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introduzione alle relazioni internazionali (Ikenberry, Grieco), Appunti di Relazioni Internazionali

Riassunto del testo, diviso in paragrafi e sottoparagrafi (manca cap.2, excursus storico)

Tipologia: Appunti

2021/2022

In vendita dal 09/07/2022

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Introduzione alle relazioni internazionali – Domande fondamentali e prospettive
contemporanee
1. CAPIRE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI
Con “Relazioni Internazionali” si intendono quelle relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra due
o più paesi. Esse hanno da sempre influenzato la vita quotidiana. Al mondo oggi vi sono 196 paesi che
interagiscono l’uno con l’altro in ambito politico, economico, sociale, culturale e scientifico. Non solo, gli
Stati intrattengono relazioni anche con una serie di organizzazioni governative internazionali (IGO), ovvero
organizzazioni alle quali gli Stati vogliono prendere parte per favorire i propri interessi economici e politici,
come le Nazioni Unite, il Fondo monetario Internazionale, l’OMS, l’Organizzazione mondiale del
commercio e così via. I governi hanno anche interazioni continue con quegli attori privati il cui operato è di
natura transnazionale e movimenti politici e sociali di natura transnazionale come i Fratelli Musulmani e il
Forum Sociale Internazionale.
1.2 Elementi fondamentali dello studio delle Relazioni Internazionali
1.2.1 Concetti chiave delle Relazioni Internazionali
È necessario identificare gli attori fondamentali delle Relazioni Internazionali. Per primi, i leader nazionali
in quanto individui che occupano posizioni esecutive grazie alle quali hanno potere di prendere decisioni in
politica estera e in campo militare a nome del proprio paese. Secondariamente siamo interessati agli Stati,
unità politiche avente due caratteristiche principali: un territorio con dei confini ben identificabili e
un’autorità politica che esercita sovranità su di esso. Lo Stato deve essere distinto da un altro attore
fondamentale nelle Relazioni Internazionali, ovvero la nazione. Gli Stati sono unità politiche, mentre le
nazioni sono costituite da gruppi di persone che condividono una cultura, storia, o lingua comune. Il termine
Stato-nazione si riferisce a una particolare unità politica abitata da persone che condividono una storia,
cultura o lingua comune. Nonostante il termine sia utilizzato frequentemente all’interno della letteratura delle
Relazioni Internazionali, molte volte come sinonimo di Paese, trovare Stati-nazione puri è molto raro. Le
nazioni solitamente trascendono i confini dei singoli stati. In modo analogo, alcuni Stati contengono più di
una nazione, ad esempio nell’ex Unione Sovietica. L’ultimo attore chiave per capire a fondo le Relazioni
Internazionali è costituito dagli attori non statali, attori diversi dallo Stato che operano all’interno o tra
diversi confini nazionali, caratteristica che comporta conseguenze importanti per le Relazioni Internazionali
(Coca-Cola, Chiesa cattolica, ma anche le mafie e Al Qaeda).
Quando si afferma che uno Stato ha un particolare interesse si intende che quello Stato desidera mantenere
oppure raggiungere una particolare condizione a livello globale così importante da volerne sostenere i costi,
talvolta ingenti. Gli Stati perseguono questo obiettivo tramite lo sviluppo e l’implementazione di una
particolare strategia, e una strategia è ciò che unisce i mezzi ai fini. Se l’obiettivo ultimo della Cina è quello
di riuscire a imporre la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale, parte della sua strategia consisterà
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Introduzione alle relazioni internazionali – Domande fondamentali e prospettive

contemporanee

1. CAPIRE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI

Con “Relazioni Internazionali” si intendono quelle relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra due o più paesi. Esse hanno da sempre influenzato la vita quotidiana. Al mondo oggi vi sono 196 paesi che interagiscono l’uno con l’altro in ambito politico, economico, sociale, culturale e scientifico. Non solo, gli Stati intrattengono relazioni anche con una serie di organizzazioni governative internazionali (IGO), ovvero organizzazioni alle quali gli Stati vogliono prendere parte per favorire i propri interessi economici e politici, come le Nazioni Unite, il Fondo monetario Internazionale, l’OMS, l’Organizzazione mondiale del commercio e così via. I governi hanno anche interazioni continue con quegli attori privati il cui operato è di natura transnazionale e movimenti politici e sociali di natura transnazionale come i Fratelli Musulmani e il Forum Sociale Internazionale. 1.2 Elementi fondamentali dello studio delle Relazioni Internazionali 1.2.1 Concetti chiave delle Relazioni Internazionali È necessario identificare gli attori fondamentali delle Relazioni Internazionali. Per primi, i leader nazionali in quanto individui che occupano posizioni esecutive grazie alle quali hanno potere di prendere decisioni in politica estera e in campo militare a nome del proprio paese. Secondariamente siamo interessati agli Stati , unità politiche avente due caratteristiche principali: un territorio con dei confini ben identificabili e un’autorità politica che esercita sovranità su di esso. Lo Stato deve essere distinto da un altro attore fondamentale nelle Relazioni Internazionali, ovvero la nazione. Gli Stati sono unità politiche, mentre le nazioni sono costituite da gruppi di persone che condividono una cultura, storia, o lingua comune. Il termine Stato-nazione si riferisce a una particolare unità politica abitata da persone che condividono una storia, cultura o lingua comune. Nonostante il termine sia utilizzato frequentemente all’interno della letteratura delle Relazioni Internazionali, molte volte come sinonimo di Paese, trovare Stati-nazione puri è molto raro. Le nazioni solitamente trascendono i confini dei singoli stati. In modo analogo, alcuni Stati contengono più di una nazione, ad esempio nell’ex Unione Sovietica. L’ultimo attore chiave per capire a fondo le Relazioni Internazionali è costituito dagli attori non statali , attori diversi dallo Stato che operano all’interno o tra diversi confini nazionali, caratteristica che comporta conseguenze importanti per le Relazioni Internazionali (Coca-Cola, Chiesa cattolica, ma anche le mafie e Al Qaeda). Quando si afferma che uno Stato ha un particolare interesse si intende che quello Stato desidera mantenere oppure raggiungere una particolare condizione a livello globale così importante da volerne sostenere i costi, talvolta ingenti. Gli Stati perseguono questo obiettivo tramite lo sviluppo e l’implementazione di una particolare strategia, e una strategia è ciò che unisce i mezzi ai fini. Se l’obiettivo ultimo della Cina è quello di riuscire a imporre la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale, parte della sua strategia consisterà

