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il teatro latino: Sofocle ed Eschilo, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Classica

i capitoli III e IV inerenti agli autori latini: Sofocle e Eschilo

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

Caricato il 06/09/2023

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CAPITOLO 4 - SOFOCLE
LA VITA E LE OPERE
NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE
Intorno al 496 a.C., quando Eschilo esordiva negli agoni teatrali ateniesi, Sofocle nasceva nel
borgo di Colono, vicino Atene.
La sua lunga esistenza (morì a quasi 90 anni) gli permise di attraversare quasi per interno il
secolo più importante per Atene, aperto dallo scontro con i Persiani e proseguito con il
consolidamento della democrazia, fino allestenuante conflitto con Sparta nella guerra del
Peloponneso (431-404 a.C.).
Le fonti lo rappresentano come un cittadino ideale: per il carattere amabile, per lattaccamento
alla sua terra e per limpegno nelle istituzioni civili. Nel 443/42, infatti, assunse la prestigiosa
carica di hellenotamías, tesoriere della Lega delio-attica.
Al fianco di Pericle rivestì la strategia (massima carica politico-militare cui si potesse aspirare
nell’Atene democratica) nel 441/40, al tempo della guerra contro Samo e, sempre in
quelloccasione, partecipò ad operazioni navali.
In età avanzata fu forse nuovamente stratego, questa volta insieme a Nicia, anche se la data rimane
incerta: tra le possibili date proposte gli studiosi per questa seconda strategia (se mai vi fu)
ricorrono più insistentemente il 428/27 e il 423/22.
In età avanzata Sofocle rivestì anche la carica di probulo, ossia il membro di quel collegio che,
nominato per fronteggiare la grave crisi successiva alla disfatta ateniese in Sicilia nel 413, aprì la
strada al governo oligarchico dei Quattrocento, instauratosi nellestate del 411.
Lattivo impegno civile si accompagnò a una carriera artistica intensa e ricca di successi, come
testimonia lelevato numero di vittorie conseguite agli agoni (circa una 20ina): egli si classificava
sempre come primo e spesso come secondo.
Novantenne, il poeta era ancora attivo: di una sua partecipazione ai corsi teatrali del 406 siamo
infatti informati da un antica biografia di Euripide secondo cui Sofocle, vestito a lutto per onorare
la memoria del collega scomparso, presentò i suoi coreuti e attori privi di corona in occasione del
proagone che precedeva i concorsi drammatici dobbiamo perciò supporre che la notizia della
scomparsa di Euripide si fosse diffusa in Atene prima degli agoni del 406.
Sofocle morì o subito dopo le Dionisie o, più probabilmente, nel corso del 406/5. In ogni caso,
Sofocle era certamente morto prima del gennaio/febbraio del 405, quando alle Lenee Aristofane
mise in scena le Rane. Qui a Sofocle si accenna brevemente in tre momenti del dramma e sempre
in tono elogiativo: egli è definito “migliore di Euripide” ed un “bravuomo”, degna riserva di
Eschilo nel confronto con Euripide, e titolato a sedere sul trono dell’arte tragica lodi di Sofocle
risuonano infatti anche in altre commedie aristofanee, come in Pace, Uccelli.
Secondo alcune testimonianze antiche, dopo la morte fu tributato a Sofocle un culto eroico con il
nome di Dexìon, forse per onorare il suo attivo impegno al tempo dell’introduzione ad Atene,
intorno al 420, del culto di Asclepio.
CONSERVAZIONE E PERDITA
Delle oltre cento opere attribuite a Sofocle, ci è giunta una selezione di sette drammi (Trachinie,
Aiace, Antigone, Edipo re, Elettra, Filottete, Edipo a Colono), numericamente pari a quella di
Eschilo, con cui la silloge superstite sofoclea condivide anche il principale testimone, il codice
Mediceo Laurenziano 32.9.
A fronte di tale perdita, la nostra valutazione del poeta non può che mantenersi parziale e cauta.
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CAPITOLO 4 - SOFOCLE

