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Le Scuole Filosofiche dell'Induismo: Un'Introduzione a Vedanta, Nyaya e Mimamsa, Dispense di Filosofia Indiana

Una panoramica delle principali scuole filosofiche dell'induismo, con particolare attenzione a vedanta, nyaya e mimamsa. Esplora i concetti chiave di ciascuna scuola, i loro metodi di conoscenza, le loro teorie sulla creazione e la liberazione, e le loro implicazioni per la vita etica e spirituale. Una base solida per comprendere le diverse prospettive filosofiche all'interno dell'induismo.

Tipologia: Dispense

2023/2024

Caricato il 04/12/2024

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Filosofia dell’India
Veda (Sruti, termine che significa nota musicale)
Considerato come il primo monumento letterario indiano, esso è formato da delle raccolte in
lingua sanscrita degli scritti sacri custoditi dal popolo degli Ayra (che in questo periodo si
stavano insediando nel territorio Indiano). Si tratta di un compendio di testi che sono parte
integrante degli insegnamenti dei popoli indiani. Sono diventati elementi di assoluta e
fondamentale importanza all’interno del gruppo di principi e tradizioni religiose. La parola
“veda” indica l’antica sapienza e la conoscenza del sacro. Sacro perché i testi vedici sono
per la maggior parte religiosi. La letteratura vedica è estremamente raffinata composta da
poeti (rshi) professionisti.
Irshi, ovvero veggenti, che non sono gli autori dei Veda che sono eterni, ma che con i loro
poteri sovra-umani ottenuti dall’assunzione del soma, bevanda sacra, riescono a captare i
Veda e a trasformarli in forma comprensibile agli uomini, cioè in forma letteraria. I principi
che trasmettono, non essendo nati dalla mente umana ma giunti tramite l’ascolto, prendono
il nome di Sruti, ciò che è stato udito.
Si parla di millennio vedico, dove durante tutto questo periodo le idee mutano e si
sviluppano, la lingua si evolve e i testi cambiano. Questo si suddivide in due parti:
Vedismo Arcaico, cioè i testi Samhita, dove i riti venivano fatti per comunicare con le
Divinità e si sacrificavano ad esse.
Brahmanesimo, cioè Brahmana, si concentra sul rito vedico, dove il rito sacrificale è
ciò che equilibrio all’universo. Si onora l’Ordine Cosmico perché vi è la
convinzione che ogni cosa sia retta da un insieme di leggi fondamentali che si
rinnovano in cicli costanti. L’essere umano cerca di comprendere queste leggi ma i
suoi sforzi non possono nulla di fronte ai misteri della vita. I saggi e mistici cercano di
portare la società il più vicino possibile al perfetto ordine del cosmo.
Le Upanisad determinano la fine del periodo vedico (Vedanta fine dei Veda). Verso la fine di
questo periodo nascono due scuole di pensiero: Buddhismo e Jainismo.
La compilazione del Veda è stata attribuita al rshi Vyasa. Egli lo trasmise oralmente ai suoi
quattro discepoli che lo riunirono in una grande raccolta chiamata Samhita.
L’insieme dei Veda si compone delle seguenti parti:
- le quattro Samhita, raccolta di scritti sacri:
a. Rgveda, inni sacri
b. Samaveda, riguarda il solo rito del soma; canti liturgici
c. Yajurveda, forme rituali, contiene e riepiloga tutto lo svolgimento del rituale
vedico, troviamo quindi le formule rituali del sacrificio. Ha due gruppi di testi:
bianco (contiene solo i mantra) e nero (contiene anche parti di commento i
prosa);
d. Atharvaveda, incantesimi, racchiude formule magiche e di medicina;
conoscenza degli stregoni e degli incantesimi. Sono inni altri rivolti agli dei, e
riguardano la vita quotidiana. (Atharvan sacerdoti di magia bianca, quelli di
magia nera espugnati. Malattia considerata come attacco di entità
demoniaca. Ciò che si combatte è l’effetto sul corpo umano, si usa
l’omeopatia e l’allopatia).
Successivamente alla Samhita compaiono altre 2 classi di testi, investiti di una sacralità
inferiore:
Brahmana, sono testi di interpretazione della mistica sacrificale vedica. Riti vengono
narrati nell’origine, nel significato, nell’efficacia e nelle ragioni. Da qui si passa al
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Filosofia dell’India

Veda (Sruti, termine che significa nota musicale)

