Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Il senso Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger della storia.pdf, Appunti di Antropologia

Il senso Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger della storia.pdf

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 09/07/2021

Broker0395
Broker0395 🇮🇹

4.4

(275)

169 documenti

1 / 20

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger
0. Premessa Cercare il senso della storia è una delle attività centrali dello spirito umano:
ogni comunità seleziona tappe dei propri trascorsi per legittimare la propria identità
attuale e proiettarsi nel futuro. Come se fosse ontologicamente
insopportabile/inammissibile ammettere che la nostra storia (e quindi vita) non abbia
senso. Gli stessi storici riconoscono la necessità di dare un senso alla storia: il discorso
storico ufficiale e professionale ha difficoltà a padroneggiare il proliferare di discorsi
storici legati all’affermarsi di un “uso pubblico della storia”, connesso all’esigenza di
memorie dal basso ( vedi: archivi autobiografici) che si sono imposte nell’ultimo
trentennio. Il rapporto della società occidentale con il tempo è mutato sul finire del XX
secolo (=cambiamento del regime di storicità): emerse le testimonianze della Shoah, si
è imposto il dovere della memoria che a sua volta ha condotto a un discorso sul passato
e a una riscrittura della storia da parte di “trasmettitori autolegittimati”. In questo
quadro variegato, l’autrice sceglie di concentrarsi su uno specifico tipo di patrimonio:
appunto, la storia.
0.1 Usi e disusi L’autrice riflette sulle ricadute sociali della pratica archeologica
attraverso un aneddoto sul campo allestito a Torremaggiore la scoperta di tracce del
passato da un terreno che abitualmente era considerato sede d’una storia lontana e
vaga ha portato i giovani a riflettere sul passato del proprio paese, usualmente
considerato privo di prestigio. • Si sapeva che a Torremaggiore era morto Federico II di
Svevia, ma senza una traccia reale dell’evento quest’ultimo restava avvolto in una
nebbia che ne faceva quasi una leggenda. o Lo scavo archeologico, riportando in
superficie quel passato, l’ha reso concreto e ha trasformato la leggenda in storia i
giovani sono diventati “storici” dando vita al “Corteo storico di Federico II e Fiorentino”
+ iniziative che in pochi decenni hanno cambiato la percezione/l’uso della storia a
Torremaggiore.
Possiamo constatare l’effetto che la pratica archeologica – che ha il potere di “dare
le prove” del passato – ha prodotto sulla comunità locale, fin allora convinta d’essere
sprovvista di trascorsi da esibire e su cui fondare pretese identitarie. Da
quest’esperienza è nato il seminario “Patrimonializzare la storia”, durante il quale sono
state presentate e discusse numerose ricerche che si ponevano la stessa domanda in
contesti tra loro diversi e in campi molto disparati in quali casi e con quali modalità
alcune collettività locali partecipano a questo generale processo di valorizzazione del
passato, trasformando in patrimonio non un oggetto, un bene immateriale, ma il
proprio passato (o meglio, la propria storia)? 0.2 Saperi diffusi e patrimonializzazione
(presenta brevemente i saggi). 2 Sezione 1 Usi e disusi 1. Usi del passato e
democratizzazione della memoria: il caso delle rievocazioni storiche – Fabio Dei 1.1
Rievocare il passato Le rievocazioni storiche sono un tipo di evento pubblico festivo che
ha avuto grande sviluppo e diffusione negli ultimi decenni, in tutta Europa. In
particolare, in Italia le rievocazioni hanno impattato su un preesistente e ricco tessuto
di feste storiche municipali ed eventi folklorici non solo affiancandosi ad essi, ma
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14

Anteprima parziale del testo

Scarica Il senso Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger della storia.pdf e più Appunti in PDF di Antropologia solo su Docsity!

Il senso della storia – Anna Iuso A cura di Geenger

  1. Premessa Cercare il senso della storia è una delle attività centrali dello spirito umano: ogni comunità seleziona tappe dei propri trascorsi per legittimare la propria identità attuale e proiettarsi nel futuro. Come se fosse ontologicamente insopportabile/inammissibile ammettere che la nostra storia (e quindi vita) non abbia senso. Gli stessi storici riconoscono la necessità di dare un senso alla storia: il discorso storico ufficiale e professionale ha difficoltà a padroneggiare il proliferare di discorsi storici legati all’affermarsi di un “uso pubblico della storia”, connesso all’esigenza di memorie dal basso (→ vedi: archivi autobiografici) che si sono imposte nell’ultimo trentennio. Il rapporto della società occidentale con il tempo è mutato sul finire del XX secolo (=cambiamento del regime di storicità): emerse le testimonianze della Shoah, si è imposto il dovere della memoria che a sua volta ha condotto a un discorso sul passato e a una riscrittura della storia da parte di “trasmettitori autolegittimati”. In questo quadro variegato, l’autrice sceglie di concentrarsi su uno specifico tipo di patrimonio: appunto, la storia. 0.1 Usi e disusi L’autrice riflette sulle ricadute sociali della pratica archeologica attraverso un aneddoto sul campo allestito a Torremaggiore → la scoperta di tracce del passato da un terreno che abitualmente era considerato sede d’una storia lontana e vaga ha portato i giovani a riflettere sul passato del proprio paese, usualmente considerato privo di prestigio. • Si sapeva che a Torremaggiore era morto Federico II di Svevia, ma senza una traccia reale dell’evento quest’ultimo restava avvolto in una nebbia che ne faceva quasi una leggenda. o Lo scavo archeologico, riportando in superficie quel passato, l’ha reso concreto e ha trasformato la leggenda in storia → i giovani sono diventati “storici” dando vita al “Corteo storico di Federico II e Fiorentino”
  • iniziative che in pochi decenni hanno cambiato la percezione/l’uso della storia a Torremaggiore. ▪ Possiamo constatare l’effetto che la pratica archeologica – che ha il potere di “dare le prove” del passato – ha prodotto sulla comunità locale, fin allora convinta d’essere sprovvista di trascorsi da esibire e su cui fondare pretese identitarie. Da quest’esperienza è nato il seminario “Patrimonializzare la storia”, durante il quale sono state presentate e discusse numerose ricerche che si ponevano la stessa domanda in contesti tra loro diversi e in campi molto disparati → in quali casi e con quali modalità alcune collettività locali partecipano a questo generale processo di valorizzazione del passato, trasformando in patrimonio non un oggetto, né un bene immateriale, ma il proprio passato (o meglio, la propria storia)? 0.2 Saperi diffusi e patrimonializzazione (presenta brevemente i saggi). 2 Sezione 1 – Usi e disusi 1. Usi del passato e democratizzazione della memoria: il caso delle rievocazioni storiche – Fabio Dei 1. Rievocare il passato Le rievocazioni storiche sono un tipo di evento pubblico festivo che ha avuto grande sviluppo e diffusione negli ultimi decenni, in tutta Europa. • In particolare, in Italia le rievocazioni hanno impattato su un preesistente e ricco tessuto di feste storiche municipali ed eventi folklorici → non solo affiancandosi ad essi, ma