LA VITA E LE OPERE

NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE

  • Intorno al 496 a.C., quando Eschilo esordiva negli agoni teatrali ateniesi, Sofocle nasceva nel borgo di Colono, vicino Atene.
  • La sua lunga esistenza (morì a quasi 90 anni) gli permise di attraversare quasi per interno il secolo più importante per Atene, aperto dallo scontro con i Persiani e proseguito con il consolidamento della democrazia, fino all’estenuante conflitto con Sparta nella guerra del Peloponneso (431-404 a.C.).
  • Le fonti lo rappresentano come un cittadino ideale : per il carattere amabile, per l’attaccamento alla sua terra e per l’impegno nelle istituzioni civili. Nel 443/42, infatti, assunse la prestigiosa carica di hellenotamías , tesoriere della Lega delio-attica.
  • Al fianco di Pericle rivestì la strategia (massima carica politico-militare cui si potesse aspirare nell’Atene democratica) nel 441/40, al tempo della guerra contro Samo e, sempre in quell’occasione, partecipò ad operazioni navali.
  • In età avanzata fu forse nuovamente stratego, questa volta insieme a Nicia, anche se la data rimane incerta: tra le possibili date proposte gli studiosi per questa seconda strategia (se mai vi fu) ricorrono più insistentemente il 428/27 e il 423/22.
  • In età avanzata Sofocle rivestì anche la carica di probulo, ossia il membro di quel collegio che, nominato per fronteggiare la grave crisi successiva alla disfatta ateniese in Sicilia nel 413, aprì la strada al governo oligarchico dei Quattrocento, instauratosi nell’estate del 411.
  • L’attivo impegno civile si accompagnò a una carriera artistica intensa e ricca di successi, come testimonia l’elevato numero di vittorie conseguite agli agoni (circa una 20ina): egli si classificava sempre come primo e spesso come secondo.
  • Novantenne, il poeta era ancora attivo: di una sua partecipazione ai corsi teatrali del 406 siamo infatti informati da un’antica biografia di Euripide secondo cui Sofocle, vestito a lutto per onorare la memoria del collega scomparso, presentò i suoi coreuti e attori privi di corona in occasione del proagone che precedeva i concorsi drammatici → dobbiamo perciò supporre che la notizia della scomparsa di Euripide si fosse diffusa in Atene prima degli agoni del 406.
  • Sofocle morì o subito dopo le Dionisie o, più probabilmente, nel corso del 406/5. In ogni caso, Sofocle era certamente morto prima del gennaio/febbraio del 405, quando alle Lenee Aristofane mise in scena le Rane. Qui a Sofocle si accenna brevemente in tre momenti del dramma e sempre in tono elogiativo: egli è definito “migliore di Euripide” ed un “bravuomo”, degna riserva di Eschilo nel confronto con Euripide, e titolato a sedere sul trono dell’arte tragica → lodi di Sofocle risuonano infatti anche in altre commedie aristofanee, come in Pace, Uccelli.
  • Secondo alcune testimonianze antiche, dopo la morte fu tributato a Sofocle un culto eroico con il nome di Dexìon, forse per onorare il suo attivo impegno al tempo dell’introduzione ad Atene, intorno al 420, del culto di Asclepio. CONSERVAZIONE E PERDITA Delle oltre cento opere attribuite a Sofocle, ci è giunta una selezione di sette drammi ( Trachinie , Aiace , Antigone , Edipo re , Elettra , Filottete , Edipo a Colono ), numericamente pari a quella di Eschilo, con cui la silloge superstite sofoclea condivide anche il principale testimone, il codice Mediceo Laurenziano 32.9. A fronte di tale perdita, la nostra valutazione del poeta non può che mantenersi parziale e cauta.

