavano oggetti
di vario tipo. Prima delle gare in teatro erano compiuti altri riti legati alla città: erano insigniti da una
corona di cittadini che si erano distinti per le loro benemerenze verso la comunità e sfilavano con
l’armatura completa (panoplia) gli orfani di guerra che la polis aveva mantenuto fino all’età efebica
e che erano pronti a combattere per Atene, per ultimo erano mostrati i tributi versati dagli alleati.
Le competizioni erano suddivise in questo modo: nel pomeriggio del primo giorno avevano luogo
gli agoni ditirambici; nei successivi tre giorni avvenivano gli agoni tragici, durante i quali tre poeti
in gara rappresentavano una tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco); in un unico giorno si
svolgevano gli agoni comici, in cui erano messe in scena cinque commedie di autori diversi.
In origine le rappresentazioni avevano luogo nell’agorà dove venivano allestite tribune lignee.
All’inizio del V secolo a.C. gli spettacoli si spostarono alle pendici dell’acropoli. La condizione
essenziale era la possibilità del pubblico di poter osservare lo spettacolo. Gli spettatori
osservavano muoversi sulla scena e nell’orchestra gli attori che dialogavano tra loro, il coro che
cantava e danzava, i personaggi muti che collaboravano all’azione con attività di servizio. Erano
importanti non solo la gestualità, ma anche le vesti, le calzature e le maschere. Il pubblico
ammirava le strutture mobili allestite per ciascuna rappresentazione. Si sa che venivano usate
varie macchine teatrali, tra cui il bronteion per riprodurre il rumore dei suoni, la mexanè per
simulare il volo, l’exxuclema che rendeva visibile ciò che si era compiuto o che si stava svolgendo
all’interno dell’edificio scenico. Non si può in nessun modo ricostruire l’insieme dell’allestimento
scenico di uno spettacolo, in cui musiche e coreografie con erano meno importanti della parola
recitata. Quanto si sa della messa in scena si ricava dalle parole pronunciate dagli attori, che fanno
rifermenti espliciti al luogo e al momento della giornata. Nelle opere antiche mancano però le
sezioni didascaliche; questa assenza si può spiegare con il fatto che il poeta non è autore soltanto
del testo ma anche della musica, della coreografia e della regia dello spettacolo. Mancano i
progetti, i disegni e i bozzetti. Accanto al poeta rivestono un’importanza fondamentale per
l’allestimento dello spettacolo gli attori e i coreuti, che rappresentano due componenti essenziali
del dramma. Il termine greco che definisce l’autore, ipocrite, fu usato per la prima volta nelle Vespe
di Aristofane e può essere inteso come colui che risponde o colui che interpreta. Eschilo ne
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IL TEATRO

Il teatro come forma artistica è stato inventato dai greci, esperienza riferibile alla sola città di Atene poiché le opere integre pervenute sono tutte di autori ateniesi. I testi conservati costituiscono una minima parte di quelli che furono rappresentati. Soltanto di tre tragediografi (Eschilo, Sofocle e Euripide) e di due commediografi (Aristofane e Menandro) sono giunte alcune opere integre. Tre furono i principali generi del teatro greco: la tragedia , il cui primo autore è Tespi (una sorta di leggendario euretes, iniziatore) che mise in scena per la prima volta un dramma nella 61esima Olimpiade; il dramma satiresco , la cui conoscenza si basa su un’unica opera integrale del V secolo, il Ciclope di Euripide; la commedia , che con le 11 opere integrali di Aristofane e una testimonianza significativa di Menandro. Vi erano poi anche generi minori, come la farsa, il mimo e il pantomimo, ma non è rimasto quasi nulla poiché basati su improvvisazione e gestualità. Il teatro è esistito anche al di fuori di Atene, ma su questi spettacoli non si è in grado di dire quasi nulla. Il calendario ateniese prevedeva varie festività durante l’anno. Le feste in cui erano messe in scena le opere teatrali erano tutte in onore del dio Dioniso e tra esse quelle più solenni erano le Grandi Dionisie o Dionisie cittadine , istituite da Pisistrato; si svolgevano nel mese di Elafebolione (marzo-aprile), quando la navigazione era aperta e nella città affluivano stranieri e delegazioni dei centri alleati, e si configuravano come feste panelleniche. Nei giorni precedenti si teneva il proagone dove i poeti presentavano le opere che avrebbero messo in scena, fornendo anticipazioni. La festa si apriva con la solenne pompè , “processione”, durante la quale la statua del dio era portata