anche sostituendoli o innestandosi al loro interno. o In questo saggio, Fabio Dei si concentra sul contesto di ▪ forme di uso del passato, ▪ memora culturale, ▪ patrimonializzazione in cui le rievocazioni si collocano. L’ingrediente cruciale della rievocazione storica è la messa in scena di eventi o la ricostruzione della vita quotidiana di epoche passate, attraverso performance teatrali di massa che implicano l’uso di costumi e di altri elementi di cultura materiale attribuiti a un’epoca particolare. NB: Rievocazione =/= ricostruzione!

  • Rievocazione: si riferisce a un evento preciso → es.: una battaglia. o Implica un elemento di messa in scena narrativa e funzionale, punta sulla spettacolarità delle scenografie e dei costumi, preoccupandosi relativamente poco della “fedeltà” dei dettagli. • Ricostruzione: mira a mettere in scena ambienti e situazioni della vita quotidiana → es.: mercati, ambienti domestici, botteghe artigiane. o Tenta di conseguire il massimo di fedeltà filologica, sulla base delle fonti scritte e iconografiche disponibili, e disdegna la spettacolarità a favore del rigore metodologico (→ uso di consulenze scientifiche). NB2: ci sono anche due diverse tradizioni o genealogie che si combinano nelle attuali rievocazioni: • Feste storiche → inventate nel Novecento, spesso creazioni del fascismo che le promuoveva come strumenti di comunicazione di massa e nell’ottica di un’idea interclassista di “identità popolare”. Anche nel dopoguerra, nel quadro dell’egemonia dei partiti di sinistra, le feste continuano a prosperare e a godere di ampio seguito popolare. o Tratti comuni delle feste storiche sono: ▪ Divisione della città in contrade o rioni, ▪ Disputa di un palio o gara di destrezza di altro tipo, ▪ Sfilate in abiti storici, ▪ Presenza di sbandieratori e tamburini, ▪ Partecipazione di massa. o Es.: il palio di Siena.
  • Reenactment → rievocazioni di battaglie (come quelle della Guerra Civile negli USA o di quelle napoleoniche in Europa) → qui non sono coinvolte le comunità locali, ma ampi gruppi di appassionati interessati a esperienze di immersione in forme di vita del passato. o L’accento è posto: ▪ sulla fedeltà nella ricostruzione della cultura materiale, ▪ sull’autenticità delle esperienze esistenziali perciò → bandito uso delle moderne tecnologie: l’obiettivo è rivivere le emozioni soggettive legate al freddo, alla fame, fino alla paura e alla violenza della battaglia. Queste 2 tradizioni si sono fuse nella realtà italiana e toscana contemporanea, dando vita a un continuum di eventi rievocativi nei quali entrambe le componenti sono presenti in maggiore e minor misura. 5 legame labile e temporaneo, tenuta insieme non dal piano economico ma da legami affettivi che col divorzio possono venire meno, più ha bisogno di costruire culturalmente la sua unità e la sua continuità temporale. o Questo sostegno culturale è consentito dall’amplissima disponibilità di beni cerimoniali accessibili a basso costo sul mercato → la “galleria degli antenati” non richiede ampi costi, specie con l’invenzione della

presentizzazione). Bisogna svincolarsi da questo paradigma. La vocazione critica dell’antropologia non va confusa, infatti, con l’atteggiamento moralizzante. Tornando alle rievocazioni, il problema non è definirle quanto descrivere e capire i mutamenti culturali di cui esse sono manifestazione → capire perché attraggano con tale forza ampi e differenziati gruppi sociali → infatti, come dicevamo, le rievocazioni nascono dal basso, dalla “società civile”, promosse da un ricco tessuto associativo. In questo senso, è legittimo parlare di comunità patrimoniale in riferimento ai rievocatori → se una comunità patrimoniale è un insieme di persone che si riconosce in un certo “bene culturale”, si unisce e opera per valorizzarlo e tramandarlo, allora molti gruppi di rievocatori lo sono, indipendentemente dal genere di oggetto che viene patrimonializzato e dal fatto che esso sia legittimato o consacrato dai saperi esperti. In conseguenza, nell’ottica di una storia delle forme di uso del passato, le rievocazioni appartengono evidentemente alla fase dell’indebolimento del ruolo memoriale dello stato e delle istituzioni, quando si diffonde la produzione diffusa e molecolare della memoria. I gruppi della società civile che ne sono promotori e protagonisti operano in un contesto che è essenzialmente ludico, legato all’ambito esperienziale. I rievocatori giocano, ma sono consapevoli di farlo ed esercitano ironia su se stessi e sul loro esercizio di richiamo del passato (per esempio, si autodefiniscono “uomini in calzamaglia”). Rispetto alle ‘serie’ celebrazioni commemorative, il rapporto col tempo è opposto:

  • Commemorazione → rimanda a eventi drammatici e intende annullare il passaggio del tempo presentificando l’avvenimento, riaffermando il nostro rapporto con esso.
  • Rievocazione → non vuole presentificare! Al contrario, è possibile solo nella misura in ci quel passato è lontano e separato da noi. Ciò consente di rappresentarlo secondo modalità ludiche che non implicano partecipazione morale. o Quindi gioco, ma gioco profondo in senso Geertziano → un gioco nel quale si trovano riflessi e manipolati i valori e la struttura dei rapporti sociali di una comunità. ▪ Osserviamo desiderio di affermazione identitaria, di una certa esclusività, ma anche possibilità di integrazione per gli immigrati e quindi strumento di apertura. • Diciamo quindi che si esprime un desiderio di località, di intimità culturale, di appartenenza a una rete protetta di relazioni. 7 2. Usi e disusi della storia. Il ruolo politico del passato nel regno del Buganda – Marco Sottilotta 2.1 Introduzione Prima di cominciare, Sottilotta esplicita due questioni. I masiro sono stati definiti spesso come “tombe” regali del regno del Buganda. ‘Tombe’ però è una definizione scorretta → tomba deriva infatti dal latino tumba, mutuato dal greco tymbos, tumulo → il riferimento alla pratica della tumulazione è inadatto però a descrivere le attività svolte in epoca precoloniale nei masiro. Per questo Sottilotta decide di utilizzare il termine masiro, di per sé intraducibile. • Termine masiro qui utilizzato non solo per i luoghi e le attività funebri in essi praticati, ma anche per la loro intera funzione nella società. Poi Sottilotta si sofferma sul concetto di “storia” → parlare di storia in relazione a una larga parte del continente africano vuol dire confrontarsi con un passato non scritto fino alla metà del secolo XIX, visto che fino a quel momento

la mancanza di contatto con la scrittura aveva reso impossibile la produzione di documenti.

  • Sia lettura storica che antropologica hanno cercato di ovviare al problema ricorrendo alle tradizioni orali, attribuendo ad esse vari gradi di attendibilità. Scopo del saggio è interrogarsi sul ruolo dei masiro nei processi di riarticolazione del passato nella società ganda e sul motivo per cui questi stessi luoghi possono essere considerati non solo fonti storiche vere e proprie, ma anche siti in cui la storia può essere patrimonializzata o, al contrario, del tutto ignorata. Le attività svolte presso i masiro rientrano infatti in ciò che Anna Iuso definisce uso sociale della storia, ovvero quelle dinamiche che, considerando il passato come ‘incerto e da definire’, costituiscono narrazioni efficaci in grado di legittimare un presente in trasformazione nei suoi assetti sociali.
  • In particolare, Sottilotta vuole illustrare il modo in cui diverse finalità politiche abbiano determinato, nel Buganda, usi o disusi della storia. 2.2 Luoghi di memoria Le Tombe di Kasubi sono l’unico sito culturale ugandese inserito dall’Unesco nella Lista dei Patrimoni dell’umanità e rappresentano oggi uno dei principali monumenti del paese. Tuttavia, l’edificio principale è stato distrutto da un incendio nel 2010 e si trova ancora oggi in fase di restauro. La visita alle Tombe di Kasubi permette di apprezzare la struttura architettonica in fieri → l’edificio principale, contenente le reliquie dei sovrani, che prende il nome di Muzibu-Azaala-Mpanga, si trova all’interno di un ampio cortile che ospita altre costruzioni più piccole. • L’interno del tempio è diviso in due parti da una tenda di stoffa di corteccia, che traccia il diametro della pianta circolare.
  • Tramite l’ingresso si accede all’area detta mbuga.
  • Verso il centro si trova il mwaliro, che rappresenta il trono del sovrano (kabaka) corredato di lance, scudi, tamburi e pelli di animali.
  • Al di là della tenda si trova la “foresta” (kibira), spazio inaccessibile ai visitatori in cui lo spirito del kabaka vaga in libertà. o In epoca precoloniale, la “foresta” dei masiro era il luogo in cui si conservava la mascella inferiore del sovrano, la cui asportazione rappresentava l’ultimo atto di un lungo apparato rituale funebre riservato ai kabaka. Conservare la mascella consentiva di mantenere il contatto coi sovrani defunti, per mezzo dello spirito che “abitava” il masiro.
  • La costruzione di questi luoghi seguiva un modello preciso, tramite il quale era riproposta la tipica struttura delle residenze dei sovrani. Infatti, in epoca precoloniale, ogni componente della corte del kabaka si trasferiva con lui nel masiro appena istituito → i 10 ▪ La famiglia reale segue queste stesse regole, tranne quella della patrilineearità → i diretti discendenti dei kabaka mantengono i totem delle loro madri, che appartengono a diversi clan. Questo significava che diversi eredi al trono appartenevano ad altrettanto diversi clan, essendo alto il numero di mogli, in modo che questi stessi clan ottenessero una via alla regalità. • Era un sistema che permetteva ai clan di mantenere un controllo indiretto sul regno. • Inoltre, ricordiamo che il monarca non era davvero un sovrano assoluto, ma condivideva il potere in qualche misura con i clan. Alla morte di un

di aspre contese giocate • Sul piano della retorica storica, • Sul piano giudiziario. 3. Conflitti e potere Gli nzema adottano un sistema di discendenza matrilineare e un’organizzazione della società dettata dalla pervasiva presenza del potere consuetudinario, variamente articolato e distribuito sul territorio. • La popolazione è divisa convenzionalmente in 7 matriclan, a loro volta segmentati in un ampio numero di matrilignaggi distribuiti nell’area e al di fuori di essa per effetto del principio della virilocalità, che impone che figli e mogli di un uomo risiedano nella casa di questi. • Per effetto della discendenza matrilineare, l’identità clanica è trasmessa per via uterina → lo è anche l’eventuale appartenenza a un matrilignaggio di rango reale, entro le cui fila deve essere selezionato un individuo intitolato a mantenere il ruolo di chief (capo) nell’architettura del potere tradizionale. NB: il potere del chief nzema non è sempre rimasto invariato → il suo assetto contemporaneo è il prodotto di processi storici di lungo periodo, in cui hanno avuto ruolo centrale le relazioni intrecciate dai rappresentanti delle élite indigene o Coi mercanti europei stanziati lungo la costa, o Con le autorità coloniali, o Con le autorità dello Stato indipendente. L’attuale configurazione del potere consuetudinario nzema origina dalla traumatca scissione del regno precoloniale di Apollonia in due entità politico-militari autonome:

  • Eastern Apollonia, - Western Apollonia. Antesignani degli attuali:
  • Eastern Nzema Traditional Area, - Western Nzema Traditional Area. Questo evento (accaduto nella seconda metà del XIX sec.) fu innescato dall’ingerenza negli equilibri politici locali della potenza militare inglese. Il momento culminante della strategia di intevento inglese nell’area fu la deposizione dell’ultimo sovrano di Apollonia, Kaku Aka (che rifiutava di accettare gli accordi con gli inglesi), per mezzo di un’aggressiva campagna militare sostenuta col decisivo appoggio di popolazioni locali alleate. Questo provocò la caduta del regno unitario e la successiva fondazione di 2 entità politiche autonome. - Nel transito dalla prima alla seconda forma di organizzazione politico- territoriale, si consumò anche un avvicendamento dinastico che comportò la sostituzione dell’antica matrilinea reale Nvavile
  • di cui Kaku Aka sarebbe stato l’ultimo esponente – con le due matrilinee ntweafoɔ, che attualmente siedono sul trono di Eastern e Western Nzema. o Il quadro è reso intricato dalla memoria di una guerra civile che insanguinò i due regni tra 1868 e 1871, allorquando il capo che sedeva sul seggio di Atuabo (città) rivendicò a sé la primazia sui territori di tutta Apollonia, compresa la porzione occidentale. → Tale scontro non ripristinò l’unità politica originaria, ma consolidò piuttosto la frattura. Ricapitolando quindi nel XIX secolo l’antico regno di Apollonia era collassato sotto i colpi:
  • Della politica espansionista inglese, - Di una guerra fratricida (che aveva annichilito le velleità antimperialiste di Kaku Aka). Con ciò, gli inglesi poterono formalizzare la loro influenza lungo l’intera linea costiera e concentrare gli sforzi nel consolidamento delle posizioni in vaste aree dell’interno → proclamazione della Colonia della Gold Coast (1874). 3.2 Fonti e processi di history-making

La prima importante testimonianza relativa a quella che è localmente conosciuta come “Grande lite” per il seggio dello Nzema unitario tra Nvavile e Ntweafoɔ può essere rintracciata nell’articolata relazione stilata nel 1914 dal funzionario coloniale Francis Crowther e che aveva come oggetto l’assetto del potere consuetudinario nell’area → negando la possibilità che ramo dell’antica famiglia reale nvavile siano sopravvissuti alla caduta del regno di Kaku Aka, Crowther sembra accreditare l’ipotesi che l’arrivo al potere delle matrilinee ntweafoɔ - che tuttora occupano i seggi di Beyin e Atuabo

  • sia del tutto legittima. - I sedicenti successori in linea dinastica di Kaku Aka
  • stanziati ad Atuabo e nel villaggio di Awiaso
  • non si sono però dati per vinti e hanno cominciato a intessere la trama giudiziaria della lite. o Dagli anni ’20 del Novecento si sono susseguite una serie di petizioni con cui gli Nvavile hanno chiesto che venisse riconosciuta la seniorità della loro matrilinea e, conseguentemente, fosse ripristinato l’ordine politico originario. ▪ Per dimostrare l’approfondita conoscenza del loro passato ancestrale e, quindi, legittimare la rivendicazione un diritto originario sulla terra del regno, gli estensori di tali petizioni adottarono una strategia retorica fondata su due pilastri portanti: • L’accreditamento della fondazione politica del regno di Apollonia a un antenato di nome Amihere Kpantinli,
  • La qualificazione del potere assunto dagli Ntweafoɔ come una reggenza (quindi per sua natura transitoria). Però → queste petizioni non ebbero successo.
    • Quindi → altri procedimenti nei decenni successivi, con giudizi e ricorsi che non arrivò mai a mettere davvero in discussione il potere dei capi di Eastern e Western Nzema. Un decisivo cambio di registro fu impresso alla lite solo nel 2006, quando gli Nvavile inviarono una nuova petizione alla competente Regional House of Chiefs → essa individuava l’oggetto del contendere non nel riconoscimento preventivo del diritto al seggio unitario, quanto nella certificazione di una restaurazione di fatto già avvenuta! - Infatti → il documento chiedeva infatti ‘iscrizione nel registro nazionale dei capi tradizionali del nome di Kaku Aka II, intronizzato per acclamazione ad Awiaso solo pochi mesi prima quale re di tutto lo Nzema. o In questo documento, l’ipotesi della reggenza affidata dagli inglesi agli antenati dei paramount chief ntweafoɔ lascia il passo a un’invettiva più aspra → assetto del potere tradizionale nell’area qualificato come esito di una meschina impostura deliberatamente perpetrata in spregio alle regole consuetudinarie. ▪ La restaurazione del potere nvavile è retoricamente presentata come soluzione in grado di riportare ordine politico locale nell’alveo della tradizione. I paramount chief ntweafoɔ risposero a questo attacco perseguendo la sistematica decostruzione delle asserzioni degli Nvavile → gli elementi portanti di questa strategia retorica si trovano in un corposo documento redatto nel 2007 da Annor Adjaye III, paramount chief del Western Nzema, e Blay VIII, al tempo suo omologo nell’area orientale. - Screditarono la figura storica di Kaku Aka, sottolineandone malvagità e arroganza sovrumane,
    • Misero in dubbio la sua origine dando conto di tradizioni orali che lo vorrebbero terminale di una matrilinea spuria non nzema, emigrata in tempi antichi dalla più orientale area ahanta.

of Indigenous People (WCIP). - Battaglie politiche contro costruzione della diga di Alta, che tra 1979 e 1981 conobbero insperata amplificazione mediatica. o I lavori per la diga avrebbero dissestato i pascoli di numerosi allevatori Sami della zona → aderirono anche ecologisti e alcuni personaggi pubblici. ▪ Nonostante la vittoria formale dello stato (che poté concludere i lavori), l’atto di piantare la tenda tradizionale (lavvu) di fronte al Parlamento di Oslo riscosse quella visibilità capace di marcare simbolicamente una presenza storica. La protesta fu lo spartiacque a partire dal quale le questioni indigene non poterono più rappresentare un fenomeno marginale e ignorabile. Il percorso di riconoscimento si intensificò tra anni Ottanta e Novanta e fu segnato da 2 momenti decisivi: - 1990: la Norvegia fu il primo paese a ratificare la Convenzione ILO 169, impegnandosi formalmente a riconoscere i Sami come “popolo indigeno” e ad assicurare loro “i diritti di proprietà e di possesso sulle terre che occupano tradizionalmente” o Tale riconoscimento spinse i Sami a rivendicare la gestione su attività economiche come pesca e allevamento renne che erano state gestite negativamente dallo stato.

