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Riassunto su Eschilo con integrazioni dal manuale e dagli appunti delle lezioni
Tipologia: Dispense
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Secondo quanto ci è arrivato dell’antica tradizione teatrale greca, i primi esempi della tragedia coincidono con l’operato del drammaturgo Eschilo. Tuttavia, il tragediografo dimostra di possedere un’idea del teatro piena e una concezione drammaturgica matura, la quale deriva da un lungo processo di definizione del genere tragico. Sappiamo infatti, grazie alla Poetica di Aristotele , che la tragedia ha attraversato prima di Eschilo una lunga fase evolutiva, anche se a noi risulta in gran parte sconosciuta. Le tragedie di Eschilo sono ricche di elementi appartenenti alla cultura arcaica e allo stesso modo il confronto constante con i problemi dell’etica arcaica costituisce la struttura portante delle vicende rappresentate. Inoltre, possiamo definire il teatro di Eschilo come un “teatro di idee”, poiché le motivazioni dei personaggi che agiscono nelle opere del tragediografo corrispondono alle idee-guida che danno vita alle sue tragedie. Le caratteristiche delle tragedie di Eschilo, come le grandi scene corali , le atmosfere funebri e paurose e le scene di pathos , ad oggi, rendono il drammaturgo molto difficile da capire, perché il teatro occidentale invece di accogliere il tipo di drammaturgia di Eschilo, accolse quello di Euripide, che aveva sviluppato un teatro incentrato sul personaggio e sulla situazione.
Per ciò che riguarda la vita di Eschilo possiamo affidarci a tre fonti principali: il Marmor Parium , la Suda e una biografia anonima. Importanti sono anche le testimonianze offerteci da Aristofane nella sua commedia Le Rane , dove sono presenti preziose informazioni sia sulla personalità che sulle qualità drammaturgiche di Eschilo e anche sulla sua fortuna nell’Atene di fine V secolo a.C. Tuttavia, come spesso accadeva , gli antichi cercavano e spesso inventavano notizie biografiche fra le varie personalità dell’epoca per trovare delle sincronie e lo stesso accadde anche con Eschilo: sappiamo infatti che nel 480 a.C. partecipò alla battaglia di Salamina contro i Persiani; in quello stesso anno, Sofocle, allora diciassettenne, avrebbe guidato il peana con cui si celebrò la vittoria; mentre pare che Euripide sia nato proprio nel 480 a.C., il giorno stesso della battaglia. Indipendentemente dal fatto che tutte queste informazioni siano vero o no, sappiamo però che nel 480 a.C. Eschilo aveva all’incirca 45 anni e questo colloca la data di nascita tra il 525 e 524 a.C. Nacque ad Eleusi^1 , da una nobile famiglia di proprietari terrieri, ma fin da giovane dimostrò diverse simpatie per il partito democratico e in particolare per Milziade, Temistocle e Pericle. Le esperienze fondamentali della vita di Eschilo furono militari: nel 490 a.C. affrontò i Persiani a Maratona, nel 480 a.C. a Salamina e probabilmente nel 479 a.C. a Platea. Si distinse come un soldato valoroso, come ricordato nell’epigramma sepolcrale inciso sulla sua tomba a Gela in Sicilia. (^1) Una città poco distante da Atene, famosa per i “misteri eleusini” in onore di Demetra e Persefone. Figura 1 : Busto di Eschilo, il primo grande tragediografo greco, dodici volte vincitore alle Grandi Dionisie
Nel 500/499 a.C ., a 25 anni, partecipò per la prima volta ad un agone tragico. Successivamente, nel 485/484 a.C ., vinse la prima delle numerose altre vittorie nelle gare^2 Nel 476/475 a.C. fece il primo di due viaggi verso la Sicilia. Qui il tragediografo celebrò con la tragedia le Etnee la fondazione da parte di Ierone I, tiranno di Siracusa, della colonia di Etna. Durante il secondo viaggio, invece, nel 456/455 a.C ., decide di trasferirsi a, dove quell’anno morì. Secondo la leggenda, Eschilo morì quando un’aquila avrebbe lasciato cadere una tartaruga, la quale sarebbe caduta proprio in testa al tragediografo.