in un tempietto alle pendici dell’acropoli vicino al teatro. Alla processione partecipavano fanciulle con offerte di primizie, giovani efebi che accompagnavano un toro destinato al sacrificio per il dio, stranieri residenti ad Atene, donne e uomini che portavano oggetti di vario tipo. Prima delle gare in teatro erano compiuti altri riti legati alla città: erano insigniti da una corona di cittadini che si erano distinti per le loro benemerenze verso la comunità e sfilavano con l’armatura completa (panoplia) gli orfani di guerra che la polis aveva mantenuto fino all’età efebica e che erano pronti a combattere per Atene, per ultimo erano mostrati i tributi versati dagli alleati. Le competizioni erano suddivise in questo modo: nel pomeriggio del primo giorno avevano luogo gli agoni ditirambici ; nei successivi tre giorni avvenivano gli agoni tragici , durante i quali tre poeti in gara rappresentavano una tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco); in un unico giorno si svolgevano gli agoni comici , in cui erano messe in scena cinque commedie di autori diversi. In origine le rappresentazioni avevano luogo nell’ agorà dove venivano allestite tribune lignee. All’inizio del V secolo a.C. gli spettacoli si spostarono alle pendici dell’acropoli. La condizione essenziale era la possibilità del pubblico di poter osservare lo spettacolo. Gli spettatori osservavano muoversi sulla scena e nell’orchestra gli attori che dialogavano tra loro, il coro che cantava e danzava, i personaggi muti che collaboravano all’azione con attività di servizio. Erano importanti non solo la gestualità, ma anche le vesti, le calzature e le maschere. Il pubblico ammirava le strutture mobili allestite per ciascuna rappresentazione. Si sa che venivano usate varie macchine teatrali, tra cui il bronteion per riprodurre il rumore dei suoni, la mexanè per simulare il volo, l’exxuclema che rendeva visibile ciò che si era compiuto o che si stava svolgendo all’interno dell’edificio scenico. Non si può in nessun modo ricostruire l’insieme dell’allestimento scenico di uno spettacolo, in cui musiche e coreografie con erano meno importanti della parola recitata. Quanto si sa della messa in scena si ricava dalle parole pronunciate dagli attori, che fanno rifermenti espliciti al luogo e al momento della giornata. Nelle opere antiche mancano però le sezioni didascaliche; questa assenza si può spiegare con il fatto che il poeta non è autore soltanto del testo ma anche della musica, della coreografia e della regia dello spettacolo. Mancano i progetti, i disegni e i bozzetti. Accanto al poeta rivestono un’importanza fondamentale per l’allestimento dello spettacolo gli attori e i coreuti, che rappresentano due componenti essenziali del dramma. Il termine greco che definisce l’autore, ipocrite, fu usato per la prima volta nelle Vespe di Aristofane e può essere inteso come colui che risponde o colui che interpreta. Eschilo ne

aggiunge un secondo, Sofocle un terzo; questa introduzione fa si che possano esservi in scena tre attori contemporaneamente, eccezione fatta per le comparse mute. Anche il coro è portato a quindici da Sofocle. Il corifeo ha il compito di intessere il dialogo con i personaggi in qualità di portavoce del coro. Nella commedia il numero abituale di attori è tre; il coro comico prevedeva ventiquattro coreuti. I tre attori maschi interpretano tutti i personaggi. Questa presenza di un massimo di tre personaggi condiziona il poeta che ne deve tenere conto nello svolgimento dell’azione. I drammi antichi sono in versi e hanno più modalità di esecuzione : la recitazione vera e propria , il canto , il recitativo accompagnato dal suono del flauto. L’attore deve perciò possedere doti declamatorie notevoli per recitare e cantare. Un aiuto è offerto dalla maschera (prosopon) che ha il duplice scopo di rendere immediatamente riconoscibile il personaggio anche a distanza e di amplificare la voce dell’attore. L’allestimento degli spettacoli dal punto di vista economico era sostenuto dalla comunità. L’arconte eponimo si occupava di designare coreghi , cioè i ricchi cittadini che dovevano sostenere le spese per l’allestimento dei cori; era una liturgia , un servizio per la città. Poteva tuttavia accadere che un cittadino ricco tentasse di sottrarsi all’impegno della coregia indicando un altro cittadino che secondo lui aveva risorse economiche più consistenti delle sue. Vi poteva essere anche l’antidosi, lo scambio dei beni. Per andare a teatro si pagava, il costo era di due oboli.

