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L'EDUCAZIONE LINGUISTICA DEMOCRATICA di Tullio De Mauro - libro Riassunto, Sintesi del corso di Linguistica

NON è UN RIASSUNTO COMPLETO DEL LIBRO. Capitoli riassunti: Passato e futuro ... p.7; Educazione linguistica oggi, p.32; Dieci tesi nel loro contesto ... p.41; L'Italia linguistica dall'Unità... p.66; Il plurilinguismo nella ... p.73; Monolinguismo addio, p.98; Nuovi linguaggi e dinamiche... p.112; L'Italia analfabeta, p.121; Dislivelli linguistici nell'.... p.140

Tipologia: Sintesi del corso

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L'EDUCAZIONE LINGUISTICA DEMOCRATICA
Parte prima. LINGUA, CULTURA E DEMOCRAZIA
I. Educazione Linguistica democratica.
Passato e futuro dell'educazione linguistica, p.7
"Il manifesto dell'educazione linguistica" esce nel 1975. I suoi presupposti però rinviano indietro nel
tempo. Dobbiamo riconoscere debiti che le Dieci Tesi hanno nei confronti di una tradizione ristretta
ma importante che va dalle seconda metà dell'800 fino al dopoguerra. Innanzitutto Ascoli, il
"Proemio" ascoliano e i suoi interventi ai congressi di pedagogisti. Accanto ad Ascoli ci fu Francesco
De Sanctis e di alcuni manzoniani come Morandi. Qui troviamo diversi elementi interessanti, centrali
nelle Dieci tesi.
Il primo elemento riguarda la ricerca, più che la scuola, ed è la convinzione che la ricerca linguistica
debba avere delle conseguenze di "pratica utilità". Si parla di ricaduta che riguardano l'orizzonte
conoscitivo dell'insegnante, che si trova a operare in una determinata realtà linguistica.
L'elaborazione delle dieci tesi ha alle spalle una lunga tradizione e parte dall'idea che una buona
ricerca linguistica possa avere delle ricadute pratiche, anzitutto educative, purché non
meccaniche. Un altro aspetto importante è la varietà di possibilità di uso scritto della lingua. Non
si scrive in un solo modo e per un solo fine. Anche per ciò il tema è una vera forma di diseducazione,
perchè sottintende una qualche monoliticità, uniformità dell'uso scritto della lingua. Altro punto delle
Dieci tesi che le rende debitrici ad elaborazioni passate è il punto della varietà degli usi, non solo
scritti, ma anche orali di una lingua. Vi è una intrinseca flessibilità dell'apparato formale di una lingua.
è una flessibilità dovuta alla necessità biologica e culturale, naturale e storica, di utilizzare la lingua in
modi infiniti. Ciò crea modalità diverse, a livello diastratico, diatopico, diafasico e diamesico.
Questa sottolineatura della variabilità della lingua acquista una importanza particolare in una realtà
storico-linguistica come quella dell'Italia del Novecento e dell'Italia contemporanea.
Secondo Castellani l'8 o massimo 10 % della popolazione post-unitaria capiva l'italiano.
< "Vi sono altri fatti o evidenze culturali che hanno contribuito a favorire un clima favorevole per la
stesura delle Dieci tesi?"
I lavori teorici degli anni 60 hanno preparato la maturazione di tesi accennate qui e lì e la costituzione
nel 65 della "Società di Linguistica Italiana" (SLI). La SLI si dette come compito quello di stabilire
un rapporto con la scuola e con la pratica educativa; rompeva con la disattenzione degli ambienti
accademici che aveva contagiato anche diversi linguisti. La SLI favorisce lo sviluppo della
discussione tra i diversi atteggiamenti teorici che possono esservi nella linguistica e tra i soci della
Società di Linguistica, indica a tutti un comune obiettivo che è quello del rapporto con la scuola. Un
secondo elemento importante fu la costituzione del Centro di iniziativa democratica degli
insegnanti. Nel CIDI di Roma poi nei CIDI in tutta Italia, si è voluto ricostruire il processo mentale
che porta a riconoscere la centralità dell'educazione linguistica in tutto le ore del processo educativo
e non solo nelle ore di italiano. Nel CIDI e per il CIDI cominciò lo sforzo di cercare di non dare ricette,
ma cercare alternative.