nell’indurre paesi come il Vietnam e le Filippine a rinunciare alle proprie rivendicazioni e a riconoscere la Cina come l’unico sovrano dell’area. Per raggiungere il proprio obiettivo, il governo cinese farà quindi uso di particolari strumenti di policy, i quali possono essere di vario tipo (azioni diplomatiche, di propaganda e anche militari, seppur di bassa intensità). 1.2.2 I livelli di analisi nelle Relazioni Internazionali Le teorie ci aiutano a capire perché un determinato avvenimento è accaduto e quale sia la probabilità che questo evento possa ripetersi. Esistono molte teorie delle Relazioni Internazionali e molti dibattiti sull’effettiva utilità di alcune teorie in particolare. Per poter avere una classificazione dei vari concetti attorno ai quali ruotano le relazioni internazionali, ci serviamo di un particolare, quanto funzionale, strumento analitico ovvero la struttura dei livelli di analisi. Questo strumento nasce dalle opere di due studiosi, ovvero Walts e Singer e si basa sul concetto secondo il quale un autore che si pone come obiettivo quello di proporre una teoria o una particolare spiegazione nell’ambito delle relazioni internazionali deve scegliere quali attori e quali processi causali enfatizzare. In altre parole, deve decidere esattamente dove andare alla ricerca di una spiegazione. Solitamente questa ricerca si concentra sugli attori e sui processi situati in una delle tre differenti categorie che compongono i livelli di analisi. La prima categoria consiste nel livello di analisi individuale. Lavorare a questo livello significa concentrarsi sull’impatto che decisori individuali, ad esempio i capi di Stato o di governo e i loro più stretti collaboratori, hanno sulle relazioni internazionali e sulla politica estera. Il livello di analisi statale include tutte quelle idee, ragionamenti e dibattiti che si concentrano su una particolare caratteristica, sia essa politica o economica, di determinati paesi o Stati. Un ottimo esempio è costituito dalla teoria della pace democratica, un insieme di idee sviluppato da diversi studiosi di Relazioni Internazionali, tra i quali Doyle e Russett , la quale sostiene che il comportamento in politica estera degli Stati sia fortemente influenzato dalle istituzioni politiche interne. Secondo questa teoria, è molto difficile che Stati retti da governi democratici entrino in un conflitto l’uno con l’altro. Un’altra teoria che si basa sul livello di analisi statale ha come oggetto i sistemi economici: storicamente, una delle prime critiche al capitalismo è che gli Stati che adottano un’economia di questo tipo siano più pronti a farsi la guerra tra di loro, rispetto a una situazione dove questi Stati siano organizzati economicamente secondo principi differenti. La terza categoria è costituita dal livello di analisi internazionale. Gli Stati non sono unità politiche isolate, ma sono collegati da una stretta rete di relazioni, e questa coesistenza e interazione, allargata a includere anche gli attori non statali, forma il cosiddetto sistema internazionale. Questo sistema possiede caratteristiche proprie che influenzano fortemente il comportamento dei singoli Stati. Ad esempio, molti scienziati politici enfatizzano il concetto di anarchia , che all’interno delle R.I. indica la mancanza di un’autorità centrale al di sopra degli Stati che funzioni da arbitro durante situazioni conflittuali e che protegga gli Stati più deboli da quelli più forti. Nessuna di queste tre categorie analitiche è più giusta o sbagliata delle altre. Ogni analisi, a qualsiasi livello, dovrebbe essere validata in modo logico e fondato o smentita in base alle evidenze empiriche che la realtà presente e passata delle R.I. ci mette a disposizione. Il primo passo importante è riuscire a categorizzare i ragionamenti e capire la loro origine. È altresì importante essere consapevoli del fatto che i vari livelli non sono isolati l’uno dall’altro: molte volte una spiegazione esauriente integra pdv appartenenti a livelli differenti. Molte volte gli studiosi fanno distinzioni ancora più specifiche creando nuovi livelli di analisi. Ad esempio molti studi si basano sul livello regionale, il quale si frappone tra quello statale e quello internazionale. Le relazioni internazionali sono intricate e gli avvenimenti che le caratterizzano molte volte

Le teorie ci aiutano nella descrizione del mondo e nella spiegazione del suo funzionamento. Esse costituiscono importanti strumenti analitici per fare ipotesi, per proporre processi casuali e per cercare di predire il futuro svolgimento di eventi caratteristici dell’arena internazionale. Le teorie non sono mai completamente giuste o sbagliate, sono piuttosto più o meno utili. Alcune possono essere valide solo all’interno di un particolare momento storico, fino a quanto non vengono confutate da nuove prove empiriche o interamente sostituite da teorie più soddisfacenti. La creazione e la verifica di nuove teorie è una parte integrante e fondamentale di ogni impresa scientifica. Le teorie che cercano di spiegare il funzionamento della politica mondiale solitamente fanno riferimento a grandi scuole di pensiero. Gli studiosi che appartengono a ciascuna di queste scuole di pensiero propongono diversi assunti su cosa sia veramente importante e fondamentale nelle Relazioni Internazionali. Nessuno di questi approcci, e le teorie ad essi associate, può essere considerato come quello migliore nella spiegazione del funzionamento della complessità delle Relazioni internazionali. Ogni approccio ha i propri punti di forza e le proprie debolezze. 1.4.2 Collegare il presente e il passato Una piena comprensione del passato influisce fortemente su come i policy makers pensino e agiscano all’interno della politica internazionale. L’esperienza della guerra del Vietnam tra il 1965 e il 193 formò il pensiero sulle R.I. di un’intera generazione di leader politici statunitensi. Prima del conflitto, secondo le parole dell’allora presidente Kennedy, gli Stati Uniti erano disposti a “pagare qualsiasi prezzo e ad impegnarsi” per difendere i principi di libertà a livello globale. Il ricordo della durata e dei costi intrapresi per combattere la guerra del Vietnam si tradusse nella riluttanza da parte degli Usa nei confronti degli interventi militari all’estero, un rifiuto che durò per circa trent’anni dopo la fine del conflitto. Le lezioni che i policy makers statunitensi trassero dal Vietnam includevano il “non essere trascinati nelle guerre civili degli altri”, “non combattere una guerra senza una valida exit strategy ”, e il “non entrare in un conflitto senza il chiaro sostegno della popolazione americana”. Le guerre combattute in Afghanistan e in Iraq costituirono, nonostante le ingenti perdite umane, gli impegni militari più lunghi e continuativi sostenuti dall’esercito americano dalla fine della Guerra del Vietnam. Popoli diversi traggono lezioni diverse dagli eventi storici più importanti e diverse letture di esperienze storiche aiutano a comprendere il perché del comportamento degli Stati oggi. L’esperienza storica però non influisce unicamente sul comportamento dello Stato, ma anche sulla natura e sull’evoluzione dell’intero sistema internazionale. Capire il passato ci aiuta a capire quali elementi del sistema internazionale odierno costituiscano una novità, e quindi un elemento evolutivo, e quali elementi possano essere considerati continuativi nonostante i profondi cambiamenti che il sistema internazionale si sia trovato ad affrontare. 1.4.3 Collegare aspettative e realtà È normale affacciarsi alla politica internazionale con un determinato bagaglio di valori e aspettative e per questo motivo è difficile identificare un set di valori universali che possano andare bene per tutti, indipendentemente dal momento storico, dal luogo o dalla cultura di riferimento. Le R.I. devono studiare il mondo non come dovrebbe essere ma come effettivamente si presenta, tenendo sempre a mente che

