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Tutto della linguistica, Dispense di Linguistica

rissunto ottimo, ho preso un bel voto

Tipologia: Dispense

2017/2018

Caricato il 02/11/2018

enza-siciliano
enza-siciliano 🇮🇹

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Esistono lingue inferiori o superiori?
1. Lingue inferiori
I popoli primitivi parlano lingue primitive?
Un noto linguista
del secolo scorso,
O. Jespersen, so-
steneva che alcune
lingue viventi sa-
rebbero primitive,
in quanto caratte-
rizzate da strani si-
stemi grammaticali, che rifletterebbero una visione
primordiale del mondo. I non linguisti vanno oltre
e ritengono che esistano lingue con poca o nessuna
grammatica, con lessico ridotto, privi di concetti
astratti e generalizzazioni e che farebbero ampio
uso di gesti e grugniti.
Completamente falso: non c'è nessuna correlazio-
ne tra il livello tecnologico di una civiltà e la lin-
gua ad essa associata. Ogni lingua umana cono-
sciuta ha un sistema grammaticale ricco e com-
plesso, un lessico di molte migliaia di parole ed è
in grado di esprimere qualunque concetto di cui i
propri parlanti necessitino.
Le lingue amerindiane non possono esprimere
concetti astratti? Intorno agli anni '20, per
sfatare questo mito, il
grande linguista america-
no E. Sapir scrisse un
articolo in cui comparava
la seguente frase inglese
con la sua traduzione in
alcune lingue nordamerindiane:
'He will give it (a stone) to you.'
wishram
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darà a te
’òspi
può darlo a te
’òspik
è un fatto che lo diede a te
La formulazione nelle lingue amerindiane
considerate non differisce minimamente per
ricchezza grammaticale e astrazione da quella
inglese: oltre a forme pronominali (i.e. parole
grammaticali), compaiono marche categoriali del
verbo (tempo, aspetto e modo) e del nome, che
possono differire più o meno da quelle dell'inglese,
ma non più di quanto quelle dell'inglese
differiscano da quelle di altre lingue molto
prestigiose. Il punto fondamentale è che le lingue
amerindiane mostrano la stessa qualità espressiva
di qualunque altra lingua umana, indipenden-
temente dalla cultura tecnica che caratterizza la
civiltà di chi la parla. Nelle parole di E. Sapir:
"When it comes to linguistic form, Plato walks with
the Macedonian swine-herd, Confucius with the
headhunting savage of Assam."
Do Aborigines speak a primitive language?
"As a linguist who spends much time
researching Australian Aboriginal
languages, I have often been in-
formed by people I have met in my
travels that 'You must have an easy
job it must be pretty simple figuring
out the grammar of such a primitive
language.' If you go further and ask
your travelling companions over a
beer or six why they hold this belief, you encounter a
number of sub-myths: There is just one Aboriginal lan-
guage. Aboriginal languages have no grammar. The vo-
cabularies of Aboriginal languages are simple and lack
detail. Alternatively, they are cluttered with details and
unable to deal with abstractions. Aboriginal languages
may be all right in the bush, but they can't deal with the
twentieth century." Nicholas Evans
1. 'So, you can speak Aborigine?'
MITO: non esiste la "lingua aborigena"; esistono
250600 lingue aborigene australiane (la differen-
za nella stima dipende da come si classificano le
varietà linguistiche: lingue a o dialetti di una
stessa lingua?). Tenendo presente che ci sono c.
750.000 parlanti aborigeni (= 2.000 parlanti per
lingua), la diversificazione linguistica in Australia
in rapporto ai parlanti è molto maggiore che in Eu-
ropa.
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Esistono lingue inferiori o superiori?

1. Lingue inferiori

I popoli primitivi parlano lingue primitive?

Un noto linguista del secolo scorso, O. Jespersen, so- steneva che alcune lingue viventi sa- rebbero primitive, in quanto caratte- rizzate da strani si- stemi grammaticali, che rifletterebbero una visione primordiale del mondo. I non linguisti vanno oltre e ritengono che esistano lingue con poca o nessuna grammatica, con lessico ridotto, privi di concetti astratti e generalizzazioni e che farebbero ampio uso di gesti e grugniti.