  • 9 ottobre 1989: inaugurazione a Karasjok del Parlamento Sami Norvegese, che implementava di fatto quanto stabilito due anni prima dal Sami Act (1987) → in tale documento, la definizione di Sami si legava al riconoscimento di questo popolo come distinto rispetto alla nazione norvegese e con radici storiche precedenti a quelle dello stato. o In accordo ad esso fu stabilito il diritto di voto sulla base di criteri linguistici mediante i quali, di fatto, la legge tutt’oggi circoscrive e stabilisce l’identità etnica. ▪ Però → la registrazione per il voto produsse lo scontro tra: • Chi continuava a negare le proprie origini etniche, rifiutando di registrarsi,
  • Chi riteneva tale presupposto un imprescindibile caposaldo per lo sviluppo di un organo elettivo e rappresentativo per tutti. Queste vicende portarono all’iscrizione dei Sami entro specifiche realtà istituzionali.
  • Conseguenza: avvio patrimonializzazione della cultura nativa → riscoperta e valorizzazione di simboli, tradizioni, repertori condivisi. Nel mondo dei musei: “mettere in mostra” la cultura Sami Negli ultimi decenni i popoli indigeni si sono resi protagonisti di una accesa contestazione delle poetiche e delle politiche con cui i musei nazionali hanno veicolato certi assunti e rappresentato la loro cultura attraverso gli oggetti.
  • Le domande dei nativi di accrescere la loro voce su come mettere in mostra le proprie espressioni culturali è andata ridefinendo i rapporti tra le comunità indigene e i musei, riformulando il ruolo di questi ultimi. In Scandinavia, a partire dagli anni Settanta le rivendicazioni Sami hanno messo per la prima volta in risalto simili problematiche in seno alla museografia nazionale, scagliandosi contro le modalità di rappresentazione sul loro conto fin allora perpetrate. - La narrazione dominante era stata sin dall’Ottocento esclusivo appannaggio dello stato-nazione → circoscritta e imprigionata in una selezionata gamma di immaginari e repertori materiali. L’elemento etnico rimase a lungo trascurato. - La preoccupazione di salvare ciò che pareva destinato a una rapida scomparsa portò a una narrazione priva di temporalità → incastonata in un eterno presente. o Sami relegati all’esotismo, invisibili. Il discorso egemonico dello stato nazione cominciò a incrinarsi solo negli anni Sessanta-Settanta. Sulla scia delle lotte

politiche e identitarie, nuova linfa fu apportata con la nascita dei primi musei indigeni.

  • Riflettevano il desiderio dei Sami di prendere possesso della propria cultura, riscrivendone la storia e gestendone il patrimonio. o 1983: il Nordic Sami Council si riunì stabilendo i criteri volti a sancire lo status ufficialmente riconosciuto di “museo Sami”. Si prevedeva che: ▪ Tutte le amministrazioni e il lavoro professionale dovessero essere gestiti da Sami; ▪ La cultura e il popolo Sami dovessero essere i temi portanti; ▪ La politica museale dovesse rispettare le tradizioni Sami studiate da un punto di vista Sami; ▪ Le sedi museali dovevano essere localizzate entro la “Sapmi”. o 1972: “Sami Collection” di Karasjok come prima esperienza museale indigena in Norvegia, a cui seguirono altre. Queste forme di auto-rappresentazione museale sono testimoni di un processo di riappropriazione dei repertori materiali ed elementi identitari più significativi con cui i Sami sono stati a lungo rappresentati. L’intento dei musei Sami non sembra solo quello di proporre nuove pratiche espositive, ma anche di veicolare un insieme di rivendicazioni politiche: - Da una parte si continuano a sottolineare elementi di coesione caratterizzanti dell’identità, come l’allevamento di renne, divenuti icone nell’immaginario collettivo grazia anche a o Media, o Turismo, o Cultura di massa; - Dall’altra questi stessi repertori giocano un ruolo diverso alla luce dei diritti ottenuti e degli odierni terreni di scontro con lo stato, rappresentando un’alternativa sociale, politica, ambientale entro e contro i confini nazionali. → la connotazione simbolica e politica di cui si caricano i repertori in mosca non suggerisce più subalternità dei musei precedenti, in cui i Sami erano incastrati in una narrazione positivista e primitiveggiante! 4.4 Il ruolo dell’archeologia tra casi di repatriation e comunità indigene Parallelamente alla museografia nativa, su un piano istituzionale la riappropriazione del passato ha seguito anche i binari accademici, come testimoniano nuovi settori disciplinari riguardanti la storia e l’archeologia indigena. - Comparsa negli anni Settanta di: o Storia Sami o Preistoria Sami o Archeologia Sami Come terminologia rifletteva un nuovo spazio di riconoscimento e di interesse sui Sami nel panorama della ricerca, fino ad allora non incline a includerli nei suddetti ambiti disciplinari. - Nascita di università nell’estremo settentrione della Scandinavia, protagoniste di due azioni pienamente in linea con il clima di contestazione e ripensamento che fermentava in quegli anni: o Da una parte attaccarono i toni imparziali e distaccati coi quali certe terminologie come “Storia Norvegese” o “La storia del nostro popolo” erano state accompagnate, svelando la complicità che questi assunti avevano nel veicolare un implicito nazionalismo e un preciso assetto di potere; o Dall’altra promossero con vigore la ricerca storica, archeologica e antropologica nella regione nord, contribuendo al coinvolgimento di numerosi studenti Sami e a stabilire un nuovo corso in questi ambiti disciplinari. - Per i Sami, e più in generale per tanti altri popoli indigeni, il connubio tra cultura/potere fu sin da subito caratteristica fondante ed esigenza da porre in risalto nella storia e nell’archeologia native → archeologi indigeni mostrarono come certe rappresentazioni del passato contribuissero alla costruzione di particolari identità, facendo luce su come alcune avessero dominato altre nelle specifiche relazioni di potere tra i gruppi. o
  • La memoria,
  • La sua proiezione nel presente. Resta in evidenza dunque il ruolo creativo e generativo della tradizione. 5.1 I senza memoria e le tradizioni dell’invenzione Per gran parte del secolo scorso Tahiti e gli arcipelaghi circostanti – ancora oggi sotto il dominio di Parigi – son ostati narrati ed evocati tristemente come isole dei “senza storia”: - L’arrivo nel 1797 dei diciotto missionari della London Missionary Society portò infatti ad un insieme di sconvolgimenti drammatici che sancirono l’avvio della lunga stagione dell’oblio della cultura ancestrale. o La conversione al cristianesimo della dinastia dei Pomare
  • che si affermò grazie all’alleanza coi religiosi inglesi come prima monarchia nella storia di questi arcipelaghi – fu accompagnata dall’approvazione nel 1819 di un importante codice di leggi. ▪ Le nuove norme, ispirate dalla morale puritana dei pastori protestanti, stabilirono un elevato numero di interdizioni e obblighi, mettendo al bando le antiche divinità e decretando: • la distruzione dei luoghi di culto a loro dedicati (i marae), • la soppressione della compagnia degli Arioi (=artisti e guerrieri, intrattenitori degli uomini e degli dei attraverso la messa in scena di spettacoli trasgressivi e irriverenti legati alle gesta epiche di Oro, dio della guerra e del rinnovamento),
  • la soppressione di pratiche tradizionali come: o tatuaggio, o marcia sul fuoco, o canti, o danze, o altri costumi ritenuti indecenti. o Parallelamente → epidemie e malattie infettive → crisi demografica, alimentata dall’introduzione di: ▪ Armi da fuoco, ▪ Alcol, ▪ Baleniere dedite al saccheggio. Questo insieme di eventi traumatici contribuì alla scomparsa improvvisa di un gran numero di figure importanti dell’antica società tahitiana, che svolgevano un ruolo centrale nella trasmissione delle conoscenze. o Quindi → perdita della memoria → amnesia totale o parziale di riti, saperi, discorsi e modi di formularli. ▪ Non ne fu conservata alcuna traccia! Questo accadeva perché i missionari della LMS veicolavano un immaginario profondamente negativo i questa umanità depravata: barbara, dispotica e indolente, che poteva essere redenta sia attraverso l’evangelizzazione, sia con l’introduzione delle piantagioni di cotone, canna da zucchero e caffè, con l’insediamento di coloni europei. → cominciarono, con l’introduzione di nuovi templi e codici, le espropriazioni delle terre e l’introduzione delle monoculture. - La conquista definitiva dell’isola da parte della Società avvenne nel 1897: o Declino irreversibile della dinastia Pomare e degli ari’i (=capi), o Dipendenza politica, o Trionfo dell’assimilazione culturale. Questo perché il potere coloniale attaccò i fondamenti della struttura politica tradizionale: - Controllo della terra → introduzione nuove regole in materia fondiaria; - Eredità dei titoli → elezione dei capi di distretto. Il processo fu proseguito da Parigi, che introdusse la proprietà provata colpendo il sistema della indivisione (=propensione a rivendicare le terre collettivamente, non secondo i dettami della proprietà privata). - I ma’ohi finirono con l’essere spesso spossessati quindi: o delle proprie terre, o della propria memoria genealogica, o dell’unità di lignaggio. Lo stato si

