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Tipologia: Dispense
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I Galaaditi chiusero i guadi del Giordano agli Efraimiti e quando uno dei fuggiaschi d'Efraim diceva: «Lasciatemi passare» gli uomini di Galaad gli chiedevano: «Sei un Efraimita?» Se quello rispondeva: «No», i Galaaditi gli dicevano: «Allora di' scibbo- let»; e se quello diceva: «Sibbolet», senza fare attenzione alla pronuncia, allora lo afferravano e lo scannavano presso i guadi del Giordano. Giudici, 12:5-
Questo famoso passo dell'Antico Testamento – che ri- porta l'esito della vittoria di Galaad su Efraim, due tri- bù di Israele – è forse la prima attestazione storica di sensibilità alle differenze dialettali. Nel caso specifico, una differenza fonologica, esemplificata dalla parola ebraica scibbolet 'ruscello', venne usata come diagno- stica di provenienza geografica. Nei Paesi di lingua in- glese il termine shibboleth è entrato in uso in questo senso. Altri esempi di scibbolet con conseguenze non dis- simili sono attestati. (1) Wucker (1999) racconta che a Hispaniola, durante un pogrom, gli haitiani nella Re- pubblica Dominicana venivano identificati dai soldati dominicani per la loro pronuncia di /r/. Ad ognuno ve- niva mostrato del prezzemolo, perejil in spagnolo, e gli si chiedeva di pronunciarlo: chi non riusciva a produr- re la R vibrante dello spagnolo veniva ucciso. (2) Se- condo quella che è ritenuta una leggenda, durante i Ve- spri siciliani gli abitanti dell'isola avrebbero ucciso i francesi che, interpellati, non erano in grado di pro- nunciare correttamente la parola siciliana ciciri , 'ceci' (il fonema [ʧ] manca in francese, dove viene adattata con [ʃ]; il fonema /r/ in francese è pronunciato in modo diverso dall'italiano). L'ipersensibilità alle differenze dialettali è larga- mente attestata, sebbene normalmente con conseguen- ze fortunatamente meno cruente. Un caso famoso è co- stituito dal De Vulgari Eloquentia , in cui Dante Ali- ghieri si interroga su un possibile sostituto del latino come lingua poetica, giudicata, giustamente, artificiale. Nonostante la dichiarazione d'intenti, nessuno dei vol- gari italiani presi in considerazione viene giudicato a- datto allo scopo, perché in difetto di nobiltà e di altri requisiti necessari. L'inizio della parte in cui esamina i vari dialetti dà immediatamente l'idea del suo atteg- giamento in proposito:
Il volgare italiano risuona in mille varietà diverse: cer- chiamo perciò il linguaggio più elegante d’Italia, quello illu- stre, e per avere sgombro il cammino in questa nostra cac- cia, eliminiamo prima dalla selva i cespugli intricati e i rovi. Poiché i Romani si ritengono superiori a tutti, meritano la precedenza in questa nostra opera di sradicamento o estir- pazione: dichiariamo che in nessuna trattazione di eloquenza volgare si dovrà far riferimento a loro. Affermiamo allora che il volgare (o piuttosto turpiloquio) dei Romani è il peg- giore dei volgari italiani – ciò che non deve sorprendere: an-
che nei loro brutti usi e costumi i Romani appaiono come i più fetenti tra tutti i popoli. Infatti dicono: Mezzure, quinto dici?^1 Dante, De Vulgari Eloquentia , Libro I, cap. XI Non viene esplicitata la ragione di tanta avversità verso il dialetto di Roma all'inizio del '300 (molto diverso, si noti, da quello di qualche secolo più tardi, dopo la sua toscanizzazione), ma sembra di capire che avesse a che vedere con la profonda antipatia verso chi la parlava, più che con questioni puramente linguistiche. In tempi più recenti, una delle comunità linguisti- che meno tolleranti verso le differenze dialettali, in particolare di pronuncia, è il Regno Unito, di cui Ge- orge Bernard Shaw ha detto: It is impossible for an Englishman to open his mouth without making some other Englishman hate or despise him. G. B. Shaw, Pygmalion (1916), Prefazione Il Pigmalione è una miniera del tipo di pregiudizi linguistici in vigore nella comunità linguistica britan- nica, almeno fino a qualche decennio fa. Il grado di tolleranza verso la variazione geografica può essere il- lustrata dalle citazioni seguenti: The English have no respect for their language, and will not teach their children to speak it.