Per scuotere gli insegnanti, per contrastare le cattive ricadute applicative della linguistica, nacque
l'esigenza di avere un documento breve utile ad essi. Una prima redazione delle Dieci tesi fu
presentata nel 1975. Pochi mesi dopo i metalmeccanici milanesi avevano elaborato un documento
sull'educazione linguistica. Incuriosito lo cercai e qualcuno me lo procurò. Erano le "Dieci tesi per
l'educazione linguistica democratica": cambiava solo l'intestazione, non CIDI, ma FLM. Nel 1973,
nella Società di Linguistica avevamo avuto l'idea di creare un collegamento specifico tra chi si
occupava di linguaggio e lingue, e chi operava nelle scuole. Così fu costituito il Gruppo di intervento
e di studio nel campo dell'educazione linguistica. Nacque il GISCEL. Il documento presentato al CIDI
tornò in discussione e furono proposti dei ritocchi.
Il nocciolo delle Dieci Tesi viene dalla tradizione teorica italiana, che ha sempre avuto sensibilità
verso la variazione linguistica e la semantica. Le dieci tesi sono frutto della tradizione più un valore
aggiunto: fondono l'eredità pregressa con le istanze teoriche più avanzate.
La connotazione teorico-culturale e storico-politica carica l'educazione linguistica di un surplus di
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L'EDUCAZIONE LINGUISTICA DEMOCRATICA

Parte prima. LINGUA, CULTURA E DEMOCRAZIA

I. Educazione Linguistica democratica.

Passato e futuro dell'educazione linguistica, p. "Il manifesto dell'educazione linguistica" esce nel 1975. I suoi presupposti però rinviano indietro nel tempo. Dobbiamo riconoscere debiti che le Dieci Tesi hanno nei confronti di una tradizione ristretta ma importante che va dalle seconda metà dell'800 fino al dopoguerra. Innanzitutto Ascoli, il "Proemio" ascoliano e i suoi interventi ai congressi di pedagogisti. Accanto ad Ascoli ci fu Francesco De Sanctis e di alcuni manzoniani come Morandi. Qui troviamo diversi elementi interessanti, centrali nelle Dieci tesi. Il primo elemento riguarda la ricerca, più che la scuola, ed è la convinzione che la ricerca linguistica debba avere delle conseguenze di "pratica utilità". Si parla di ricaduta che riguardano l'orizzonte conoscitivo dell'insegnante, che si trova a operare in una determinata realtà linguistica. L'elaborazione delle dieci tesi ha alle spalle una lunga tradizione e parte dall'idea che una buona ricerca linguistica possa avere delle ricadute pratiche, anzitutto educative, purché non meccaniche. Un altro aspetto importante è la varietà di possibilità di uso scritto della lingua. Non si scrive in un solo modo e per un solo fine. Anche per ciò il tema è una vera forma di diseducazione, perchè sottintende una qualche monoliticità, uniformità dell'uso scritto della lingua. Altro punto delle Dieci tesi che le rende debitrici ad elaborazioni passate è il punto della varietà degli usi , non solo scritti, ma anche orali di una lingua. Vi è una intrinseca flessibilità dell'apparato formale di una lingua. è una flessibilità dovuta alla necessità biologica e culturale, naturale e storica, di utilizzare la lingua in modi infiniti. Ciò crea modalità diverse, a livello diastratico, diatopico, diafasico e diamesico. Questa sottolineatura della variabilità della lingua acquista una importanza particolare in una realtà storico-linguistica come quella dell'Italia del Novecento e dell'Italia contemporanea. Secondo Castellani l'8 o massimo 10 % della popolazione post-unitaria capiva l'italiano. < "Vi sono altri fatti o evidenze culturali che hanno contribuito a favorire un clima favorevole per la stesura delle Dieci tesi?" I lavori teorici degli anni 60 hanno preparato la maturazione di tesi accennate qui e lì e la costituzione nel 65 della "Società di Linguistica Italiana" ( SLI). La SLI si dette come compito quello di stabilire un rapporto con la scuola e con la pratica educativa; rompeva con la disattenzione degli ambienti accademici che aveva contagiato anche diversi linguisti. La SLI favorisce lo sviluppo della discussione tra i diversi atteggiamenti teorici che possono esservi nella linguistica e tra i soci della Società di Linguistica, indica a tutti un comune obiettivo che è quello del rapporto con la scuola. Un secondo elemento importante fu la costituzione del Centro di