ESCHILO

Nasce probabilmente nel 525/524 a.C. presso il demo attico di Eleusi in un’antica famiglia aristocratica, gli Eupatridi. Tra il 499 e il 496 prende parte al suo primo concorso tragico e nel 485/484 ottiene la prima delle tredici vittorie della sua vita. Fa parte delle schiere di opliti che nel 490 a.C. spingono i Persiani presso la piana di Maratona e nel 480 combatte a Salamina. Partecipa anche alla battaglia presso Platea nel 479 a.C. secondo una tradizione nel 480 a.C. la vita dei tre sommi poeti tragici si sarebbe intrecciata. Eschilo e altri combattenti a Salamina sarebbero stati celebrati con un peana intonato da Sofocle, proprio mentre Euripide nasceva nella stessa isola di Salamina. Intorno al 470 a.C. il tiranno siracusano Ierone invita in Sicilia Eschilo perché partecipi alle celebrazioni per l’assunzione da parte del figlio Dinomene del governo di Catania. In questa circostanza Eschilo compone le Etnee , un dramma, oggi perduto perché composto in cinque sezioni , ognuna delle quali è ambientata in un diverso luogo della città. Nella stessa occasione il poeta replica nel teatro di Siracusa i Persiani. Tra il 467 e il 458 a.C. Eschilo ottiene tre vittorie agli agoni tragici con la “tetralogia tebana”, con quella “egiziana” e con l’ Orestea. Di quest’ultima è pervenuta l’intera trilogia tragica ( Agamennone, Coefore, Eumenidi ), mentre è andato perduto il dramma satiresco. Una parte della tradizione antica documenta il coinvolgimento di Eschilo in un processo giudiziario , con l’accusa di empietà per l’oltraggio ai misteri eleusini. Il poeta muore a Gela nel 456/455 a.C. secondo una tarda biografia la sua morte sarebbe avvenuta in circostanze piuttosto singolari: sarebbe stato colpito da una tartaruga che un’aquila in volo avrebbe lasciato cadere per romperne il guscio. La produzione eschilea comprendeva fra le 70 e le 90 opere , fra tragedie e drammi satireschi. Di queste non restano che 7 tragedie complete. I drammi superstiti sono parte di 5 tetralogie differenti. L’ Orestea è la sola trilogia tragica conservata integralmente. Sono stati tramandati oltre 79 titoli e un buon numero di frammenti conservati però in condizioni pessime. I più lunghi sono relativi alle Niobe e ai Mirmidoni. Sono conservati anche frammenti papiracei di due drammi satireschi, i Pescatori con la rete e i Theoroi o Partecipanti ai giochi istmici. La rappresentazione della tragedia è un momento di condivisione di valori religiosi e politici. Eschilo fonda la sua opera teatrale su tre elementi costitutivi: la celebrazione del potere divino , incarnato da Zeus; la riflessione sul rapporto tra colpa e pena ; l’attualizzazione del mito nelle circostanze culturali contemporanee. L’interazione tra l’azione umana e la sanzione giudiziaria è al centro delle tragedie di Eschilo. È possibile rilevare una distinzione tra giustizia “naturale” , Themis, e la giustizia “dialettica” , Dike. Themis rappresenta la norma immutabile e fondata, Dike fa riferimento alla norma elaborata in seguito a una disputa e a un patteggiamento tra due parti. Le azioni ingiuste compiute dagli uomini provocano sofferenza, pathos. Tuttavia riesce a vedere il proprio errore e da questa osservazione trarre la conoscenza. È il principio del pathei mathos , conoscenza tramite sofferenza. È un principio dalla logica ferrea e semplicissima, prima di sperimentare il male provocato da un’azione è impossibile riconoscerla come erronea. L’uomo eschileo è il balia del Fato. All’origine di ogni sua decisione vi è un disegno