A woman who utters such depressing and disgusting sounds has no right to be anywhere – no right to live. Re- member that you are a human being with a soul and the di- vine gift of articulate speech: that your native language is the language of Shakespeare and Milton and the Bible; and don’t sit there crooning like a bilious pigeon. La sensibilità verso le deviazioni rispetto alla "pura lingua inglese" da parte del protagonista – il professor Higgins (un linguista?!) – è tale che dichiara: Phonetics... the science of speech. That’s my profes- sion... (I) can spot an Irishman or a Yorkshireman by his brogue. I can place any man within six miles. I can place him within two miles in London. Sometimes within two streets. Al di là dell'Atlantico, una società apparentemente molto più egalitaria e tollerante (e linguisticamente re- lativamente uniforme) come gli Stati Uniti non sfugge al gioco dell'assegnazione di valori diversi alle varianti regionali e alla discussione di ciò che è "giusto o sba- gliato" nel modo di parlare degli altri: I have noticed in traveling about the country a good many differences in the pronunciation of common words... Now what I want to know is whether there is any right or wrong about this matter... If one way is right, why don’t we all pronounce that way and compel the other fellow to do the same? If there isn’t any right or wrong, why do some per- sons make so much fuss about it? Lettera citata in “The Standard American” (da Williamson–Burke, eds., A Various Language , 1971) Giudizi particolarmente negativi attraggono i dialetti del Sud (a proposito dei quali già Mark Twain – in Life on the Mississippi , 1883 – notava che 'The educated
(^1) 'Messere, che dici?'
Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici
Southerner has no use for an r except at the beginning of a word.') e il dialetto di New York, come la seguen- te storia, riferita da W. Labov nella metà degli anni '60, illustra efficacemente:
Bill's college alumni group – we have a party once a month in Philadelphia. Well, now I know them about two years and every time we're there – at a wedding, at a party, a shower – they say, if someone new is in the group: "Listen to Jo Ann talk!" I sit there and I babble on, and they say, "Doesn't she have a ridiculous accent!" and "It's so New Yorkerish and all!"
Questo rapido excursus di opinioni riguardo a come parlano alcuni gruppi di parlanti della propria comuni- tà linguistica non comprende affatto casi eccezionali, ma piuttosto la norma nelle comunità linguistiche, in particolare in quelle in cui vige quel repertorio lingui- stico che va sotto il nome di ' lingua cum dialectis ', in cui i parlanti si debbono barcamenare tra un dialetto nativo e una varietà standard, nazionale, a cui viene at- tribuito prestigio e che deve essere appresa in modo non troppo dissimile da una lingua straniera, fonda- mentalmente a scuola. I dialetti nativi, invece, quale più quale meno, sono oggetto di stigmatizzazione, i.e. un atteggiamento negativo, che spesso, ma non neces- sariamente, emerge in forma di opinioni esplicite.
Giudizi estetici Una manifestazione estremamente tipica del pregiudi- zio linguistico sfavorevole ai dialetti, o a specifici dia- letti, sono i giudizi estetici : 'suona male/volgare/rid- icolo', ecc. I parlanti che esprimono queste opinioni sono perfettamente convinti che il rapporto di causa- effetto sia in termini di 'suona male' ergo 'ne ho una cattiva opinione'; tuttavia, anche qui, come nel caso dei pregiudizi contro lingue specifiche, è evidente che il rapporto è inverso, come David Crystal, un linguista britannico, rileva:
People have strong feelings about accents. They think of them as ‘beautiful’ and ‘ugly’, ‘intelligent’ and ‘stupid’, ‘musical’ and ‘harsh’, and much more. But accents can’t be classified in this way. What one person hears as melodious, another hears as grating. And some of the accents that are felt to be unpleasant by people inside a country are consid- ered delightful by people outside. The Birmingham accent is often given a low rating by people from England. But when I played several accents to a group of foreigners who didn’t know much English, they thought Brummie was one of the most beautiful ones.
L'osservazione riguardo l'accento di Birmingham, il Brummie – che "suona" molto male in Patria, ma giu- dicato uno dei più gradevoli da un gruppo di stranieri – è esemplare della realtà delle cose: alla base delle sen- sazioni di gradevolezza/sgradevolezza associate a una certa varietà linguistica ci sono gli atteggiamenti lin- guistici che sono stati ereditati dalla propria comunità linguistica, spesso in giovanissima età. Chi non pro- viene dalla stessa comunità fornisce giudizi alquanto diversi. Pertanto, le sensazioni estetiche non sono la ragione del pregiudizio, ne sono il riflesso primario.