iniziativa democratica degli insegnanti. Nel CIDI di Roma poi nei CIDI in tutta Italia, si è voluto ricostruire il processo mentale che porta a riconoscere la centralità dell'educazione linguistica in tutto le ore del processo educativo e non solo nelle ore di italiano. Nel CIDI e per il CIDI cominciò lo sforzo di cercare di non dare ricette, ma cercare alternative. Per scuotere gli insegnanti, per contrastare le cattive ricadute applicative della linguistica, nacque l'esigenza di avere un documento breve utile ad essi. Una prima redazione delle Dieci tesi fu presentata nel 1975. Pochi mesi dopo i metalmeccanici milanesi avevano elaborato un documento sull'educazione linguistica. Incuriosito lo cercai e qualcuno me lo procurò. Erano le "Dieci tesi per l'educazione linguistica democratica": cambiava solo l'intestazione, non CIDI, ma FLM. Nel 1973, nella Società di Linguistica avevamo avuto l'idea di creare un collegamento specifico tra chi si occupava di linguaggio e lingue, e chi operava nelle scuole. Così fu costituito il Gruppo di intervento e di studio nel campo dell'educazione linguistica. Nacque il GISCEL. Il documento presentato al CIDI tornò in discussione e furono proposti dei ritocchi. Il nocciolo delle Dieci Tesi viene dalla tradizione teorica italiana, che ha sempre avuto sensibilità verso la variazione linguistica e la semantica. Le dieci tesi sono frutto della tradizione più un valore aggiunto: fondono l'eredità pregressa con le istanze teoriche più avanzate. La connotazione teorico-culturale e storico-politica carica l'educazione linguistica di un surplus di

sensi che ne ha determinato il posizionarsi a favore o contro le dieci tesi. La SLI è stata anche luogo di intensa elaborazione di studi di storia linguistica e sociolinguistica dell'Italia e di analisi della grammatica e della lessicologia italiana. L'insegnante deve fare i conti davvero con la realtà linguistica, con le fratture linguistiche che possono esserci tra e per gli alunni. Osservando i dati di natura socioculturale e sociolinguistica vediamo che dietro pensierini e parole simili ci sono degli ambienti linguistici profondamente diversi che in produzione, specialmente se vi è una forte richiesta di stereotipicità della produzione, non vengono fuori nella loro gravità. Vediamo come l'Italia oggi per come si sta sviluppando, troviamo fasce di persone che non appartengono più ad un ambiente in cui si parli compattamente dialetto, ma non appartengono neanche ad un ambiente che abbia capacità di controllo dell'italiano. Lo sviluppo delle Società moderne funziona in modo tale che sradica molti dalle loro matrici linguistiche, ma non gli consente l'acquisizione di altre matrici, radici, nicchie linguistiche. Disimparano il tupi, l'haussa o il calabrese, ma non imparano il portoghese, il francese o l'italiano. Nascono così degli sradicati linguistici. Tra uso delle lingue "Prestigiose" e uso di lingue meno prestigiose si va creando uno spazio con gruppi di parlanti che non sanno più l'idioma nativo dei genitori e non hanno avuto i mezzi per acquisire il controllo di uno nuovo e diverso. In Italia, hanno perduto il dialetto ma non sanno l'italiano. A monte delle Dieci tesi sta la nuova percezione del fatto che ci sono fenomeni di deprivazione linguistica, di sradicamento dell'ambiente dialettale, nativo, senza che questo significhi acquisizione di altri strumenti linguistici. Non si può dire che ci sia qualcosa da cambiare delle Dieci Tesi, ma c'è da fare qualcosa in più. Sviluppare e generalizzare pratiche di insegnamento ancora migliori di quelle sviluppate finora, per portare il 100% dei bambini al possesso della lingua. Il possesso di questo bagaglio linguistico è una necessità funzionale per una società complessa che voglia essere democratica. Per fare questo gli insegnanti devono rendersi conto dell'enorme variabilità dei retroterra linguistici e culturali da cui possono provenire gli studenti. Devono imparare a saper valutare, misurare, stimolando il processo di comprensione, le capacità di comprensione dei testi. Per fare questo devono avere un'attrezzatura culturale, di cultura linguistica riflessa, ben più ampia di quella garantita attualmente dall'università. Portare i risultati della ricerca linguistica verso il