nemmeno in questo caso ci può essere una visione del mondo unanime. L’obiettivo principale è descrivere come e perché gli Stati si comportino in un determinato modo, anche se un qualsiasi comportamento è molto lontano dal nostro modo di pensare, o dai nostri valori politici e morali. Spiegazione e prescrizione sono due processi complementari differenti, e tali devono rimanere, ma sono altresì connessi tra di loro: capire le ragioni di uno specifico comportamento da parte di un governo è il primo passo per studiare un modo per cambiarlo o evitare che si ripresenti in futuro. Oltre ai collegamenti qui analizzati ne troviamo anche di altri tipi: tra la politica internazionale e l’economia internazionale, ma anche tra politica interna e politica estera. Le politiche estere degli Stati sono fortemente influenzate dalla loro controparte interna e, viceversa, le politiche domestiche sono a loro volta influenzate da ciò che succede all’interno dell’arena internazionale. 1.5 Vedere il mondo da diverse prospettive È fondamentale considerare la politica mondiale da diverse prospettive. Lo studio delle R.I. cerca di capire il comportamento di Stati e individui a livello, appunto, internazionale, e come questo comportamento sia influenzato dal modo in cui gli individui percepiscono l’arena internazionale e kla loro posizione all’interno di essa. Alcuni anni fa, lo scienziato politico Graham Allison catturò questa realtà con una frase rimasta nella storia, ovvero “ where you stand depends on where you sit”. In altre parole, la posizione di un individuo nei confronti di un particolare problema a livello internazionale è influenzata dalla sua posizione all’interno del sistema e varierebbe a seconda che l’individuo fosse americano, russo, egiziano o indonesiano, in una situazione di povertà o ricchezza, di sesso maschile o femminile o parte della maggioranza o di una minoranza etnica all’interno di un paese. La stessa cosa è valida per gli Stati. La prospettiva nazionale di un paese è influenzata da diversi fattori, tra cui spicca la propria esperienza storica. Quella che fu una grande potenza coloniale vedrà il mondo da una prospettiva diversa da quella di un paese colonizzato. Anche la dimensione e il potere relativo influenzano le prospettive nazionali: più uno Stato-nazione è esteso e più potere ha, quindi è più incline a cercare di stabilire o modificare la propria posizione a livello internazionale, invece di essere un attore passivo. La percezione del sistema internazionale come pacifico o aggressivo dipende anche dal fatto che uno Stato sia situato in mezzo a Stati più grandi e/o potenti, o sia al sicuro all’interno di barriere naturali quali oceani e catene montuose. 1.5.1 Riconoscere la centralità delle grandi potenze Storicamente, le cd. Grandi potenze sono sempre state al centro dello studio delle R.I. a causa dell’enorme influenza esercitata a livello mondiale. Date le eccezionali risorse militari ed economiche, gli Stati Uniti ricoprono oggi questa posizione. Uno degli sbagli che si rischia di commettere è quello di partire dall’assunto, implicito o esplicito, che i valori, gli ideali e le istituzioni di un determinato paese siano universali e considerare quindi che il resto del mondo sia semplicemente una replica imperfetta. In questo modo si perderebbero tutte quelle prospettive fondamentali offerte dallo studio delle Relazioni Internazionali. Dopo la seconda guerra mondiale, uno dei più grandi studiosi di R.I., Morgenthau, propose quattro regole fondamentali per svolgere al meglio l’esercizio diplomatico. Una di queste regole esortava tutti i paesi a “guardare allo scenario politico dal pdv di altre nazioni”.

3.1.1 Assunti del realismo Il realismo è una visione semplice della realtà internazionale, che considera la concorrenza per la potenza fra gruppi o Stati il tratto centrale e duraturo delle Relazioni Internazionali. Tale visione si basa su cinque assunti.

  1. Innanzitutto, i realisti osservano che i gruppi (gli Stati) esistono in un mondo in cui nessuna autorità superiore può imporre regole o ordine. In altre parole, gli Stati conducono la propria esistenza in un mondo caratterizzato dall’anarchia. Anarchia non significa caos, bensì che è lasciato ai singoli Stati di provvedere alla propria difesa. Gli Stati ottengono sicurezza o soddisfano i propri interessi in misura proporzionale alla potenza di cui dispongono. Come sostengono i realisti, in un mondo di anarchia il potente prevale e il debole soccombe. Essi identificano la competizione e la lotta per la potenza, e a volte persino la guerra, come la questione principale. In assenza di un’autorità di governo superiore che li protegga, gli Stati tendono ad avere timore dei loro omologhi, e cercano di aumentare la loro potenza per proteggersi e ottenere ciò che vogliono del sistema internazionale.
  2. Gli Stati sono gli attori principali delle Relazioni Internazionali. Altri attori possono certo fiorire all’interno del sistema, ma sono decisamente secondari rispetto ai modi e ai mezzi della politica mondiale. Gli Stati, al contrario, occupano una posizione centrale in quanto unità che controllano la potenza e sono in competizione gli uni con gli altri.
  3. I realisti presuppongono che gli Stati siano attori ragionevolmente razionali, in grado di riconoscere le condizioni circostanti, i rischi e le opportunità della sfera internazionale. Quando gli Stati intraprendono determinate azioni, essi sono capaci di cogliere i futuri vantaggi e le future perdite e di adeguare il loro comportamento quando i costi di tale azione superano i benefici. Ipotizzare che gli Stati in generale agiscano razionalmente non equivale a ire che ciascun singolo Stato si comporti in tale modo.
  4. La sicurezza è il problema centrale della politica internazionale. Questa asserzione è una conseguenza dell’anarchia, che fa sì che gli Stati si muovano in un sistema internazionale in cui guerra e violenza sono sempre in agguato. La politica estera è innanzitutto un esercizio di sicurezza nazionale.
  5. I realisti sostengono la ricerca di sicurezza sia un’impresa concorrenziale, motivo per cui rivalità e conflitto sono ritenuti aspetti intrinseci alla politica mondiale. Nelle relazioni internazionali vi sono vincitori e perdenti. Di conseguenza, il potere ha una qualità relazionale: se uno Stato si rafforza, gli altri necessariamente si indeboliscono. In base a questa logica, i realisti ritengono che la competizione sia un aspetto naturale e duraturo del sistema internazionale. Il conflitto, in sintesi, è un carattere intrinseco delle relazioni fra Stati. 3.1.2 Le asserzioni realiste Basandosi su questi assunti relativi allo Stato-nazione, l’anarchia e la competizione per la sicurezza, i realisti presentano una varietà si asserzioni o concetti fondamentali. Per i realisti, un’asserzione primaria è quella secondo la quale l’equilibrio di potenza è una dinamica basilare che gli Stati hanno perseguito per secoli. L’equilibrio di potenza è una strategia impiegata dagli Stati