Completamente falso: non c'è nessuna correlazio- ne tra il livello tecnologico di una civiltà e la lin- gua ad essa associata. Ogni lingua umana cono- sciuta ha un sistema grammaticale ricco e com- plesso, un lessico di molte migliaia di parole ed è in grado di esprimere qualunque concetto di cui i propri parlanti necessitino.

Le lingue amerindiane non possono esprimere concetti astratti? Intorno agli anni '20, per sfatare questo mito, il grande linguista america- no E. Sapir scrisse un articolo in cui comparava la seguente frase inglese con la sua traduzione in alcune lingue nordamerindiane:

'He will give it (a stone) to you.' wishram a-č-i-m-l-ud-a will-he-him-thee-to-give-will takelma ’òk-t-xpi-n-k will-give-to thee-3p-FUT. paiute meridionale maga-vaania-aka-anga-’mi give-will-visible thing-visible creature-thee yana ba-a-a-si-wa-’numa round thing-away-to-PRES./FUT.-done onto-thou in future

nootka o’-yi-’aql-’at-e’ic that-give-will-done onto-thou art navaho n-a-yi-diho-’ál thee-to-TRANS.-will-round thing FUT. takelma ’okúspi dà/diede a te ’òspink darà a te ’òspi (^) può darlo a te ’òspik è un fatto che lo diede a te La formulazione nelle lingue amerindiane considerate non differisce minimamente per ricchezza grammaticale e astrazione da quella inglese: oltre a forme pronominali (i.e. parole grammaticali), compaiono marche categoriali del verbo (tempo, aspetto e modo) e del nome, che possono differire più o meno da quelle dell'inglese, ma non più di quanto quelle dell'inglese differiscano da quelle di altre lingue molto prestigiose. Il punto fondamentale è che le lingue amerindiane mostrano la stessa qualità espressiva di qualunque altra lingua umana, indipenden- temente dalla cultura tecnica che caratterizza la civiltà di chi la parla. Nelle parole di E. Sapir: "When it comes to linguistic form, Plato walks with the Macedonian swine-herd, Confucius with the headhunting savage of Assam." Do Aborigines speak a primitive language? "As a linguist who spends much time researching Australian Aboriginal languages, I have often been in- formed by people I have met in my travels that ' You must have an easy job – it must be pretty simple figuring out the grammar of such a primitive language .' If you go further and ask your travelling companions over a beer or six why they hold this belief, you encounter a number of sub-myths: There is just one Aboriginal lan- guage. Aboriginal languages have no grammar. The vo- cabularies of Aboriginal languages are simple and lack detail. Alternatively , they are cluttered with details and unable to deal with abstractions. Aboriginal languages may be all right in the bush, but they can't deal with the twentieth century." Nicholas Evans

1. 'So, you can speak Aborigine?' MITO : non esiste la "lingua aborigena"; esistono 250 – 600 lingue aborigene australiane (la differen- za nella stima dipende da come si classificano le varietà linguistiche: lingue a sé o dialetti di una stessa lingua?). Tenendo presente che ci sono c. 750.000 parlanti aborigeni (= 2.000 parlanti per lingua), la diversificazione linguistica in Australia in rapporto ai parlanti è molto maggiore che in Eu- ropa.

Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici

2. 'There's no grammar – you can just chuck the words together in any order.' MITO : Molte lingue aborigene dell'Australia han- no sì un ordine delle parole molto libero, ma il ruo- lo che ciascuna parola riveste nella frase è specifi- cato da una marca di caso. Per esempio, negli e- sempi seguenti della lingua kayardild l'ordine delle parole ( dangka 'uomo'; kurrija 'vede'; banga 'testuggine') è variabile, ma la marca di caso speci- fica se il nome è il soggetto (- a = che vede) o l'og- getto (-y a = che è visto):

'L'uomo vede la testuggine': dangkaa bangaya kurrija dangkaa kurrija bangaya bangaya dangkaa kurrija dangkaa kurrija bangaya, ecc. 'La testuggine vede l'uomo’: bangaa dangkaya kurrija bangaa kurrija dangkaya dangkaya bangaa kurrija dangkaya kurrija bangaa, ecc.