miglioramento della formazione degli insegnanti, renderli consapevoli della variabilità del pubblico scolastico, lavorare su questa diversità, da cui partire per raggiungere un migliore possesso delle capacità linguistiche. Un'educazione linguistica diffusa e per tutti rimane l'obiettivo principale da perseguire. Le Dieci Tesi, le abilità e la loro pratica giocano un ruolo di primo piano per tutti i parlanti, anche esperti, di qualsivoglia idioma, poiché sono in connessione con lo sviluppo del linguaggio. Ovvio che il sapere una lingua matura, si accresce, si fortifica attraverso la pratica di questo sapere. Tutti hanno bisogno di educarsi a leggere e ascoltare, di imparare a capire, leggendo e ascoltando; per fare questo hanno bisogno di scrivere secondo le diverse modalità necessarie e di parlare secondo le diverse modalità. Riguardano tutti, per ragioni civili, democratiche, genetiche, biologiche. Una lingua si impara esercitandola, non c'è altra via, ed esercitandola nella varietà e nelle modalità di esercizio che essa ammette e richiede. Le Dieci tesi intendono abolire lo studio grammaticale sostituendolo con la pratica delle quattro abilità? Fa parte della capacità linguistica, la capacità metalinguistica riflessiva. Una non si sviluppa senza l'altra: l'altra è condizione di sviluppo della prima. Si può dire che le Dieci Tesi possano ritorcere in realtà l'accusa di "antigrammaticalismo". Antigrammaticalista è chi, per interessi editoriali o personali, pensa solo a fare la grammatica per la quarta elementare o per la terza media, e se ne infischia di tutto il resto. La sensibilità alla dimensione dell'educazione linguistica ha più volte stimolato direttamente i momenti più alti dell'elaborazione di teorie linguistiche. Devono imparare a parlare tutti. Si tratta di dare degli strumenti, delle vie. Le soglie di ciò che chiamiamo "alfabetizzazione funzionale", di dominio della capacità di capire e di scrivere, si sono innalzate. Questa alfabetizzazione funzionale richiede una capacità di spaziare su terreni terminologici sempre più complessi. Il sostegno alla maturazione delle capacità linguistiche dei bambini quindi, deve partire dalle famiglie, ma anche dalle scuole. Biblioteche e mediateche concorrono all'educazione linguistica. Occorre delineare compiti formativi non solo per la scuola, ma

ecc. Un buon insegnante deve sapere che ci sono tutti questi mezzi a sua disposizione e sapercisi muovere. Nelle scuole elementari ciò che serve è che i bambini apprendano, sappiano capire e usare attivamente il vocabolario metalinguistico che consenta di analizzare con loro i testi, le frasi e le parole di cui si compongono: le parole per parlare delle parole, quelli che da qualche anno chiamiamo "logonimi". Ci si è chiesti se le Dieci Tesi possano essere considerate attuali: Quando furono scritte nel 75, il problema sembrava fosse combattere la tradizione scolastica di avversione per i dialetti e una pedagogia linguistica cieca alle reali condizioni linguistiche e insensibile alla varietà di uso della lingua. Oggi i problemi son ben più complicati. I punti di partenza degli alunni sono più diversificati. La vita produttiva, sociale e culturale è assai più complessa. Potremmo delineare un'undicesima tesi. Le condizioni dell'informazione mettono a dura prova anche il nostro linguaggio e chiedono che la scuola sappia educarsi e sappia educare ad un controllo critico del linguaggio e dei contenuti dell'informazione. Occorre aggiungere una dodicesima tesi. Le nostre parole hanno uno stretto rapporto con il "training" operativo, vissuto, in cui si incastonano e con cui co-operano. Le società consumistiche in cui viviamo rischiano di far perdere ai bambini l'esperienza del rapporto corporeo con le cose, la realtà della natura ed i giochi. Dobbiamo recuperare il diritto a costruirci in questa esperienza. Il senso di troppe parole ci è precluso senza ciò. Oggi è ancora più forte l'esigenza di una educazione linguistica che arricchisca le nostre capacità di comprensione, di rapporto autentico con gli altri e col mondo, un'educazione linguistica che sappia renderci uguali. Dieci tesi nel loro contesto storico: linguistica, pedagogia e politica tra gli anni 60 e 70, p. 41 L'"antigrammaticalismo" delle Dieci tesi ha