sostituiva agli antenati e desacralizzava il rapporto tra ma’ohi e la loro terra. Se da un lato a lungo si è parlato e trattato dei danni che il contatto con gli europei aveva provocato in loco, recentemente diversi studiosi hanno provato a far uscire dall’ombra l’altra parte della storia, mettendo al centro fenomeni di interazione e coesistenza tra de differenti universi culturali e rileggendo la perdita della memoria non solo come violenza subita, ma come scelta consapevole. - Baré (1987) in particolare ha dimostrato come il cristianesimo sia stato assimilato e insieme manipolato dai ma’ohi, che aderirono al nuovo credo nella misura in cui si adeguava bene alle loro esigenze e categorie concettuali. D’altro canto, è anche vero che i cambiamenti 22 - Culturali, - Politici, - Economici, furono possibili solo grazie a un’amnesia collettiva che divenne dovere di stato. I ma’ohi ricorsero a strategie del silenzio e del nascondere per trarre vantaggio dai fenomeni di modernizzazione che li riguardavano. - Oblio non da leggere in termini di perdita totale → diventa pratica sociale creativa: processo condiviso di amputazione parziale della memoria messo in atto tramite o il rifiuto di alcuni simboli e costumi del passato, o la conservazione degli stessi tramite il ricorso al tapu sulla parola, sulle genealogie, sui luoghi degli antenati. Porre l’attenzione su questa strutturale e ricorrente capacità della cultura locale di adattarsi ed elaborare costantemente nuove forme di tradizioni permette anche di svelare il parziale fallimento delle politiche francesi nel trasformare il rapporto tra ma’ohi e la terra.

  • In alcune isole l’indivisione infatti persistette insieme all’instaurarsi di un pluralismo giuridico e culturale nel quale coesistevano forme funzionanti secondo principi diversi e spesso opposti. o Da allora, la trasmissione del sapere orale relativo alle genealogie e alle terre (=la storia) è stata costantemente rielaborata per rappresentare oggi uno strumento compatibile e antitetico allo stesso tempo alla documentazione scritta e alla giurisdizione dello stato francese. ▪ Risultano in risalto:
  • Falle del progetto francese di assimilazione/civilizzazione, • Resilienza e creatività di questi mondi polinesiani,
  • Il ruolo centrale della storia/tapu e della stretta relazione con gli antenati. Questo risulta evidente nell’ambito della spettacolare e improvvisa rivalorizzazione della cultura ma’ohi esplosa negli anni Settanta a Tahiti, costruita attorno alla necessità di ristabilire e rimettere in scena un rapporto autentico con gli antenati. Privati della propria religione, dei propri capi, dei propri saperi, delle proprie terre e assoggettati al giogo coloniale francese, i “senza memoria” di Sehanno patrimonializzato il passato perduto in un vasto movimento di rivendicazione identitaria impegnato a ottenere l’indipendenza dalla Francia. - Questo movimento di riappropriazione è stato favorito da una congiuntura di eventi: o 1963: ▪ Installazione del Centro di sperimentazione nucleare del Pacifico (C.E.P.) portò alla costruzione a Tahiti del primo aeroporto della Polinesia Francese; ▪ Uscita di Gli ammutinati del Bounty, con Marlon Brando. Questo portò un’ondata di turismo che, anziché decretare il crollo definitivo della società nativa, portò al grande rilancio delle tradizioni e dell’identità ma’ohi. - Per disinnescare le rivendicazioni politiche di questo “rinascimento” ma’ohi, la Francia incentivò l’istituzionalizzazione e la