Secondo gli antichi, Eschilo scrisse tra le 70 e le 90 tragedie, di queste solo 7 sono giunte a noi intere^3. Queste opere sono arrivate a noi grazie al codice Laurenziano XXXII , che 500 anni fa portò in Italia 7 tragedie di Eschilo, 7 di Sofocle e le Argonautiche di Apollonio Rodio. Il motivo principale per cui ci sono giunte solo queste tragedie è dovuto ai bizantini, i quali, nel IX secolo a.C., scelsero le tragedie più rappresentate per insegnarle nelle scuole. La produzione eschilea si colloca tra il 472 e il 458 a.C. Attraverso le sue tragedie comprendiamo come Eschilo fosse un attento e profondo indagatore delle motivazioni morali e religiose che stanno dietro al mito, motivazioni che vengono analizzate sempre sotto la luce delle categorie etiche a lui contemporanee. Nelle sue tragedie ritornano molto spesso tematiche già trattate in tempi arcaici, tematiche che però vengono rielaborate alla luce di un’indagine del tutto nuova. Prima fra tutte queste tematiche è il dualismo che viene a formarsi tra il determinismo teologico e la decisione libera e autonoma dell’uomo , la quale è vista come l’assunzione da parte dell’essere umano delle proprie responsabilità. Un esempio di tale dualismo è presente nel personaggio di Clitemnestra dell’Agamennone, che uccide il marito sia per volontà propria, per dissetare la propria sete di vendetta, ma anche perché, come ella stessa riconosce, quello era il destino della casata degli Atridi. Similmente Eteocle , nei Sette contro Tebe, agisce volontariamente e allo stesso tempo porta avanti fatalmente la maledizione conseguente alle colpe di Edipo. Un altro tema delle tragedie eschilee è la relazione fra i concetti di colpa , pena , espiazione e conoscenza. Eschilo sa che ogni azione è rischiosa perché comporta delle conseguenze non sempre prevedibili e di cui l’individuo spesso si rende conto troppo tardi^4. Eschilo va a fondo nell’indagine sull’origine dell’errore umano: secondo il tragediografo è da una condizione di sazietà che deriva un annebbiamento della ragione, ovvero un “ accecamento ” ( ἄτη ), che induce in errore per un peccato di tracotanza ( ὕβρις ), giustamente punito dagli dèi. Perciò, secondo Eschilo, gli dèi non puniscono gli uomini per invidia^5 , bensì per compensare una colpa precedentemente commessa dagli uomini. Quindi la punizione inflitta dagli dèi è giusta, in quanto (^2) 13, secondo la biografia anonima, 28 secondo la Suda. (^3) Persiani , Sette contro Tebe , Supplici , Prometeo incatenato e le tre tragedie dell’ Orestea : Agamennone , Coefore ed Eumenidi. Di queste, il Prometeo incatenato è di paternità dubbia. (^4) “Chi agisce patisce” (παϑεῖν τὸν ἔρξαντα, Zeus, Coefore 312); “Non c’è decisione senza sofferenza” (Pelasgo, Supplici v. 442) (^5) φθόνος τῶν θεῶν
grande ansia e sgomento per le sorti della guerra cosa sia accaduto al grande esercito partito con il re. Segue poi un elenco delle forse persiane. Questo elenco è molto comune nella letteratura antica, tuttavia qui i persiani esagerano gli elementi dell’elenco, quasi come se volessero rincuorarsi, temendo la sconfitta nella guerra. Questa scena è caratterizzata da un’alternanza di temi: l’arroganza (ὕβρις) e la disfatta. Questa alternanza evidenzia il carattere sia religioso che esistenziale della scena, sottolineando il messaggio di fondo dell’intera tragedia, cioè il destino nefasto che attende chi si vanta della propria fortuna e felicità. L’ansia del coro viene amplificata dalla regina Atossa, la quale riferisce di un sogno premonitore, nel quale viene predetta la sconfitta dei persiani. Nel sogno, infatti, la regina vede due donne, una vestita con abiti appartenenti alla tradizione greca e l’altra con abiti della tradizione persiana , che litigano aggiogate ad un carro guidato dal figlio Serse. Le due donne mostrano atteggiamenti opposti rispetto al giogo, simbolo del potere assoluto: la donna greca, infatti, si agita a tal punto da rompere il suo giogo e far cadere Serse dal carro. Tale sogno viene interpretato come simbolo di sconfitta , ribadito poi dalla visione di un’aquila (simbolo del potere persiano) che viene abbattuta da uno sparviero (simbolo delle forze greche). Nel frattempo arriva un messo^8 , il quale fa un lungo e dettagliato resoconto della battaglia di Salamina e della sconfitta dei persiani, attribuita all’intervento di un demone. Dal racconto del messo possono essere evinte tre cause principali della sconfitta dei persiani: 1) l’incapacità del re Serse di valutare la menzogna del delatore ateniese che diede informazioni errate circa la disposizione della flotta greca a Salamina; 2) la sua ignoranza circa la volontà avversa degli dèi; 3) l’arroganza di portare avanti comunque il progetto di guerra. (^8) La figura del messo è molto ricorrente all’interno delle tragedie, tuttavia di solito appariva alla fine dell’opera, mentre nei Persiani arriva a metà. Figura 5 : possibile busto della regina Atossa. Figura 4 : La dinastia achemenide alla sua massima estensione, 490 a.C.