fatto il suo tempo. C'è un ondata di ritorno alla grammatica. Le Dieci Tesi, dunque, erano appena nate e cominciavano a circolare ed erano già ritenute datate. Sono trent'anni che sono datate. Diversi linguisti dell'800 avevano insistito sulla necessità di coesistenza e di accettazione della coesistenza di diversi idiomi, ossia, nell'Italia d'allora, dell'italiano e dei dialetti, e aveva sostenuto che la scuola commetterebbe un errore ad accettare il dialetto e la varietà linguistica solo come punti di partenza nel cammino verso l'italiano, ma che si trattava di dotare ogni ragazzo e ogni cittadino italiano di un biglietto di andata e ritorno. Sviluppare la capacità linguistica comune, la mediocre capacità del ceto intellettuale a preoccuparsi seriamente di ciò e ad esprimersi abbandonando il neolalismo e cercando di risultare comprensibili: tutti questi erano aspetti di quel "nesso di problemi" intorno a cui si svolgono le riflessioni dei " Quaderni del carcere " di Gramsci. Possiamo fissare il termine "democratico" in questo contesto agli anni 30 del 900. Lo ritroviamo in "Estetica" di Benedetto Croce. Croce non amava questo questo aggettivo e non amava le astrattezze, come lui diceva, della democrazia e del democraticismo, però, quando nelle "Tesi per un'estetica" affronta la questione del dibattito manzoniano e ascoliano sulla lingua, si rifà alle tesi ascoliane e antimanzoniane critiche verso un programma di unificazione linguistica forzosa. Non è un problema di astratto programma di unificazione linguistica, è un problema di convivenza civile, è una questione democratica dare a tutta la comunità la capacità d'usare una stessa lingua. La questione della lingua era una questione che riguardava l'innalzamento culturale dell'intera popolazione, una vera e propria questione civile. Cattaneo ha idee chiare, precise e dettagliate sull'inderogabile necessità dell'innalzamento della comune cultura linguistica nelle scuole come fattore decisivo di progresso sociale, culturale, e anche eminentemente economico. Proprio qui, in questi contesti, adotta una formula famosa: "le idee sono a capo della produzione". Attraverso Ascoli anche a Cattaneo possono farsi risalire idee delle Dieci Tesi. Giambattista Vico riteneva che in una repubblica popolare fosse necessaria la promozione delle capacità di linguaggio, la capacità di conoscere le lingue, di conoscere la lingua nazionale, perché questa è una condizione del buon ordinamento delle repubbliche e dei regni ben ordinati. Per Aristotele il linguaggio aveva un valore fondante per l'intera vita della polis. La parola ha un valore fondante perché nella polis si possa discutere del conveniente e del non conveniente, del giusto e dell'ingiusto, del possibile e dell'impossibile. Il parlare ha dunque radice nella storia naturale della specie e nella vocazione politica che la natura le ha assegnato. Da queste fonti antiche anzitutto, da Aristotele, Epicuro, Lucrezio, nelle Dieci Tesi si trae non solo la sottolineatura del valore civile e politico del linguaggio, ma l'attenzione per quello che chiamerei il

radicamento corporeo del linguaggio. Emerge con forza un altro elemento che era e resta un punto forte nelle Tesi. Cosa vuole dire far riferimento a forme di comunicazione diverse dalla verbalità umana, incorniciarla in quest prospettiva di confronto scientifico e di continuità? Vuole dire che anche molti altri studiosi devono riconoscere che capiamo poco il funzionamento del linguaggio verbale umano fuori di un orizzonte di confronto con linguaggi altri, cioè fuori di un orizzonte semiotico. Un buon sviluppo del linguaggio verbale richiede la sollecitazione attiva dello sviluppo di altre capacità espressive nei ragazzi, come il disegno, la danza, la musica, ecc., perché c'è una profonda unità delle capacità espressive. Oggi sappiamo bene dell'importanza nel primo apprendimento del linguaggio e della letto-scrittura questo quadro di stimolazione complessiva di tutte le capacità semiotiche. Accanto a democraticità , accanto al radicamento sociale , al radicamento biologico e alla semioticità , la variabilità è un quinto caposaldo delle Dieci Tesi. Non possiamo limitare l'educazione linguistica ad un percorso unidirezionale verso una presunta norma di una lingua