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Illusione tra realta e apparenza
Tipologia: Appunti
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“Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare”.
CANTI XII - L'INFINITO
In ogni epoca storica, l’uomo ha sempre desiderato la felicità, eppure, spesso essa non si trova che nella propria mente, nel proprio cuore e nella propria fantasia. Insomma, nelle illusioni.
Specialmente in un’epoca storica travagliata come quella a cavallo tra i secoli 1700 e 1800, in cui l’individuo prendeva coscienza dei propri diritti e si accendeva dei valori individuali (rimanendo però singolo e impotente di fronte ai cambiamenti della storia), l’illusione fu il rifugio di poeti ed artisti. Essi divennero i portavoce del disagio, ed Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi furono in Italia gli esponenti maggiori tra i cantori di questo malessere. Entrambi possono essere considerati come “vittime” del proprio tempo, ma soprattutto come uomini in grado di sentire, e che, nonostante una profonda introspezione, non parlano individualmente, ma si rivolgono all’universo intero, facendosi portavoce dei sogni e delle speranze che ognuno ha dentro, così come del disincanto che da esse deriva.
Ugo Foscolo , affascinato in un primo tempo dallo spirito giacobino, ma infine deluso dal rovescio della sorte che aveva visto Napoleone trasformarsi da liberatore a tiranno, trovò rifugio nell’illusione e la pose come risposta a quell’inquietudine che deriva dal conflitto tra ragione e cuore. Egli si rifaceva spesso al mondo antico, scegliendo il mito come rappresentazione di illusioni ancora intatte, descrivendo quel mondo di favola come luogo d’ingenua felicità, di perfezione. Ma, in ogni caso, questo rifugiarsi in qualcosa di già caduto, non può che accentuare l’amarezza che proviene dal disincanto, il drastico distacco tra il sogno e la realtà, tra i sentimenti dell’uomo e la crudeltà del mondo.
Anche Leopardi si sentiva profondamente a disagio nei confronti della propria epoca e della società in cui si trovava. Egli lottava tra il silenzio a
cui avrebbe voluto abbandonarsi, come ogni uomo, disilluso, avrebbe l’istinto di fare, e quella voglia di combattere per rimanere in piedi e riscattarsi dalla umana condizione di “mezze belve”.
L’uomo si trova a fare i conti con una natura che gli è indifferente, se non, addirittura, avversa, ed ogni essere vivente sembra essere sempre schiacciato da una forza più grande di lui, che per quanto possa resistere rimane sempre fragile, e mortale. Ne “La ginestra”, per esempio, il poeta sprona gli uomini della propria epoca, almeno a riconoscere la bassezza e la futilità di quel tempo, confrontando l’aridità dei contemporanei con i valori più saldi dell’antichità. Ma poi, alla fine, la forza della natura è capace di distruggere l’uomo, il suo orgoglio e tutte le sue illusioni.
Anche quelle antiche città che hanno visto le vite di tanti uomini, la loro storia, gli imperi, possono essere spazzate via come un nonnulla da qualsiasi capriccio di questa natura beffarda. E l'uomo, impotente, si trova ancora davanti agli occhi la caducità delle illusioni e la futilità di credere in qualcosa. Eppure, l'illusione viene vista dai due poeti come uno stato umano inevitabile, senza il quale non si riuscirebbe a vivere, anzi, non si riuscirebbe ad accettare la vita. L'illusione è dunque come un filo posto in cielo, su cui gli uomini, come equilibristi, camminano non curandosi del mondo sottostante, ma preoccupandosi solo di non cadere giù. Eppure basta così poco per sbilanciarsi...