interferenza esterna → la trasgressione provoca effetti terribili e ineluttabili). 26 6. Le pietre ricordano. Una storia sui petroglyphes della nuova caledonia – Matteo Gallo Anche in Nuova Caledonia troviamo un altro esempio di oblio/negazione del passato nell’ambito dei petroglyphes, la cui tragica sorte è quella d’una esigenza umana di lasciare traccia di cui però s’è persa la memoria. La ricca tradizione orale kanak (=autoctona) non sembra aver conservato alcun ricordo di queste incisioni delle quali la stessa archeologia non sa dare conto in maniera convincente. La Melanesia è la regione oceaniana più ricca di incisioni rupestri, che rappresentano uno dei pochi elementi materiali resistiti all’incontro coloniale, emblema di un passato immutabile sul quale rimane scritta la preistoria dell’isola non solo a livello geologico, ma anche culturale. Oggi queste pietre rinascono, oggetto di una riscoperta, e generano un intreccio di nuove e originali interpretazioni. Il caso permette di riflettere: - Sull’attuale contesto politico del Paese, alla vigilia di un referendum di autodeterminazione (2018);

  • Su complessi processi di patrimonializzazione che prendono forma in contesti post- coloniali. 6.1 Archeologia Kanak e Storia Orale Il 4 settembre 1774 l’esploratore inglese James Cook sbarcò sulle coste della Nuova Caledonia. Divenuta possedimento francese nel 1853 e colonia penale nel 1863, questo arcipelago è ancora oggi una Collectivité Française sui generis, che lotta per la sua completa indipendenza. Però, la storia della Nuova Caledonia risale a più di tremila anni fa → le sue tracce sono nelle vestigia materiali → nella terra e sulle rocce. - Solo nel 1888 un funzionario dell’amministrazione penitenziaria si interessò alle vestigia del territorio, tentando di costruire una prima cronologia della Preistoria caledone, partendo proprio da un’analisi delle antiche incisioni su roccia. - A partire dai primi del Novecento, i pétroglyphes furono oggetto di ricerche + accurate da parte di Marius Archambault, funzionario coloniale delle Poste, che catalogò più di seicento incisioni presenti in loco. o Le sue tesi – profondamente razziste – evidenziarono l’esistenza di un’umanità anteriore al popolo kanak, ritenendo che i raffinati disegni rupestri non potessero essere attribuiti ai “poveri primitivi”, ma a popoli precedenti più evoluti e civilizzati. - Tali argomenti, spinti al paradosso, portarono alle tesi evoluzioniste di Jacques Avias → tentò di ricostruire dopo la ww2 una cronologia preistorica per ritracciare delle presunte origini “bianche” dell’arcipelago → una civiltà “bianca” sarebbe stata assorbita o distrutta dagli antenati dei kanak. NB: Ovviamente c’erano interessi politici dietro queste teorie! Presentare i kanak come “penultimi arrivati” e accusarli di aver distrutto le precedenti culture + raffinate legittimava l’installazione locale da parte francese! Il primo a rifiutare le tesi di Archambault fu un etnologo svizzero, Fritz Sarasin, che nel 1911 soggiornò per quasi un anno sull’arcipelago → secondo lui non era necessario l’intervento di un popolo civilizzato per spiegare l’origine delle sculture. L’idea della rassomiglianza artistica tra i segni su roccia e l’arte kanak venne poi ripresa da Georges- Henri-Luquet. Le tesi degli etnologi, però, rimasero una goccia nel deserto: le teorie razziste volte a delegittimare l’autoctonia kanak ebbero ruolo decisivo nell’oblio volontario della memoria di questi pétroglyphes in un momento storico preciso. La crescita delle spinte indipendentiste

degli anni Settanta e Ottanta, impegnate nella riaffermazione della cultura e della storia kanak, misero in discussione la legittimità coloniale e inaugurarono un processo di riscrittura del passato che sovvertì il discorso storico dominante. - Se da un lato le battaglie politiche furono incentrate prevalentemente sulla rivendicazione delle terre appartenenti a precise famiglie rintracciate dalle genealogie,

  • Dall’altra l’archeologia pose i kanak di fronte all’evidenza che la loro tradizione orale non era più l’unico accesso al passato precoloniale. Perciò, seguendo la tesi dell’archeologo Christophe Sand, i discorsi politici di quegli anni contrapposero alle teorie archeologiche sulla preistoria locale un passato funzionale alle loro rivendicazioni, fondato sull’oblio di parte della tradizione orale. - Nacque una storia omogenea, priva di cambiamenti/trasformazioni/conflitti, che permetteva di riaffermare l’autoctonia kanak attraverso la costruzione di una ‘età dell’oro’ → la risposta di questa élite politica alle teorie della disciplina occidentale privò le vestigia studiate dagli archeologi di una memoria capace di raccontarne la vita. o Mancanza dell’archeologia per trasformare la tradizione in storia → essa era in grado di dare provenienza/età alle vestigia preistoriche, ma fu impossibilitata a valorizzare coi suoi strumenti scientifici quel patrimonio emerso dagli scavi perché culturalmente “morto” e privato di una memoria che ne narrasse le origini. Negli anni Settanta nacque un movimento identitario portato avanti dai discendenti degli europei installati da diverse generazioni sul territorio, conosciuto col nome di caldoche → volevano rivendicare la loro appartenenza alla storia del paese. - La Société d’Etudes Historique de la Nouvelle- Calédonie, fondata nel 1969, giocò un ruolo fondamentale, favorendo la produzione regolare di pubblicazioni con approccio evoluzionista, volto a diffondere l’ipotesi dell’esistenza di una popolazione pre-kanak e spesso facendo riferimento proprio al caso dei pétroglyphes. o Contributo alla costruzione di una identità caldoche, che – inserendosi nel vuoto memoriale lasciato libero dal popolo kanak – vide nell’archeologia un valido strumento per legarsi legittimamente al territorio. Gli accordi di: - Matignon (1988), - Nouméa (1998), chiusero un periodo di sanguinosi scontri tra: - Kanak, - Esercito francese, - Caldoche, conosciuto col nome di Evénements. Inaugurarono una nuova fase di disciplina e da questo momento l’archeologia vide una graduale centralizzazione/politicizzazione delle sue ricerche scientifiche, allo scopo di produrre una storia unitaria su un passato capace di rispecchiare l’idea di “paese” promossa dal nuovo progetto politico incentrato sulla nozione di destin commun. - 1991 → creazione del Dipartimento di Archeologia al Museo della Nuova Caledonia. o Promosse strategie di valorizzazione del patrimonio e veicolò retoriche volte a mettere in luce una storia comune e condivisa. ▪ In questa prospettiva: • Rivolgimento ai vecchi edifici penitenziari, valorizzando il passato non-kanak come parte integrante del patrimonio archeologico del paese; • Aumento degli scavi archeologici per scartare l’idea dell’esistenza di una civiltà pre- melanesiana. Le ricerche degli ultimi vent’anni sono domiate da un discorso unitario, fortemente politicizzato e legato alla figura di Christophe Sand → archeologo caldoche originario di Nouméa che dirige il Dipartimento di Archeologia → studi strettamente

