



Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
riassunti sul potere in scienze umane +
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
1 / 6
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!




Tina Anselmi è nata a Castelfranco Veneto nel 27, è laureata in lettere e insegna per alcuni anni in una scuola, ma poi scopre una votazione per la vita politica. A 17 anni lavora nella Resistenza facendo la staffetta per portare documenti e viveri ai partigiani. Finita la guerra si iscrive alla democrazia cristiana e dal 45 al 48 diventa dirigente del sindacato Tessili per aiutare le donne filande, nel 68 diventa deputato e ci rimarrà fino al 92. Da ministro Tina Anselmi lega il suo nome a due leggi importanti: La parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro Servizio sanitario nazionale (inaugurando il Welfare State) Nell’81 viene nominata presidente della commissione d’inchiesta sulla P2 (una loggia massonica resasi colpevole di atti eversivi nei confronti dello stato e delle sue leggi) 🡪ad affidarle l’incarico è un’altra donna, Nilde Iotti (presidente della camera)
Il termine potere coincide con la capacità posseduta da singoli o gruppi di modificare il comportamento di altri singoli o gruppi. Da questa definizione possiamo ricavare due aspetti fondamentali del potere: Non si tratta di un concetto che si riferisce ad una cosa ma ad una relazione tra due singoli o due gruppi o tra un singolo e un gruppo Il potere è un concetto che presenta una duplice natura, può riferirsi ad un comando impartito a qualcuno, oppure ad un semplice “poter fare” o “essere in grado di fare”. Un esempio del primo potrebbe essere una mamma che impartisce un comando al figlio, per esempio “non puoi uscire di casa oggi!”, un esempio del secondo potrebbe essere un bambino che tramite l’esperienza capisce di non poter fare qualcosa, oppure di saper fare qualcosa, per esempio, poter camminare, saltare e parlare
Foucault studia la pervasività del potere, ovvero la caratteristica del potere di essere diffuso in tutti i rapporti e in tutte le pratiche sociali. Secondo Foucault esiste una dimensione “macro” e una dimensione “micro” del potere. La dimensione macro è rappresentata dalla concentrazione del potere negli organi dello stato preposti a legiferare e governare, mentre la dimensione micro è la rappresentazione di una forza impersonale e anonima presente ovunque, per esempio negli ambienti di lavoro, in famiglia, nelle istituzioni educative ecc... Lui studia il potere con la “p” minuscola, ovvero l’insieme dei rapporti di forza che strutturano la società. La microfisica del potere sostiene che lo stato non ricopre tutto il campo reale dei rapporti di potere che strutturano la società. È il potere a plasmare la società non lo stato. Il potere dello stato è un potere repressivo, mentre quello della dimensione micro, non è mai un potere repressivo, ma funge come organo di controllo e di organizzazione della vita sociale.
Secondo weber bisogna distinguere il potere legittimo tipico di uno stato, dalla pura e semplice forza, ovvero dal potere illegittimo. Se il potere è legittimo, di norma, non richiede l’uso della forza, mentre se è illegittimo richiede il costante utilizzo della forza brutta.
Possiamo dividere il potere legittimo in 3 tipi “puri” o “ideali”: Il potere tradizionale; che risiede nel rispetto della tradizione e nella reverenza verso la persona del signore. Weber ne descrive due modelli, quello patriarcale e quello patrimoniale che è uno sviluppo del primo (il faraone considerava l’intero Egitto come casa sua). Il potere legale-razionale; l’obbedienza è motivata dalla credenza nella razionalità del comportamento conforme alla legge, ed è un potere tipico dello Stato burocratico Il potere carismatico; è l’obbedienza motivata dalla credenza nelle doti straordinarie del capo. Secondo quello che dice weber il capo di tipo carismatico non ha bisogno di legittimare la propria autorità, in quanto punta sull’adesione spontanea e personale dei seguaci. È un rapporto di tipo irrazionale ed emozionale tipico del potere di uno stato nascente, infatti è un potere che avendo alla base una natura emotiva è un potere precario poiché è destinato a normalizzarsi e ad evolvere in forme di potere ordinarie.