preordinatore degli eventi che lo pone dinanzi a scelte che facilmente lo conducono all’errore. Il potere del Fato , talvolta personificato nelle Moire , costituisce la rappresentazione sostanziale della necessità. La volontà delle Moire non può essere piegata dagli dei , neppure Zeus è in grado di interferire le scelte del Fato. Il Fato da l’avvio agli eventi, Zeus sovrintende alle modalità del loro svolgimento. In relazione alle cause che portano l’uomo ad agire ingiustamente, Eschilo individua motivazioni sia interne che esterne alla sfera individuale, ma le riconduce all’unico concetto di ate , accecamento, il folle annebbiamento dell’intelletto prodotto dalla divinità , rappresenta la causa prima delle azioni colpevoli. Una volta caduto nell’ate, l’individuo ancora non ha compiuto l’azione ingiusta, piuttosto è predisposto a commettere l’errore fatale. Il passo successivo di questa catena della colpa consiste nello stimolo ad oltrepassare i limiti della giustizia. L’incitamento alla violazione è esercitato dalla ubris. Ogni azione compiuta per istigazione della ubris costituisce un atto oltraggioso che reca la sofferenza come punizione.

Le cause che determinano le azioni giuste e ingiuste non risiedono soltanto all’interno dell’individuo che le compie, ma anche al di fuori. Si tratta di ate protarkos quando i discendenti di un individuo sono anch’essi destinati a divenire colpevoli di altre azioni ingiuste. Materia fondante dell’opera eschilea è l’eredità della colpa. La tragedia di Eschilo può dunque apparire come una rappresentazione delle cause e degli effetti dell’agire umano. Le tragedie sono calate all’interno della realtà ateniese e offrono un punto di vista sulla dinamiche interne della polis. L’uso che Eschilo fa del mito si conforma di volta in volta alle contingenze politiche e al contesto culturale e sociale. La trilogia dell’ Orestea è in questo senso illuminante già dall’ambientazione. Ambienta la vicenda degli Atridi nella città di Argo. In questo adattamento Oreste pone fine ad una catena di delitti ed è legittimato dagli dei Apollo e Atena. E sempre egli giurerà solennemente che nessuno dei suoi concittadini porterà in futuro guerra ad Atene. Nella trama delle Supplici è possibile intravedere il riferimento a un evento coevo, cioè la richiesta di soccorso da parte del re libico Inaro contro la dominazione persiana. Parte della critica moderna ha evidenziato una certa ammirazione di Eschilo per la politica di Temistocle e per la prima fase dell’azione politica di Pericle. Altri dati sembrano legare Eschilo alla figura del grande statista. Un elemento che avvicina le posizioni politiche di Eschilo alla corrente democratica radicale è costituito dal ruolo che il poeta ateniese assegna, nelle Eumenidi , al nuovo Aereopago voluto dalla riforme di Efialte; dunque il tribunale democratico che giudica soltanto i delitti di sangue. Attribuisce a questo tribunale un’ ascendenza divina. A Eschilo sono dovute alcune innovazioni nella pratica drammaturgica. L’introduzione del secondo attore, il deuteragonista , aumenta la possibilità dell’uso del dialogo in scena. Il poeta ha ottime competenze di coreografia, presta particolare attenzione alla disposizione e alla gestione degli elementi del coro. Alle innovazioni coreografiche fa riscontro una sostanziale rigidità nell’uso degli attori. A livello testuale ne deriva una preponderanza delle sezioni corali. Le fonti antiche si dividono nell’attribuire ora a Eschilo ora a Sofocle l’invenzione della scenografia.