Considerato come il primo monumento letterario indiano, esso è formato da delle raccolte in lingua sanscrita degli scritti sacri custoditi dal popolo degli Ayra (che in questo periodo si stavano insediando nel territorio Indiano). Si tratta di un compendio di testi che sono parte integrante degli insegnamenti dei popoli indiani. Sono diventati elementi di assoluta e fondamentale importanza all’interno del gruppo di principi e tradizioni religiose. La parola “veda” indica l’antica sapienza e la conoscenza del sacro. Sacro perché i testi vedici sono per la maggior parte religiosi. La letteratura vedica è estremamente raffinata composta da poeti ( rshi ) professionisti. I rshi , ovvero veggenti, che non sono gli autori dei Veda che sono eterni, ma che con i loro poteri sovra-umani ottenuti dall’assunzione del soma , bevanda sacra, riescono a captare i Veda e a trasformarli in forma comprensibile agli uomini, cioè in forma letteraria. I principi che trasmettono, non essendo nati dalla mente umana ma giunti tramite l’ascolto, prendono il nome di Sruti , ciò che è stato udito. Si parla di millennio vedico, dove durante tutto questo periodo le idee mutano e si sviluppano, la lingua si evolve e i testi cambiano. Questo si suddivide in due parti: ➔ Vedismo Arcaico, cioè i testi Samhita, dove i riti venivano fatti per comunicare con le Divinità e si sacrificavano ad esse. ➔ Brahmanesimo, cioè Brahmana, si concentra sul rito vedico, dove il rito sacrificale è ciò che dà equilibrio all’universo. Si onora l’Ordine Cosmico perché vi è la convinzione che ogni cosa sia retta da un insieme di leggi fondamentali che si rinnovano in cicli costanti. L’essere umano cerca di comprendere queste leggi ma i suoi sforzi non possono nulla di fronte ai misteri della vita. I saggi e mistici cercano di portare la società il più vicino possibile al perfetto ordine del cosmo. Le Upanisad determinano la fine del periodo vedico ( Vedanta fine dei Veda). Verso la fine di questo periodo nascono due scuole di pensiero: Buddhismo e Jainismo. La compilazione del Veda è stata attribuita al rshi Vyasa. Egli lo trasmise oralmente ai suoi quattro discepoli che lo riunirono in una grande raccolta chiamata Samhita. L’insieme dei Veda si compone delle seguenti parti:

  • le quattro Samhita, raccolta di scritti sacri: a. Rgveda, inni sacri b. Samaveda, riguarda il solo rito del soma ; canti liturgici c. Yajurveda, forme rituali, contiene e riepiloga tutto lo svolgimento del rituale vedico, troviamo quindi le formule rituali del sacrificio. Ha due gruppi di testi: bianco (contiene solo i mantra ) e nero (contiene anche parti di commento i prosa); d. Atharvaveda, incantesimi, racchiude formule magiche e di medicina; conoscenza degli stregoni e degli incantesimi. Sono inni altri rivolti agli dei, e riguardano la vita quotidiana. ( Atharvan sacerdoti di magia bianca, quelli di magia nera espugnati. Malattia considerata come attacco di entità demoniaca. Ciò che si combatte è l’effetto sul corpo umano, si usa l’omeopatia e l’allopatia). Successivamente alla Samhita compaiono altre 2 classi di testi, investiti di una sacralità inferiore: ● Brahmana, sono testi di interpretazione della mistica sacrificale vedica. Riti vengono narrati nell’origine, nel significato, nell’efficacia e nelle ragioni. Da qui si passa al

Brahmanesimo. Sono un punto di svolta questi testi perché l’importanza del rito vedico raggiunge il culmine. Rito sacrificale era qualcosa celebrato nel Rgveda per ottenere qualcosa dagli dei, qui invece assicura la stabilità dell’universo, qualcosa di oltre superiore agli dei. Dei diventano un ingrediente del rituale. Al loro interno comunque sono presenti narrazioni di amori e battaglie. ● Upanisad (termine che significa scendere in basso), speculazioni esoteriche-filosofiche, e si riferisce al dialogo tra maestro e discepolo. Dette anche Vedanta perché ultima categoria di testi ammessi nel corpus vedico. Trasmesse all’interno di circoli chiusi, e vengono riferite a un dio-dea. Considerate come le prime opere filosofiche indiane. Ma in esse non c’è un pensiero filosofico unitario, sono presenti diverse speculazioni filosofiche fatte da diversi pensatori che approdano a conclusioni diverse. Non sono testi omogenei. La ritualistica presente nei Brahmana scompare, ma inglobate nel loro corpus con delle precauzioni. Questo fa notare come la cultura indiana tende a includere piuttosto che escludere. Qui troviamo diversi principi: ○ Dentro di noi c’è l’ Atman , ovvero il substrato eterno immutabile sopra al quale va ad aggregarsi il nostro corpo, che altro non è che il Brahman cioè il principio su cui si fonda ed è pervaso tutto l’universo. Quindi il Brahman entra dentro di noi e l’ Atman è quella parte di Brahman che rimane dentro. ○ Karman, insieme al Samsara (ciclo delle rinascite), retribuzione karmica significa che tutte le azioni che compiamo dà un carico che fa frutto. Noi agiamo troppo e sconsideratamente, quindi non riusciamo a bruciare tutto il karma per cui si ha bisogno di un’altra nascita. C’è una relazione etica fra natura (benevola-maligna) dell’azione e il suo frutto, il frutto potrà essere buono o cattivo a seconda di essa. Da questa idea nasce il Samsara , andamento ciclico della vita che non ha né origine né fine. Percorso doloroso, che si basa sul trovare la via della liberazione dal ciclo delle rinascite ovvero dal Samsara : Mosha/Mukti. Per farlo bisogna afferrare con il pensiero che noi siamo Brahman , una volta aver compreso questo la morte coincide con il Moksha , perseguibile con la pratica dello yoga. Idea della retribuzione Karmica nasce dalle Upanisad, presente anche nel Buddhismo perché sono nati contemporaneamente. Il testo Rgveda è il più antico tra tutti i testi dei Veda. Esso è composto da un insieme di salmi chiamati sukta , costituiti da dei versi a carattere metrico chiamati mantra , distribuiti in dieci volumi denominati mandala (cerchi) di varia lunghezza, configurazione e data. Come una cipolla gli strati più esterni sono nati dopo. Le narrazioni contenute in questi volumi riguardano i fenomeni naturali suddivisi in quattro sezioni: ● Surya , ovvero il Sole ● Agni , ovvero il Fuoco ● Dyaus , ovvero il Cielo ● Vayu , ovvero il Vento-Aria I mantra sono specifici versi sviluppati in forma di preghiera strutturata in metrica, creati specificamente per essere recitati ad alta voce. In base alla tradizione furono i saggi veggenti a generarli come “Suono Divino”, arrivando a questa conclusione grazie alla meditazione profonda e alla costante ricerca del divino. (Per questo i Veda vengono anche definiti con il termine Sruti ). Per i Veda la cosa scritta è soggetta a facile aggiunte. Contiene note relative alle componenti dei culti sacrificali specifici della cultura Ayra. Infatti è costituito da inni di carattere ritualistico che servono a lodare gli dei e chiedergli di partecipare al