La novità distintiva del teatro sofocleo rispetto al dramma “corale” di Eschilo sembra l’ergersi dell’eroe a protagonista indiscusso, fiero e solitario, irrimediabilmente dissociato dalla comunità di appartenenza, intransigente nel tradurre in atto le proprie scelte, e pronto a farsi paradigma dell’inutilità dell’uomo di fronte al dolore e al destino; e l’atteggiamento della critica nei confronti degli eroi sofoclei si è in genere diviso tra esaltazione e comprensione. Ma ogni sforzo di analisi complessiva è limitato dall’assoluta ignoranza o scarsa conoscenza del trattamento riservato da Sofocle a molti altri suoi eroi o eroine. L’esordio avvenne alla fine degli anni Settanta, ovvero nel 468 quando vi fu anche la sua prima vittoria. E il dramma vittorioso nel 468 potrebbe essere stato il Trittolemo che fu rappresentato, stando alla testimonianza di Plinio il Vecchio, circa 1 45 anni prima della morte di Alessandro Magno del 323 a.C. Delle sette tragedie superstiti, le uniche databili con sicurezza sono il Filottete , vittorioso nel 409, e l’ Edipo a Colono , rappresentato postumo nel 401. LA TRAGEDIA DI DEIANIRA E DI ERACLE Già nell’epica arcaica, in particolare nel Catalogo delle donne esiodeo, Deianira, figlia di Eneo e Altea, figura come sposa e causa di morte di Eracle: letale è la veste intrisa di sangue avvelenato di Nesso inviata in dono a Eracle da Deianira, sposa che in Esiodo è colpevolmente presentata come avevate nel cuore da ate, e nel poeta lirico Bacchilide come perduta a causa della gelosia instillatale da un “demone invincibile”. Sofocle invece la rende un personaggio dolce e patetico , una donna desiderosa sola tanto di recuperare la passione di Eracle, un tempo innamorato premuroso che la sottrasse alle voglie del dio fluviale Acheloo e del centauro Nesso, e ora attratto dalla bella e più giovane Iole, per la quale Deianira mostra addirittura comprensione, considerandola vittima della sua stessa bellezza; del tutto inconsapevole della pericolosità del dono, invia allo sposo quello che lei crede essere un prodigioso filtro amoroso. TRAMA: La scena si svolge a Trachis, in Tessaglia, dove la famiglia di Eracle si trova in esilio: Deianira è in apprensione perché sono orami 15 mesi che il marito è lontano per l’ennesima fatica → scadenza fatale per il suo ritorno, secondo un oracolo. La donna, allora, decide di inviare il figlio Illo alla ricerca del padre. Sulla scena di avvicendano un cittadino di Trachis e l’araldo Lica, i quali annunciano l’imminente ritorno dell’eroe, reduce vittorioso dalla guerra mossa alla città di Ecalia in Eubea ma entrambi rivelano anche che lo scopo della conquista è stato in realtà Iole, la bella figlia che il Re di Ecalia non aveva voluto cedere ad Eracle → ora Iole fa parte di un gruppo di prigioniere condotte a Trachis. Deianira, nonostante ciò, tenta per l’ultima volta di riconquistare l’amore del coniuge: crede alle parole di Nesso, il quale in punto di morte le aveva detto che il suo sangue raggrumato le sarebbe potuto servire come farmaco amoroso. Fidandosi di ciò, Deianira impregna un mantello del sangue e lo consegna a Lica per consegnarlo a Eracle come dono da indossare al momento del sacrificio in Eubea per ringraziare Zeus della vittoria. Ella però non è consapevole, in quel momento, degli effetti letali che quel dono produrrà a contatto con l’amato → sarà solamente avvisata dal figlio Illo che poi sarà maledicente della madre. La tragedia di Deianira si conclude con il suicidio all’interno del palazzo reale: Deianira si trafigge con un pugnale (per le donne era solito impiccarsi). Al verso 971 inizia la tragedia di Eracle con il corteo che trasporta su una barella l’eroe agonizzante e assopito. Risvegliatosi, e nuovamente in preda a dolori lancinanti, quando apprende da Illo quanto escogitato da sua moglie, Eracle comprende un oracolo di Zeus secondo cui sarebbe perito non per opera di una creatura vivente, ma di un morto; e ora interpreta correttamente anche un altro oracolo