In seguito, il racconto del messo scatena il canto corale dei Fedeli. Viene poi evocato il fantasma del re Dario^9 , con il quale l’impero persiano aveva conosciuto un periodo di massimo splendore. Il re predice la sconfitta a Platea e illustra le cause della sconfitta, cioè la ὕβρις di Serse, il quale ha violato l’ordine divino “trasformando il mare in terra”. La sconfitta storica, invece, è da attribuire alla costruzione da parte di Serse di un ponte di barche sull’Ellesponto e alla distruzione delle statue degli dèi ad Atene. E da ciò deriva la sconfitta, come pena e punizione per queste empietà. Nel corso del discorso di Dario appare evidente un contrasto tra la felicità misurata , improntata all’equilibrio e ottenuta grazie al benestare degli dèi, e una ricchezza esagerata , che porta con sé la tracotanza, l’eccesso e la rovina consequenziale. Questa opposizione è personificata dai due re, Dario e Serse. Tuttavia, la colpa della sconfitta dei persiani non è solo del re, ma anche degli dèi , in quanto ispirarono a Serse un comportamento rovinoso, che ha portato alla rovina l’impero persiano. È chiaro qui il messaggio che Eschilo vuole trasmettere attraverso le parole di Dario: i greci non devono lasciarsi a inutili trionfalismi che altrimenti porterebbe alla tracotanza, così come successe a Serse. È inoltre presente un espediente comune nella letteratura, cioè quello di presentare eventi già accaduti come eventi che devono ancora accadere e questi episodi vengono interpretati da Dario come l’estrema punizione per aver violato i luoghi sacri alle divinità. Quindi quale messaggio vuole impartirci Eschilo? Il tragediografo vuole dirci di non avere pensieri e desideri che oltrepassano la nostra condizione di essere umano. Successivamente appare il re Serse, lacero e sconvolto, che annuncia la disfatta dell’esercito. Egli riconosce che un dio ha causato la sua rovina e lamenta col coro la sua sorte e quella della sua terra. Così termina la tragedia. L’opera presenta tanti elementi originali, assenti in altre opere di carattere storico. La vicenda, infatti, viene raccontata dal punto di vista dei vinti e non ha un vero e proprio protagonista. La scelta dell’argomento storico è anche funzionale all’attualità perché evidenziare la sconfitta dei persiani suggerisce di spostare l’attenzione dal tradizionale nemico degli ateniesi su un altro nemico, cioè Sparta. Infine, il motivo della caduta nell’errore di Serse non è ben chiaro e anche la risposta di Eschilo è problematica, poiché egli non possiede la verità, ma la ricerca egli stesso. Ogni tragedia di Eschilo rappresentano questa ricerca. Nella tragedia, la sconfitta di Serse diventa l’emblema del rapporto uomo-dio: l’uomo, che vuole trasgredire, si macchia di hybris e subisce la punizione del dio, visto come un portatore di giustizia. L’uomo infatti diventa preda di Ate , l’accecamento, una forza (^9) in persiano antico: , Dārayavauš , trad.: "Colui che possiede il bene"; in greco antico: Δαρεῖος, Dareîos ; persiano: داریوش, Dâriûsh ; 550 a.C. – 486 a.C. Figura 6 : Rilievo ritraente Dario I presso Persepoli
È il dramma conclusivo di una trilogia legata di tragedie, insieme a Laio , che tratta delle colpe di Laio , il quale aveva trasgredito all’oracolo, secondo cui se avesse voluto mantenere salva Tebe non avrebbe dovuto avere figlio, e Edipo , che invece tratta delle colpe e punizioni del figlio di Laio, Edipo. Questa trilogia è legata dal mito della famiglia dei Labdacidi , originata da Labdaco, figlio di Cadmo, fondatore di Tebe. Secondo il mito, Laio, figlio di Labdaco e padre di Edipo, ricevette come responso oracolare dall’oracolo di Delfi che il figlio nato lo avrebbe ucciso e avrebbe giaciuto con la madre. L’oracolo si avvera e da Edipo e Giacasta (la madre di Edipo) nascono quattro figli: Antigone, Ismene, Eteocle e Polinice. Quando alla fine Edipo scopre la verità, si acceca e maledice i suoi figli presagendo che si uccideranno a vicenda. La tragedia racconta proprio la guerra che vede come avversari Eteocle e Polinice. Alla morte di Edipo, il trono fu ereditato dai suoi due figli, i quali decisero inizialmente di regnare un anno ciascuno. Tuttavia, quando l’anno di regno Eteocle terminò, egli non cedette il trono al fratello , il quale assediò la città grazie all’aiuto di Argo e di sei valorosi condottieri (da qui il nome della tragedia). Ad ogni condottiero nemico, Eteocle oppose un guerriero tebano e infine oppose se stesso al fratello. I due fratelli muoiono uno per mano dell’altro, avverando la profezia del padre. Il nuovo re, in seguito alla morte di Eteocle, proibì la sepoltura di Polinice, in quanto era reo Figura 7 : Il giuramento dei sette capi (di Alfred J. Church)
di essersi rivoltato contro la sua stessa patria. A questo divieto si oppone la sorella Antigone e per questo viene condannata a morte^11. Appare chiaro come i due fratelli in realtà rappresentino due concezioni diverse del concetto di giustizia: Polinice rappresenta l’ottica della giustizia familiare (infatti, questo personaggio difende il suo diritto sul trono); Eteocle, invece, rappresenta l’ottica della giustizia della polis (essendo un re, deve difendere la sua città dal nemico, anche se il nemico ha il suo stesso sangue). La tragedia si apre con un coro di giovani tebane, terrorizzate dal pericolo incombente, che cercano di convincere il re a non uccidere il fratello. Dopo averle rimproverate, il re si paragona ad un timoniere insonne che guida la città, riprendendo il topos letterario della nave-stato che vacilla, affonda e va alla deriva. Da questa prima interazione tra il coro e il re si percepisce una concezione piuttosto arcaica del γένος: Eteocle, infatti, rifiuta il suggerimento del coro delle giovani tebane affermando che “ è il dio che ci spinge all’azione ”. Proprio da questa affermazione si evince l’idea di γένος come la intendevano gli antichi, che vede nel legame di sangue il fondamento stesso della società. Uno dei temi della tragedia è proprio l’idea che l’uomo faccia parte di un aggregato sociale, il γένος , la