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Riflessioni sul centenario della morte di giuseppe pitrè, iniziatore e fondatore degli studi demo-antropologici in italia. L'autore esplora la fortuna e le controversie che hanno accompagnato le opere di pitrè, in particolare quelle riguardanti la demopsicologia e il folklore. Una panoramica della vita e delle idee di pitrè, oltre a una ricca bibliografia.
Tipologia: Dispense
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Riflessioni sull’opera di Pitrè nel primo centenario della scomparsa. Gli scritti inediti
di Loredana Bellantonio
Abstract
The essay on the occasion of the first centenary of the disappearance of Ph.D. Giuseppe Pitre (1841-1916), focuses on those unpublished works that have been edited and published during the National edtion of 1985, which was dedicated to the most accomplished folklorist of Palermo. The topic of this essay is mostly aimed to the lessons the Professor held at the University of Palermo since 1910 until 1916.The former edition made possible to focus on about sixty papers, including unpublished ones, that frame the magnitude of his contribute to the study of peculiar folklore in Sicily: “Demopsicologia” through which a part of popular Italian poetry, foreign popular poetry and short stories, have been brought to new life. Pitrè has impressed the academic interest on such this folkloristic studies and through this new essay, we may now see more clearly the greatness of his contribution to a discipline that lead us close to our real cultural belongings.
Kejwords: Pitrè, demopsicologia, folklore, Sicilia
Ricorre quest’anno il centenario della morte di Giuseppe Pitrè (1841-1916), iniziatore e fondatore degli studi demo-antropologici in Italia. Dal 1916 ad oggi, Pitrè e le sue opere hanno conosciuto alterna fortuna: portato, molto spesso, agli onori della cronaca e dell’attenzione non solo della città che gli diede i natali, ma anche della comunità scientifica, a volte, invece, relegato a figura di raccoglitore di memorie patrie; le sue opere più note, specialmente quelle che costituiscono i venticinque volumi della Biblioteca delle tradizioni popolari , sono state più volte ripubblicate; non sono mancati però, i “saccheggi” e certe operazioni di sintesi, o estrapolazioni di parti, a volte senza che venisse fuori il nome dell’autore. Risale a qualche anno fa la traduzione in italiano delle Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani (Donzelli Editore, 2013), operazione, prettamente commerciale, di divulgazione, che almeno salva il testo dialettale. Ancora oggi, chiunque si accinga a condurre ricerche nel campo delle tradizioni popolari non può prescindere dai suoi contributi. Sono, invece, quasi esclusivamente note a demologi e antropologi altre opere come la Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia , in due volumi, oppure Medici, chirurgi barbieri e speziali antichi in Sicilia. Complessivamente è un autore molto studiato e citato, cui ricorrere per trovare fonti e documenti, tradizioni e pratiche ormai perse, testimonianze di culti e credenze. La sua vasta produzione e la nomea che aveva acquisito in campo nazionale ed internazionale lo hanno definitivamente consacrato tra i grandi studiosi italiani dell’Ottocento. Se non erro, è l’unico, o forse uno dei pochi, personaggi “illustri”, come si diceva un tempo, ad avere avuto intestate due edizioni nazionali. La prima è quella molto nota di Giovanni Gentile, che presiedeva il Comitato scientifico, realizzata, solo in parte, dal 1940 al 1944; la seconda risale al 1985 e fu voluta da Aurelio Rigoli, che qualche anno dopo (1991) promosse anche l’Edizione nazionale per Salvatore Salomone Marino, amico e collaboratore di Pitrè, nonché co-fondatore degli studi di Demopsicologia.