Nel finale si ha un acceso diverbio sulla sepoltura la quale viene vietata da Menelao e Agamennone ma approvata da quell’Odisseo di cui Aiace era stato acerrimo avversario. Il corpo di Aiace , prima ammorbato dalla pazzia e poi riabilitato ad uno stato di lucida coscienza, successivamente trafitto e poi cadavere velato e disvelato, costituisce dunque il Leitmotiv del dramma. Completamente assorbita in un codice di valori proprio della “civiltà di vergogna”, fondato sulla timé (la stima goduta presso l’opinione pubblica), l’esistenza di Aiace non può sopportare una condizione di atimìa, di perdita dell’onore, in seguito alla sconfitta nel giudizio delle armi e alla folle strage di bestiame, e dopo la persona presa d’atto di essere “manifestante inviso agli dei”. Per l’Aiace sofocleo non ha valore rasserenante neppure la massima eschilea del pathei mathos , perché l’apprendimento non è il risultato del patire, ma anzi produce altra sofferenza nel momento in cui diviene lucida consapevolezza (non a caso nel saluto al figlioletto egli manifesta invidia per la condizione di profonda incoscienza del male vissuta dal figlioletto). Sofocle isola il suo eroe dagli uomini, dalle cose e persino dallo spazio a lui consono (tenda e accampamento militare); ne mostra in diretta la morte non affidandola al convenzionale resoconto messaggero. Elemento di novità (dal momento che non se ne hanno tracce né nei poemi omerici né, per quel che ci è dato sapere, nell’epica ciclica) era infine il dibattito sulla sepoltura , in cui a Odisseo viene affidato il compito di condurre sul corpo del rivale una riflessione improntata a sophrosyne ; una saggezza certo motivata anche da personale interessa ma che si fonda su un concetto più elastico, più dinamico della rigida opposizione arcaica delle categorie di amico/nemico, nonché su una indispensabile pietas dettata dalla consapevolezza, altrettanto lucide quanto quella di Aiace, della fragilità e caducità dell’uomo. RAGION DI STATO E LEGGI NON SCRITTE: L’ ANTIGONE A testimoniare l’importanza del diritto, nel rito e nella società ateniese del V secolo rivestiva la questione della sepoltura può essere invocata , in sede di trasposizione mitica del tema, non solo la seconda parte dell’ Aiace ma soprattutto Antigone , il dramma sofocleo interamente centrato sul dibattito intorno alla sepoltura di Polinice, figlio di Edipo e fratello di Antigone, morto combattendo nell’assedio di Tebe, la sua patria, a seguito fratricida con Eteocle, sovrano e difensore della città. La vicenda dell’esito fallimentare della spedizione argiva e della reciprocità uccisione dei due figli maschi di Edipo era già nota nei Sette contro Tebe di Eschilo: dunque già qui una parte del coro (cioè della comunità tebana) riservava pietà, se non rispetto, anche a Polinice. La problematicità del finale, che non è esente dal sospetto di essere inautentico, non garantisce che in Eschilo al compianto funebre si unissero pure le due figlie di Edipo, Ismene e Antigone, e che quest’ultima si opponesse al decreto emesso dai capi tebani di vietare la sepoltura dì Polinice. Diversamente dai Sette , nell’ Antigone i cadaveri non sono in scena: quello di Eteocle viene seppellito con tutti gli onori, quello di Polinice, invece, giace seppellito fuori delle mura, sul campo di battaglia là dove è avvenuto lo scontro fratricida. E l’orchestra non rappresenta, come nei Sette , il cuore sacrale della città, l’acropoli dove, alla vigilia dello scontro, il coro era in ansia per le sorti della guerra ed Eteocle, da buon comandante, spronava e organizzava la strategia difensiva: nell’ Antigone lo spiazzo orchestrale effigia lo spazio antistante la reggia in cui agisce il nuovo detentore del potere, Creonte, fratello di Giocasta. TRAMA:

A Creonte si deve l’editto che obbliga a non prestare sepoltura al cadavere del traditore, pena la lapidazione → egli spiega le ragioni di questa decisione. Ma qualcuno ha osato infrangere il decreto e questo qualcuno, una volta svelato, è portato al cospetto del re: si tratta di Antigone che, senza nessun aiuto, neppure quello della sorella Ismene, ha provato a dare due volte una simbolica sepoltura al fratello, gettando sul suo cadavere una manciata di polvere. Si apre, a questo punto, un diverbio tra Creonte e Antigone: l’uno difende la validità del decreto, in nome della ragion di stato; l’altra difende le ragioni dell’ oikos, dei legami familiari che esigono di dare sepoltura a un congiunto, e ricorda la pietà che si deve dare ai morti in nome delle eterne leggi non scritte degli dei. Creonte non esita a condannare la fanciulla, malgrado il dissenso che comincia a serpeggiare nell’opinione pubblica. Solo per evitare che l’uccisione tramite la lapidazione possa contaminare la città, Creonte dispone che la fanciulla sia sepolta viva in una grotta. La volontà degli dei, però, è ben altra e ha a che fare con la mancata sepoltura di Polinice. Creonte cerca di correre ai ripari ordinando id liberare Antigone e seppellire Polinice, ma è troppo tardi per entrambi: Antigone morirà suicida impiccata in prigione e Creonte rimarrà solo dopo il suicidio di moglie e figlio per la perdita rispettivamente del figlio e dell’amata. La rappresentazione dell’ Antigone permise a Sofocle di guadagnarsi la carica di stratego al tempo della guerra contro Samo: l’informazione implica che il dramma andò in scena prima del 441/440 → quindi forse nel 442 LA SAGA DI EDIPO Nel prima metò degli anni Venti, alcuni studiosi ascrivono la composizione dell’ Edipo re. La tragedia si apre con una città, Tebe, funestata da una tremenda pestilenza, uno scenario che è stato letto in connessione (attuale per il periodo) con l’epidemia di peste che colpì a più riprese Atene nei primi decenni del conflitto peloponnesiaco. La connessione, tuttavia, non è affatto scontata, ed altre alternative vengono ritenute, anche di recente, più plausibili:

  • gli anni immediatamente precedenti alla guerra del Peloponneso;
  • quelli successivi agli scandali religiosi (mutilazione delle erme e profanazione dei Misteri Eleusini) del 415 e alla partenza contro Siracusa;
  • o ancora il 411, anno della instaurazione del regime oligarchico dei Quattrocento. Minimo comune denominatore di queste proposte è il convincimento che la tragedia, nella proiezione mitica di Tebe, rispecchi la fase critica dell’Atene storica, come parrebbe emergere anche da un’insistita riflessione, presente nel dramma, sul potere e sulla sua gestione, sui conflitti tra sovranità e dispotismo. Il dato incontrovertibile rimane che, nei drammi di Sofocle, il mito offre lo spunto per una riflessione profonda su tematiche rilevanti per la polis (il rapporto tra lo Stato e l’individuo, come privato e cittadino; l’uso del potere…), peculiarità in cui in effetti sembra risiedere la “politicità” (nel senso di stretta afferenza alla polis, in primo luogo ateniese) della tragedia sofoclea. Non si deve però di cedere alla tentazione di cogliere nei drammi meccaniche connessioni con la realtà contingente – che non sembrano essere state tra gli interessi precipui di Sofocle. Per lo scenario iniziale della pestilenza poi, al di là delle possibili evocazioni di sciagure recenti, non va sottovalutato anche l’indubbio spessore letterario di una situazione nella quale una divinità (Apollo) colpisce col morbo una comunità macchinata dalla colpa di un suo membro: in modo simile si apriva anche l’ Iliade di Omero, dove Apollo colpiva i Greci con la peste per punire la hybris di

reminiscenza dell’ Edipo re sofocleo; Euripide dava invece una versione affatto diversa nel suo Edipo , datato a dopo il 419, dove l’offesa gli era stata procurata dai servi di Laio per vendicare l’uccisione del loro re. Alla fine della Fenicie , solo dopo la morte dei due figli maschi nello scontro fratricida, e il conseguente suicidio di Giocasta, Edipo è scacciato da Creonte e va in esilio accompagnato dalla figlia Antigone. Il dato che Edipo continuasse a vivere e regate a Tebe sembra peraltro scontato nella tradizione epica:

  • Nella EDIPODIA, in seguito alle nozze con Giocastra egli sposava in seconde nozze Euriganeia;
  • Nel CATALOGO DELLE DONNE ESIODEO e ILIADE OMERICA si parla di un suo funerale a Tebe;
  • Nell’undicesimo canto dell’ODISSEA. E, tuttavia, per avere un quadro esaustivo delle variazioni su un mito così diffuso, ci mancano tasselli importanti della tradizione precedente, coeva e successiva all’ Edipo re : basti citare il caso del perduto Edipo di Eschilo: ma nel V secolo scrissero un Edipo anche Acheo, Filocle I, Senocle I e Nicomaco I. Una ideale prosecuzione dell’ Edipo re fu compiuta da Sofocle con l’ Edipo a Colono , rappresentato postumo nel 401 a.C. dal nipote Sofocle il giovane. TRAMA dell’ EDIPO A COLONO: Vecchio e cieco, accompagnato dalla figlia Antigone, Edipo è giunto esule in Attica, nel demo di Colono, presso un bosco sacro alle Eumenidi. All’udire il suo nome, il coro di vecchi abitanti di Colono inorridisce e vorrebbe scacciarlo, perché non contamini il paese, ma poi delega ogni decisione al re di Atene, Teseo: garantisce ospitalità al supplice, ricevendone in cambio la promessa che la tomba di Edipo proteggerà il suolo ateniese dalle incursioni tebane, in un futuro di ostilità tra le due città. Giunge intanto anche Ismene a informare il padre della nuova situazione politica venutasi a creare a Tebe: i due figli maschi di Edipo si contendono il potere ed Eteocle, il minore, ha privato del trono e bandito dalla patria Polinice, che a sua volta, imparentatosi ad Argo, ha mosso guerra alla sua terra natia; nuovi oracoli, inoltre, hanno predetto che per salvarsi Tebe ha bisogno di riavere Edipo entro i suoi confini. A questo scopo giunge Creonte, intenzionato a riportare Edipo in patria a qualunque costo, anche con la minaccia, poi attuata, di rapire le due figlie e di trascinarlo via a forza: ma il rapimento è sventato grazie all'intervento di Teseo, che riporta Antigone e Ismene tra le braccia del padre. Viene respinto da Edipo anche il tentativo del figlio Polinice di averlo alleato nell’assedio: ed anzi, Polinice se ne torna con la maledizione di non riuscire a riconquistare la patria e il trono e di andare incontro alla morte fratricida con Eteocle. Un segnale divino (un fragore di tuoni e un balenare di fulmini) indica a Edipo che è giunto il momento della morte: si avvia quindi al luogo stabilito per la sua tomba, dove al solo Teseo sarà consentito di assistere alla prodigiosa chiamata divina di Edipo, un tempo infelice, ma futura benedizione per Atene. Esisteva in effetti una tradizione secondo la quale Edipo era stato sepolto in Attica: nel I secolo d.C. il periegeta Pausania conosceva per diretta visione sia la sua tomba sull’Areòpago, ad Atene, nel recinto sacro del santuario delle dee Semnái , sia un heróon a lui dedicato nella collina di Colono Hippios. ELETTRA : VARIAZIONI SUL MITO L’interesse di Sofocle per un altro celebre ghenos , quello Atride, è testimoniato dai titoli delle perdute Ifigenia e Clitemestra e della conservata Elettra. Quest’ultima rielabora lo stesso segmento di storia familiare trattato da Eschilo nelle Coefore.