La parola Stato usata da Machiavelli nel principe significa posizione. Secondo weber il cambiamento del significato del termine stato corrisponde a un cambiamento nella natura del potere politico verificatosi in età moderna con gli stati nazionali, caratterizzati da solidi confini territoriali, un efficiente apparato burocratico amministrativo e dal monopolio legittimo della forza. L’attributo fondamentale dello stato moderno è la sua sovranità, termine che indica un potere sommo da cui derivano tutti gli altri poteri inferiori e che non riconosce nessun’altra autorità al di sopra di sé stesso. Bodin e Hobbes sono i primi teorici della sovranità dello stato, e speravano nella creazione di uno stato forte e unitario capace di porre fine alle guerre interne e portare la pace, condizione necessaria per lo sviluppo economico e sociale. Per ordine “politico” si intende un progetto razionale caratterizzato dalla costruzione di rapporti sociali pacifici, ed è contrapposto all’ordine “naturale” che è caratterizzato dall’assenza di regole e quindi una condizione di insicurezza generale.
È la prima forma istituzionale di stato moderno. Come esempio abbiamo il regno di Luigi XIV di Francia (il re sole). In questo stato troviamo un accentramento del potere nelle mani del monarca, ed esercita in questo modo tutte le funzioni della sovranità. Per Hobbes lo stato assoluto è un patto con cui gli individui cedono a una sola persona o istituzione la libertà totale di decidere e fare qualsiasi cosa, ricevendo in cambio pace e sicurezza. Questo patto crea una sottomissione totale degli individui al potere politico, che è l’unica fonte legittima delle norme sociali necessarie per la convivenza sociale. Oggi vedremmo questa costruzione dello stato una tesi estrema, ma in principio supponeva una caratteristica nuova, ovvero la laicità del potere politico, quindi non era più un potere concesso da dio, ma semplicemente un “contratto” stipulato dagli uomini per porre fine a una condizione originaria che reputavano insostenibile.
È un’evoluzione della prima forma istituzionale, e le origini sono inglesi con il regno di Guglielmo III d’Orange, che giurò fedeltà ad un documento elaborato dal parlamento chiamato “dichiarazione dei diritti”. La Dichiarazione dei Diritti è considerata il modello di tutte le successive costituzioni monarchiche dette “liberali”, in quanto rispettose delle fondamentali libertà personali e politiche. Durante questo periodo si sviluppò il liberalismo politico, che è una corrente di pensiero che imponeva dei limiti al potere statale e che riconosce a tutti i cittadini dei diritti civili. La tradizione liberale prestò particolare attenzione all’articolazione interna del potere, ovvero, se nello stato assoluto i tre poteri fondamentali erano concentrati nelle mani del monarca, nel liberalismo si crea una equilibrata distribuzione dei poteri attraverso la separazione di essi. Questa caratteristica è anche alla base delle odierne democrazie. Il limite delle monarchie costituzionali fu l'esiguità della base elettorale: i cittadini che eleggevano i loro rappresentanti in Parlamento erano una minoranza: in pratica solo i possidenti, spesso legati ai candidati da un rapporto di tipo clientelare.
società civile rappresenta una sorta di dimensione intermedia tra l'ambito politico e l'ambito familiare, con cui condivide rispettivamente la dimensione pubblica.
Secondo l’opinione diffusa la democrazia nacque nella Grecia classica, ma l’economista Amartya Sen ci dimostra che non è così. In primo luogo per Sen dice che la democrazia non è semplicemente una forma di governo, bensì, un complesso di pratiche sociali fondate sulla libera e pubblica discussione delle idee e sulla tolleranza dei punti di vista, e questa avrebbe origini anche fuori dall’occidente, soprattutto in india Cina e Giappone, ma anche nella comunità islamica. Per esempio, il filosofo ebreo Maimonide dovette scappare dall’Europa poiché non tollerato e ricevette rifugio dall’imperatore Saladino al Cairo (mussulmano). Un altro esempio è il dialogo interreligioso promosso dall’imperatore indiano Akbar, promuovendo l’accettazione di tutte le religioni. Questo ci fa capire che la democrazia è nata prima li, ma come forma di pensiero, non come forma di stato.