Pertanto, molte lingue aborigene si comportano come il greco o il latino, lingue tradizionalmente celebrate da molti come modelli di lingua impa- reggiabili per precisione e logicità. Tuttavia, il ka- yardild fa anche di meglio, se si vuole stare a que- sto gioco: mentre nelle lingue a noi familiari una frase come 'L'uomo vede la testuggine sulla spiag- gia ' è sistematicamente ambigua (chi è sulla spiaggia : l'uomo, la testuggine o entrambi?), in k. non lo è, come gli esempi seguenti mostrano:

La testuggine : Dangkaa banga- ya kurrija ngarn-nurru- ya L'uomo : Dangka- a bangaya kurrija ngarrnnurruw- a

Il complemento aggiunto ngarn-nurru 'sulla spiag- gia' prende la marca di caso del nome a cui si rife- risce (nelle frasi sopra, se prende la marca dell'og- getto significa che è la testuggine a trovarsi sulla spiaggia; se prende la marca del soggetto è l'uomo a trovarsi sulla spiaggia). Si confronti l'italiano, che, grazie all'accordo tra l'aggettivo e il nome a cui si riferisce, disambigua frasi altrimenti ambi- gue (cf. la frase ambigua ' Matte o vinse con Mari o stanc o ': chi era stanco?):

Matteo vinse con Mart a stanc a. Matte o vinse con Marta stanc o.

La differenza è che in kayardild anche i comple- menti aggiunti si accordano col nome a cui si rife- riscono. Pertanto , se un ricco sistema di accordo significa raffinatezza linguistica (come nella com- munis opinio ), allora molte lingue aborigene au- straliane sono superiori anche ai tanto celebrati la- tino e greco.

3. 'Just a few hundred words and you've got it all.' MITO : Le lingue aborigene hanno un lessico mol- to ricco, in particolare relativamente all'ambiente in cui parlanti vivono; in alcuni casi, la terminolo- gia zoologica aborigena ha anticipato di molti mil- lenni la classificazione tassonomica scientifica, come mostra la seguente tabella, che riporta i nomi dei macropodi (canguri e wallaby , canguri nani) in kunwinjku: Linneano e inglese Maschio Femmina Cucciolo Macropus antilopinus (antilopine wallaroo)

karndakidj kalaba (large indi- vidual male)

karndayh djamunbuk (juvenile male)

Macropus bernardus (black wal- laroo)

nadjinem baark

djukerre

Macropus robustus (wallaroo)

kalkberd kanbulerri (large male)

wolerrk narrobad (juvenile male) Macropus agilis (agile wal- laby)

warradjang kal/ kornobolo nakurdakur da! (very large individual)

merlbbe/kor nobolo

nakornborr h nanjid (baby)

La tassonomia in kunwinjku è molto più dettagliata di quella scientifica e di quella inglese, distinguen- do anche il sesso e l'età del macropode. Nello stes- so tempo, esiste anche un termine che designa l'in- tera classe dei macropodi, kunj , esistente nella tas- sonomia scientifica, ma non in inglese. Pertanto, è falsa sia la credenza che le lingue aborigene abbia- no un lessico molto semplice sia la credenza, con- traddittoriamente inversa, che le lingue aborigene siano incapaci di generalizzazioni.

4. 'They might be OK in the bush, but there's no way they can deal with the modern world.' MITO : È vero che il lessico è la parte di una lin- gua che più rispecchia l'ambiente e la cultura del popolo che la parla. Pertanto, è banalmente vero che una lingua non può essere adattata immedia- tamente alle esigenze di un'altra comunità, specie se molto distante culturalmente e geograficamente, ma questo vale per qualsiasi lingua. Tuttavia, quando i parlanti vogliono esprimere un concetto nuovo, utilizzano le risorse della propria lingua per creare un'altra parola, o un altro senso di una paro- la già esistente, oppure prendono in prestito una parola da un'altra lingua. Ad esempio, in italiano la parola subcosciente è stata creata utilizzando paro- le e formativi che già esistevano nel proprio lessico: [sub + [cosciente]]. Massa , nel senso che ha in fi-

Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici

no questa normalmente utilizzata, perché la pre- senza della gutturale non viene percepita, o catego- rizzata, da molti parlanti italiani. Per il somalo non vale nemmeno l'alibi di una scrittura diversa: già nel 1973 ha adottato una scrittura a base latina, in cui i nomi già citati sono scritti, risp., Muxammad e Cali , scrivibili con una comune macchina da scri- vere. Tuttavia, anche per i nomi somali la resa tipi- ca è quella più approssimativa ( Moammed , Ali ), ignorando completamente l'ortografia nazionale (anche nei documenti ufficiali). Quale pensate sa- rebbe la nostra reazione se si adottasse la stessa pratica, una resa ortografica "ad orecchio", coi no- mi delle lingue dei Paesi con maggiore peso politi- co? Eccone alcuni esempi (riconoscete i nomi?):