Due esempi, provenienti da comunità linguistiche di- verse, possono contribuire a chiarire meglio il concet- to. Le comunità linguistiche britannica e americana condividono pressappoco la stessa lingua standard, in particolare riguardo alla lingua scritta, meno a quella parlata (nelle parole di G.B. Shaw, 'England and America are two countries separated by a common language'). Un'importante differenza tra i due standard è nella pronuncia di /r/ in coda di sillaba (come in car , bird ): la varietà britannica standard è 'non rotica' ( r grafica non si pronuncia in questo contesto), mentre la varietà americana standard è 'rotica'. Esistono però molti dialetti britannici rotici (p.e. lo scozzese) e dia- letti americani non rotici (p.e. i dialetti del Sud: si ri- cordi la citazione di M. Twain). Tuttavia, i giudizi so- no inversi: la pronuncia rotica è giudicata molto nega- tivamente in Gran Bretagna, mentre la pronuncia non rotica è giudicata molto negativamente negli Stati Uni- ti. Le possibilità che questi giudizi estetici abbiano una base oggettiva sono quindi nulle. Un altro caso è la pronuncia di s in italiano prima di alcune consonanti (le ostruenti), che in alcuni dialetti (centro)meridionali è palatale (p.e., spalla viene pro- nunciato come sc(i)palla , in cui la notazione sc(i) va letta come sc in sci ). La connotazione di questa pro- nuncia è molto negativa, diremmo 'rustica'. Nel tedesco standard, invece, la stessa è sentita come neutra (p.e. Sport , pronunciato 'sc(i)port'), mentre, nello stesso contesto, è la pronuncia di s non palatale ad avere con- notazioni rustiche o simili. In realtà, lo status di questa pronuncia è ancora più complesso: almeno in alcune aree d'Italia, almeno per molti parlanti, la pronuncia palatalizzata di /s/ ha una connotazione molto diversa nelle parole che hanno una connotazione negativa (p.e. 'strano' , 'stupido', 'stronzo', ecc.); in questo caso questa pronuncia funge da rafforzativo (si noti che non è pos- sibile farlo con parole diverse: sc(i)tupendo non suone- rebbe rafforzato, ma rustico). Questo fenomeno esem- plifica due aspetti degli atteggiamenti linguistici alla base dei giudizi estetici su elementi linguistici: (a) pos- sono essere estremamente variegati (non semplicemen- te 'suona bene, suona male); (b) essendo arbitrari, pos- sono essere palesemente contraddittori. 'Self hatred': autostigmatizzazione Si potrebbe immaginare che la stigma- tizzazione riguardi sempre gli altri par- lanti, ma non è così: un atteggiamento negativo di qualche tipo verso una va- rietà di lingua considerata inferiore viene spesso assunto anche da parte di chi quella varie- tà la parla. Si parla in questo caso di 'autostigmatizzazione' ('self hatred' in inglese). La con- fessione seguente, di un newyorkese, è esemplare: 'I'll tell you, you see, my son is always correcting me. He speaks very well – the one that went to [two years of] col- lege. And I'm glad that he corrects me – because it shows
Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici
STANDARD ROMANESCO are lavor-are lavor-a' ňğ> ňň spingi spigni
Il risultato è lo stesso: delle quattro possibili combina- zioni una delle due "miste" è esclusa ( magnare non è una forma possibile nell'italiano dei romani).
are ňğ>ňň 1 – – mangi-are 2 + – mangi-a' 3 + + magn-a' 4 – + *magn-are
Qual è la ragione della lacuna? Le due regole di pronuncia dialettale non hanno lo stesso grado di accettabilità: il troncamento ( lavora' ) è sentito come meno marcatamente dialettale dell'assimilazione alla nasale ( spigni ). Lo stesso vale per gli esempi precedenti: l'elisione di /i/ in - iamo ( cantamo ) è sentita come meno marcata dell'assimilazione di /d/ alla nasale ( quanno ). Ne consegue che la forma esclusa è un mesoletto "incoerente", in cui viene selezionata la regola di pronuncia più marcatamente dialettale senza selezionare la regola di pronuncia più debolmente dialettale. Questi fatti mostrano che i parlanti selezionano i mesoletti a partire dallo standard (dall'alto in basso) in modo coerente: non si può selezionare un elemento di un mesoletto n se non si sono selezionati anche i mesoletti n-1. Questa è la ragione per cui si parla di scale di implicazione : la scelta di una variante lungo una scala di valori graduale (una forma non è semplicemente accettabile o non accettabile) implica la scelta di una variante meno marcata dialettalmente.