famiglia, la stirpe, ma anche di una collettività ben più ampia, la πόλις. In questa ottica le azioni del singolo ricadono o in positivo o in negativo sulla comunità di cui fa parte e le conseguenze delle azioni sono la gloria (per sé e per i membri della polis o del ghenos) oppure il discredito (per sé e per la comunità). Nel dramma eschileo le colpe del γένος distruggono i discendenti di una famiglia, ma, ciò nonostante, la città si salva e sfugge alle colpe del singolo. Eschilo con questa idea supera l’ottica aristocratica a vantaggio di quella più democratica, che coinvolge tutta la comunità della polis. Eteocle, perciò, rappresenta il conflitto di tale passaggio fra la dimensione familiare (γένος) e quella statale (πόλις). Un altro tema molto importante presente nella tragedia è quello della colpa. Il tragediografo, infatti, racconta l’origine della colpa di Laio e di Edipo, che, trasgredendo agli ordini di Apollo, hanno portato la rovina di Tebe. A ciò è legato il tema dell’ereditarietà della colpa, in quanto la colpa di un individuo si ripercuote anche sui suoi discendenti. Questo è il caso di Edipo, che paga la colpa di Laio (empio di non aver rispettato gli ordini dell’oracolo) e allo stesso tempo trasmette la sua colpa ai suoi figli che pagano una colpa non commessa e proseguono la catena di delitti. I figli raccolgono l’eredità dei padri nel bene e nel male. E questa colpa, prima o poi, verrà scontata secondo la legge di Zeus, garante della giustizia. Per questo motivo Eteocle afferma di appartenere alla stirpe di Edipo, poiché è consapevole della maledizione che grava su di lui e si adegua al destino. Eschilo dà la responsabilità delle sventure dei Labdacidi al volere del dio Apollo, il quale, attraverso il suo intervento, porta a compimento (^11) È probabile che questa scena sia stata aggiunta per collegare i Sette contro Tebe di Eschilo all’ Antigone di Sofocle. Figura 8 : Eteocle e Polinice (dipinto di Giovanni Silvagni, 1800 circa)
dèi con un sacrificio. Tuttavia il re è deciso nel suo intento poiché ormai gli dèi li hanno dimenticati e non ha nessun modo per sfuggire al quel dolore voluto dalle stesse divinità. Eteocle riconosce il destino della sua stirpe sia ormai scritto e ammette di avere una sola scelta: commettere un ultimo delitto e non sopravvivere al fratello. In questo modo al termine dalla tragedia, Eteocle e Polinice trovano entrambi la morte, uno per mano dell’altro, di fronte alla settima porta di Tebe. Lo scontro tra i due fratelli rappresenta uno scontro ancora aperto nell’Atene dell’epoca, quello fra l’aristocrazia , irriducibile, che fonda la sua nobiltà sui vincoli di discendenza e di sangue, la democrazia , che ritiene invece che l’individualismo degli aristocratici mini alle basi dello stato e che gli individui siano accomunati dalla cittadinanza. Forse nella tragedia vi è l’eco dei provvedimenti attuati da Clistene nel 508 a.C., in cui il potere nobiliare viene indebolito grazie a una riforma su base territoriale che dava ampi poteri alle fasce popolari. Clistene sostituì l’ordinamento delle 4 tribù a base gentilizia con la creazione di 10 tribù territoriali. Questa riforma intaccò il potere delle famiglie nobili e mescolò i cittadini, al punto che, dall’allora, ogni cittadino venne chiamato non con il nome del padre, ma con quello del demo^12. Inoltre, l’annientamento della stirpe reale rappresenta il superamento della concezione arcaica, basata sulla nobiltà come eccellenza. Le istituzioni cittadine diventano quindi un punto di riferimento che permette di superare la visione arcaica legata al ghenos. La polis è il fondamento che ricompone i contrasti dell’uomo incapace di liberarsi dai vincoli del ghenos e al contempo testimonia il divario sempre maggiore nell’epoca di Eschilo tra destino del ghenos e storia della polis.
Si tratta del dramma di apertura di una trilogia legata che originariamente comprendeva le tragedie Egizi e Danaidi, più il dramma satiresco Aminone, intitolato ad una delle Danaidi. L’opera venne messa in scena nel 463 a.C. e rappresentò la vittoria di Eschilo su Sofocle, che arrivò secondo. In questa tragedia, il vero protagonista è il coro^13. Questo, composto dalle 50 Danaidi , le figlie di Danao, domina la scena come una personalità collettiva animata da forti passioni e da volontà inflessibile. La storia raccontata nella tragedia è appunto il mito delle Danaidi. Danao ed Egitto erano fratelli gemelli, figli di Zeus e Io, che condividevano il regno di Egitto; entrambi hanno avuto cinquanta figli (le 50 Danaidi e i 50 Egizi ). Egitto tenta di imporre un matrimonio tra i propri figli e le nipoti, ma Danao e le figlie si rifugiano ad Argo, presso il re Pelasgo per evitare le nozze con i cugini. Ed è proprio qui si apre la tragedia, con l’arrivo delle 50 Danaidi ad Argo. Qui le fanciulle si recano presso il recinto sacro , un luogo presso il quale i supplici possono trovare protezione e ospitalità. A questo punto appare il re Pelasgo, il quale è molto indeciso sul da farsi perché da un lato deve scegliere se concedere ospitalità alle fanciulle con il rischio, però, di entrare in guerra con Egitto, oppure dall’altro lato se non concedere ospitalità a Danao e violare le leggi sacre dell’ospitalità imposte dallo stesso Zeus e attirarsi pertanto l’ira degli dèi e rispondere del suicidio minacciato dalle fanciulle in caso si trovassero costrette a sposarsi. Il re, dunque, è tormentato da (^12) Il distretto territoriale di appartenenza. (^13) Sono riservati ad esso più della metà dei versi.
