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i capitoli III e IV inerenti agli autori latini: Sofocle e Eschilo
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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La novità distintiva del teatro sofocleo rispetto al dramma “corale” di Eschilo sembra l’ergersi dell’eroe a protagonista indiscusso, fiero e solitario, irrimediabilmente dissociato dalla comunità di appartenenza, intransigente nel tradurre in atto le proprie scelte, e pronto a farsi paradigma dell’inutilità dell’uomo di fronte al dolore e al destino; e l’atteggiamento della critica nei confronti degli eroi sofoclei si è in genere diviso tra esaltazione e comprensione. Ma ogni sforzo di analisi complessiva è limitato dall’assoluta ignoranza o scarsa conoscenza del trattamento riservato da Sofocle a molti altri suoi eroi o eroine. L’esordio avvenne alla fine degli anni Settanta, ovvero nel 468 quando vi fu anche la sua prima vittoria. E il dramma vittorioso nel 468 potrebbe essere stato il Trittolemo che fu rappresentato, stando alla testimonianza di Plinio il Vecchio, circa 1 45 anni prima della morte di Alessandro Magno del 323 a.C. Delle sette tragedie superstiti, le uniche databili con sicurezza sono il Filottete , vittorioso nel 409, e l’ Edipo a Colono , rappresentato postumo nel 401. LA TRAGEDIA DI DEIANIRA E DI ERACLE Già nell’epica arcaica, in particolare nel Catalogo delle donne esiodeo, Deianira, figlia di Eneo e Altea, figura come sposa e causa di morte di Eracle: letale è la veste intrisa di sangue avvelenato di Nesso inviata in dono a Eracle da Deianira, sposa che in Esiodo è colpevolmente presentata come avevate nel cuore da ate, e nel poeta lirico Bacchilide come perduta a causa della gelosia instillatale da un “demone invincibile”. Sofocle invece la rende un personaggio dolce e patetico , una donna desiderosa sola tanto di recuperare la passione di Eracle, un tempo innamorato premuroso che la sottrasse alle voglie del dio fluviale Acheloo e del centauro Nesso, e ora attratto dalla bella e più giovane Iole, per la quale Deianira mostra addirittura comprensione, considerandola vittima della sua stessa bellezza; del tutto inconsapevole della pericolosità del dono, invia allo sposo quello che lei crede essere un prodigioso filtro amoroso. TRAMA: La scena si svolge a Trachis, in Tessaglia, dove la famiglia di Eracle si trova in esilio: Deianira è in apprensione perché sono orami 15 mesi che il marito è lontano per l’ennesima fatica → scadenza fatale per il suo ritorno, secondo un oracolo. La donna, allora, decide di inviare il figlio Illo alla ricerca del padre. Sulla scena di avvicendano un cittadino di Trachis e l’araldo Lica, i quali annunciano l’imminente ritorno dell’eroe, reduce vittorioso dalla guerra mossa alla città di Ecalia in Eubea ma entrambi rivelano anche che lo scopo della conquista è stato in realtà Iole, la bella figlia che il Re di Ecalia non aveva voluto cedere ad Eracle → ora Iole fa parte di un gruppo di prigioniere condotte a Trachis. Deianira, nonostante ciò, tenta per l’ultima volta di riconquistare l’amore del coniuge: crede alle parole di Nesso, il quale in punto di morte le aveva detto che il suo sangue raggrumato le sarebbe potuto servire come farmaco amoroso. Fidandosi di ciò, Deianira impregna un mantello del sangue e lo consegna a Lica per consegnarlo a Eracle come dono da indossare al momento del sacrificio in Eubea per ringraziare Zeus della vittoria. Ella però non è consapevole, in quel momento, degli effetti letali che quel dono produrrà a contatto con l’amato → sarà solamente avvisata dal figlio Illo che poi sarà maledicente della madre. La tragedia di Deianira si conclude con il suicidio all’interno del palazzo reale: Deianira si trafigge con un pugnale (per le donne era solito impiccarsi). Al verso 971 inizia la tragedia di Eracle con il corteo che trasporta su una barella l’eroe agonizzante e assopito. Risvegliatosi, e nuovamente in preda a dolori lancinanti, quando apprende da Illo quanto escogitato da sua moglie, Eracle comprende un oracolo di Zeus secondo cui sarebbe perito non per opera di una creatura vivente, ma di un morto; e ora interpreta correttamente anche un altro oracolo