Lingua vs. dialetto Ci si può chiedere a questo punto che cosa sia esattamente un dialetto, ovvero in che cosa differisca da una lingua. La risposta è che, linguisticamente parlan- do, lingua e dialetto non differiscono minimamente: se a un linguista venisse chiesto di esa- minare due varietà di lingua che non conosce, di cui una considerata lingua e l'altra dialetto, non avrebbe nessuna possibilità di discriminare tra le due. La ragio- ne è che la differenza è solamente sociale. Nelle parole di Haugen: 'Una lingua è un dialetto che ha fatto car- riera'. Una variante più colorita è fornita da M. Wein- reich: 'A language is a dialect that has an army and a navy'. Al di là degli aforismi più o meno pittoreschi, questo significa due cose: (1) la differenza tra lingua e dialetto non è ab origine (come comunemente si crede) ma secondaria; (2) non sono i dialetti che derivano dal- le lingue, ma l'inverso: tutte le lingue prima di diventa- re tali erano un dialetto locale. In Italia il dialetto che è stato elevato a lingua nazionale è il fiorentino; nel Re- gno Unito è l'inglese del sud-est; in Francia è il france- se dell'Île-de-France, l'area che include Parigi; in Ger- mania è il tedesco del centro-sud (in cui venne tradotta da Lutero la Bibbia); negli Stati Uniti era l'inglese del
New England fino alla II Guerra Mondiale, sostituito successivamente dall'inglese del Midwest (la parte centrale del Paese). Regolarità Un altro mito da sfatare è che i dialetti non seguano regole precise o comunque che non lo facciano in mo- do coerente (a differenza delle lingue, ovviamente). Al limite, in una certa misura , può essere vero il contra- rio. La ragione è che le lingue nazionali vengono adot- tate da (o imposte a, in alcuni casi) moltissimi parlanti che non la parlano come lingua madre. In questo pro- cesso il dialetto materno si aggancia alla lingua stan- dard producendo quel continuum lingua–dialetto già visto. Questo fa sì che gli enunciati di un parlante di una comunità del tipo lingua cum dialectis produrrà enunciati apparentemente contraddittori, in cui vengo- no applicate regole appartenenti a due varietà diverse. A lungo andare, questo può determinare la formazione di mesoletti con caratteristiche miste, i.e. che applicano una regola in modo non del tutto coerente. Un esempio è dato dal Raddoppiamento Inverso , una regola di pro- nuncia dell'italiano, presente anche nei dialetti del Centro Sud, assente però nei dialetti del Nord. Il rad- doppiamento interessa le parole monosillabiche che terminano in consonante, come negli esempi seguenti:^2 stop stopp-are click clicc-are La regola è completamente produttiva e non presenta eccezioni nei dialetti del Centro Sud, come mostrano anche i neologismi (come, oltre che cliccare, bloggare, taggare, ecc.). Tuttavia, nell'uso di non pochi italiani, con l'avallo di alcuni dizionari, si trovano forme come le seguenti, senza raddoppiamento (II colonna), invece delle forme con raddoppiamento (III colonna): zoom zoom-are zoomm-are snob snob-are snobb-are sud sud-ista sudd-ista La ragione è che molti di questi parlanti del Nord non hanno le consonanti doppie nei loro dialetti, meno che mai questi fenomeni di raddoppiamento automatico; pertanto, il loro italiano presenta una pronuncia orto- grafica delle doppie: tenderanno a pronunciare le dop- pie solo quando sono scritte, i.e. quando sono distinti- ve (come, p.e., in cane vs. canne ), ma non quando de- rivano da una regola (come in gas asfissiante o metà torta ), che non esiste nel loro italiano (cf. gasato vs. la forma italiana gassato ). Il risultato è che l'italiano di questi parlanti (forse per qualcuno addirittura l'italiano tout court) presenta delle irregolarità assenti nei dialetti da cui l'italiano deriva. È possibile che qualcuno con- sideri addirittura errate ortografie come quelle nella 3a colonna della tabella sopra, sulla base delle ortografie avallate da alcuni dizionari ('C'è scritto snob-are sul dizionario', come se i dizionari esistessero in qualche
(^2) In realtà, non è chiara la specificazione della regola, che si appli- ca anche in altri contesti.