questo interiore perché è consapevole delle conseguenze del suo atto che in ogni caso comporterebbero o la guerra o l’ira divina. Per questo Pelasgo rimette la decisione al popolo e convoca l’assemblea cittadina degli argivi per decidere. Pelasgo si trova costretto a scegliere con la consapevolezza che senza dolore non v’è mai soluzione. La decisione di affidare la scelta al popolo rappresenta un importante cambiamento in quanto è presente un passaggio fondamentale da una concezione arcaica del potere , in cui il potere del sovrano è assoluto, a una realtà democratica , in cui la comunità cittadina decide e alla quale il re Pelasgo dichiara di volersi rimettere. Quello del re di Argo è un dilemma fra due valori, altrettanto vistoso di quello presente nell’Odissea, dove Odisseo preferiva morire di fame piuttosto che uccidere le vacche del dio Sole, al contrario dei suoi compagni, i quali, guidati da uno spiccio utilitarismo, preferivano uccidere le vacche e mangiarle, rischiando il castigo divino, il quale piombò su di loro, sterminandoli tutti. Alla fine l’assemblea decide di offrire l’ospitalità alle fanciulle, le quali quindi levano una preghiera di ringraziamento ad Artemide , la dea vergine che rifugge il matrimonio, alla quale però si oppone la preghiera delle ancella ad Afrodite, Desiderio e Persuasione , cioè i mezzi attraverso i quali si compie l’amore. Alla fine della tragedia, quindi, affiora un conflitto tra la sfera della castità e quella dell’amore , e per sottolinearlo Eschilo ha duplicato il coro (il coro delle 50 Danaidi e il coro delle ancelle). Le figlie di Danao, quindi, hanno sia torto che ragione: ragione nel ribellarsi alle nozze imposte con violenza; torto nel rifiutare qualsiasi matrimonio. Tale contrasto è visto come un arricchimento dell’orizzonte eschileo: giustizia e ingiustizia che non compaiono separate e non sono attribuite a personaggi diversi, come nei Persiani, ma risultano intrecciate tra loro inestricabilmente, come nella trilogia tebana, dove Polinice, che era stato cacciato in esilio e portava dipinta sullo scudo la Dike, attaccava per rappresaglia, ma contro ogni giustizia e con un esercito straniero, il proprio paese. Il coro finale evidenzia dunque sia la colpa degli Egizi, i quali volevano imporre il matrimonio con la forza, sia la colpa delle Danaidi, colpevoli di sovvertire l’ordine naturale che prevede il matrimonio e la procreazione. La colpa delle fanciulle è dunque quella di m ancare di giusta misura nei comportamenti. Esse avversano l’amore, il quale però è una legge del vivere e in quanto tale non può essere rifiutata. Allora perché le Danaidi rifiutano il matrimonio? Per odio verso gli uomini e, in particolare, verso i cugini, i quali vogliono infrangere il tabù dell’endogamia. A dominare nella tragedia non è tanto l’aspetto attivo, la decisione ( δράν ), bensì il terrore per ciò che il futuro può riservare, cioè l’aspetto passivo, la sofferenza ( πάσχειν ). Invece dell’azione e della decisione responsabile e tragica, domina in esse l’attesa paurosa della catastrofe, la quale si Figura 9 : Le Danaidi di J.W. Waterhouse
Il protagonista della tragedia, Prometeo, è sempre presente sulla scena: da quando viene incatenato sulla rupe della Scizia a quando viene inabissato con tutta la montagna dal fulmine di Zeus. Egli ammette con Oceano, le Oceanine ed Io la sua colpa di aver liberato gli uomini dalla paura di morire, donando loro il fuoco e insegnando loro le arti. Egli si proclama benefattore dell’umanità, inventore di tutte le arti, vero promotore del progresso. Per questo le Oceanine e Oceano rimproverano Prometeo per la sua hybris e lo esortano alla moderazione. Il padre degli dèi in questa tragedia si configura come una di vinità negativa, vendicatrice e tirannica , contro l’immagine tradizionale, equilibrata e garante dell’ordine e della giustizia. Proprio l’immagine violenta e crudele di Zeus ha portato qualche critico a dubitare dell’opera. In realtà le caratteristiche di Zeus si possono spiegare in termini di evoluzione^16. Infatti, nel Prometeo incatenato Zeus è una divinità giovane e impulsiva , preoccupata solo di conservare il potere, che maturerà solo in seguito. Il contrasto tra Prometeo e Zeus si può interpretare pertanto come lo scontro tra una divinità antica (Prometeo) contro una divinità giovane (Zeus). Zeus domina, dunque, su tutti e contro tutti e per questa ragione il coro, Oceano ed Ermes insistono tanto con Prometeo sul motivo della hybris. È pur vero però che le sofferenze di Prometeo spingono gli spettatori ad una reazione immediata di solidarietà nei confronti del titano ribelle. Ma il dramma in realtà mira alla costituzione di un modello di comportamento regolato dalla moderazione e dall’accettazione delle leggi di Zeus, in antitesi con l’atteggiamento di Prometeo^17. Secondo la visione del poeta tragico, in conclusione, il dio interviene nelle vicende umane per accelerare il destino dell’individuo che si orienta verso il male. Ciò non vuol dire che l’uomo non sia libero di agire ed è responsabile delle sue azioni, ma il dio sanziona il suo comportamento superbo e tracotante. (^16) Si tratta di una teoria non suffragata da prove certe, dal momento che non abbiamo la trilogia intera. (^17) In tale modo, la tragedia, e forse più generalmente la trilogia, ripropone in termini più esasperati il tema della giustizia di Zeus. Figura 11 : Heinrich Friedrich Füger, Prometeo ruba il fuoco, 1817