Nel finale si ha un acceso diverbio sulla sepoltura la quale viene vietata da Menelao e Agamennone ma approvata da quell’Odisseo di cui Aiace era stato acerrimo avversario. Il corpo di Aiace , prima ammorbato dalla pazzia e poi riabilitato ad uno stato di lucida coscienza, successivamente trafitto e poi cadavere velato e disvelato, costituisce dunque il Leitmotiv del dramma. Completamente assorbita in un codice di valori proprio della “civiltà di vergogna”, fondato sulla timé (la stima goduta presso l’opinione pubblica), l’esistenza di Aiace non può sopportare una condizione di atimìa, di perdita dell’onore, in seguito alla sconfitta nel giudizio delle armi e alla folle strage di bestiame, e dopo la persona presa d’atto di essere “manifestante inviso agli dei”. Per l’Aiace sofocleo non ha valore rasserenante neppure la massima eschilea del pathei mathos , perché l’apprendimento non è il risultato del patire, ma anzi produce altra sofferenza nel momento in cui diviene lucida consapevolezza (non a caso nel saluto al figlioletto egli manifesta invidia per la condizione di profonda incoscienza del male vissuta dal figlioletto). Sofocle isola il suo eroe dagli uomini, dalle cose e persino dallo spazio a lui consono (tenda e accampamento militare); ne mostra in diretta la morte non affidandola al convenzionale resoconto messaggero. Elemento di novità (dal momento che non se ne hanno tracce né nei poemi omerici né, per quel che ci è dato sapere, nell’epica ciclica) era infine il dibattito sulla sepoltura , in cui a Odisseo viene affidato il compito di condurre sul corpo del rivale una riflessione improntata a sophrosyne ; una saggezza certo motivata anche da personale interessa ma che si fonda su un concetto più elastico, più dinamico della rigida opposizione arcaica delle categorie di amico/nemico, nonché su una indispensabile pietas dettata dalla consapevolezza, altrettanto lucide quanto quella di Aiace, della fragilità e caducità dell’uomo. RAGION DI STATO E LEGGI NON SCRITTE: L’ ANTIGONE A testimoniare l’importanza del diritto, nel rito e nella società ateniese del V secolo rivestiva la questione della sepoltura può essere invocata , in sede di trasposizione mitica del tema, non solo la seconda parte dell’ Aiace ma soprattutto Antigone , il dramma sofocleo interamente centrato sul dibattito intorno alla sepoltura di Polinice, figlio di Edipo e fratello di Antigone, morto combattendo nell’assedio di Tebe, la sua patria, a seguito fratricida con Eteocle, sovrano e difensore della città. La vicenda dell’esito fallimentare della spedizione argiva e della reciprocità uccisione dei due figli maschi di Edipo era già nota nei Sette contro Tebe di Eschilo: dunque già qui una parte del coro (cioè della comunità tebana) riservava pietà, se non rispetto, anche a Polinice. La problematicità del finale, che non è esente dal sospetto di essere inautentico, non garantisce che in Eschilo al compianto funebre si unissero pure le due figlie di Edipo, Ismene e Antigone, e che quest’ultima si opponesse al decreto emesso dai capi tebani di vietare la sepoltura dì Polinice. Diversamente dai Sette , nell’ Antigone i cadaveri non sono in scena: quello di Eteocle viene seppellito con tutti gli onori, quello di Polinice, invece, giace seppellito fuori delle mura, sul campo di battaglia là dove è avvenuto lo scontro fratricida. E l’orchestra non rappresenta, come nei Sette , il cuore sacrale della città, l’acropoli dove, alla vigilia dello scontro, il coro era in ansia per le sorti della guerra ed Eteocle, da buon comandante, spronava e organizzava la strategia difensiva: nell’ Antigone lo spiazzo orchestrale effigia lo spazio antistante la reggia in cui agisce il nuovo detentore del potere, Creonte, fratello di Giocasta. TRAMA:
A Creonte si deve l’editto che obbliga a non prestare sepoltura al cadavere del traditore, pena la lapidazione → egli spiega le ragioni di questa decisione. Ma qualcuno ha osato infrangere il decreto e questo qualcuno, una volta svelato, è portato al cospetto del re: si tratta di Antigone che, senza nessun aiuto, neppure quello della sorella Ismene, ha provato a dare due volte una simbolica sepoltura al fratello, gettando sul suo cadavere una manciata di polvere. Si apre, a questo punto, un diverbio tra Creonte e Antigone: l’uno difende la validità del decreto, in nome della ragion di stato; l’altra difende le ragioni dell’ oikos, dei legami familiari che esigono di dare sepoltura a un congiunto, e ricorda la pietà che si deve dare ai morti in nome delle eterne leggi non scritte degli dei. Creonte non esita a condannare la fanciulla, malgrado il dissenso che comincia a serpeggiare nell’opinione pubblica. Solo per evitare che l’uccisione tramite la lapidazione possa contaminare la città, Creonte dispone che la fanciulla sia sepolta viva in una grotta. La volontà degli dei, però, è ben altra e ha a che fare con la mancata sepoltura di Polinice. Creonte cerca di correre ai ripari ordinando id liberare Antigone e seppellire Polinice, ma è troppo tardi per entrambi: Antigone morirà suicida impiccata in prigione e Creonte rimarrà solo dopo il suicidio di moglie e figlio per la perdita rispettivamente del figlio e dell’amata. La rappresentazione dell’ Antigone permise a Sofocle di guadagnarsi la carica di stratego al tempo della guerra contro Samo: l’informazione implica che il dramma andò in scena prima del 441/440 → quindi forse nel 442 LA SAGA DI EDIPO Nel prima metò degli anni Venti, alcuni studiosi ascrivono la composizione dell’ Edipo re. La tragedia si apre con una città, Tebe, funestata da una tremenda pestilenza, uno scenario che è stato letto in connessione (attuale per il periodo) con l’epidemia di peste che colpì a più riprese Atene nei primi decenni del conflitto peloponnesiaco. La connessione, tuttavia, non è affatto scontata, ed altre alternative vengono ritenute, anche di recente, più plausibili:
reminiscenza dell’ Edipo re sofocleo; Euripide dava invece una versione affatto diversa nel suo Edipo , datato a dopo il 419, dove l’offesa gli era stata procurata dai servi di Laio per vendicare l’uccisione del loro re. Alla fine della Fenicie , solo dopo la morte dei due figli maschi nello scontro fratricida, e il conseguente suicidio di Giocasta, Edipo è scacciato da Creonte e va in esilio accompagnato dalla figlia Antigone. Il dato che Edipo continuasse a vivere e regate a Tebe sembra peraltro scontato nella tradizione epica:
L’opinione prevalente negli studi situa il dramma sofocleo nel penultimo decennio del secolo, a non molta distanza dalla precedente Elettra di Euripide. TRAMA ELETTRA EURIPIDE: La scena euripidea è nella campagna argiva, davanti alla casa di Elettra, che Egisto e Clitemestra hanno dato in sposa a un anonimo contadino per evitare che generasse discendenti regali in grado di vendicare la morte di Agamennone. È ancora buio ed Elettra, uscita per attingere acqua da una fonte, sfoga il suo dolore con il coro di donne del luogo: in disparte, non visto, la ascolta il fratello Oreste, li giunto con Pilade, dopo aver reso omaggio alla tomba di Agamennone, per vendicare l'uccisione del padre obbedendo al volere di Apollo. Oreste si palesa a Elettra fingendosi un messo inviato dal fratello; ma giunge in scena l'anziano pedagogodi Agamennone, che prima rivela a una scettica Elettra di aver rinvenuto sul tumulo del re probabili tracce del ritorno di Oreste (una vittima sgozzata, dei riccioli di capelli e alcune orme) e poi riconosce quest'ultimo da una vecchia cicatrice. Fratello e sorella possono finalmente ricongiungersi e mettere in atto la loro vendetta: Oreste sorprende Egisto intento a celebrare un sacrificio e lo sgozza con una mannaia; Elettra, simulando di aver partorito un figlio maschio, attira Clitemestra nella sua casa e con Oreste le tende un agguato mortale. Nel finale ai due fratelli, assaliti dal rimorso, appaiono ex machina i Dioscuri: Elettra dovrà lasciare Argo per sposare Pilade, mentre Oreste sarà perseguitato dalle Erinni finché, ad Atene, non verrà assolto dall' Areòpago; quindi in Arcadia fonderà una città, che da lui prenderà il nome. Anche la versione di Sofocle non manca di significative novità rispetto alle Coefore eschilee. TRAMA ELETTRA SOFOCLE: A Micene, davanti al palazzo dove ora spadroneggiano Egisto e Clitemestra, Oreste espone a Pilade e al pedagogo il piano, conforme al dettato delfico, volto a vendicare l'assassinio di Agamennone. Mentre i tre si dileguano, esce di casa Elettra che piange e si dispera per la sua dolorosa condizione. Dopo un dialogo con Crisotemi, in cui emerge il di-verso carattere delle due sorelle (tanto audace e animato dal desiderio di vendetta quello di Elettra, quanto remissivo