L’opinione prevalente negli studi situa il dramma sofocleo nel penultimo decennio del secolo, a non molta distanza dalla precedente Elettra di Euripide. TRAMA ELETTRA EURIPIDE: La scena euripidea è nella campagna argiva, davanti alla casa di Elettra, che Egisto e Clitemestra hanno dato in sposa a un anonimo contadino per evitare che generasse discendenti regali in grado di vendicare la morte di Agamennone. È ancora buio ed Elettra, uscita per attingere acqua da una fonte, sfoga il suo dolore con il coro di donne del luogo: in disparte, non visto, la ascolta il fratello Oreste, li giunto con Pilade, dopo aver reso omaggio alla tomba di Agamennone, per vendicare l'uccisione del padre obbedendo al volere di Apollo. Oreste si palesa a Elettra fingendosi un messo inviato dal fratello; ma giunge in scena l'anziano pedagogodi Agamennone, che prima rivela a una scettica Elettra di aver rinvenuto sul tumulo del re probabili tracce del ritorno di Oreste (una vittima sgozzata, dei riccioli di capelli e alcune orme) e poi riconosce quest'ultimo da una vecchia cicatrice. Fratello e sorella possono finalmente ricongiungersi e mettere in atto la loro vendetta: Oreste sorprende Egisto intento a celebrare un sacrificio e lo sgozza con una mannaia; Elettra, simulando di aver partorito un figlio maschio, attira Clitemestra nella sua casa e con Oreste le tende un agguato mortale. Nel finale ai due fratelli, assaliti dal rimorso, appaiono ex machina i Dioscuri: Elettra dovrà lasciare Argo per sposare Pilade, mentre Oreste sarà perseguitato dalle Erinni finché, ad Atene, non verrà assolto dall' Areòpago; quindi in Arcadia fonderà una città, che da lui prenderà il nome. Anche la versione di Sofocle non manca di significative novità rispetto alle Coefore eschilee. TRAMA ELETTRA SOFOCLE: A Micene, davanti al palazzo dove ora spadroneggiano Egisto e Clitemestra, Oreste espone a Pilade e al pedagogo il piano, conforme al dettato delfico, volto a vendicare l'assassinio di Agamennone. Mentre i tre si dileguano, esce di casa Elettra che piange e si dispera per la sua dolorosa condizione. Dopo un dialogo con Crisotemi, in cui emerge il di-verso carattere delle due sorelle (tanto audace e animato dal desiderio di vendetta quello di Elettra, quanto remissivo e succube ai potenti quello di Crisotemi), Elettra si scontra con Clitemestra sull'assassinio di Agamennone: per la regina un atto di giustizia, degno contraccambio al sacrificio di Ifigenia in Aulide (dove, a suo parere, si sarebbe dovuto immolare uno dei figli di Menelao e di Elena, per la quale la spedizione era stata intrapresa); gesto motivato invece dalla insana passione per Egisto nell’opinione di Elettra. Si presenta il pedagogo a recare la notizia della morte di Oreste, avvenuta durante una gara equestre ai giochi pitici di Delfi. La cupa disperazione di Elettra stride con l'entusiasmo con cui Crisotemi la informa di aver scorto sulla tomba del padre una ciocca di capelli verosimilmente appartenente ad Oreste; infine entrambe devono arrendersi alla dura realtà. Elettra propone alla sorella di aiutarla nella vendetta, ma di Fronte al diniego di questa Elettra non può che agire da sola. Ma l’inganno sta per esserle svelato, perché, al loro arrivo in scena con l’urna che dicono che contenga le ceneri di Oreste, Oreste e Pilade si imbattono proprio in Elettra, che, con l’urna tra le mani, pronuncia un discorso così commovente in ricordo del fratello da indurre Oreste a rivelarsi. All’interno del palazzo si attua ora la vendetta: su Clitemnestra è vibrato il primo colpo e subito il secondo. Egisto, nel frattempo, torna dalla campagna consapevole della morte di Oreste e di trovare il suo cadavere nel palazzo. Aperta la porta della reggia, viene ucciso nello stesso ambiente in cui era caduto Agamennone. Rispetto ad Eschilo, diversa è l’ubicazione scenica, per la quale Sofocle recupera la tradizione omerica che individuava in Micene, piuttosto che in Argo, il centro di residenza e di potere degli