L’Orestea è l’unica trilogia concatenata giunta per intero fino a noi ed è composta da: Agamennone , Coefore ed Eumenidi. Originariamente doveva comprendere un dramma satiresco intitolato Protèo, ora perduto che trattava del viaggio di Menelao da Troia all’Egitto. La tragedia venne messa in scena alle Grandi Dionisie nel 458 a.C. ovvero l’anno dell’ultima vittoria Eschilo, avvenuta due anni prima della sua morte. È considerato universalmente un capolavoro per la sua ricchezza intellettuale , la perfezione poetica e la sintesi delle tematiche religiose , sociali e morali del teatro eschileo. L’opera tratta come argomento la vicenda degli Atridi. La storia parte dai due fratelli Atreo e Tieste. La moglie del primo, Erope , tradisce il marito con il fratello e per vendetta Atreo cucina le carni del figlio di Tieste e le imbandisce al fratello in un banchetto fintamente riconciliatore. Tieste si vendica a sua volta su Atreo, uccidendolo e diventando re di Micene. Da Atreo discendono comunque Agamennone , il re di Micene, e Menelao , il re di Sparta. Il primo sposa Clitemnestra , mentre il secondo la sorella di questa, Elena , entrambe figlie di Tindaro. Elena sarà poi la causa della guerra di Troia. Agamennone, pur di salpare per Troia, aveva sacrificato in Aulide la figlia Ifigenia. Per questo motivo, una volta tornato in patria, venne ucciso dalla moglie Clitemnestra, unitasi durante la sua assenza ad Egisto. Clitemnestra a sua volta era stata poi uccisa dal figlio Oreste , tornato dopo sette anni dall’esilio. Infine, Oreste, perseguitato dalle Furie della madre, era stato assolto ad Atene dall’Areopago^18 , un tribunale istituito apposta da Atena per giudicare i delitti di sangue. Eschilo decide di non riportare tutto il mito degli Atridi, ma solo la seconda parte, dal ritorno di Agamennone ad Argo fino all’assoluzione di Oreste. Inoltre, l’autore dispone il racconto secondo un climax che ribadisce in modo ossessivo gli eventi e le immagini. Al culmine di tale climax è posto l’evento decisivo: l’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra nell’ Agamennone; l’uccisione di Clitemnestra da parte di Oreste nelle Coefore ; la purificazione di Oreste da parte dell’Areopago nelle Eumenidi. La chiave di lettura dell’intera trilogia sta nel fatto che nel secondo dopo guerra, forse alla luce dell’impatto traumatico della guerra, le opere di Eschilo furono viste come il trionfo della democrazia , nata da un regime autocratico. L’Orestea divenne la guida per (^18) L’unica innovazione introdotta da Eschilo nel mito. Figura 12 : Scene dal mito di Oreste (Musei Vaticani)
(^20) di Priamo. Alla vista di questa l’odio di Clitemnestra si inasprisce, ma la regina riesce a nascondere i suoi veri sentimenti proclamando il suo amore per il marito e omaggiandolo con tutti gli onori: infatti appena entrato nella reggia, Clitemnestra fa stendere dei tappeti di porpora, destinati normalmente alle divinità, affinché Agamennone ci camminasse sopra. Il re, all’inizio rimane un po’ perplesso, ma alla fine la moglie lo convince ad attraversarli, portandolo a macchiarsi di hybris^21. Cassandra, nel frattempo, rimane fuori dalla reggia, dove viene posseduta da Apollo , il quale le fa predire le tragedie che colpiranno la casa di Atreo. Rassegnata ormai al suo destino, decide di entrare nella reggia di Agamennone. Successivamente un urlo proveniente da dietro le quinte annuncia la morte di Agamennone, ucciso dal colpo di un’ascia da Clitemnestra e Egisto, mentre faceva il bagno, e accanto al suo corpo quello di Cassandra. Fa in seguito la sua comparsa la regina, con in mano una scure insanguinata, esaltata per la vendetta realizzata, vista da lei come un atto di giustizia: finalmente Agamennone ha pagato per aver ucciso sua figlia Ifigenia. Tuttavia, il coro accusa Clitemnestra di essere una volgare assassina, ma la donna si difende, ricordando tutti i torti da lei subiti e si augura che con tale vendetta, la catena dei delitti possa avere termine. Il coro, all’interno della trilogia, costituisce un grande prologo. Al coro viene dato un messaggio etico-religioso e costituisce lo sfondo ideologico della tragedia, commentando e intervenendo. L’azione è dunque molto ridotta. È il coro che ci fa riflettere sulla colpa di Agamennone, il quale è costretto a scegliere tra la sua famiglia e il suo dovere politico conducendo in ogni caso sua figlia all’altare sacrificale, imbavagliata affinché non possa maledire suo padre, che deve già espiare la maledizione dei suoi antenati. Appare chiaro fin dall’inizio, perciò, il tema dell’ereditarietà della colpa. All’inizio del quinto episodio, il coro si chiede come possa dirsi felice se ora tornato in patria Agamennone che nonostante vinca deve comunque pagare per le morti inflitte. Il tema affrontato richiama un comportamento tipico delle civiltà antiche: la vendetta , vista come un rito obbligatorio per fare giustizia in seguito alla morte di un parente, che però si può verificare anche all’interno di un clan: Atreo, padre di Agamennone, uccise i figli di Tieste; Agamennone sacrificò sua figlia Ifigenia ad Artemide; Clitemnestra ed Egisto uccidono Agamennone; Oreste uccide la madre, Clitemnestra. La tragedia, tuttavia, mostra l’inceppamento di questo meccanismo: infatti, qualunque atto di riparazione si trasforma in una nuova contaminazione che precipita chi la compie in una rete inestricabile di sangue e colpa. Le radici di questa colpa, che si trasmette di padre in figlio, come una malattia ereditaria, sono antiche e nessuno è realmente innocente. L’uccisione di Ifigenia è la prova dell’accecamento di Agamennone, il quale, ingannato appunto da Ate, crede di poter intravedere la possibilità di conquistare una grande gloria personale. Questa scelta lo porta a macchiarsi di hybris. Hybris che viene aggravata anche dalla decisione di camminare sopra i tappeti di porpora, anche se con il senso di colpa e il disagio che questo gli provoca. La colpa anche in questo caso viene attribuita alla mancanza di un senso della misura. (^20) Secondo la leggenda, Apollo le donò la dote profetica in cambio del suo amore, ma lei, una volta ricevuto il dono, rifiutò di concedersi; adirato, il dio le sputò sulle labbra e con questo gesto la condannò a restare sempre inascoltata. (^21) Il camminare sopra i tappeti color porpora assume il significato metaforico dell’immergersi nel sangue.