e succube ai potenti quello di Crisotemi), Elettra si scontra con Clitemestra sull'assassinio di Agamennone: per la regina un atto di giustizia, degno contraccambio al sacrificio di Ifigenia in Aulide (dove, a suo parere, si sarebbe dovuto immolare uno dei figli di Menelao e di Elena, per la quale la spedizione era stata intrapresa); gesto motivato invece dalla insana passione per Egisto nell’opinione di Elettra. Si presenta il pedagogo a recare la notizia della morte di Oreste, avvenuta durante una gara equestre ai giochi pitici di Delfi. La cupa disperazione di Elettra stride con l'entusiasmo con cui Crisotemi la informa di aver scorto sulla tomba del padre una ciocca di capelli verosimilmente appartenente ad Oreste; infine entrambe devono arrendersi alla dura realtà. Elettra propone alla sorella di aiutarla nella vendetta, ma di Fronte al diniego di questa Elettra non può che agire da sola. Ma l’inganno sta per esserle svelato, perché, al loro arrivo in scena con l’urna che dicono che contenga le ceneri di Oreste, Oreste e Pilade si imbattono proprio in Elettra, che, con l’urna tra le mani, pronuncia un discorso così commovente in ricordo del fratello da indurre Oreste a rivelarsi. All’interno del palazzo si attua ora la vendetta: su Clitemnestra è vibrato il primo colpo e subito il secondo. Egisto, nel frattempo, torna dalla campagna consapevole della morte di Oreste e di trovare il suo cadavere nel palazzo. Aperta la porta della reggia, viene ucciso nello stesso ambiente in cui era caduto Agamennone. Rispetto ad Eschilo, diversa è l’ubicazione scenica, per la quale Sofocle recupera la tradizione omerica che individuava in Micene, piuttosto che in Argo, il centro di residenza e di potere degli
Neottolemo e il coro di marinai di Sciro, e supplica il giovane di imbarcarlo con sé; ma in quel momento arriva un mercante di ritorno da Troia, che in realtà è un marinaio mandato da Odisseo sotto mentite spoglie per verificare che il piano proceda e per dare impulso all'inganno. Intanto, dopo l'uscita del mercante, si presenta a Neottolemo l’occasione di venire in possesso dell'arco, poiché Filottete glielo affida in custodia, prima di addormentarsi. Dopo il risveglio e la rinnovata richiesta di partire insieme, il giovane gli rivela la verità in quanto la menzogna non si confà alla sua nobile indole e soprattutto, perché prova una tremenda pietà per quest’uomo. Egli, così, restituisce l’arco a Filottete, ma non riesce a persuaderlo ad andare a Troia, quindi entrambi decidono di tornare in patria contravvenendo alla volontà degli Atridi e Odisseo. Soltanto l’apparizione miracolosa di Eracle riuscirà a cambiare il corso degli eventi: l’eroe predice a Filottete la guarigione del suo male e l’imminente presa di Troia, per la quale sarà indispensabile anche Neottolemo → tutti, poi, ripartono alla volta di Troia. Con lo stesso soggetto mitico si erano già cimentati, prima di Sofocle sia Eschilo che Euripide. Un interessante confronto tra i tre Filottete dimostra che, almeno fino alla fine del I secolo d.C., era possibile leggere, oltre all’opera giunta sono a noi, anche le altre sue perdute. Da questa preziosa testimonianza siamo edotti su alcune delle principali differenze fra i tre drammi, a conferma di come uno stesso tema mitico potesse essere svolto in maniera diversa, pur attingendo tutti al comune serbatoio della poesia epica. Siamo dunque in grado di valutare anche le sostanziali novità apportato da Sofocle:
Dopo l’evento traumatico delle guerre persiane, il processo di fondazione della polis democratica era stato accompagnato dalle formulazioni ideologiche con cui Eschilo sollecitava l’adesione convinta alla comunità. L’incrinarsi di questo sentire collettivo si traduce in Sofocle in una inedita centralità assegnata al singolo personaggio, che occupa lo spazio destinato in Eschilo a quel coro con il compito di farsi portavoce di un’istanza di partecipazione comunitaria. I drammi sofoclei sono interamente dominati dalla figura di un grande eroe: Aiace, Antigone, Edipo... I grandi eroi sono il fulcro dell’azione drammatica. E il conflitto dei protagonisti con la realtà , seppure declinato con una grande varietà di toni, si fa, nelle tragedie sofoclee, lacerante :
il suo orientamento monologico, la desolata solitudine del protagonista.