Margheret Taccie Anghela Merchel Gion Chennedi Nicolà Sarcosì

"Suona bene/suona male" Nella communis opinio si ritiene che la simpati- a/antipatia linguistica ('suona bene'; 'suona male') dipenda da caratteristiche intrinseche della lingua (la sua pronuncia). In realtà, almeno nella gran par- te dei casi, la fonologia di una lingua non c'entra nulla; gli atteggiamenti linguistici derivano da at- teggiamenti di natura culturale. Ad esempio, c'è buona evidenza del fatto che gli italiani siano tra- dizionalmente esterofili, ma questo vale solo per persone che provengono da alcuni Paesi (tipica- mente quelli dell'Europa settentrionale e degli USA); non altrettanto per persone che provengono da altri Paesi, in particolare quelli dell'Europa o- rientale e dei Paesi sottosviluppati (o che lo erano fino a tempi recenti). Questa differenza di atteg- giamento si riflette nel gradimento rispetto all'ac- cento straniero, che in alcuni casi fa simpatia, o viene addirittura considerato chic (e in rari casi perfino imitato), e che in altri raccoglie reazioni molto meno favorevoli. Le differenze di gradimen- to tra lingue possono essere molto specifiche. Ad esempio, per molti britannici (e non solo) l'ITALIA- NO (anche per chi non lo parla affatto) suona ele- gante , sofisticato e vivace ; il FRANCESE è sentito come romantico , colto e armonioso ; il TEDESCO, l'ARABO e alcune LINGUE DELL'ESTREMO ORIENTE sono ritenute aspre , dure e di suono sgradevole. IN CONCLUSIONE , il rapporto di causa effetto tra simpatia linguistica e suono va, in generale, rove- sciato: una lingua non raccoglie più o meno simpa- tia a seconda di come suona, ma suona più o meno bene a seconda del grado di simpatia che riscuote la comunità che la parla.

"Si capisce/non si capisce" Un fenomeno citato nella letteratura sociolinguisti- ca è quello delle asimmetrie di comprensione, per

cui i parlanti di due comunità linguistiche vicine danno giudizi diversi riguardo alla reciproca inter- comprensibilità. Un caso noto è quello degli spa- gnoli e dei portoghesi, che parlano due lingue stret- tamente imparentate (lo spagnolo è grosso modo a metà strada tra l'italiano e il portoghese), tali che si possa immaginare che, con un certo grado di adat- tamento reciproco, possano attuare una comunica- zione elementare senza troppi problemi. La realtà è diversa: mentre la maggior parte dei portoghesi di- chiara di capire abbastanza bene lo spagnolo, la maggior parte degli spagnoli dichiara di incontrare grosse difficoltà a capire il portoghese. A rigor di logica, questa asimmetria di giudizio non ha senso: la somiglianza è una proprietà transitiva (se A è simile a B, anche B deve essere simile ad A). La spiegazione è di natura psicologica: quando si co- munica con persone che parlano una lingua diver- sa (o dialetto diverso) si rende necessario uno sfor- zo cognitivo maggiore e una maggiore disponibili- tà comportamentale ('devo chiedere di parlare più lentamente', 'devo chiedere di ripetere se non capi- sco', 'devo sforzarmi di capire', ecc.); in mancanza di questa disponibilità, la comunicazione non avrà successo. L'asimmetria nella disponibilità all'adat- tamento linguistico riflette un'asimmetria di tipo sociale: nel caso specifico, in parte si spiega col fatto che molti spagnoli si ritengono (qualunque sia la ragione) superiori ai portoghesi; in parte, perché sono (o erano) i portoghesi a emigrare in Spagna e non l'inverso. A conferma, si noti che in Sudameri- ca non vige questa asimmetria linguistica tra brasi- liani, di lingua portoghese, e i popoli dei Paesi con- finanti, di lingua spagnola; la ragione è che i rap- porti di potere tra Brasile e gli stati vicini sono di natura diversa rispetto a quelli che vigono tra Por- togallo e Spagna. I "selvaggi" non parlano le lingue, ma dialetti o idiomi o parlate Molto spesso nei mass media ci si imbatte in riferimenti linguistici apparentemente bizzarri nei con- fronti dei popoli dei Paesi sottosvi- luppati, in particolare dell'Africa. Gli africani, per fare un caso tipico ma non esclusivo, per i giornali non parlano lingue , ma 'idiomi' o 'dialetti' (a volte 'parlate'). Anche non tenendo conto del pregiudizio per cui non si considera lingua una varietà solo parlata, in Africa esistono molte lingue che sono scritte e che hanno uno status di lingua ufficiale nazionale, alcune delle quali sono parlate da molti milioni di persone (come il swahili o l'hausa, per fare due esempi). Pertanto, che cosa manca esatta- mente a queste lingue affinché vengano considera- te come tali anche dai giornalisti e simili?