caratteristico modo di essere l’archeologo bracconiere di Umbriatico, erede dell’antica città magnogreca di Bristacia. 7.1 Tracce di sé Giuranna nasce nel 1899 a Umbriatico, da un ramo cadetto della famiglia baronale. Si sa poco della sua infanzia e sappiamo che fa esperienza della ww nell’adolescenza in seno all’esercito americano, in Texas e Louisiana. Tornato in Italia → Ventennio tra Umbriatico e Roma → si sposa, si diploma, prende posto di maestro elementare nella scuola aperta ad Umbriatico. Con la caduta del regno d’Italia e la cessazione di validità dei titoli nobiliari, la famiglia dei baroni Giuranna diventa una comune famiglia altoborghese di impiegati statali e liberi professionisti che si trasferisce in massa a Roma. - Unico discendente dei Giuranna rimasto a Umbriatico è lui! L’impresa di Giuranna assume i contorni di un percorso esistenziale che trova sua ragione d’essere e sua efficacia nel (ri)conoscimento pubblico delle vicende del suo paese, che sono poi il resoconto delle vicende della sua famiglia. - Giuranna riscatta Umbriatico con la riscoperta e ricostruzione della storia del paese, mentre la veste di storico-archeologo gli consente di riconnettersi all’ethos dei baroni Giuranna, che – come amava ripetere – hanno “fatto Umbriatico” → come i suoi predecessori, Giovanni Giuranna lascia traccia del suo passaggio nel panorama storico e monumentale del paese. Come molti passeurs, Giuranna dimostra la capacità di padroneggiare linguaggi diversi, ma soprattutto una tecnica e una sorta di senso archeologico attraverso il quale guadagna posizioni di rilievo nei circuiti più riconosciuti. Per questo collabora con la rivista romana Studi Meridionali, dove compare con la storia di Umbriatico tra 1969 e

  1. 32 - Sa come e cosa guardare per sfruttare le risorse polimorfe che ha davanti. La pratica archeologica di Giuranna si configura come la ricucitura di una frattura tra ieri e oggi: - tempo dello splendore/tempo dell’abbandono, - ciò che è nascosto/ciò che va portato alla luce. Possiamo in quest’ottica pensare all’archeologia come qualcosa che può essere ricondotta all’uso sociale → un sapere che abita ed è abitato dagli individui → insieme di tecniche, strumenti, valori che vengono organizzati dalle soggettività sulla base di precise esigenze personali, come risultato di un habitus. La tentata patrimonializzazione di Bristacia si aggancia a un’epoca nella quale il blasone dell’archeologo coincideva con l’appartenenza all’alta borghesia colta, spesso di origine aristocratica che, in quegli anni, si distingueva localmente per il tentativo di riportare alla vita lo splendore della Magna Grecia → il caso di Giuranna conferma la forza immaginifica impressa dalla pratica archeologica e il peso che determinati saperi scientifici possono avere sulle politiche di spazio e tempo. 7.2 – (Ri)costruire storie Per certi versi la storia di Bristacia comincia nel VII secolo a.C., quando la colonizzazione ellenica delle coste italiche diede vita a un’epoca di splendore testimoniato dalla nascita del mito della Magna Grecia. - Sull’onda di una passione per il mondo classico la Magna Grecia visse una nuova stagione d’interesse a partire dal Cinquecento, specie ad opera di eruditi → ma il ruolo di connettore con le origini magnogreche dei calabresi spetta a Paolo Orsi, che col suo operato si fece promotore di un movimento culturale avvalsosi di tanti altri intellettuali meridionali/meridionalisti.

o Intento: riscattare la coscienza storica e culturale della regione + depressa del Regno. → archeologia: paladina di questo processo. - In Calabria, Orsi porta alla luce le vestigia di antiche e celebri città della Magna Grecia. Per uno come Giuranna la scoperta di Orsi rappresenta uno smacco al prestigio di Umbriatico, ma allo stesso tempo è un’esperienza dalla quale imparare. - Tra 1948 e 1949, i lavori di ristrutturazione della cattedrale di Umbriatico fanno affiorare due reperti destinati a scatenare un acceso dibattito: o Un’iscrizione in greco bizantino, che commemora la costruzione di un tempio (probabilmente VII-VIII a.C.); o Un mattone bollato in greco databile al II sec. a.C., recante i nomi di una coppia di magistrati appartenuti alla vicina città di Petelia, oggi Strongoli. - Tranne Giuranna, tutti gli archeologi concordano nel leggere la presenza di questi elementi in opere + tarde come esempi di riusi di materiale di spoliazione → il mattone dei magistrati sarebbe stato prelevato dalle rovine di Petelia romana e portato a Umbriatico per la costruzione della chiesa in epoca bizantina. o Per Giuranna invece il mattone è traccia da mettere in corrispondenza con Stefano di Bisanzio, unico autore antico a citare il toponimo Bristacia. → non si cura che il geografo bizantino scrisse circa mille anni dopo l’epoca della presunta vita della città → prende le mosse da qui per ricostruire la storia magnogreca di Umbriatico. ▪ Per lui l’origine magnogreca di Umbriatico sarebbe confermata anche dal particolare toponimo del rione Milò, che porterebbe con se il ricordo del leggendario Milone di Crotone, autentico recordman dei giochi olimpici antichi con 7 vittorie nella lotta nonché condottiero dell’esercito crotoniate. Sancita l’origine magnogreca di Birstacia, Giuranna volge la sua opera d ricostruzione ai ruderi del monte Tigano → ritrovamento della necropoli sulle pendici di Tigano che viene connesso al leggendario tesoro incantato che sarebbe stato celato in una grotta del medesimo monte.