Possiamo definire il totalitarismo come quel sistema politico autoritario, in cui lo Stato, guidato da un capo, un partito o un ristretto gruppo dirigente, tende a regolare la vita dei cittadini imponendo loro non soltanto le norme della civile convivenza, ma anche i valori e gli stili di vita, grazie al controllo della politica, della cultura, dell'educazione e alla repressione di ogni forma di dissenso. Uno Stato simile è "totalitario" in quanto abolisce ogni separatezza della sfera privata rispetto a quella pubblica. Proprio questo completo e assoluto assorbimento della società civile da parte dello Stato permette di distinguere il totalitarismo dalle dittature. Nei regimi totalitari ogni ambito della vita dei cittadini deve essere modellato sulla base dei principi politici vigenti e subordinato agli interessi strategici dello Stato: dagli aspetti economici e produttivi a quelli dell'educazione e della formazione. Le dittature invece non hanno mai perseguito un controllo così sistematico della vita individuale. Alcuni regimi totalitari sono il nazismo tedesco, lo stalinismo sovietico e, in parte, il fascismo italiano.
Secondo la Arendt la nascita dei totalitarismi non è stato un evento improvviso o imprevedibile, ma un'evoluzione dello sviluppo storico. Il totalitarismo sarebbe infatti un prodotto degenerato della società di massa dove la popolazione perde l’interesse nella partecipazione della vita pubblica e alla libera creando una massa passiva, facilmente manipolabile. Arendt individua i seguenti tratti distintivi dei regimi totalitari: presenza di un capo che svolge il ruolo di guida carismatica delle masse e che come tale è insostituibile; la sua dinamica volontà è legge suprema, la sua parola, d'altronde, è considerata infallibile, anche se non necessariamente veridica. Il capo assume su di sé la responsabilità delle azioni compiute dai subalterni; assolutezza della leadership: il capo non può essere un individuo che guida un gruppo di persone al suo stesso livello, ma deve essere un superiore (superuomo) appoggio delle masse e fanatismo: il popolo nutre una fedeltà incondizionata e illimitata nei confronti del capo, le cui mete sono "idealisticamente" preferite al perseguimento degli interessi personali; controllo di ogni aspetto della vita di ogni singolo individuo; nuova (distorta) concezione della realtà: il capo non basa le proprie decisioni su un esame realistico dei fatti; è incurante degli autentici interessi nazionali, ai quali antepone il perseguimento di fini anche irrealistici, ma comunque funzionali alla trasformazione delle masse in strumenti di attuazione dell'ideologia totalitaria; uso sistematico della propaganda; ricorso al terrore: tutti devono sentirsi costantemente in pericolo di vita, sia nel caso in cui scelgano di opporsi al regime, sia nel caso in cui appartengano alle categorie che il capo considera "nemiche" riferimento continuo a un'ideologia per la quale il regime totalitario è mero strumento di attuazione di un processo ineluttabile (di tipo storico, come nel caso dell'ideologia stalinista, tesa all'avvento della dittatura del proletariato; oppure di tipo biologico, come nel caso dell'ideologia nazista, tesa alla selezione razziale).