Marco Svolacchia

Sufficienza linguistica: "Parla l'africano" Un altro esempio di razzismo linguistico è rappre- sentato dalla sufficienza con cui ci si riferisce alle lingue dei Paesi sottosviluppati. Parallelamente al pregiudizio già visto, per cui nell'opinione di molti australiani esisterebbe 'l'aborigeno', per alcuni ad- detti ai lavori nei mass media esisterebbe l''africano' (si noti anche la palese contraddizione col pregiudizio precedente, per cui in Africa si par- lano numerosi 'idiomi'; ma tant'è: il pregiudizio non necessita di coerenza). Un caso recente è dato da un articolo sulla pagina di un noto giornale na- zionale, in cui l'articolista commentava il fatto che l’allenatore tedesco della squadra del Togo, duran- te i mondiali di calcio in Germania, aveva incon- trato grossi problemi di comunicazione coi gioca- tori, nonostante 'parlasse l'africano', avendo già al- lenato la squadra della Nigeria. Se si considera la distanza geografica tra Nigeria e Togo e il fatto che l'Africa è il continente in cui è presente il maggior grado di diversità linguistica del mondo, un'affer- mazione del genere è risibile (molto più che se si parlasse di 'lingua europea', dato che l'Europa è il continente che presenta la minore differenziazione linguistica del mondo: come reagiremmo alla stes- sa affermazione con 'europeo' al posto di 'afri- cano'?).

'Extracomunitario' Un'altra manifestazione di razzismo linguistico è offerta dall'uso di alcuni termini che si riferiscono alla sfera socio-politica. Un esempio eclatante è l'uso che in Italia si fa correntemente del nome 'extracomunitario' (come in 'un extracomunitario'), che in linea di principio designerebbe un cittadino che non fa parte dell'Unione Europea. Nella pratica, però – e specie nei mass media – si utilizza gene- ralmente il termine solo in concomitanza a cittadini dei Paesi in via di sviluppo (o, comunque, non di prima fascia): qualcuno ha mai sentito applicare 'extracomunitario' a cittadini svizzeri o statunitensi (tanto per fare due esempi), che pure sono cittadini di Paesi che non aderiscono alla UE? In altre paro- le, ai cittadini di Paesi di prima fascia ci si riferisce con la denominazione specifica; agli altri in modo generico, residuale (= 'coloro che non sono noi').

2. Lingue superiori

Speculare, e logicamente quasi complementare, all'idea che esistano lingue inferiori è la credenza nella superiorità di alcune lingue. Per lo più, ma non sempre, la scelta è dettata da sciovinismo, co- me in alcune delle citazioni seguenti, relativamente recenti:

(PRO INGLESE) Imagine the Lord talking French! Aside from a few odd words in Hebrew, I took it completely

for granted that God had never spoken anything but the most dignified English. Clarence Day, Life with Father , 1935 (scrittore americano)