In questa sede, desidero soffermarmi su alcune opere meno note, emerse con l’Edizione nazionale del 1985 e che non hanno goduto della diffusione che avrebbero meritato. L’Edizione del 1985, infatti, ha portato all’individuazione di circa 60 opere, tra edite ed inedite, ampliando così notevolmente la produzione già nota del demologo. Si è resa disponibile, per esempio, tutta la “materia” che Pitrè aveva composto per le lezioni
universitarie tenute dal 1910 al 1916 e che rappresentano le sue ultime fatiche determinate dal dover modulare la sua “sapienza” organizzandola in percorsi didattici agili e avvincenti. Le Lezioni sono articolate in sette volumi: Demopsicologia , Novellistica , Poesia popolare italiana (2 volumi), Poesia popolare straniera ( 2volumi); I Proverbi. Tra le altre opere inedite citiamo: Vecchie scuole in Sicilia (2003, a cura di M. Manno); i cinque volumi dei Viaggiatori italiani e stranieri in Sicilia (2000, a cura di A. Rigoli), Discorsi e conferenze (2009, a cura di L. Bellantonio); Quaderni di medicina e chirurgia (2004, a cura di A. Salermo-C.T. Bonanno) e i volumi di Carteggio.
Quando si definisce la Demopsicologia di Pitrè si fa inevitabilmente riferimento alla Prelezione del 1911, che si presenta come un vero e proprio statuto epistemologico della disciplina. Pitrè che aveva chiara percezione del clima intellettuale nel quale il nuovo insegnamento si andava a collocare (la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo), conosceva i pregiudizi e i preconcetti che gravano sul nuovo campo di studi; sapeva di dover vincere le resistenze e gli ostracismi messi in campo da docenti e insegnamenti “storici”, attestati e consolidati da tempo, il cui valore e importanza erano indiscussi e indubitabili. Ecco perché la Prelezione viene segnalata, quasi con meraviglia, come ‘dotta’. A nostro avviso Pitrè voleva e doveva “impressionare” il suo uditorio composto da personalità politiche e da esponenti della cultura accademica e non, fornendo sia pure in modo sintetico, una visione generale della vastità e della complessità degli studi che si erano delineati già a partire dal primo Ottocento.
Appare evidente che la Demopsicologia si sia formata nell’arco di più di cinquant’anni di studi e di ricerche condotte da Pitrè e dai suoi più stretti collaboratori. Lo stesso termine appare già nel 1882, nella Avvertenza che apre la nuova Rivista, l’ Archivio per lo studio delle tradizioni popolari. Forse non era lontano dal vero Giovanni Alfredo Cesareo che, stilando un ricordo di Pitrè (Cesareo, 1916, pp. 1-23) si avventura nella definizione di Demopsicologia e dice che Pitrè aveva chiaro il disegno della sua disciplina sin da quando si era occupato di Canti; forse è questa una esagerazione, ma c’è del vero perché Pitrè, anche se seppe rinnovare e ampliare i suoi percorsi euristici, non abbandonò mai la sua idea di fondo, ossia che la cultura più genuina e più ricca di una regione, ma anche di una nazione, risiede nelle classi popolari e che gli studi dei modi di vita e delle credenze, di quello che “il popolo dice e fa”, per dirla con le sue parole, servono ad illuminare la psicologia popolare. Il Cesareo si domanda «Che cosa è, in fondo, la demopsicologia? È una storia minore, una storia rimasta nell'ombra fino a' nostri giorni, la storia degli umili, degl'ignari, de' dimenticati, dei senzanome, la storia degli agricoltori, de' pastori, degli operai, delle femminette e de' fanciulli, la storia del vero popolo: storia politica, storia letteraria, storia naturale, storia religiosa, storia de' costumi. Questa storia minore è sempre esistita accanto alla storia maggiore; ma nessuno l'aveva degnata mai d'uno sguardo di considerazione. Scienza parve soltanto la storia de' grandi fatti, delle purpuree battaglie, degli eroi vinti o vittoriosi; arte fu tenuta soltanto quella de' poeti laureati, de' creatori solitari e rappresentativi» (Cesareo, 1916, pp. 4-5).