isolata rispetto a tutto il resto. Tra l'effettiva grammatica di una lingua, tra la grammatica vissuta o implicita e una soddisfacente grammatica riflessa o esplicita ci sono 5 o 6 passaggi intermedi. Ciò che Chomsky sottolinea è la complessità straordinaria dell'esplicitazione della grammatica di una lingua. Non siamo nemici della grammatica. Le Dieci Tesi sono nemiche dell'imposizione grammaticale esplicita, per giunta in forma stupida e aberrante, ai ragazzini nelle scuole elementari. Tanto non siamo nemici della grammatica riflessa che chiediamo che questa diventi oggetto di studio nelle scuole medie superiori, dove si può cominciare a studiare bene una grammatica analitica esplicita e si può fare bene linguistica, almeno elementi di linguistica. Il rifiuto della grammatica scolastica precoce non era dunque antigrammaticalismo, era il rifiuto del monolinguismo normativo. Nel 1973 si riuniva a Trieste la prima Conferenza internazionale sul plurilinguismo e le minoranze linguistiche e cominciava così un gran lavoro su un tema poco amato dagli intellettuali italiani: il riconoscimento dell'esistenza di varietà alloglotte nei vari paesi. La coesistenza di più lingue in una stessa società può essere anche coesistenza di più lingue nella testa di un singolo. Le Dieci Tesi andavano incontro al plurilinguismo a braccia aperte. Oggi possiamo leggerle come documento precoce della presa di coscienza della crisi del monolitismo linguistico. Connettere le varie esperienze e proposte psicopedagogiche e i dati osservativi dei fatti linguistici; connetterli a un orizzonte di teoria e filosofia della lingua, debitore a Chomski, al generativismo, alla linguistica storica, ecc. Trarre da questa connessione conseguenze di ordine didattico e di ordine operativo. Le Dieci Tesi andavano a parare nel dire che le abilità di cui amavano parlare i glottodidatti non sono quattro (parlare, leggere, scrivere, ascoltare), ma 5: si aggiunge l'uso esplorativo, interiore della parola. Il parlare tra noi e noi ci aiuta nell'operare. La parola qui ha una funzione fondamentale, una funzione silente, e le dieci tesi andavano a finire in un elogio del silenzio. Non del tacere quando bisogna parlare, ma del saper tacere quando bisogna ragionare. Le Dieci tesi si chiudono in quel saper fare linguistico che non è ripetitivo, ma è tutto interiore, hanno difficoltà a farsi strada. è più facile correggere un "Ho andato" che verificare l'uso interiore delle parole. Seconda difficoltà: il grande sforzo delle Dieci tesi era quello di proporre un'educazione linguistica non solo efficiente ma democratica, cioè un'educazione linguistica mirante all'inclusione. Cultura intellettuale, scuola, educazione linguistica sono condizioni necessarie, ma non sufficienti per la vita democratica. Cercare di far lavorare in senso democratico l'educazione linguistica è qualcosa di diverso, aggiuntivo, rispetto al semplice costrutto linguistico-educativo. L'Italia linguistica dall'Unità all'età della Repubblica, p. 66 La scelta del fiorentino scritto trecentesco come lingua comune andò affermandosi nel secondo 400 nelle nascenti amministrazioni pubbliche dei diversi stati e si consolidò nel 16° sec. quando la lingua di Dante, Petrarca, Boccaccio cominciò a dirsi italiano e non più fiorentino o toscano. Fuori dalla Toscana quella scelta restò limitata a esigui ceti colti. Mancarono per secoli quelle condizioni di unificazione politica, economica e sociale. Firenze e Roma a parte, l'uso dell'italiano restò riservato a occasioni più formali e solenni. Negli anni dell'unificazione si dice che solo il 2,5% della popolazione fosse in grado di utilizzare l'italiano, e massimo il 10% fosse in grado di capirlo. Al primo censimento dell'Italia unita, il 78% della popolazione risultò analfabeta; in quegli anni l'istruzione elementare, dove c'era, garantiva una sommaria alfabetizzazione e istruzione. Mancavano gli investimenti