(PRO FRANCESE) "Ce qui distingue notre langue des langues anciennes et modernes, c'est l'ordre et la construction de la phrase. Cet ordre doit toujours être direct et nécessairement clair. Le français nomme d'abord le sujet du discours, ensuite le verbe qui est l'action, et enfin l'objet de cette action: voilà la logique naturelle à tous les hommes; voilà ce qui constitue le sens commun. Or cet ordre, si favorable, si nécessaire au raisonnement, est presque toujours contraire aux sensations, qui nomment le premier l'objet qui frappe le premier. C'est pourquoi tous les peuples, abandonnant l'ordre direct, ont eu recours aux tournures plus ou moins hardies, selon que leurs sensations ou l'har- monie des mots l'exigeoient; et l'inversion a préva- lu sur la terre, parce que l'homme est plus impé- rieusement gouverné par les passions que par la raison. Le français, par un privilège unique, est seul resté fidèle à l'ordre direct, comme s'il était tout raison, et on a beau par les mouvemens les plus variés et toutes les ressources du style, dégui- ser cet ordre, il faut toujours qu'il existe; et c'est en vain que les passions nous bouleversent et nous sollicitent de suivre l'ordre des sensations: la syn- taxe française est incorruptible. C'est de là que ré- sulte cette admirable clarté, base éternelle de notre langue. Ce qui n'est pas clair n'est pas français; ce qui n'est pas clair est encore anglais, italien, grec ou latin. "Conte" Antoine de Rivarol(i), 1753-

(PRO FRANCESE) "A propos de la langue française, il est difficile d'ajouter, après tant d'autres, des éloges tant de fois répétés sur sa rigueur, sa clarté, son élégance, ses nuances, la richesse de ses temps et de ses modes, la dé- licatesses de ses sonorités et de sa ponctuation, la lo- gique de son ordonnancement." Presidente F. Mitterrand

(PRO FRANCESE) In translating English prose into French we shall often find that the meaning of the text is not clear and definite... Looseness of reasoning and lack of logical sequence are our common faults... The French genius is clear and precise... In translating into French we thus learn the lesson of clarity and precision. Ritchie & Moore (professori americani di letteratura francese)

(PRO FRANCESE) The seventeenth century, which be- lieved it could bend everything to the demands of rea- son, undoubtedly gave logic the opportunity to trans- form the French language in the direction of reason. Even today it is clear that it conforms much more close- ly to the demands of pure logic than any other language. W. von Wartburg (romanista del secolo scorso)

Marco Svolacchia

civili). La nozione di purezza linguistica originaria non ha alcuna base scientifica per almeno due ra- gioni:

  1. Non sappiamo nulla riguardo all'origine delle lingue, ma sappiamo con certezza che nessuna ri- mane inalterata nel tempo: da sempre, tutte le lin- gue mutano incessantemente a tutti i livelli (pro- nuncia, grammatica, lessico, ecc.). Pertanto, la no- zione di 'originale' in riferimento alle lingue non ha alcun senso.
  2. Nessuna lingua è impermeabile: tutte, quale più quale meno, hanno influenzato e sono state in- fluenzate da altre nel corso del tempo (sebbene il flusso può essere molto asimmetrico, in dipenden- za dei rapporti di potere tra le comunità in contat- to). Pertanto, nemmeno la nozione di 'puro' in rife- rimento alle lingue ha alcun senso. In molte comunità linguistiche si sono avute, o si hanno tuttora, reazioni puriste. Attualmente la lingua che è percepita come più minacciosa è l'in- glese , in particolare da chi parla una lingua roman- za (i.e. derivata dal latino). Un Paese che si distin- gue particolarmente in questo senso è la Francia. Ironicamente, il francese (seguito a ruota dal latino stesso) è la lingua che più ha influenzato l'inglese, e molte parole inglesi entrate nel francese sono in origine francesismi (p.e., sport deriva dal francese antico desport , da cui proviene l'italiano diporto ) o latinismi (p.e., mass media deriva dalle parole lati- ne media , pl. di medium 'mezzo', e massa 'impasto'). Se la nozione di purezza linguistica fos- se spendibile per le lingue, l'inglese sarebbe una delle lingue meno "pure" conosciute: ci sono buo- ne ragioni per definirla, in un certo senso, una lin- gua "ibrida", metà germanica e metà romanza (i.e. una lingua 'germanica romanizzata', se si vuole), come andiamo a mostrare. 1. Lessico Circa la metà del lessico inglese è di origine latina, vuoi perché preso in prestito dal latino stesso (so- prattutto per effetto della cristianizzazione da parte della Chiesa di Roma), vuoi, ancor di più, perché preso in prestito dal francese in epoca normanna. Una conseguenza di questo stato di cose è la pre- senza di coppie di quasi sinonimi , in cui la parola di origine romanza appartiene a una sfera più raffi- nata e intellettuale. Ad esempio, il nome della car- ne dei principali animali commestibili proviene dal francese e differisce dal nome dell'animale stesso, autoctono (p.e., beef vs. cow ; pork vs. pig ); di una coppia di aggettivi quello derivato dal francese ha in genere un significato metaforico e un ambito più ristretto, poetico-letterario (p.e. deep , 'a deep river' vs. profound , 'a profound book'). 2. Sintassi germanica Tutte la lingue germaniche sono caratterizzate dal fenomeno del verb second , per cui il verbo occupa sempre la 2a^ posizione nella frase principale, come gli esempi italiani seguenti, a cui è stata applicata la sintassi germanica, illustrano: 1 2 3 4 Silvia guarda la TV tutte le sere. La TV guarda Silvia tutte le sere. Tutte le sere guarda Silvia la TV. L'inglese è invece a parte, avendo una sintassi più vicina a quella delle lingue romanze. 3. Livelli morfologici e fonologici Le regole della morfologia (= la grammatica delle parole) dell'inglese e le regole della fonologia (= la grammatica dei suoni) che l'accompagna si divido- no in due sottogruppi, come le regole seguenti illu- strano. Degeminazione Quando in- si unisce alla parola seguente solo una delle due /n/ viene pronunciata (b); quando un- si unisce alla parola seguente entrambe le /n/ vengono pronunciate (c): (a) (b) (c) in+effectual in+nocuous un+natural in+probable im+mature un+necessary Raddolcimento della Velare /k/ in fine di parola diventa /s/ prima di alcuni suffissi (b), ma non cambia prima di altri (c): (a) (b) (c) *[k] [s] [s] electric electric–ity panick–ing critic critic–ism kick–ing mystic mystic–ism stick–y Spirantizzazione /t/ e /d/ diventano, risp., /s/ e /z/ prima di alcuni suffissi (b), ma non cambiano prima di altri (c): (a) (b) (c) *[t/d] [s] [s] pirate pirac–y pirat–ing president presidenc–y might–y conclude conclus–ive flight–y Riduzione Trisillabica Una vocale accentata si abbrevia prima di alcuni suffissi bisillabici (b), ma non cambia prima di altri (c): (a) (b) (c) LUNGA BREVE LUNGA vain van–ity might–i–ly serene seren–ity teeter–ing divine divin–ity pirat–ing La spiegazione di questa asimmetria è che nella morfologia dell'inglese ci sono due tipi diversi di affissi : (a) (b) in-, - ity, - ic, - al, - ory, - ate, - ion, - ant, - th, ecc.

un-, - ed, - (e)s, - ing, - ness, - ly,

  • ful, - ship, - hood, - ment, ecc.

Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici

Gli affissi in (a) vengono denominati ROMANZI ( la- tinate ) perché per la maggior parte sono di origine (neo)latina; gli affissi in (b) vengono denominati GERMANICI ( germanic ) perché per la maggior par- te sono di origine germanica. La denominazione è in parte convenzionale : ci sono alcuni affissi non in linea con la derivazione storica. Si tratta di due se- rie di affissi connessi a regole morfologiche diver- se: − le regole in (a) sono poco produttive e opache ; − le regole in (b) sono produttive e trasparenti.

In altre parole, l'inglese ha due diverse grammati- che di parola ( due diversi livelli morfologici ), una che deriva dai prestiti del latino o del francese, l'al- tra nativa, di origine germanica, a cui corrispondo- no regole fonologiche (di pronuncia) diverse.

LIVELLO 1 LIVELLO 2 in-, - ity, - ic, - al, - ory, ate,

  • on, - th, ecc.

un-, - ed, - s, - ing, - ness, - ly, - ful, - ship, ecc. APOFONIA (passato verbi forti) UMLAUT (e altri plurali irregolari) COMPOSTI OPACHI

COMPOSTI ‘GERMANICI’

In conclusione, l'inglese è stato influenzato pro- fondamente dal latino (e derivati) a tutti i livelli, lessicale , sintattico , morfologico e fonologico : è paradossale che venga considerato una minaccia alla "purezza romanza".