Nel 1910 Pitrè, che aveva ottenuto la “Libera docenza”, venne incaricato dell’insegnamento Demopsicologia. Aveva già 70 anni, la maggior parte dei quali spesi in studi e ricerche tra la gente, negli archivi, nelle biblioteche, negli studi di privati cittadini. Studiava da medico, professione dalla quale traeva l’unica fonte di sostentamento, e nel contempo si volgeva a documentare e a lasciare traccia permanente di un mondo che lo
particolare quello di Lipsia, del fisiologo e filosofo tedesco Wilhelm Wundt che, nel 1910, diede alle stampe un’opera intitolata proprio “psicologia dei popoli”. Mentre in Italia Pitrè studiava la cultura popolare per ricavarne un profilo psicologico del tipo siciliano, in Germania Wundt studiava la “psicologia dei popoli” per stabilire il ruolo della cultura nella costruzione delle funzioni psicologiche superiori. Pitrè, riferendosi allo scritto di John Fenton, Folk-Lore in Relation to Psychology and Education , apparso nel 1883 su The Folk-Lore Journal , scriveva «La interpretazione delle tradizioni, racchiudendo gravi argomenti di Psicologia, può condurre e ha condotto a risultati praticamente utili alla educazione dei fanciulli» (Pitrè, 2001, p. 41).
Pitrè, in 50 anni di studi, aveva ampliato sempre di più i suoi interessi, i campi di analisi, e aveva scoperto nuovi “oggetti” di ricerca, nuove prospettive, nuovi saperi interdisciplinari. Tutto rientrava, a buon diritto, nella demopsicologia: dal suo primitivo interesse per i Canti popolari agli studi di cultura materiale, al tratteggio dell’indole del siciliano. Non è un caso che affermasse che le classificazioni dell’indagine demologica, secondo la sua opinione, fossero solo due: “ciò che l’uomo dice e ciò che l’uomo fa”, ovvero l’uomo nella sua interezza. In conclusione, Pitrè rivendica per la nuova disciplina lo statuto di scienza: se nei primi tempi la demopsicologia si era delineata attraverso le forme modeste di raccolte, poteva infine aspirare al titolo di disciplina perché si era dotata di norme e di metodo: regole fisse per la raccolta e la classificazione dei documenti e studi di comparazione, unitamente alle indagini sulle origini e sulle scuole: in questo modo la Demopsicologia divenne una disciplina “severa e geniale” che si pose accanto alla Etnografia e alla Sociologia e come “segmento” dell’Antropologia.
Di seguito una breve sintesi degli altri volumi relativi alle Lezioni , che rappresentano l’espressione più matura e, per certi versi, più completa del pensiero di Pitrè.
La Novellistica 2. In questo volume Pitrè, che si mostra uno scrupoloso docente attento a predisporre un percorso didattico efficace, capace di rendere agevole la fruizione delle sue conoscenze da parte degli allievi, «partendo dalla dettagliata esegesi de La Formation des Légendes di Van Gennep , e continuando via via con altri saggi fondamentali come, ad esempio, l’Essais sur la Mythologie comparée di Max Müller, o la Storia delle Novelline popolari di Angelo De Gubernatis, fino agli interventi dei relatori […….] al Congresso internazionale di Londra del 1891, elabora una serie di sunti in grado di fornire un’ampia panoramica sull’intricata questione relativa all’origine delle leggende e delle novelline giungendo, infine, con rara maestria, a districare l’enorme matassa» (Cantarella, in Pitrè, 2005, p. 9). Il volume contiene le Lezioni: Tradizioni narrative: novelle, favole, racconti- fabliaux , leggende ; Identità e origine delle novelle: la teoria Grimm e la teoria Müller ; Teoria Tylor-Lang circa i miti e le novelle ; Teoria Benfey circa le novelle e le favole ; Van Gennep, La formation des Légendes; Letture sui Grimm e Müller ; Critica storica scettica. Tylor ; Altre letture: Braga, Crane, Krohn, Ploix.
L’opera La poesia popolare in Italiana^3 contiene le lezioni che lo studioso sviluppò nei diversi anni accademici, a partire dal 1911. Il tema della poesia popolare rappresenta «un campo ampiamente e lungamente praticato dallo studioso fin dal 1865» (Fragale, in Pitrè, 2004, p. 8). Agli studenti che si avvicendavano lo studioso offriva «dei magistrali trattati sulla poesia del popolo, e non solo di quello siciliano, ma di tutta la Penisola, persino della Sardegna e del Friuli» (Ivi). Le lezioni fanno emergere la figura dell’esperto (^2) G. Pitrè, La Novellistica (a cura di M. Cantarella), Comiso, 2005. (^3) G. Pitrè, La poesia popolare italiana, (a cura di A. Fragale), 2 Voll., Comiso, 2004.
conoscitore intento a problematizzare la fenomenologia legata alla poesia popolare. Anche questo testo è composto da svariate Lezioni : Della poesia popolare ; Primi saggi di canti popolari ; Poesia popolare e poesia popolareggiante ; Generi minori di poesia popolare e così via fino alla poesia “minore” come i Canti di questua.