Gli Stati europei sconvolti dalla guerra e dall'esperienza totalitaria ritornarono alla legalità e alla democrazia. In questo contesto storico si affermò un nuovo modello di rapporto tra Stato e società, efficacemente indicato dall'espressione Stato sociale o Welfare State. Il Welfare State è lo Stato che non abbandona il cittadino, ma lo assiste in ogni momento della sua esistenza, fornendogli gratuitamente una serie di servizi essenziali (formativi, sanitari, assistenziali Anselmi) a cui un tempo provvedevano le famiglie e le associazioni caritatevoli o solidaristiche. Storicamente il Welfare State fu messo a punto per la prima volta dal governo laburista britannico con l'attuazione del servizio sanitario nazionale gratuito. l'obiettivo del Welfare State è quello di garantire l'uguaglianza sociale in contesti economici di libero mercato, rompendo il tabù del liberalismo classico: il divieto per lo Stato di intervenire nelle dinamiche spontanee della domanda e dell'offerta di beni e servizi. È quindi evidente che si tratta di un obiettivo di non facile raggiungimento, in quanto ogni intervento che tenda a difendere la libertà di iniziativa economica rischia di alimentare la disuguaglianza, così come ogni intervento che miri a ridurre la disuguaglianza rischia di limitare la libertà personale. Allo scopo di trovare un giusto equilibrio tra i due poli della libera iniziativa economica e dell'uguaglianza tra i cittadini, il Welfare State individua e tutela i cosiddetti diritti sociali, come il diritto all'istruzione, alla casa, alla salute, all'integrità fisica sul posto di lavoro. Rispetto ai diritti civili e politici, i diritti sociali comportano dunque un intervento diretto dello Stato, il quale attraverso il prelievo fiscale ridistribuisce la ricchezza del paese a favore dei ceti più deboli, erogando servizi di vario tipo (scolastici, sanitari, pensionistici ecc.). Utilizzando la contrapposizione tra "libertà negativa" e "libertà positiva", tematizzata da Berlin e da Bobbio (1909-2004), possiamo affermare che: lo Stato liberale, tutelando i diritti civili, garantisce la libertà negativa (o libertà "da"), cioè quella a cui ci appelliamo quando chiediamo di non essere ostacolati, nell'esercizio delle nostre facoltà di individui liberi, da interferenze dello Stato o di altri cittadini; lo Stato sociale, riconoscendo i diritti sociali, promuove invece la libertà positiva (o libertà "di"), cioè si impegna a garantire, a tutti i cittadini, le condizioni necessarie per realizzare le proprie aspirazioni e soddisfare i propri bisogni. La libertà positiva tutelata dal Welfare State è dunque quella di istruirsi, di curarsi, di avere una casa, di ottenere un'equa retribuzione per il lavoro svolto ecc.
Il Welfare State ha indubbiamente prodotto, nel corso degli anni, grandi risultati: dall'allungamento della durata media della vita dei cittadini, alle maggiori garanzie di libero accesso agli studi per tutti, alla maggiore tutela dei diritti dei lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici, non c'è stato ambito della vita pubblica e privata che non abbia beneficiato delle risorse destinate dallo Stato per una serie di servizi alle persone che erano del tutto o largamente ignoti fino a sessant'anni fa. Meno palpabile è l'effetto indotto dal Welfare State sulle aspettative dei cittadini che, consci del miglioramento delle loro condizioni di vita rispetto a quelle delle generazioni precedenti, sono stati incoraggiati a sperare, e soprattutto a progettare, un futuro ancora migliore per i loro figli. Tuttavia, se in linea teorica il Welfare State appare come il sistema politico migliore possibile, nei fatti il suo sviluppo richiede modifiche profonde nel modello statuale classico, che implicano qualche disfunzione sul piano politico, organizzativo ed economico-sociale. Sul piano politico, il Welfare State può mettere in difficoltà il Parlamento, esponendolo alle pressioni di gruppi organizzati influenti che tutelano gli interessi dei loro membri: sindacati, associazioni di categoria, gruppi di volontariato, organi di stampa, che invitano a mettere in agenda la soluzione di particolari problemi sociali a loro avviso trascurati. Tutto questo avviene perché la tutela dei diritti sociali non riguarda tutti i cittadini senza distinzione alcuna (come avviene nel caso dei diritti civili), ma impone delle scelte a favore delle situazioni giudicate più urgenti. Sul piano organizzativo, il Welfare State è caratterizzato dall'espansione della macchina statale e dall'aumento dei suoi dipendenti, sia di quelli impegnati a prestare direttamente un servizio (medici, infermieri, insegnanti), sia di quelli preposti a garantire la legittima fruizione dei servizi stessi (personale amministrativo e burocratico): non a caso negli ultimi decenni il pubblico impiego ha costituito, e in parte costituisce ancora oggi, un'occasione di elevazione sociale e una garanzia di stabilità professionale. Il risultato complessivo di questo fenomeno, al di là della sua più o meno plausibile giustificabilità, è stato un ingigantirsi della macchina amministrativa ignoto alle forme più tradizionali di Stato. Sul piano economico-sociale, l'aumento della spesa pubblica richiesta dall'erogazione delle prestazioni può determinare un eccessivo incremento della pressione fiscale e comportare squilibri finanziari; inoltre, l'estensione delle politiche di Welfare all'intera collettività, indipendentemente dallo stato di bisogno può comportare degli sprechi e ridurre l'efficienza del servizio: il caso delle