ovvero diversi metodi di recitazione. La conoscenza dei testi vedici permette ai sacerdoti il primato sociale, per questo ha un’istruzione così elevata e chiusa, la trascrizione metteva in dubbio questo valore. Il rito solenne vedico, chiamato Srauta-Yajna , è una successione di gesti rituali e mantra tratti dalla letteratura vedica. Si svolge in uno spazio rituale, misurato per quel determinato rito vedico. Dimensioni dipendono dalle misure del committente, siccome sono funzionali a lui. Egli è colui per cui viene celebrato il rito, (pagante) tutti i benefici invisibili del rito vanno a lui. I sacerdoti sono i meri esecutori del rito e ricevono un beneficio in cambio, ovvero una ricompensa. Solitamente i committenti sono sovrani o persone appartenenti alla classe più alta. Vengono svolti all’aperto, non esiste una struttura-tempio vedico. Ha una struttura modulare: successione di sotto-riti che sono seguiti da mosse rituali minori e che raggiunge mano a mano il momento culminante, che può essere:

  • uccisione della vittima
  • messa a fuoco della sostanza liquida soma Dopo il momento culminante vengono attuati altri riti per purificare. In ciascun rito si richiede la presenza di un numero massimo di 17 sacerdoti, oltre al committente e la moglie. Durata può variare da poche ore, a mesi o fino ad anni. (rituale del cavallo, rappresentazione del sovrano, sta nell’ascesa al trono del sovrano) Una categoria importante di riti Srauta sono quelli del soma , sostanza psicoattiva/inebriante, ottenuta da una pianta-fungo (bevanda preferita di Indra ). Il rito vedico inizia a declinare velocemente nei primi secoli d.C, ma i riti Srauta sono rimasti più a lungo. La religione vedica è estremamente elitaria, lo studio dei Veda riguarda solo i maschi delle prime 3 categorie sociali e il rito è prerogativa dei soli Brahmana (sacerdoti).

Darsana

La definizione più adatta per indicare la filosofia indiana-induista è darsana , ovvero visione. Il concetto orientale di filosofia è un’applicazione pratica, un’esperienza diretta della Realtà, a cui segue una elaborazione teorica. Darsana , infatti, allude ad una visione della realtà, fenomenica e divina che saggi/santi hanno avuto come risultato della loro disciplina ascetica e contemplativa. I principali darsana sono sei: ● Samkhya ● Yoga ● Vaisesika ● Nyaya ● Mimamsa (purva-mimamsa) ● Vedanta (uttara-mimamsa) Ogni darsana elabora una propria epistemologia, cosmologia, etica e soteriologica. Il fine della liberazione dalla sofferenza è infatti il comune denominatore di tutto l’induismo. L’epistemologia è al centro del dibattito di tutte le diverse tradizioni filosofiche. → Quali sono i mezzi di conoscenza ( pramana )? Quali sono validi ed esenti da errori, e quali invece no? Le scritture elencano sei pramana : ★ Pratyaksa : percezione diretta ★ Anumana : inferenza ★ Upamana : comparazione e analogia ★ Arthapatti : postulato derivato dalle circostanze ★ Anupalabdi : mancato riscontro di una percezione o sua assenza ★ Shabda : la parola di un’autorità religiosa o del Veda

Samkhya (metafisica)

Scuola ritenuta la più antica tra i sistemi ortodossi indiani. Ascritto al saggio Kapila e si basa sulla kapila-smrti (testi dedicati ai Veda andati perduti), andata perduta. Ishvarakrishna ne codificò gli insegnamenti nelle Samkhyakarika, opera in versi. Samkhya significa enumerare, filosofia che si basa sull’enumerazione di 25 principi costitutivi ( tatva ) della manifestazione. Essi si manifestano sia a livello cosmologico, sia individuale. Dal più sottile e indistinto ( mahat ), fino alla materia più grossolana. Di stampo dualista, il Samkhya considera l’universo costituito da due realtà eterne e auto-esistenti: ➔ testimone non-attivo, Purusa ➔ materia attiva ma inconscia, Prakrti Vicinanza di Purusa e Prakrti produce uno squilibrio tra le qualità ( guna ) di cui è costituita la Prakrti , ovvero:

  • sattva , purezza - rajas , attività - tamas , inerzia La Prakrti , ispirata dal Purusa , inizia un processo di trasformazione che culmina con la manifestazione così come la si percepisce. Il Samkhya accetta tre pramana ovvero: ★ percezione ★ inferenza ★ parola autorevole. Viene considerato ateistico. Il fine soteriologico è quello di discriminare il Purusa dalla Prakrti. Tale riconoscimento conduce a uno stato di assoluta libertà del Purusa dalla Prakrti. Al termine Samkhya viene generalmente attribuito il significato di numero. Il Samkhya si occupa di enumerare, classificare e spiegare i principi cosmici. Si può affermare che la forma filosofica del Samkhya è presente sin dall’antichità post-vedica (Upanishad) e si esprime come tendenza a formare cosmologie dotate di senso logico, in cui i differenti principi derivano l’uno dall’altro in successione. Samkhyakarika (V sec. d.C.) scritto da Isvarakrsna, dove la forma filosofica viene espressa in brevi strofe. Isvarakrsna si ritiene un redattore, e l’origine della teoria da lui esposta l’ha presa dal saggio Kapila (personaggio leggendario di cui non si hanno notizie certe). Il suo tema centrale è quello dell’universalità della sofferenza e dei mezzi per superarla; questa impostazione di base è motivo comune di tutte le visioni filosofiche dell’India moderna e antica. Diversi sono i metodi proposti dalle diverse scuole. Sofferenza ( dukkha ) è un concetto che va oltre il limite di ciò che causa dolore, ma include anche cose piacevoli o indifferenti, tutto è sofferenza in quanto è imperituro, cangiante e destinato a morire. Ne consegue che la beatitudine può essere ricercata solo in ciò che non è soggetto a morte, e questo qualcosa sarà necessariamente esterno al processo della natura. La cosmologia all’interno del Samkhyakarika è quella di un dualismo non integrabili, fatta poi propria da Patanjali (aggiungerà un 26 principio, per la redazione degli Yoga-sutra). Al punto di origine troviamo due elementi distinti entrambi eterni: ● Purusa principio spirituale eterno, cosciente e immutabile; esistono innumerevoli e infiniti Purusa ● Prakrti è natura naturans e ha due forme: ○ potenziale, inesauribile ed eterna da cui scaturisce la seconda

sempre in condizione di differente squilibrio. Ciò che da origine alla manifestazione è un influsso di Purusa , influsso fecondante ma indiretto, senza reale contatto (immagine del raggio di sole sullo specchio), per suo effetto si interrompe l’equilibrio dei Guna e inizia la produzione, ovvero appare l’universo fenomenico. Il primo tattva a manifestarsi è la buddhi , intelligenza-intelletto, tanto cosmica quanto individuale. Da essa viene prodotto il senso di identità, qualcosa di differente dall’ego personale, che è però una formazione conseguente e quindi in strettissima relazione. Questo senso di identità esiste anche in assenza di una storia personale ed è proprio in qualsiasi creatura vivente. E’ quella funzione che rende possibile percepire sé stessi come entità distinta dal resto dell’universo, quindi ha una funzione il cui elemento fondamentale è la capacità di creare e percepire confini. ➔ Dalla parte sattvica prendono forma Manas (capacità di coordinamento e riflessione) e i cinque sensi di percezione, con prevalenza rajas i cinque sensi di azione → Buddhi e Manas sono detti interni, prendo insieme il nome di Città (Yoga-sutra) ➔ Dal tamas presente nella buddhi prendono forma i cinque elementi sottili, in ordine di generazione suono, contatto, forma, gusto e odore. Dalla loro combinazione derivano gli elementi grossolani etere, aria, fuoco, acqua e terra. Questi sono i 25 elementi/principi secondo il Samkhya, come già detto prima negli Yoga-sutra verrà aggiunto il ventiseiesimo, Ishvara , Purusa particolarmente puro, riferimento e modello per gli Yogi.

Yoga (ascesi)

Il sistema dello Yoga è strettamente legato a quello del Samkhya. Difficile stabilire l’origine di questa scuola filosofica; i riferimenti allo yoga come mezzo per disciplinare il corpo, la mente e il soffio si hanno già nei Veda e nelle Upanishad. La codificazione dello Yoga come filosofia sistematica avviene negli Yoga-sutra del saggio Patanjali. Mantiene la natura dualistica del Samkhya, con il Purusa cosapevolezza e la Prakrti materia, ma introduce un principio teistico, ovvero Ishvara , modello ideale su cui appoggiare la mente e a cui offrire le proprie azioni. ➔ Su questo argomento si dibatte se con Ishvara si intenda un Dio personale o si voglia fare riferimento a ciò che ha valore spirituale per l’individuo. Gli Yoga-sutra sono un testo formati da 196 sutra redatti da Patanjali, filosofo indiano vissuto tra il II-IV sec. d.C. Si tratta di un testo che riporta gli insegnamenti di Patanjali ai suoi discepoli. A quei tempi, la maggior parte degli insegnamenti veniva impartita in forma orale, e gli studenti imparavano tramite i sutra ovvero brevissimi aforismi di rituale, filosofia, grammatica e letteratura scientifica. La parola sutra significa connessione o tenere insieme. Questi sutra , piccoli frammenti di testo, venivano quindi uniti ad opere più grandi, come appunto lo Yoga-sutra. Essendo, i sutra , tratti da frammenti di testo, non possiamo conoscere il messaggio più ampio che ha voluto trasmettere Patanjali. Quello che si sa è che il suo insegnamento spiega come ottenere il controllo di noi stessi e la padronanza della nostra mente, con l'obiettivo di arrivare a una profonda e intima unione con la nostra divinità interiore. Gli Yoga-sutra sono divisi in 4 capitoli che descrivono la pratica e gli scopi dello yoga attraverso gli otto stadi ( ashtanga-yoga ) che il praticante deve seguire per raggiungere la suprema libertà ( kaivalya). Nei 4 capitoli vengono approfonditi quattro argomenti fondamentali nella vita di uno Yogi:

1. Samadhi Pada , dove viene analizzata la natura generale dello Yoga, e il samadhi viene trattato approfonditamente tanto da attribuire il nome alla sezione 2. Sadhana Pada , teoria dei klesa (cinque grandi afflizioni, ovvero ignoranza, il senso dell’io, avversione, attrazione, attaccamento alla vita) ed un’analisi magistrale della

sofferenza che la vita umana comporta ed affronta le prime cinque tecniche Yoga; scopo di questa sezione è preparare fisicamente e mentalmente lo Yogi alla pratica dello Yoga superiore

3. Vibhuti Pada , tratta le tre ultime tecniche 4. Kaivalya Pada , dove vengono esposti i problemi filosofici essenziali che lo studio e la pratica dello Yoga comportano Opera che rappresenta una guida spirituale, un percorso di purificazione che ti avverte delle insidie del tuo viaggio spirituale e ti offre i giusti mezzi per superarle. → Il concetto principale è: la pratica e la meditazione sono il mezzo per riuscire a guardare profondamente dentro di sé. Il tuo vero giace nascosto nei silenzi del proprio pensiero, ma i dubbi, lo stress e la confusione ti portano a dimenticare chi sei realmente. Per riuscire a calmare la proprie mente è necessario coltivare sentimenti puri, eliminando gli atteggiamenti negativi come la rabbia, l’invidia, l’indifferenza e la cattiveria, e rimuovendo le cause della nostra sofferenza:

  • dimenticare chi siamo realmente
  • vivere nell’ego
  • aggrapparsi al piacere e al dolore
  • temere la morte Gli Yoga-sutra quindi pongono l’accento sull’attività e non sulla passività. Lo Yogi deve praticare, fare esperienza, conoscersi profondamente ed eliminare le proprie sofferenze, in modo da avere pieno controllo di sé e raggiungere la vera unione. I guru, i maestri spirituali, gli Yoga-sutra sono solo un’indicazione del cammino: sarà lo Yogi che dovrà intraprenderlo, attivamente e con cosapevolezza. Yoga condivide alcuni aspetti e argomenti con il Vedanta come ad esempio l’idea di una liberazione dell’anima incarnata ( jiva ). Gli otto stadi che Patanjali propone come liberazione dell’anima sono: ● yama , le norme etiche quindi i principi etici e morali ○ I cinque yama sono: ■ ahimsa , ovvero il non nuocere, la non violenza ■ satya , ovvero essere sempre fedeli alla Verità ■ asteya , ovvero non rubare ■ brahmacarya , ovvero la purezza, la castità ■ aparigraha , ovvero non appropriarsi di più del necessario, non essere avidi ● niyama , le osservanze-discipline ○ I cinque niyama sono: ■ saucha , ovvero la purezza di corpo, di mente e di parola ■ santosha , ovvero il contentamento ■ tapas , ovvero la disciplina ■ svadhyaya , ovvero la ricerca interiore ■ Ishvara-pranidhanani , ovvero contemplazione della Ishvara e abbandono a lui ● asana , il dominio sul proprio corpo, ovvero le posture/posizioni fisiche ● pranayama , il controllo della respirazione e delle energie ● pratyahara , il controllo dell’attività sensoriale, isolamento sensoriale ● dharana , la concentrazione stabile ● dhyana , la meditazione