Neottolemo e il coro di marinai di Sciro, e supplica il giovane di imbarcarlo con sé; ma in quel momento arriva un mercante di ritorno da Troia, che in realtà è un marinaio mandato da Odisseo sotto mentite spoglie per verificare che il piano proceda e per dare impulso all'inganno. Intanto, dopo l'uscita del mercante, si presenta a Neottolemo l’occasione di venire in possesso dell'arco, poiché Filottete glielo affida in custodia, prima di addormentarsi. Dopo il risveglio e la rinnovata richiesta di partire insieme, il giovane gli rivela la verità in quanto la menzogna non si confà alla sua nobile indole e soprattutto, perché prova una tremenda pietà per quest’uomo. Egli, così, restituisce l’arco a Filottete, ma non riesce a persuaderlo ad andare a Troia, quindi entrambi decidono di tornare in patria contravvenendo alla volontà degli Atridi e Odisseo. Soltanto l’apparizione miracolosa di Eracle riuscirà a cambiare il corso degli eventi: l’eroe predice a Filottete la guarigione del suo male e l’imminente presa di Troia, per la quale sarà indispensabile anche Neottolemo → tutti, poi, ripartono alla volta di Troia. Con lo stesso soggetto mitico si erano già cimentati, prima di Sofocle sia Eschilo che Euripide. Un interessante confronto tra i tre Filottete dimostra che, almeno fino alla fine del I secolo d.C., era possibile leggere, oltre all’opera giunta sono a noi, anche le altre sue perdute. Da questa preziosa testimonianza siamo edotti su alcune delle principali differenze fra i tre drammi, a conferma di come uno stesso tema mitico potesse essere svolto in maniera diversa, pur attingendo tutti al comune serbatoio della poesia epica. Siamo dunque in grado di valutare anche le sostanziali novità apportato da Sofocle:

  • scelta di situare la vicenda su una Lemno desolata e selvaggia , (cosa in evidente contrasto con la realtà storica che voleva l’isola ricca e popolosa): possibilità esclusa nei drammi di Eschilo e Euripide, dove il coro era costituito da Lemnî.
  • La presenza di Neottolemo a Troia era indispensabile: prelevato da Lemno per opera di Diomede e, giunto a Troia, uccideva in duello Paride. Nei drammi precedenti a quello sofocleo, agente speciale incaricato del recupero non era il giovane figlio di Achille, ma lo stesso Odisseo:
    1. in Euripide l’eroe itacese era accompagnato da Diomede e, per evitare che fosse riconosciuto da Filottete, veniva camuffato grazie all’intervento di Atena.
    2. In Eschilo, meno attento di Euripide riguardo la verosimiglianza, Odisseo si presentava a Lemno sic et simpliciter, senza camuffamento → Dione, a giustificazione di Eschilo, dice che la malattia e la vita in solitudine non lo rendevano più riconoscibile. In ogni caso Odisseo, in persona o sotto mentite spoglie, era una presenza costante nei tre drammi, dove era connotato da quei tratti di scaltrezza e di abilità che facevano di lui l’eroe per eccellenza. Meno semplice e lineare del sofocleo, era l’Odisseo euripideo che, nel prologo, spiegava il soggetto del dramma e le ragioni del suo arrivo a Lemno. Il vivace scontro dialettico fra Greco e Troiani, combattuto a suon di sottili discussioni, doveva occupare una sezione rilevante del Filottete euripideo, con Odisseo che si ergeva a difensore dell’intero esercito greco, e gli ambasciatori troiani che non esitavano a ingraziarsi il favore di Filottete con offerte sfacciate. Nulla sappiamo delle soluzioni drammaturgiche, escogitate da Eschilo e Euripide, paragonabili a quelle presenti in Sofocle, quali la grotta a doppia apertura rappresentata sulla skené , l’enfasi sull’arco, l’apparizione finale del deus ex machina a sciogliere la vicenda.