per proteggersi in un contesto mondiale anarchico e pericoloso. Di fronte all’ascesa di nuove potenze e alle minacce di altri Stati, uno Stato può tentare di difendersi generando potenza di contro-bilanciamento. A ben vedere, la potenza è utilizzata per neutralizzare o bilanciare altra potenza. Lo Stato minacciato può anche neutralizzare o bilanciare la potenza avversaria formando una coalizione dotata di potenza militare sufficiente a contro-bilanciare lo stato che pone la minaccia. In effetti, una delle tendenze più antiche delle R.I. è quella per cui l’ascesa di uno Stato potente innesca la formazione di una coalizione di Stati che cercano di proteggersi come gruppo attraverso il contro-bilanciamento dello Stato in ascesa. Il fatto che gli Stati esistano all’interno di un sistema anarchico significa che essi non possono essere mai sicuri delle reciproche intenzioni. Tale condizione può condurre a una dinamica di insicurezza reciproca e ad una corsa agli armamenti. L’accumulo di potenza a fini difensivi innesca una controreazione che, a sua volta, attiva una contro-reazione. È opportuno notare che si tratta di una dinamica mossa dalle iniziative difensive prese da entrambi gli Stati. In verità, ciascuna parte vuole semplicemente proteggersi, ma ciò che sembra protezione o difesa di uno Stato può apparire un mezzo di aggressione o di attacco agli occhi del vicino. I dilemmi della sicurezza sono dunque il risultato dell’interazione delle differenze che possono esistere fra i modi di intendere le motivazioni e le azioni di ciascuno Stato, come pure dall’assenza di un governo internazionale centrale al quale rivolgersi per ottenere protezione. Un’asserzione complementare a quella dell’equilibrio di potenza è che gli Stati reagiranno a situazioni di minaccia formando alleanze, ossia coalizioni di Stati create al fine di garantire protezione reciproca (vedi NATO). Per i realisti le alleanze costituiscono la principale forma di cooperazione fra Stati. La principale difficoltà degli Stati che operano in un mondo anarchico è alla base di un’altra importante asserzione realista: gli Stati danno molta importanza ai guadagni relativi e alla posizione relativa. I realisti credono che siano le capacità materiali di uno Stato a permettergli di perseguire i propri interessi e a difendersi in un mondo irto di pericoli. Maggiore è la forza di uno stato, maggiori sono le probabilità che riesca a realizzare i propri intenti e tutelarsi contro i nemici. Lo stesso concetto di potenza è relativo: affinché uno stato possa ottenerne di più, gli altri devono necessariamente perderne. Conseguentemente, i realisti sostengono che gli stati si trovino in un continuo, perenne gioco competitivo per aumentare la propria potenza. In un mondo anarchico gli Stati devono continuamente prendere decisioni relative alla possibilità che le loro azioni aumentino o meno la propria potenza. In altre parole, gli Stati sono interessati più ai guadagni relativi che a quelli assoluti. Questi ultimi sarebbero la somma di tutti i vantaggi prodotti da un particolare accordo o nazione. La questione del contrasto fra guadagni assoluti e relativi è molto rilevante nei dibattiti attuali sulla politica statunitense nei confronti della Cina. I realisti infatti temono maggiormente rispetto ad altre tradizioni teoriche che, aumentando gli scambi commerciali con la Cina, gli Stati Uniti stiano aiutando quest’ultima a incrementare la propria potenza relativa, fatto che inciderebbe sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nonostante questi stiano ottenendo a loro volta vantaggi in termini assoluti. In generale, il timore realista per uno Stato è che altri Stati guadagnino in misura maggiore e che, col tempo, ciò dia loro vantaggi in termini di potenza. I realisti concentrano la propria attenzione anche sul problema delle transizioni di potere. Uno dei grandi fenomeni delle relazioni internazionali sono le dinamiche storiche di lungo termine di ascesa e declino degli stati. Secondo l’asserzione realista, i momenti di transizione di potere – la situazione in cui uno Stato in ascesa raggiunge o sorpassa una “vecchia” potenza – sono irti di pericoli. Carr ha denominato quello appena descritto il problema del mutamento pacifico, ovvero il problema di come il sistema internazionale faccia fronte alla transizione di un ordine basato sul dominio di uno Stat su un altro. In questi momenti è possibile che ci sia conflitto perché, con l’aumento della propria potenza, lo Stato in ascesa troverà insoddisfacente l’ordine internazionale vigente, retto da un paese ancora predominante ma in declino. Le transizioni di potere

Il liberalismo è una tradizione di pensiero con profonde radici storiche e una serie di ipotesi e temi caratterizzanti sulle relazioni internazionali. Mentre il realismo considera l’anarchia e la lotta per il potere tratti distintivi delle relazioni internazionali, il liberalismo ritiene che la natura interna degli stati, in particolare gli interessi e le motivazioni degli stati democratici e orientati al mercato, siano gli aspetti più importanti delle relazioni internazionali. La teoria internazionale liberale si dirama in tre direzioni. La prima si concentra sul commercio e sul suo impatto sulle R.I. I liberali pensano che la diffusione del capitalismo e le relazioni di mercato creino interdipendenza economica. Un secondo ramo si focalizza sugli Stati democratici e le loro interazioni. Il terzo ramo si concentra sugli effetti di pacificazione del diritto e delle istituzioni. La teoria internazionale liberale prevede la diffusione e lo sviluppo della democrazia e dei rapporti di mercato, i quali trasformano, pur senza eliminarla, la lotta per il potere così determinante per la tradizione realista. 3.2.1 Assunti liberali La teoria liberale si basa su cinque assunti primari.