➔ Il nome Kanada significa mangiatore di atomi, nomignolo dato facendo leva sul fatto che passava la maggior parte della sua giornata a ragionare sulle particelle ultime della realtà materiale. Il suo testo canonico Vaisesika-sutra è diviso in 10 parti, ciascuna delle quali è suddivisa in due sezioni. Il termine Vaisesika deriva dal sanscrito e vuol dire differenza. Esso ha lo scopo di stabilire le differenze specifiche che esistono fra tutti gli oggetti che si incontrano nella realtà, sia quella interna che esterna. Particolare attenzione viene data all’analisi delle particelle che compongono la natura materiale, cioè l’atomo. Utilizzando questo metodo, il Vaisesika, cerca di raggiungere una soluzione ai problemi dell’esistenza umana (non vengono trascurate le questioni metafisiche). Questo sistema filosofico, non ha un orientamento teistico ma offre piuttosto degli strumenti di analisi del reale. Il Vaisesika, infatti, è definito come fisica atomistica perché postula il fatto che nell’universo tutto è riducibile a un numero infinito di atomi ( paramanu ): essi sono entità estremamente piccole, invisibili ed eterne. Dall’addizione o dalla sottrazione di questi atomi dipende la formazione della materia. Il testo comincia con la definizione della parola dharma , ciò che ci fa conseguire la felicità e il bene supremo. Ha svariati significati ma in questo contesto è l’insieme delle norme che regolano la vita della persona, anche quella religiosa (se caghi è perché lo dice il dharma , cit. Asia). Chi intende liberarsi dal principio karmico deve saper distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, e questa analisi deve consistere di una conoscenza analitica che passi attraverso le varie differenziazioni del reale. Ciò che esiste può essere diviso in sei categorie ( padharta ): ● sostanza ( dravya ) ● qualità ( guna ) ● azione ( karma ) ● generalità ( samanya ) ● particolarità ( vishesha ) ● inerenza ( samavaya ) La maggior parte dell’opera si occupa della spiegazione di queste categorie che abbracciano tutto il reale. Per quanto riguarda l’esistenza o meno di Dio Kanada, come nel caso di altri darsana , non lo affronta direttamente ed esplicitamente. Ma certo è che i riferimenti a un Essere Supremo sono presenti e frequenti. Che egli fosse teista appare certo, il punto è che lui non incentra il suo lavoro sul problema della divinità o della descrizione della natura spirituale, quanto sull’analisi scientifica della realtà materiale. Kanada inoltre non fa mistero di credere in un’anima spirituale individuale. Per quanto riguarda la materia, il mondo in cui viviamo, egli sostiene che è formato da atomi e che tutto esiste per forza creatrice di queste particelle ultime. Tutti i fenomeni e le situazioni del mondo avvengono per la potenza insita nel karman. ➔ In elaborazioni successive a quella di Kanada, la sua teoria atomistica assume un carattere teistico, affermando che la funzionalità e l’esistenza degli atomi deriva dalla volontà di un Essere superiore. Come gli altri darsana il fine soteriologico è la liberazione dalla sofferenza, in cui si sperimenta la propria reale natura, attraverso la conoscenza autentica del reale come aggregazione temporanea di atomi. Nonostante abbia in comune con il Nyaya le teorie metafisiche, nella sua forma classica il Vaisesika accetta come pramana : ★ la percezione ★ l’inferenza.

Nyaya (logica)

Non si sa molto degli albori della scienza logica, perché le teorie sono tante, ma fin quando non si ha una testimonianza esse rimangono teorie. Comunque generalmente si pensa che venga fondato sul Nyaya-sutra , testo redatto da Gautama intorno al II sec. a.C. Il termine Nyaya significa regola, principio, direttiva; perciò la teoria dei principi che reggono l’argomentazione scientifica viene chiamata Nyaya. Può anche essere definito come un sistema che mira a definire le regole del corretto modo di pensare, di concludere e di discutere. Esso viene infatti considerato come il sistema della logica indiana, dove la sua peculiarità è la metodologia, che sarà adottata dalla maggior parte delle scuole di pensiero successive. La logica può essere intesa sia come mezzo per conoscere, per definire l’errore, sia come arte dialettica ed eristica. Storia dell'India è infatti celebre per i dibattiti. Il fine soteriologico è la liberazione dalla sofferenza e l’unico mezzo per realizzarlo è la conoscenza valida. Essa è tale se non può essere confutata o essere soggetta a dubbio e riproduce esattamente la realtà ricercata. Si contrappone quindi all’ipotesi, al dubbio o al ricordo, tutti soggetti ad errore. In tal senso il Nyaya rappresenta probabilmente il pensiero più vicino alla filosofia analitica occidentale. Il testo Nyaya-sutra è diviso in 5 capitoli, ognuno dei quali è suddiviso in due paragrafi. Il saggio esordisce affermando che il raggiungimento del bene supremo è ottenuto grazie alla comprensione scientifica della realtà, altrimenti chiamata natura. Questo sapere è conoscibile passando attraverso un’esame dello stesso. Gli strumenti per arrivare a questo sapere sono racchiusi in 16 categorie ( padharta ), che sono:

  1. i mezzi di conoscenza ( pramana )
  2. l’oggetto della conoscenza ( prameya )
  3. il dubbio
  4. lo scopo (il motivo)-intento
  5. l’esempio
  6. la conclusione
  7. i membri dell’inferenza
  8. l’argomentazione
  9. la tesi
  10. la disputa/l’obiezione
  11. la controversia
  12. il cavillo
  13. l’errore logico
  14. l’inganno
  15. la confutazione
  16. i punti deboli dell’avversario La liberazione dalla prigionia della materia, causata dall’ignoranza e dall’angoscia, si ottiene mediante la distruzione della sofferenza, della nascita, dell’attività condizionata, dei difetti, dell’errore e della falsa conoscenza. Questi sono i primi due aforismi del Nyaya-sutra , dai quali risulta chiaro che nel sistema Nyaya si dà prima importanza al percorrimento del sentiero conoscitivo. I mezzi o gli strumenti di conoscenza ( pramana ) accettati dal Nyaya sono quattro: ★ percezione ( pratyaksa ), conoscenza prodotta dal contatto dei sensi con i loro rispettivi oggetti [la mano si avvicina al fuoco, sentiamo il calore, dunque impariamo che il fuoco è caldo]

b. kevalavyatirekin , concomitante soltanto nella negazione [nessuna cosa che non sia l'anima è animata, tutte le creature sono animate, perciò tutte le creature hanno l'anima] c. anvayavyatirekin , concomitante nell'affermazione e nella negazione [dove c'è fumo c'è fuoco, sul monte c'è fumo, perciò sul monte c'è fuoco] oppure [dove non c'è fumo non c'è fuoco, sul monte c'è fumo, perciò sul monte c'è fuoco] Su questo schema inferenziale si aprirà una lunghissima stagione di riflessione logica in cui interverranno Nayāyika, Buddhisti e Jaina.