Marco Svolacchia
mondo platonico delle idee, invece di essere compilati da persone, che magari parlano varietà diverse di ita- liano, che possono operare più o meno bene, più o me- no coerentemente). La conclusione è che l'uso comune di 'dialetto' (o equivalenti in altre lingue) nel senso di una varietà lin- guistica inferiore (i.e., sgrammaticata, illogica, appros- simativa) alla lingua, da cui deriva per corruzione, è completamente infondata. È per questa ragione che nell'uso puramente linguistico il termine viene utilizza- to in senso neutro per riferirsi a una delle varietà simili che rientrano in una lingua, senza valutazioni di ordine sociale. Da questo punto di vista si può parlare dell'ita- liano standard come di uno dei dialetti in cui si rag- gruppa l'italiano. Parlando di dialetti italiani, è utile operare una di- stinzione tra dialetti primari e secondari :
DIALETTI PRIMARI ITALOROMANZI
DIALETTI SECONDARI DELL'ITALIANO (TOSCANO) veneto, campano, ecc. dialetti toscani, romano
I dialetti primari sono le varietà italo-romanze sorelle del dialetto toscano, che è diventato l'italiano standard; i dialetti secondari sono i dialetti del toscano stesso (romano moderno compreso, a seguito della sua tosca- nizzazione). La differenza tra i due gruppi non è solo di principio, ma psicologica: mentre un parlante di uno dei dialetti primari ha piena coscienza della differenza tra il suo dialetto e l'italiano (che può alternare consa- pevolmente se li conosce entrambi), un parlante tosca- no (e romano, ma in misura leggermente inferiore) non ha consapevolezza della differenza tra il suo dialetto e l'italiano e non riesce ad alternare consapevolmente tra i due; quello che può fare, a seconda del contesto, è di inibire o meno delle varianti substandard (p.e., un par- lante romano cercherà di evitare la rotacizzazione, i.e. di pronunciare /r/ per /l/ in coda di sillaba: (rom.) cor- tello vs. (it.) coltello ).
Diglossia Sebbene il tipo ' lingua cum dialectis ' è ricorrente nelle comunità linguistiche del mondo, non è l'unico repertorio atte- stato. In alcuni Paesi vige la diglossia (Ferguson), un tipo di repertorio lingui- stico in cui anche vi sono due varietà linguistiche compresenti, di cui una prestigiosa (A.lta) e una poco considerata (B.assa), ma che si trovano in distribuzione complementare (= dove viene utilizzata l'una non viene utilizzata l'altra, e viceversa):
A B
Il caso paradigmatico è rappresentato dai Paesi arabi, in cui la lingua A è sostanzialmente una varietà antica di B (l'arabo standard è una forma normalizzata e sem- plificata dell'arabo classico, la lingua del Corano) e B sono i vari dialetti – nazionali, regionali, cittadini e di
villaggio – che si sono evoluti a partire dall'arabo clas- sico o da una lingua simile:
fuSHa cammijjaat
La lingua alta viene utilizzata principalmente per scri- vere, in secondo luogo per gli usi formali; la lingua bassa per gli usi orali informali. Si noti l'etimo dei due termini: fuSHa significa 'eloquente', i.e. 'la lingua dell'eloquenza'; c ammijaat significa 'popolari', che cor- risponde perfettamente a 'volgari' (da vulgus 'popolo'), il termine con cui venivano denominati i dialetti italia- ni rispetto al latino. Infatti, la diglossia è stato il reper- torio dell'Italia – prima, durante il Medioevo (e oltre, in alcuni settori e casi), col latino lingua colta e scritta e i vari dialetti per gli usi orali e ordinari – poi, dopo l'unificazione fino ad almeno la I guerra mondiale, quando la grandissima parte degli italiani parlavano un dialetto e scrivevano – quelli che, e nella misura in cui, erano andati a scuola – in italiano (toscano). La corri- spondenza tra la diglossia dell'Italia medievale e quella dei Paesi arabi è pressoché perfetta, con latino e arabo classico lingue di immenso prestigio, specialmente per questioni religiose, artificialmente mantenute presso- ché immutate, in quanto lingue non più native, come tali apprese solo per via formale, attraverso l'istruzio- ne. Si noti, infine, un'altra asimmetria tra i due elemen- ti in gioco: mentre A è una costante, una