  1. L’idea che il mondo sia in un continuo processo di modernizzazione, ovvero che il genere umano inventi, innovi, migliori, crei costantemente. In conseguenza di questo incessante processo, gli uomini e i gruppi progrediscono – si modernizzano. Il processo di modernizzazione è trainato dalla forza della scienza e della tecnologia. I liberali sono più inclini a rilevare il progresso, che si manifesta in condizioni politiche, economiche e sociali che migliorano nel tempo. I realisti pongono l’accento sulla retorica della guerra, i liberali alla ricerca dei modi per trascenderla.
  2. I liberali pensano che i principali attori delle R.I. siano gli individui e i gruppi, non gli Stati. Individui, gruppi sociali, imprese, associazioni e altri tipi di raggruppamenti umani operano all’interno e trasversalmente rispetto agli Stati-nazione. A seconda dei loro interessi e delle loro inclinazioni, essi possono formare comunità e ordinamenti politici al di sopra e al di sotto del livello dello Stato-nazione. Se da un lato i liberali vedono gli individui e i gruppi come le unità fondamentali delle loro teorie, gli Stati-nazione e il sistema degli Stati sono ritenuti anch’essi importanti. Individui e gruppi costituiscono gruppi politici più grandi e queste conformazioni più ampie hanno la propria rilevanza. L’ascesa delle moderne democrazie liberali basate sulla sovranità popolare e sullo stato di diritto rappresenta una svolta storica cruciale per la teoria liberale.
  3. Gli individui hanno incentivi e impulsi al commercio, alla contrattazione, alla negoziazione e alla ricerca della cooperazione in vista di un guadagno congiunto. I liberali sostengono che gli individui sono in grado di superare lo schema mentale dei “guadagni relativi” e cogliere l’opportunità di ottenere “guadagni congiunti” basati sul commercio, lo scambio e la cooperazione.
  4. Modernizzazione e progresso hanno la tendenza a condurre le società lungo un percorso comune indirizzato verso la democrazia e la società di mercato. I liberali ritengono che il movimento della storia sia più o meno lineare, con una percorso che indirizza le società in via di sviluppo e quelle avanzate verso la democrazia liberale e il capitalismo. Le società capitaliste avanzate rappresentano l’avanguardia di tale movimento. Attraverso il commercio, gli scambi, l’innovazione e i processi di apprendimento tutte le società tendono a procedere nella stessa direzione.
  5. I liberali postulano che il “progresso” sia qualcosa che esiste davvero. La condizione umana può migliorare e di sicuro migliorerà. I liberali fondano la loro teoria della politica nell’individuo, e gli individui possiedono diritti e sono degni di rispetto. Ciò pone i liberali in condizione di scorgere il

progresso all’interno e fra le società sulla base del reciproco riconoscimento dei rispettivi diritti e di una condotta basata sul rispetto delle norme. 3.2.2 Le asserzioni liberali Partendo da tali assunti, i liberali propongono una serie di concetti e proposizioni su come gli individui e i gruppi operano all’interno e fra gli Stati per plasmare le relazioni internazionali. Queste asserzioni riguardano il liberalismo commerciale, la pace democratica, l’istituzionalismo liberale, il transnazionalismo e il cosmopolitismo. La prima asserzione concerne il liberalismo commerciale, ossia l’idea che la società di mercato e l’interdipendenza economica tendano a rendere più pacifiche le relazioni fra gli Stati. Con l’aumento delle relazioni economiche fra due Stati, cresce anche l’interesse di questi ultimi a intrattenere relazioni reciproche stabili e costanti. Ciò avviene perché ciascun paese dipende dal commercio e dagli scambi continui con gli altri per garantire il proprio benessere economico. I liberali sostengono che con l’intensificarsi dei rapporti economici fra gli Stati-nazione, affioreranno degli interessi acquisiti che spingono a mantenere relazioni stabili aperte e cooperative. Con la democrazia e il capitalismo, i cittadini diventano più razionali e materialisti e più refrattari al nazionalismo belligerante. Il carattere evolutivo dell’interdipendenza economica fra gli Stati plasmerà le politiche estere e di sicurezza adottate ciascuno nei confronti degli altri. La ricchezza economica alimentata da una sempre maggiore interdipendenza renderà la guerra e la competizione nell’ambito della sicurezza meno probabili poiché i costi del conflitto saranno inaccettabilmente alti. La seconda asserzione, legata alla prima, è che le democrazie tendono a non combattersi tra loro. L’argomentazione sulla pace democratica è stata proposta per la prima volta da Kant in un saggio intitolato Per la pace perpetua del 1795. Secondo questo ragionamento le democrazie sono insolitamente pacifiche le une rispetto alle altre. L’aspettativa di Kant era che col diffondersi della democrazia nel mondo sarebbero aumentate anche la pace e la stabilità mondiali. Egli prevedeva una sfera sempre più ampia di rapporti pacifici fra le democrazie, una sorta di federazione democratica o di unione di Stato con visioni e interessi simili che si uniscono e collaborano per creare una zona di pace. Gli studiosi liberali hanno proposto una quantità di ragioni per cui le democrazie non combattono tra loro. Una delle ragioni è che le democrazie hanno delle preferenze in comune; esse hanno delle aspirazioni simili riguardo al modo in cui le R.I. dovrebbero essere organizzate. Tutte vogliono sistemi aperti costruiti intorno a regole e istituzioni stabili. In questo modo, le democrazie si identificano reciprocamente come stati legittimi e meritevoli di riconoscimento, i cui interessi e la cui sicurezza devono essere rispettati e tenuti nella giusta considerazione. È difficile per le democrazie dichiarare guerra ad altri Stati democratici quando esistono legami così forti basati su valori e interessi condivisi. Un’altra ragione per cui le democrazie non si combattono è che in questi sistemi politici sono i cittadini a sostenere i costi della guerra e a scegliere i propri leader. I capi politici nei sistemi democratici sono tenuti a rendere conto delle proprie azioni. Un’altra ragione della pace democratica è che le democrazie tendono ad avere governi trasparenti e tenuti a rispondere a loro cittadini e ciò rende più semplice per questi Stati nutrire fiducia reciproca e collaborare. Una terza proposizione liberale è che gli Stati instaureranno Relazioni Internazionali imperniate sul diritto e istituzioni internazionali. I liberali sostengono che le regole e le istituzioni internazionali possono avere un ruolo importante nel determinare il funzionamento delle relazioni tra Stati. Quest’idea risale a Locke e ai

tradizione marxista si focalizza sul conflitto e sulla rivoluzione, che si ritengono collegate al mutamento dell’economia e all’emergere di classi ricche e povere all’interno e attraverso i confini nazionali. Il marxismo non è espressamente una teoria sulle R.I. Esso è una teoria sul capitalismo, la sua logica di fondo e le dinamiche con cui esso si dispiega nella storia mondiale. La teoria marxista ha come presupposto la nozione di materialismo storico, ovvero l’idea che la storia- così come gli attori che si muovono sulla scena globale attraverso le epoche e le regioni del mondo – sono plasmati e motivati dalle loro basi materiali ed economiche. Col mutare dei fondamenti materiali della società, così cambia anche la storia. In effetti, i marxisti dichiarano che il fatto più fondamentale relativo agli uomini e alle società sono le loro condizioni materiali o economiche. Le società sono modellate e rimodellate intorno al bisogno di produrre i requisiti materiali della vita. 3.3.1 Assunti marxisti La teoria marxista delle relazioni internazionali parte da cinque assunti.