Mimamsa (esegesi)

Scuola concentrata sulla parte più antica dei Veda ovvero quella dedicata al rituale. Il termine Mimamsa significa letteralmente: pensiero profondo, considerazione, riflessione, esposizione, applicato alla filosofia significa riflessione ed esposizione dei Veda. Mimamsa chiarisce un scienza sacerdotale rituale, ed espone una filosofia metrica basata sul suono e che con il tempo finì per fondersi con il Vedanta. Qui viene fortemente sentita la necessità di sistematizzare l’esegesi Vedica in special modo nella parte dei Veda contenenti gli obblighi sacrificali. Da ciò si evince che il sistema filosofico Mimamsa è del tutto sottoposto all'autorità dei Veda e alla Rivelazione. Essa si propone di investigare sulla natura dei precetti contenuti nel Rgveda, fornendo regole certe per la loro interpretazione in maniera da comprendere il vero senso della Rivelazione e trovare una giustificazione filosofica per l’osservazione dei rituali vedici. Inoltre può essere considerata come la scuola della ricerca e della sistemazione delle Scritture, della ritualistica e dei culti dell’India. Essa ha come obiettivo la giustificazione del rituale vedico, concedendo una grande attenzione alla teoria della conoscenza e della logica. Essa quindi riconosce come mezzi di conoscenza ( pramana ):

  • la percezione, ovvero le percezioni sensoriali sensibili sono la fonte principale del sapere, gli oggetti percepiti sono reali e dotati di tratti obiettivi,
  • l’inferenza-deduzione logica, partendo da una premessa possiamo giungere ad una conseguenza senza aver acquisito altri dati sensibili, la deduzione logica è generalmente frutto dell’esperienza quotidiana,
  • la parola autorevole ( sabda ), prestigiosa testimonianza delle Sacre Scritture e l’ammissione di certi postulati con carattere di verità che assumono i connotati di autorità epistemologica quando non possono essere individuati tramite percezione diretta e inferenza. La scuola Mimamsa insegna l’arte del raziocinio, con l’intenzione esplicita di facilitare l’interpretazione dei Veda. Essa si divide in Purva -Mimamsa (la prima riflessione) e Uttara -Mimamsa (seconda riflessione) meglio conosciuta come Vedanta. Anche il Vedanta è fortemente legato ai Veda,soprattutto nella parte delle Upanishad, dove le imposizioni sacrificali sono viste sotto il profilo simbolico e con un approccio monistico. Per ambedue l’obiettivo da raggiungere è la determinazione del senso della Rivelazione che può orientarsi sopra l’essere umano e i suoi doveri o sopra Dio oggetto della conoscenza umana, da questo si evince che Mimamsa insegna all’uomo o le leggi prescritte dai Testi Sacri con particolare riguardo alle opere, all’analisi delle azioni e dei rituali ➔ In questo caso si chiama Karma -Mimamsa o Mimamsa delle Opere, sorta di scienza scolastica sacerdotale che definisce i canoni ortodossi della vita liturgica brahmanica. Oppure fa riferimento alle credenze, insegnando la via che porta alla conoscenza di Dio ➔ Prende il nome di Brahma -Mimamsa o Mimamsa Teologica, costituisce un sistema puramente speculativo e come tale si discosta notevolmente dal Karma -Mimamsa dai risvolti più pratici