L'adesione alla particolare norma di realizzazione d'un sistema arbitrario viene presentata dal grammatico monolinguista come un fatto di natura, oggettivo, scientifico. Il meccanismo di apertura e chiusura degli accessi al gruppo dominante, sul terreno dell'educazione monolinguistica, si può mascherare assai bene con i vestiti della scientificità e oggettività. Pertanto le due grandi ragioni che hanno portato la scuola a praticare un'educazione linguistica ridotta ad addestramento monolinguistico sono la capacità di adeguamento ad un modello univoco, ed il fatto che il controllo su tale modello si presta bene a fare da filtro. Se noi crediamo che vada mantenuta la divisione dei cittadini in classi diverse, l'addestramento monolinguistico è la via migliore. Mettere da parte le vecchie grammatiche ha senso solo se intendiamo muoverci nella direzione d'una società autenticamente democratica. Se la scuola, se la società intendono proporsi obiettivi democratici, l'educazione linguistica può e deve rinnovarsi. Un'educazione che nel rispetto d'ogni sorta di varietà e creatività spinga tutti ad accedere a tale varietà creativa. Educazione democratica significa educazione al rispetto della varietà linguistica e all'uso d'ogni sorta di creatività linguistica. Varietà e creatività : i due termini sono in un certo senso sinonimi. Con varietà noi designiamo ciò che creatività denota dinamicamente: i diversi tipi di varietà sono la risultante, la sedimentazione di altrettanti tipi di produzione creativa semiologica e linguistica. Diversa è la consistenza dei rapporti intercorrenti tra i segni del linguaggio: rapporti di contrapposizione globale, come nei tre segnali degli abituali semafori; rapporti di raggruppamenti distinti in quanto variamente combinanti un certo numero ristretto di elementi ricorrenti; rapporti di esclusione dei sensi di ciascun segno, come nei semafori e nelle classificatorie. Ad ogni tipo di rapporto viene spesso conglomerato l'uso di un particolare materiale comodo per un dato linguaggio. La varietà di linguaggi è la prima di cui occorre tener conto. La capacità di passare da un linguaggio all'altro è la prima forma di creatività. Occorre avere chiaro che il linguaggio verbale non è che una delle possibili svariate forme della semiosi. Sebbene il linguaggio verbale non sia soltanto una qualunque delle varie forme di semiosi, esso cumula caratteristiche e possibilità che in altri linguaggi appaiono separate. Sviluppare la facoltà del linguaggio verbale comporta sviluppare un aserie di capacità: discriminare, associare, ripetere, ordinare, classificare, calcolare, inventare. Sviluppare la capacità verbale comporta sviluppare la capacità di adoperare una pluralità di forme di semiosi. Un'educazione plurilingue significa dunque: rinunciare al predominio esclusivo della verbalità, per puntare allo sviluppo armonico di tutte le capacità semiologiche. Varietà di lingue : non soltanto il linguaggio verbale, ma anche altre forme di semiosi si concretano in sistemi linguistici che per uno stesso linguaggio sono più o meno diversi. La varietà delle lingue è la seconda forma di varietà. L'esperienza della varietà di lingue è importante per togliere assolutezza agli schemi linguistici più abituali, per educarsi alla tolleranza e intelligenza delle possibilità comunicative ed espressive. Varietà di frasi : l'apparato sintattico-grammaticale permette che con un numero ristretto di vocaboli si costruisca un numero infinito di frasi, anzi di segni diversi. Varietà di vocabolario : gli elementi che la sintassi d'una lingua raggruppa in segni, e cioè i vocaboli, non hanno un numero ben definito e variano da parlante a parlante. Il fatto che in tutte le lingue nascano di continuo parole nuove, i neologismi, muoiano vecchie parole, gli arcaismi obsoleti, è la manifestazione di questa varietà di vocabolario, che i logici denominano "creatività". Conoscere una lingua, saperla maneggiare, significa anche sapersi destreggiare tra le varietà stilistiche. Varietà di esecuzione : data la capacità semiologica generale, essa si realizza attraverso innumeri linguaggi. Data una frase d'uno stile determinato, possiamo realizzarla in mille e mille modi: sussurrandola o gridandola, scrivendola frettolosamente o incidendola a lettere d'oro sul marmo. Scopriamo qui l'esistenza d'una varietà indefinita di esecuzioni dello stesso segno. L'abitudine all'addestramento monolinguistico priva la scuola di ampi campi d'applicazione didattica, di sperimentazione, di intelligente costruzione di esperienze comunicative. L'invito ad un'educazione plurilingue si risolve nell'invito rinnovato alla partecipazione umana e civile, alla realizzazione di condizioni sociali e politiche che consentano tale partecipazione e che facciano della varia creatività linguistica uno strumento di più piena solidarietà democratica. Monolinguismo addio, p. È ormai in crisi l'ottica monolinguistica in cui intere generazioni sono state istruite e formate. Il