  1. Gli interessi e i rapporti politici sono determinati dalla posizione di ciascuno all’interno del sistema economico in trasformazione. L’economia modella la politica. In termini marxisti, la base economica plasma la sovrastruttura politica. Il modo di produzione, ossia l’organizzazione di base dell’economia, determina le relazioni di produzione. Le relazioni di produzione sono le relazioni sociali e politiche che emergono nella società. Il modo di produzione è l’organizzazione di base dell’economia. Esso si riferisce alla logica profonda della vita economica. Fu all’inizio dell’era moderna che il capitalismo si impose come modo di produzione, portando con sé la moderna società industriale. Con il capitalismo comparve una classe industriale e commerciale, sotto forma di proprietari delle fabbriche e di società per azioni, mentre i lavoratori si presentavano come operai salariati. Con l’ascesa del capitalismo come modo di produzione, le relazioni di produzione posero i proprietari del capitale e i lavoratori gli uni contro gli altri.
  2. Gli attori rilevanti nelle società non sono gli individui, bensì le classi socio-economiche – raggruppamenti umani definiti dalle loro relazioni con l’economia. Con l’affermarsi del capitalismo e della rivoluzione industriale, le sue classi principali diventano i lavoratori e i capitalisti. La teoria marxista vede le classi come gli attori che danno forma alla competizione politica e alle relazioni internazionali.
  3. Lo Stato moderno è organizzato essenzialmente per servire gli interessi della classe capitalista o classe dominante. È un’affermazione fondamentale della teoria marxista che gli Stati moderni hanno come obiettivo finale la difesa e la promozione della classe capitalista.
  4. Il conflitto di classe definirà sempre di più le relazioni fra lavoratori e capitalisti. Con lo sviluppo dell’industrializzazione capitalistica, ci si aspetta che le società sperimentino una sempre più netta divisione fra le due classi. Queste relazioni di classe sono transnazionali. I lavoratori condividono i propri interessi al di là dei confini dei paesi industriali. I capitalisti tendono anch’essi a formare alleanze transnazionali, collaborando per tutelare la propria ricchezza, salvaguardare il commercio e la finanza internazionali e far rispettare il sistema della proprietà privata.
  5. La rivoluzione è la grande sorgente di cambiamento politico. Con l’intensificarsi del conflitto di classe all’interno del processo di sviluppo capitalistico, si raggiunge un punto di rottura quando i lavoratori sottraggono il controllo ai proprietari capitalisti. La teoria marxista prevede che i lavoratori prendano possesso delle istituzioni di comando della società capitalista e inaugurino un

nuovo ordine politico. La società sarà dunque trasformata in un sistema privo di classi. Nella formulazione ideale di Marx, il capitalismo sarà trasformato in comunismo, un sistema sociale in cui non c’è proprietà privata né Stato capitalista, e i lavoratori governano collettivamente e in armonia l’economia e la società. Marx immaginò che sarebbe giunto un momento in cui i conflitti e le contraddizioni del capitalismo moderno avrebbero portato alla rivoluzione e a un mutamento del modo di produzione. Nel XX secolo, la teoria marxista del capitalismo globale si sviluppò in vari modi. Il rivoluzionario russo Lenin scrisse quello che è forse il più influente trattato sulla politica internazionale del capitalismo nel suo saggio del 1916 intitolato L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Lenin sosteneva che la classe capitalista stava diventando sempre più centralizzata nei principali paesi industrializzati, guidata da cartelli di facoltose e potenti élite finanziarie e industriali, ossia il capitalismo finanziario. Le élite degli Stati capitalisti avanzati esportavano i loro capitali in paesi poveri e sottosviluppati per finanziarie produzioni caratterizzate dallo sfruttamento delle risorse naturali e della manodopera a basso costo. Questa dinamica del capitalismo finanziario permetteva a Lenin di spiegare perché la rivoluzione non aveva luogo nei paesi più avanzati bensì in quelli meno sviluppati e sottoposti allo sfruttamento dei primi. Lenin sosteneva che le grandi potenze occidentali sarebbero state sempre più indotte a competere le une contro le altre per spartirsi e sfruttare le regioni non sviluppate del mondo. In anni più recenti, la teoria delle relazioni internazionali ispirata al pensiero marxista ha esaminato i vari modi in cui il capitalismo globale opera come un sistema di potere. La teoria marxista è particolarmente impegnata in quanto tradizione teorica nell’identificazione degli interessi divergenti e degli esiti delle dinamiche di espansione e trasformazione del capitalismo. Altri autori che si ispirano al pensiero marxista si sono invece dedicati allo studio delle ideologie e delle istituzioni deputate a preservare e proteggere il sistema capitalistico globale. Alcuni studiosi impiegano il concetto di egemonia per spiegare il modo in cui i principali Stati capitalisti esercitano la loro supremazia sulle risorse e le istituzioni della politica mondiale. L’egemonia per gli studiosi marxisti è un sistema di potere in cui i principali stati capitalisti esercitano forme di predominio e controllo su società e popoli più deboli, spesso in maniera indiretta, influendo sulle loro ideologie e istituzioni. 3.3.2 Asserzioni marxiste Secondo una di tali asserzioni, gli Stati agiranno in modo da proteggere e promuovere gli interessi del capitalismo e della classe capitalista. Ciò significa che gli Stati difenderanno i diritti di proprietà e le istituzioni che sostengono il capitalismo moderno. A tale riguardo, la teoria marxista aiuta a illuminare l’intera storia della partecipazione dello Stato nella formazione, difesa ed espansione del sistema capitalista mondiale. Tale partecipazione è riconoscibile nel modo in cui gli Stati occidentali, nel corso degli ultimi due secoli, hanno perseguito politiche estere finalizzate a proteggere e favorire gli interessi finanziari e commerciali presenti al loro interno. La teoria marxista sostiene infatti che esistano influenze capitaliste strutturali e strumentali sulla politica estera. Le influenze strutturali del capitalismo sulla politica estera si riferiscono a come gli Stati implementano politiche che automaticamente favoriscono e proteggono gli interessi del capitalismo. Essi hanno un interesse ad assicurare che l’economia nazionale prosperi. In questo modo, i governi proteggeranno gli interessi del capitalismo. D’altro canto, i marxisti individuano anche delle influenze strumentali del capitalismo sulle politiche estere. In questo caso, è l’attività di lobbying delle imprese a influenzare le azioni

cruciali in cui le élite comunicano o creano consenso sull’identità di gruppi e Stati e sul modo in cui pensare ai problemi da affrontare. 3.4.2 Asserzioni costruttiviste Vi sono quattro asserzioni fondamentali che derivano da questa visione del mondo costruttivista.