Il sistema filosofico Mimamsa viene attribuito a Jaimini, infatti esso si fonda sul suo Mimamsa-sutra (II sec. a.C. – II sec. d.C.). ★ [le formazioni dei diversi darsana non si possono attribuire in nessuna maniera a individualità precise: si impiegano simbolicamente per designare aggregati di intellettuali, costituiti in realtà da tutti coloro che si dedicano ad uno stesso studio nel corso di un periodo la cui durata è indeterminata come l’origine] Gli insegnamenti di Jaimini sono contenuti negli aforismi raccolti ri-compilati e commentati dai suoi discepoli. I più famosi furono i commenti di Prabhakara e Kumarila, il primo fu un pragmatico che sosteneva la tesi della percezione sensoriale come l’unico mezzo per la verificazione della verità, il secondo oppose la Mimamsa come mezzo per confutare intellettualmente il Buddhismo. Il Mimamsa-sutra di Jaimini è composto di 2652 aforismi divisi in dodici sezioni che trattano di diversi casi che possiamo riassumere in cinque: ● la materia di cui si tratta, oggetto dell’investigazione ● il dubbio che essa suscita ● l’argomento ● la risposta confutatrice o la dimostrazione conclusiva ● il legame che si stabilisce tra l’insieme delle parti che costituiscono le proposizioni tra di loro o la stessa proposizione nell’insieme della dottrina La scuola Mimamsa ammette in primo luogo come fondamento il merito, ovvero l’efficacia invisibile che, indipendentemente dall’azione esteriore già portata a termine, continua a persistere per comunicare nell’altro mondo la conseguenza di un atto e la causa che l’ha prodotta. Considerando che il Karman è un concetto che va oltre l’atto morale, ma va inteso piuttosto come rituale, ovvero come l’atto liturgico che per mezzo del sacrificio regge l’universo e l’uomo, di conseguenza il sacrificio è l’atto più meritorio in quanto è per suo mezzo che viene eliminato la parte del karma non ancora scontata. Dal punto di vista teologico e cosmologico la prima emanazione è il soffio di Dio, dal quale si producono i suoni che costituiscono la base del linguaggio e della scrittura. Questi suoni e queste parole sono una scrittura eterea in cui gli esseri sono le forme più grossolani. L’interferenza del Mimamsa nella relazione tra idee e suoni articolati non è frutto di una convenzione, ma piuttosto sembra far risaltare il fatto che la parola umana non è altro che una riproduzione della parola creatrice. Alla forza della parola si attribuiscono tre poteri:

  • denotazione
  • connotazione
  • intenzione Da questi tre poteri deriverebbe la forza delle invocazione e degli incantesimi. Jaimini si propone di studiare i doveri sotto tutti gli aspetti così come sono imposti dalle Scritture senza discostarsi dal proposito di interpretare e chiarire i punti oscuri dei Veda stessi. ➔ La prima lezione ha come oggetto quello di stabilire l’autorità e l’origine dei Veda e delle loro emanazioni; la seconda tratta del diritto, la terza delle sue diverse sfaccettature, la quarta delle azioni da intraprendere per portare a compimento i doveri prescritti; la quinta stabilisce una priorità tra i vari doveri da compiere in base alla loro importanza; la sesta delle condizioni imprescindibili al compimento dei riti e dei doveri. Tratta anche di altre sei lezioni. Le dodici questioni che si propone di studiare la seconda parte del Karma -Mimamsa vanno a costituire un codice morale ortodosso. La Mimamsa sembra voler far risaltare gli aspetti più strettamente legati al costume e alla pratica dell’India piuttosto che al risvolto filosofico anche se non c’è da dubitare sul fatto che oltre alle questioni puramente religiose, Jaimini

Come il visistadvaita nasce dal fervore della bhakti , il dualismo nasce proprio dalla formulazione di una nuova visione di un Dio più personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche, ma sentivano l’esigenza di un dialogo con il mondo divino. Vigoroso propugnatore e divulgatore di questa visione filosofica fu Madhva. Prodigo scrittore, produsse 37 opere conosciute come Sarvamulagrantha , e oltre all’esegesi alle dieci Upanishad e alla Bhagavadgita , ha lasciato tre commenti ai Brahma-sutra (Brahma-sutra bhashya, Anubhashya e Anuvyakhyana). I temi filosofici trattati rispecchiano quelli classici delle scuole filosofiche e si riferiscono a quattro categorie: ● mezzi della conoscenza ( pramana ), ● ciò che deve essere accertato ossia l’oggetto della conoscenza ( prameya ), ● la pratica spirituale ( sadhana ), ● la liberazione finale ( moksha ). La teologia della scuola dualista è basata sui cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il Brahman è differente dai jiva e dalla prakriti. I jiva sono differenti l’uno dall’altro e dalla prakriti , e i vari evoluti da essa sono anche differenti l’uno dall’altro. La metafisica dvaita formula due categorie:

  • alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio o Brahman,
  • alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto [Lakshmi, la consorte di Dio, le anime, la natura]. Dio non crea, la natura e le anime sono coeve ad esso, ma Brahman rimane l’unica realtà indipendente, tutte le altre sono dipendenti da lui. Egli è sì un Dio personale, ma non ha una forma fisica, un’immagine antropomorfica. Egli è onnipervadente, infinito e porta buoni auspici (Egli è Vishnu, Hari, Narayana, Krishna, Vasudeva e molti altri nomi che impersonano il creatore, il distruttore, il preservatore). Le anime sono innumerevoli; ognuna di esse è unica e velata dall’ignoranza che la vincola al ciclo delle rinascite. Differentemente dagli altri sistemi del Vedanta, il sistema dualista divide le anime in tre categorie: a) coloro che sono degni della salvezza, mukti yogyas ; [sono sensibili ai valori spirituali; attraverso la disciplina spirituale e la grazia di Dio, essi possono ottenere la liberazione] b) coloro che trasmigrano eternamente, nitya samsara ; [individui che sono sempre coinvolti dal mondo sensoriale e non sentono nessuna necessità di una vita etica, né di un progresso spirituale] c) gli ottenebrati, tamoyo gyas , [sono, per natura, radicalmente malvagi e degenerano progressivamente sino ad una perdizione eterna] Il jiva , condizionato dall’ignoranza, rimane vincolato al ciclo delle rinascite ( samsara ), ed è totalmente dipendente da Dio attraverso la cui grazia solamente potrà ottenere la liberazione finale.