lingua uni- forme tra tutti i Paesi arabi (come il latino tra tutti i Paesi della Romània), B è una variabile, a cui corri- sponde un numero indefinito di dialetti, in funzione del Paese e della località specifica. La differenza fondamentale tra una comunità lingua cum dialectis e una diglossica sta nel fatto che in quest'ultima le due varietà sono in distribuzione com- plementare: non solo è inaccettabile usare la varietà bassa nello scritto e negli usi formali, è anche inaccet- tabile usare la varietà alta negli usi informali (pena da- re un'impressione strana o di essere straniero: due arabi colti che non capiscono i dialetti reciproci utilizzeran- no l'arabo fuSHa per comunicare, un po' come succe- deva in Europa col latino quando i parlanti, specie chierici, non condividevano una lingua; ma si tratta di extrema ratio ). Nelle comunità lingua cum dialectis non esiste questa complementarità: l'uso di A o B di- pende più dal livello socio-culturale del parlante che dalla situazione comunicativa (p.e., non ci si aspetta che una persona colta tenga una conferenza in italiano e parli in dialetto al bar). Per meglio capire la differen- za si può pensare all'uso (italiano, ma non solo) della forma di rispetto: il 'lei' (o il 'voi', più spesso nel Meri- dione) è sì una forma di rispetto ma sarebbe inaccetta- bile usarlo in molti contesti (in famiglia, coi parenti, gli amici, i coetanei, se si è giovani, con i colleghi), in quanto non sarebbe sentito come cortesia, ma come e- straneità, freddezza o simili. Si noti la differenza tra diglossia monolingue , di- glossia in senso stretto, e diglossia bilingue. Nella
Marco Svolacchia
tamento linguistico riguardo alla variabile considerata è molto diversificato (l'incidenza della 'ere' è quasi nul- la tra i giovani con una maturità classica o scientifica, molto alta tra i giovani con solo una licenza media; an- che lo stile informale determina un aumento della pre- senza della 'ere', sebbene, e questo è tipico, di molto tra i giovani con un grado modesto di scolarizzazione, di pochissimo tra i giovani con la maturità scientifica, ri- sultato tipico in una comunità di tipo lingua cum dialectis , poco tollerante verso il dialetto, a prescindere dalla situazione comunicativa.
Dialetti sociali? Esistono dialetti sociali in Italia, cioè dialetti non de- terminati dalla provenienza geografica ma dallo strato sociale, così come sembrano trovarsi in altre comunità linguistiche? Qualcuno ha sostenuto di sì. De Mauro, in particolare, ha parlato di 'italiano popolare', tipico delle classi sociali più basse. La proposta è stata criti- cata, in quanto in Italia la stigmatizzazione linguistica è direttamente proporzionale alla marcatezza dialettale, in due sensi diversi: (1) più una forma è dialettale, più è stigmatizzata; (2) più un dialetto è stigmatizzato, più è substandard. Questo rimanda a una differenza di sta- tus tra dialetti:
+ GRADO di STIGMATIZZAZIONE – MERIDIONALI CENTROSETTENTRIONALI TOSCANI?
I dialetti meridionali sono quelli che godono di minore prestigio, seguono quelli centrosettentrionali, infine, forse, quelli toscani, che mantengono tuttora presso molti l'aura del 'vero italiano'. Pertanto, l'idea di un dialetto sociale in Italia non è difendibile. Tuttavia, e- sistono alcune varianti che potrebbero rientrare a buon diritto nell'italiano popolare, tipiche dei parlanti poco scolarizzati, a prescindere dalla zona di provenienza. Si tratta di semplificazioni di tratti dell'italiano, spe- cialmente scritto, piuttosto complessi. La tabella se- guente illustra (nella colonna di destra compare la for- ma equivalente in italiano standard):
SUBSTANDARD STANDARD RELATIVE OBLIQUE
Il tavolo che c’è so- pra un vaso.
Il tavolo su cui c’è un vaso. CONDIZIONALE Se vo eroqui.^ ricco non^ sta-^ Se non^ fossi starei^ ricco qui.
CONGIUNTIVO Sembra che lo^ vuole.^ Sembra che lo voglia.
CLITICI
A Maria non gli ho detto niente.
A Maria non le ho detto niente.
Fondamentalmente, la scelta tra queste varianti, sub- standard e standard, dipende dal livello di scolarizza- zione del parlante.