Eschilo, accanto all’antico tema della vendetta tribale, introduce un altro elemento molto importante, quello della δίκη , la giustizia di cui gli dèi olimpici e, in particolare, Zeus erano garanti. Nell’ Agamennone Clitemnestra afferma che questa giustizia appartiene a chi riesce a conquistarsela con le proprie mani, vendicandosi dei torti subiti. In realtà non è nelle mani di chi la compie, ma è garantita da un ordine superiore. Sono gli dèi ad imporre agli uomini una legge dura ma giusta: si impara attraverso la sofferenza. Solo chi soffre, chi passa attraverso questa prova che gli dèi pongono sul cammino verso la giustizia e la verità può riscattarsi. Questa legge prendeva il nome di πάθει μάθος. Secondo le parole del coro, la sofferenza proviene ai mortali da Zeus, che attraverso di essa ha voluta avviare gli uomini, anche loro malgrado, sulla via della saggezza. Questa legge viene enunciata nel parodo in cui il coro canta un inno a Zeus, dio saggio e giusto, garante dell’ordine cosmico. In virtù della dike Zeus punisce l’uomo che si è reso colpevole ma secondo giustizia. Tale punizione è data dalla τίσις^22 , la quale comporta sofferenze e dolore. Tuttavia, essa è l’unico mezzo attraverso cui l’uomo può essere educato e arrivare alla saggezza. In questo senso, il dolore assume un valore positivo. Nella tragedia, la collera divina si realizza e manifesta attraverso la figura di Clitemnestra, la quale di fatto compie una vendetta mascherandola come atto di giustizia. La regina, che domina la scena per tutto il primo dramma, è definita come “ donna dal senno virile ” e “ leonessa bipede ”, questo perché la donna possiede l’intelligenza di uomo e la forza interiore superiore a quella dell’amate Egisto, il quale al contrario viene spesso paragonato ad una donna, e del marito Agamennone, che appare indeciso e titubante. La decisione di Clitemnestra si configura però come un atto di hybris che porterà la donna alla morte. La donna più volte insiste sulla premeditazione del suo atto, affermando spesso come lei abbia agito in modo che il marito non potesse sottrarsi alla morte. Clitemnestra, a riguardo, paragona il suo piano ad una rete senza uscita , simile a quella usata nella pesca, che avvolge i pesci senza lasciare loro alcuna via di scampo. Tuttavia, la rete di cui parla non è solo metaforica, ma reale: il drappo in cui è avvolto Agamennone, mentre fa il bagno, lo limita nei movimenti come una rete. La morte di Agamennone viene descritta nel dettaglio: Clitemnestra si rallegra di descrivere il fiotto di sangue che lo colpisce e paragona l’omicidio alla fecondità della natura. Infatti, come l’omicidio ha generato la giustizia, così la natura dà inizio al ciclo della nascita. Il potere vivificatore della natura viene paragonato all’omicidio in grado di far nascere la giustizia, dopo le tante colpe commesse da Agamennone. La regina si mostra sprezzante nei confronti del coro, in diversi modi: innanzitutto a Clitemnestra non importa se la loderanno o biasimeranno; definisce il coro come un “aspro giudice”, poiché condanna il suo gesto, assolvendo però quello di Agamennone^23. La donna giustifica il suo gesto affermando che ha agito con la complicità del demone che presiede la vendetta, vendicatore di Atreo. Agamennone, quindi, paga non solo le sue colpe, ma anche quelle del proprio γένος. Egli (^22) La giustizia divina. (^23) L’uccisione di Ifigenia e le diverse relazioni extraconiugali con le concubine troiane
fraterno. In seguito, i due intonano una preghiera al padre affinché li aiuti nella vendetta. Questa preghiera rappresenta un grande lamento funebre a voci alterne: i due fratelli rievocano l’uccisione di Agamennone, ma non invocano vendetta. Si tratta κομμός più grandioso della tragedia greca, articolato in tre sezioni. Dopodiché, Elettra e Oreste si rivolgono al padre: egli non è morto da re, Elettra viene trattata come una schiava, mentre Oreste è privo del trono che gli spetta di diritto. In toni parossistici ed esagerati i due invocano la resurrezione del padre. Prima del kommos, Oreste era già convinto di dover uccidere la madre, perché glielo aveva ordinato minacciosamente il dio Apollo, ma, oltre a ciò, lo spingevano anche il dolore per la morte del padre, la propria indigenza e lo sdegno dei cittadini. Dopo il kommos, Oreste è ancora più deciso a uccidere la madre, perché rivivendo l’uccisione del padre, ha interiorizzato la spinta ad agire. La funzione del kommos è altamente dinamica : trasforma la pressione esterna in un impulso interno, in autonoma decisione. Oreste, perciò, interiorizza il comando di Apollo, trasformandolo in un atto della propria volontà e assumendosi la piena responsabilità del matricidio con una decisione presa liberamente. Tuttavia, anche per lui, questa scelta si rivelerà rovinosa: infatti, dopo aver invano rivendicato la giustizia della sua azione, sarà travolto delle Erinni materne. Oreste e Pilade si fingono mercanti e si recano alla reggia, dove chiedono di essere ricevuti dalla regina. Qui danno la falsa notizia della morte di Oreste, ospite presso lo zio. Clitemnestra, colpita dalla notizia finge