  • Se gli uomini possono essere convinti e arrivano a pensare che il mondo sia guidato da criteri mondiali universali, così agiranno di conseguenza. Il mondo è anarchico, ma ciò non implica che le relazioni inter-statali funzionino come previsto dalla teoria realista. L’anarchia è modellata dal modo in cui le persone pensano ad essa. In effetti, l’anarchia può manifestarsi in parecchi modi diversi. Un tipo di anarchia è il mondo ostile descritto dai realisti, in cui gli Stati si considerano reciprocamente come dei nemici che non meritano rispetto, non sono necessariamente legittimi o sovrani e possono essere oggetto di conquista se le circostanze lo permettono. Un altro tipo di anarchia è quello in cui ciascuno Stato vede gli altri come rivali, ma non come nemici. Gli Stati non sono interessati a conquistare gli altri semplicemente perché sono nella condizione di farlo; piuttosto, esse cercano di preservare lo status quo, rispettare l’altrui diritto all’esistenza e usano la forza solo a fini difensivi e a nome della stabilizzazione del sistema. Un altro tipo di anarchia è quello in cui gli Stati si percepiscono come amici; essi cooperano per massimizzare i guadagni collettivi, l’uso della forza è generalmente ritenuto illegittimo, la sovranità è rispettata e la sicurezza collettiva sostituisce la sicurezza nazionale. Secondo la visione costruttivista, nessuno di questi tipi di anarchia è più naturale o inevitabile degli altri e il mondo può passare a forme di anarchia maggiormente orientate alla cooperazione e alla sicurezza collettiva.
  • Gli Stati operano all’interno di una società civile globale. in tale senso, il costruttivismo è compatibile con l’importanza attribuita dal liberalismo al cosmopolitismo. I costruttivisti concordano con i teorici liberali che queste reti e questi scambi transnazionali sono importanti per la diffusione di norme e idee e per la creazione di fiducia e consenso fra i paesi. Per i costruttivisti, la società civile globale è che ciò che agevola i processi di apprendimento e socializzazione delle élite, fornendo le reti di comunicazione attraverso le quali le élite sviluppano idee e identità che plasmano le politiche statali e danno forma alla particolare variante di anarchia vigente.
  • Il mutamento normativo è una modalità fondamentale attraverso la quale la politica mondiale si è evoluta attraverso le epoche storiche. I costruttivisti sostengono che l’apprendimento e la socializzazione che hanno luogo attraverso il sistema globale tendono a muovere il mondo in una direzione progressista.
  • Le élite statali esistono all’interno e sono influenzate da culture strategiche. I costruttivisti sostengono che gli Stati hanno identità che contribuiscono a configurare il modo in cui i loro decisori politici intendono l’interesse della nazione. Elaborando questa idea, i costruttivisti affermano che i responsabili della politica nazionale operano all’interno di una cultura strategica che modella le scelte di politica estera. Il concetto di cultura strategica si riferisce agli assunti sulla natura del sistema globale e alle strategie condivise dalla élite di governo. Tali differenze di cultura strategica fanno sì che i paesi posseggano delle personalità peculiari in quanto Stati, anche quando si trovano a operare in situazioni globali simili. 3.5 La tradizione femminista

Gli studi femministi hanno sfidato gli assunti e le concezioni tradizionali della politica mondiale, sviluppando al contempo la propria peculiare tradizione teorica. Il pensiero femminista è di ampio respiro e offre dei contrappunti provocatori alle vecchie concezioni teoriche convenzionali sullo Stato, la guerra e la politica di potenza. Il punto focale della teoria femminista è il ruolo del genere nella società e negli affari internazionali.

3.5.1 Assunti femministi

Un punto di svolta negli studi femministi delle R.I. è segnato da un testo di Cynthia Enloe: il libro fornisce una vivida descrizione storica del modo in cui le donne sono state subordinate agli uomini in vari settori economici e istituzioni all’interno del sistema globale in espansione, quali il turismo, l’agricoltura e le forze armate. Il ruolo delle donne all’interno dell’economia mondiale e del sistema politico è innanzitutto quello di forza-lavoro subordinata e sottovalutata. Gli Stati e le R.I. hanno “imposto un genere” a strutture di dominio e interazioni. Il femminismo è simile al marxismo nell’importanza attribuita alle ineguaglianze strutturali che pervadono i sistemi politici, economici e sociali. Il capitalismo e il sistema degli Stati sono un sistema di dominio nel quale le donne tendono a occupare i livelli inferiori e di minore portata. Sviluppando questa intuizione, a partire dagli anni Ottanta gli studiosi delle Relazioni internazionali cominciarono a riflettere sulle implicazioni dell’identità di genere su come studiamo gli affari internazionali. L’obiettivo della tradizione femminista è di rivelare il pregiudizio di genere che pervade le teorie tradizionali dello Stato e della politica di potenza e di offrire visioni alternative delle questioni globali partendo dal pdv dei deboli e di coloro che sono privi di potere. Due linee argomentative sono emerse in maniera più chiara e decisa nella tradizione femminista. Una è una critica degli assunti sulla politica mondiale formatisi in una prospettiva esclusivamente maschile, che sfida in particolare l’orientamento “realista” di buona parte della teoria. L’altra è l’affermazione che il preconcetto di genere ha sminuito i ruoli e le capacità delle donne nella condotta reale delle Relazioni internazionali. 3.5.2 Asserzioni femministe Il pensiero femminista si concentra principalmente sulla teoria realista e le sue idee sugli Stati, la guerra e la politica di potenza. Assunti e preconcetti di genere si ritrovano a tutti i livelli di questa tradizione teorica. La lingua utilizzata ha un orientamento prettamente maschile, e trasmette il velato, o non così velato, messaggio che la politica internazionale è “affare da uomini”. La lingua degli Stati e del potere suggerisce che la politica internazionale è un ambiente da uomini. Il discorso delle Relazioni Internazionali è diventato un sistema intellettuale chiuso con assunti radicati sulla mascolinità del potere e della politica mondiale. Nel suo complesso, la ricerca scientifica femminista aspira a scardinare e scomporre le tradizionali concezioni viziate da preconcetti di genere sulle R.I. Una seconda direttrice del ragionamento femminista è quella che sostiene che le donne sono state sistematicamente sottorappresentate sia nello studio che nella pratica delle relazioni internazionali. L’intuizione principale si basa sull’osservazione che, sebbene i rapporti fra i sessi differiscano da paese a paese, essi siano nondimeno quasi sempre ineguali. La tesi non è che le donne siano diversi bensì che esse siano semplicemente sottorappresentate nel mondo della ricerca accademica sulle R.I. nei luoghi del potere