I due volumi di Poesia popolare straniera^4 , sono il frutto della lunga esperienza che Pitrè aveva maturato in qualità di lettore e recensore di tanta pubblicistica internazionale. Le Lezioni furono svolte a partire dall’a.a. 1912-13. Il primo volume contiene le Lezioni : Poesia popolare albanese ; Poesia popolare bulgara ; Poesia popolare serba ; Poesia popolare neogreca ; Poesia popolare iberica ; Poesia popolare spagnuola ; Canti popolari fiamminghi ; Canti popolari inglesi e scozzesi ; Canzoni del popolo russo ; il secondo volume è interamente dedicato alla Poesia popolare francese. Pitrè, nel proporre agli allievi le produzioni popolari maturate in vari contesti culturali, non mancava di rilevare costantemente, in chiave comparatistica, la somiglianza di certi motivi nel campo delle tradizioni popolari riconducibile sia ad un inevitabile processo di trasmissione e diffusione, ma anche, determinata dalla affermata identità dei sentimenti del genere umano.
I Proverbi 5. Considerata la “esagerata passione” del demologo per i proverbi, il cui studio condotto in giovane età sembra sia stato la causa prima del suo rivolgersi ad investigare le tradizioni popolari, con una iniziale predilezione per le tradizioni orali, e a conferma dei diversi volumi editi nella Biblioteca delle tradizioni popolari , non poteva certamente mancare un ciclo di Lezioni dedicate alla paremiologia nell’ambito del suo insegnamento. L’importanza della paremiologia a scopo educativo viene ribadita da Pitrè, un’importanza, dice l’autore, «universalmente riconosciuta», e aggiunge «non v’è quasi antologia in prosa, non trattato educativo che non si rifaccia dalle massime per consiglio, istruzione ed esempio; ché anzi si crederebbe non potersi trovare documento meglio atto ad educare» (Pitrè, 2001, p. 42). Le Lezioni , che risalgono all’a.a. 1913-14, sono otto in tutto, più la Conclusione al corso, e si svolgono in modo chiaro e lineare. Pitrè prende le mosse dalla definizione del proverbio, per distinguerlo dalla massima e dalla sentenza, riconoscendone così la peculiarità di cui illustra i “caratteri esterni”: «1° la brevità; 2° la popolarità; 3° la rima; 4° l’allitterazione». Chiarisce anche altri aspetti che connotano il proverbio, come per es., il linguaggio figurato (metafora e allegoria): «Secondo i varî popoli e la lingua che essi parlano il proverbio prende colori diversi e figure differenti: colore e figure che sono espressione dello spirito popolare il quale si ripete e riappare con meravigliosa uniformità nei gruppi linguistici presenti. La figura è il linguaggio ordinario dei proverbi: e la metafora ne è l’elemento principale. Linguaggio proverbiale e linguaggio metaforico han tanta comunanza che più non ne hanno tra loro i sinonimi». (Pitrè, 2005, p. 23 e ss). Molta della materia già presente nei volumi sui proverbi torna in queste Lezioni che, rispetto alle opere, offrono una immagine inedita di Pitrè: quella di un Maestro che ha a cuore l’aspetto formativo dei suoi studenti per i quali predispone accuratamente percorsi didattici chiari, pur nella complessità degli argomenti. Un Maestro che ama rivolgersi ai suoi studenti in modo colloquiale (modalità impensabile, ai quei tempi), sollecitandoli a voler intraprendere gli studi demologici, con la stessa serietà e passione che lo avevano animato per tanti anni. Pitrè sembra così voler assolvere alla sua ultima missione: trovare chi voglia e possa continuare la sua opera.
(^4) G. Pitrè, Poesia popolare straniera, (a cura di A. Rigoli), 2 Voll., Comiso, 2005. (^5) G. Pitrè, I Proverbi, (a cura di L. Bellantonio), Comiso-Palermo, 2005.