dolore e rientra nella reggia, ma in realtà gli occhi rivelano la felicità , come confermato dalla nutrice di Oreste, la quale era stata mandata a chiamare Egisto. La regina è convinta che sia stata ancora opera del demone della stirpe degli Atridi, che ha colpito l’ultimo discendente di tale famiglia, compiendo così la maledizione che gravava su di loro. Tuttavia, Egisto non è convinto di ciò e affronta i due mercanti da solo: viene trafitto con la spada da Oreste. Sentendo le grida dell’amante, Clitemnestra ricompare in scena. Un servo rivela alla regina che “ i morti uccidono i vivi ”, riferendosi al fatto che Oreste, che doveva essere morto, in realtà è vivo e vegeto ed è lì per uccidere la madre. Oreste e Clitemnestra finalmente si incontrano: il figlio ha in mano la spada grondante del sangue di Egisto, mentre la madre capisce che il suo destino è ormai segnato. In un tentativo estremo di salvarsi, la regina si strappa la veste , mostrando al figlio il seno materno. Oreste è pertanto titubante e chiede a Pilade cosa debba fare: O: Pilade, cosa debbo fare? Vergognarmi d’ammazzare la madre? P: E dove sono i pitici oracoli del Lossia^27 , i leali giuramenti? Abbi nemici tutti, fuorché gli dèi. Queste sono le uniche parole pronunciate da Pilade nella tragedia e sono le parole risolutive. Oreste sa, infatti, che il matricidio gli procurerà la persecuzione delle Erinni, divinità vendicatrici dei delitti di sangue, specie tra consanguinei. Pilade lo convince, ricordandogli le punizioni non meno orribili minacciate da Apollo se non avesse vendicato il padre. A questo punto, Oreste trascina la madre nella reggia e la uccide. Subito si palesano le Erinni e, in preda all’angoscia e al rimorso, Oreste si dà alla fuga disperato. Il personaggio di Oreste è un personaggio pieno di contrasti e ripensamenti: egli sa di dover obbedire alle leggi del γένος, ma questo obbligo gli procura una profonda angoscia. L’amecania^28 , (^27) Epiteto di Apollo. In greco Λοξίας, traducibile con “dai responsi ambigui”.
l’incertezza e l’indecisione sono le sue caratteristiche principali. A convincerlo saranno da un lato Apollo, una forza divina, e dall’altro la sorella Elettra, una forza umana. A differenza del fratello, Elettra mostra un’energia implacabile : ha sottratto Oreste dalle mani di Clitemnestra perché sopravvivesse e vendicasse la morte di Agamennone. Si pone in antitesi con la madre. Entrambe sono personaggi decisi, ma hanno punti di vista diversi in merito al matrimonio e alla maternità: Elettra fa voto di castità, Clitemnestra sceglie Egisto; Elettra rifiuta di diventare madre, mentre Clitemnestra rifiuta la prole di Agamennone. Nell’ottica tradizionale, Elettra è un modello da imitare, in quanto è fredda e determinata, salva il fratello e pretende in cambio che lui porti a termine la vendetta, prerogativa del tutto maschile. L’atto di Oreste ha un valore compensativo: infatti, l’uccisione di Agamennone ha rotto un equilibrio che per essere ripristinato ha bisogno di un atto uguale e contrario. Il delitto chiama un altro delitto e il sangue chiama altro sangue. La giustizia colpisce sempre , anche se tardi. La vendetta, nella tragedia, ha una duplice valenza: una positiva, poiché si configura come un atto di giustizia che compensa il torto subito; una negativa, poiché si configura come un atto ingiusto , visto che dovrà a sua volta essere punito con un atto di eguale entità. Eschilo definisce la vendetta di Oreste come un’empietà che non è rimproverabile : empietà perché uccidere la madre è il più atroce dei delitti e non rimproverabile perché nonostante tutto è un atto inevitabile di giustizia. Oreste, in quanto consanguineo di Agamennone, ha con il γένος di appartenenza un vincolo indissolubile, che lo rende erede dei delitti e dei doveri connessi all’appartenenza alla stirpe. Fra i doveri c’è quello della vendetta, per cui, se un parente del γένος viene ucciso, il parente più prossimo dovrà uccidere l’assassino (o, se ciò è impossibile, uccidere un parente dell’omicida). Clitemnestra, invece, non appartiene alla casata degli Atridi: in questa ottica, il problema del matricidio non si pone, poiché questo atto serve solo a ristabilire l’ordine violato dalla donna. La tragedia presenta diversi punti di richiamo con l’Agamennone, anche se in antitesi: se nell’Agamennone, il re è la vittima e viene accolto dall’assassino, Clitemnestra, e perciò è l’uomo ad essere intrappolato dalla donna , nelle Coefore è Clitemnestra la vittima e accoglie nella reggia il suo assassino, Oreste, ed è quindi la donna ad essere intrappolata dall’uomo. Questi richiami per antitesi danno grande rilevanza al tema del ripristino di quell’ordine che l’assassinio compiuto da Clitemnestra ha infranto. Un’altra analogia è quella relativa alla comparsa dei cadaveri. Essi sono visibili da un’apertura del fondo della scena e grazie all’ἐκκύκλημα , una piattaforma girevole che metteva in scena ciò che era accaduto fuori dalla scena, in questo caso l delitto. (^28) Dal greco ἀμηχανία. Nella mitologia greca era considerata la personificazione dell’impotenza e dell’assenza di intenzione.