Per poter avanzare o difendere un interesse, i leader di un governo sviluppano una strategia di politica estera. Una strategia di politica estera consiste nella specificazione, da parte dei leader, di obiettivi e strumenti politici. Possiamo distinguere tra strumenti volti al raggiungimento di obiettivi politici attraverso la persuasione e strumenti volti al raggiungimento di obiettivi politici attraverso la coercizione di un attore estero rilevante. Strumenti di persuasione A volte un governo può cercare di raggiungere i propri obiettivi di politica estera cercando di persuadere gli attori esteri ad agire o a desistere dall’agire in una determinata maniera. Uno strumento fondamentale in questo senso è la diplomazia, ossia il processo per cui i rappresentanti di due o più governi si incontrano per discutere problemi di interesse comune in forum di tipo bi – o multilaterale. Durante questi incontri, i rappresentanti cercano di persuadersi a vicenda riguardo ai meriti delle rispettive posizioni, con uno sguardo rivolto a soluzioni condivisibili a determinati problemi o nel tentativo di sviluppare meccanismi attraverso i quali ottenere vantaggi individuali attraverso forme di azioni congiunte. Questi rappresentanti sono spesso ambasciatori inviati dai rispettivi paesi d’origine a risiedere nella capitale del paese ospitante: possono essere ufficiali ministeriali oppure capi di Stato o di governo. La diplomazia in politica estera è quindi uno strumento di persuasione. Un altro strumento di questo tipo è costituito dall’applicazione di incentivi economici. Gli incentivi economici sono essenzialmente carote: un paese A promette un certo profitto economico al paese B a condizione che quest’ultimo faccia quello che A richiede. Nel 1990, la Germania Ovest concesse sostanziali aiuti economici all’Unione Sovietica, per facilitare l’accettazione da parte di quest’ultima dell’assorbimento della Germania Est in una Germania unificata. Strumenti di coercizione Alle volte la diplomazia e gli incentivi non sono sufficienti ai leader per ottenere un determinato cambiamento da parte di un dato paese. In questi casi, i leader possono avvalersi di un’altra classe di strumenti di politica estera: quegli strumenti ideati per costringere un determinato paese ad agire o meno in una data maniera. Uno degli strumenti di questo tipo di politica coercitiva consiste nell’applicazione di sanzioni economiche. Al contrario degli incentivi economici, visti come carote, le sanzioni economiche sono come bastoni: A minaccia B di una qualche fora di perdita economica nel caso in cui B non faccia o fallisca nel tentativo di adempiere a qualcosa richiestogli da A. Le sanzioni includono l’applicazione d dazi o quote sulle importazioni da parte di un dato paese, il boicottaggio alla vendita di particolari beni di consumo da parte di specifici fornitori, o la confisca di asset finanziari dei residenti di un paese depositati in banche o altri istituti finanziari del paese che attua la sanzione. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, gli Stati Uniti e i paesi membri dell’UE cominciarono a boicottare l’acquisto di petrolio e a proibire le transazioni finanziarie dell’Iran con le banche centrali nel tentativo di spingerlo a negoziare la fine dei suoi piani di sospetto armamento atomico. Tali azioni furono prese molto seriamente dal governo iraniano, il quale avanzò la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz, passaggio di cruciale importanza per circa un quinto delle esportazioni petrolifere mondiali. Gli Stati Uniti risposero che

avrebbero dispiegato la loro forza militare per tenere aperto lo Stretto. In altre parole, minacciarono di entrare in guerra contro l’Iran. Il patto che i P5 e la Germania strinsero con l’Iran nel 2013 permise alle due fazioni di ridimensionare le loro tensioni. Questo dimostra come il bastone di ieri (l’iniziale imposizione di sanzioni economiche) possa diventare la carota di oggi (la distensione di tali sanzioni in cambio di concessioni politiche). Un’altra tipologia di strumenti di coercizione politica riguarda operazioni e propaganda a carattere segreto. La propaganda consiste in un utilizzo selettivo dell’informazione o nella disinformazione volta ad avanzare interessi politici. La propaganda è uno strumento utilizzato di frequente nei conflitti per mobilitare la propria popolazione o scoraggiare altre. Le operazioni segrete sono attività che un governo dirige contro gli interessi di un altro governo o un attore non statale tenendo all’oscuro sia i paesi interessati che i paesi terzi. Ne è esempio l’uccisione di Osama Bin Laden da parte degli Stati Uniti, i quali informarono il governo pachistano solo nel momento in cui il raid fu completato, causando una seria frattura diplomatica fra i due paesi. Gli Stati possono ricorrere a strumenti di politica coercitiva che implicano l’uso in vario titolo di forze militari. Uno stato, per esempio, può ricorrere alla diplomazia coercitiva: questa avviene con azioni di breve durata che non coinvolgano immediatamente l’uso in larga scala di forze militari. Un esempio è l’avvicinamento di una portaerei militare alle coste di un altro paese nel tentativo di convincerlo a rivedere alcune azioni o comportamenti. L’uso diretto di forze armate, infine, dovrebbe essere considerato uno strumento di politica estera coercitiva. Appartiene allo stratega tedesco Clausewitz la famosa frase secondo cui la guerra non è altro che la continuazione della politica attraverso l’utilizzo di mezzi diversi. Gli Stati perseguono molti interessi e possono scegliere di farlo impiegando diverse strategie per promuoverli o proteggerli. 4.2 Le fonti della politica estera Da cosa scaturisce la politica estera o, più precisamente, quali sono le fonti degli interessi e le strategie della politica estera? Lo strumento analitico dei livelli di analisi può essere utile per rispondere a questa domanda. I livelli di analisi vengono utilizzati in maniera differente dagli studiosi. Un ben noto approccio che utilizzava i livelli di analisi per chiarire la determinazione della politica estera fu sviluppato da Graham Allison nei primi anni Settanta. Allison e Zelikow usano tre modelli per comprendere le origini, la condotta e la fine della crisi missilistica cubana. Questi modelli si concentrano rispettivamente su: a) uno Stato-nazione come attore unitario e coeso; b) le procedure che operano in particolari dipartimenti governativi; c) gli accordi politici fra i principali responsabili delle decisioni. Il modello dello Stato-nazione si colloca a un livello di analisi internazionale, quello relativo ai dipartimenti governativi a livello nazionale e infine il modello sugli accordi politici, basato soprattutto sull’analisi delle interazioni dei singoli individui, è situato a livello di analisi individuale. Nonostante i modelli di Allison siano divenuti un metodo comune da utilizzare nell’analizzare la politica estera, la struttura che ne scaturisce non prende in considerazione dinamiche che risiedono a livello sociale nei singoli paesi e che possono influenzare la politica estera, come ad esempio i gruppi di interesse e l’opinione pubblica. Inoltre i modelli di Allison non esaminano fattori che operano a livello di storia personale o psicologica dei responsabili delle decisioni.