Esterofilia vs. “ecologia linguistica” Una reazione altrettanto in- genua al contatto linguistico, sebbene opposta, è l'estero- filia linguistica , che si riflette nell'adozione di pa- role da una lingua sentita come prestigiosa, o co- munque connotata favorevolmente, di cui la lingua ricevente non ha un bisogno oggettivo, in quanto già dispone di parole equivalenti. Attualmente, in Italia (ma anche in altri Paesi) il fenomeno è rile- vante e riguarda l'inglese, lingua che sembra avere, specie tra i giovani, una connotazione di modernità e prestigio. Seguono alcuni esempi di questi presti- ti indebiti (nella colonna a destra si trova l'equiva- lente italiano "autoctono"; si noti la presenza em- blematica di 'jay', il nome della lettera 'j' dell'alfa- beto che presso alcuni giovani ha soppiantato il nome italiano):

INGLESE ITALIANO management gestione mobility manager gestore della mobilità shuttle navetta gossip pettegolezzo “jay” “i lunga”

Un aspetto che catterizza molti prestiti dall'inglese è la loro pronuncia immaginaria, in particolare per la posizione dell'accento principale (la colonna a sinistra riporta l'accentazione nella lingua di origine; quella a destra l'accentazione di fantasia, tipica di molti italiani; kolossal è una forma tedesca): colòssal (kolossàl) còlossal/kòlossal suspènse sùspense perfòrmance pèrformance Hallowéen Hàlloween Un altro aspetto ingenuo che caratterizza questi prestiti è la pronuncia ortografica ( spelling pronunciation ), per cui le parole inglesi non vengono pronunciate come dovrebbero, ma in base a come sono scritte: essendo l'ortografia inglese molto poco affidabile per risalire alla pronuncia di una parola, il risultato è una pronuncia di pura fantasia. Di seguito alcuni esempi (nella colonna a sinistra ricorrono le forme con pronuncia ortografica; in quella di destra ricorre la pronuncia inglese reale): matrix meitrix Titanic Taitænic under andə catering ceitering media midia bipàrtizan baipartizàn Si noti media , che è ambiguo: può essere il plurale di medium 'mezzo' (pronunciato media ), un prestito dal latino, o può essere la forma abbreviata di mass media 'mezzi di comunicazione di massa' (pronun- ciato midia ). L'ingenuità linguistica è tale che ricevono la stessa pronuncia anglofila anche parole di altra provenienza, come negli esempi seguenti, dei lati- nismi: medium ‘midium’ junior ‘giunior’ senior ‘sinior’ Che si tratti di moda linguistica è dimostrato da quelle parole che avevano una doppia pronuncia, alla francese o all'inglese, come negli esempi seguenti: FRANCESE INGLESE Canadà Cànada taxì (tassì) tàxi rallie ràlly La scelta tra le due varianti è legata alla fascia generazionale (maggiore l'età del parlante, maggiore la probabilità della pronuncia alla francese) e alla lingua straniera di imprinting (francese o inglese). La versione alla francese è ormai assente tra i giovani.

Lingue e linguaggio tra mito e realtà. Corso di sopravvivenza contro miti e pregiudizi linguistici

do diverso, utilizzando più la forza consonantica che la sonorità per differenziarle. All'inverso, a un orecchio tedesco l'italiano può suonare, erronea- mente, come una lingua con tutte consonanti oc- clusive sonore.

“LINGUE AFRICANE” : “solo consonanti sonore”: ba- drone, “io moldo gondendo” FALSO: nessuna lingua africana (in realtà, nessuna lingua del mondo) utilizza solo consonanti sonore. Lo stereotipo deriva con tutta probabilità dal fatto che in molte lingue del Nord Africa, arabo com- preso, non esiste il fonema /p/ (storicamente diven- tato /f/); di conseguenza, quando un parlante di queste lingue deve pronunciate una parola di un'al- tra lingua che contiene /p/, l'adatterà come /b/ (p.e., petrolio corrisponde all'arabo bitruul ). Anche qui un singolo fatto è stato ipergeneralizzato. Questo tratto è stato molto utilizzato al cinema anche per caratterizzare gli afroamericani, che nulla hanno a che fare coll'Africa settentrionale, nei vecchi film italiani o doppiati in italiano (p.e. Via col vento ). Spesso, a questa caratteristica si accompagna la mancanza di forme grammaticali (p.e. l'ausiliare, come nel secondo esempio) e di flessione nel verbo ( io volere… ). Il tutto serve a conferire ai parlanti una connotazione di inferiorità, percepita in genere come comica. Si tratta di uno stereotipo decisa- mente razzista (del bovero negro ).