LA POETICA

DAL GHENOS ALL’INDIVIDUO: L’EROICA GRANDEZZA DEI PERSONAGGI DI

SOFOCLE

Dopo l’evento traumatico delle guerre persiane, il processo di fondazione della polis democratica era stato accompagnato dalle formulazioni ideologiche con cui Eschilo sollecitava l’adesione convinta alla comunità. L’incrinarsi di questo sentire collettivo si traduce in Sofocle in una inedita centralità assegnata al singolo personaggio, che occupa lo spazio destinato in Eschilo a quel coro con il compito di farsi portavoce di un’istanza di partecipazione comunitaria. I drammi sofoclei sono interamente dominati dalla figura di un grande eroe: Aiace, Antigone, Edipo... I grandi eroi sono il fulcro dell’azione drammatica. E il conflitto dei protagonisti con la realtà , seppure declinato con una grande varietà di toni, si fa, nelle tragedie sofoclee, lacerante :

  • nell’ Aiace e nel Filottete , ad esempio, lo scontro gioca sui valori eroici dell’ epos ,
  • nella saga di Edipo il conflitto scaturisce dal rapporto non risolto con la polis. La centralità del personaggio , intesa da Sofocle come coraggioso isolamento, esprime un rapporto con il divino fatto di rispetto, ma anche di disagio e di dubbio. Viene così confermato uno dei tratti salienti riconosciuti alla personalità di Sofocle : la sua profonda pietas , che si radica storicamente nella temperie politica e spirituale dell’Atene periclea, aprendosi anche ai bisogni della nuova realtà socio-economica dell’impero ateniese e agli impulsi provenienti dai moderni orientamenti culturali. Dalla necessità di contemperare stimoli nuovi e fede incrollabile nei nuovi valori avìti, scaturisce un fervente dibattito col presente, a cui i mythoi della tradizione offrono spessore pragmatico. Il poeta non resta insensibile, ad esempi, al fascino delle moderne idee di progresso; e, tuttavia, il corale si chiude legittimando l’ottimismo a fiducia riposa nell’uomo esclusivamente in rapporto alla sua cifra etica, alla sua totale adesione al valore di giustizia, terrena e divina, in vista del miglioramento dello Stato. Il rispetto delle norme può dare senso all’agire umano, così come solo la fede nei principi religiosi, incrollabili e indiscutibili, può dare senso all’umano patire. L’infinità sofferenza provata dagli eroi sofoclei scaturisce:
  • talvolta da una volontà divina inesorabile, spietata contro chi ha commesso hybris ,
  • oppure realizza un responso oracolare che, pur nella sua ambiguità, va accettato come realtà di fatto, esente da motivazioni. Lo scioglimento della tragedia dal vincolo della trilogia legata da un unico tema è evidentemente funzionale in Sofocle alla centralità del personaggio o, tutt’al più, al protagonismo di due figure dominanti contrapposte. Alla centralità del singolo sono piegati anche alcuni elementi formali che assumono in Sofocle nuove funzioni espressive :

• la rhesis → La rhesis , canonicamente usata per i messaggeri, viene impiegata per esprimere, con

il suo orientamento monologico, la desolata solitudine del protagonista.

  • l’amebeo litico-epirrematico → qui il contrappunto tra i metri lirici del personaggio e i trimetri giambici pronunciati dal corifeo marca, ancora una volta, l’alterità e la solitudine del protagonista. A Sofocle vengono attribuite anche altre innovazioni drammaturgiche , come:
  • l’aumento del numero dei coreuti da 12 a 15 → il numero dispari comporta la possibilità per il corifeo di staccarsi dal coro e di inserirsi più agevolmente nel dialogo con gli attori, e per il coro di dividersi equamente in due semicori.
  • l’introduzione della skenographía (“pittura della skené ”), utile a caratterizzare l’ambientazione,