monolinguismo è in crisi sotto il profilo individuale. La lingua materna sempre meno basta da sola ai bisogni dell'esistenza del singolo. è insomma tutto il nostro mondo che sollecita ciascun individuo a venire a contatto con lingue diverse dalla materna e a rendersene in qualche misura padrone. Nel mondo contemporaneo e soprattutto negli ultimi decenni, non pare esserci più posto per individui e culture interamente monolingui. Il monolinguismo appare oggi in crisi anche sotto il profilo della vita collettiva, anche sotto il profilo ideologico e politico. Molta parte dell'intellettualità europea porta scritta nel fondo della coscienza la convinzione che se c'è uno stato deve esserci una nazione ed una lingua. Bisogna che ci si renda conto che non è sempre è stato cosi. Per millenni le culture, anche dopo il passaggio alla stanzialità, hanno vissuto organizzandosi politicamente senza alcuna pretesa di fare coincidere Stato, nazionalità e lingua. È nell'Europa del tardo medioevo e del rinascimento che prende piede l'idea della corrispondenza biunivoca tra stati, lingue e nazioni. Nascono di grandi stati nazionali. Per una composita serie di motivi, culturali, religiosi, giuridici, essi tendono ad assumere come proprio ideale il monolinguismo: delle lingue esistenti all'interno di ciascuno stato, una sola viene privilegiata e diventa la lingua delle leggi, dei nascenti sistemi di istruzione, della nascente editoria a stampa, poi dei giornali, spesso del culto e della vita religiosa. È la lingua del sovrano e della corte, della capitale e della generalità dei sudditi. Far leva sull'identità linguistico-nazionale ha dato forza a movimenti di indipendenza e di autonomia di popoli e di nazioni assoggettati a stati oppressivi, colonialistici. Nel passato e nel presente secolo spesso la lingua è il vessillo dei popoli oppressi. L'ideologia politica monolingue ha anche agito nel senso dell'affermazione di diritti dei cittadini dinanzi agli stati e dei popoli nella comunità delle nazioni. Un punto di riferimento possono essere le lingue in cui si ha una traduzione della Bibbia o dei Vangeli. Il repertorio di Barbara Grimes distingue fra traduzioni in lingue pressoché estinte e lingue vitali e viventi. In 262 esiste la traduzione dell'intero corpus delle Scritture, in altre 582 esiste la traduzioni dei soli Vangeli, infine per 1167 la traduzione è apparsa per ora solo parzialmente ed è in corso. Dunque sono 2011 le lingue in cui la Santa Romana Chiesa e le altre confessioni cristiane hanno cercato di far si che vi fosse una traduzione almeno parziale delle Scritture. Il monolinguismo non ha base nei fatti. Il conto accentua questa valutazione se guardiamo al complesso delle lingue viventi. Diciamo che il citato repertorio ne enumera 6170. La seconda rivoluzione industriale ha ulteriormente accelerato e intensificato questi processi. Infine, la rivoluzione della trasmissione delle informazioni ha creato, dalla metà del 20° sec. condizioni nuove in tutto il mondo: gli epicentri sono di solito il nord del pianeta, nei paesi più ricchi e sviluppati. Vi è ormai un " villaggio globale " dei capitali, delle tecnologie, dei processi produttivi e tutto ciò espone quotidianamente intere estese fasce sociali al contatto plurilinguistico. Vi si avverte per ragioni economiche e produttive, sociali e scolastico-intellettuali, l'esigenza di un più vasto e diffuso apprendimento di grandi lingue veicolari internazionali, come l'inglese. Al profilarsi delle nuove condizioni molti stati hanno risposto da decenni con politiche orientate all'accettazione, tutela e promozione delle diverse tradizioni linguistiche - native, importate o acquisite - in ciascun paese. I terreni comuni e privilegiati sono stati: la scuola ordinaria, l'alfabetizzazione di adulti immigrati, politiche socioculturali adeguate, ecc. Il coinvolgimento della scuola ha fatto si che altrove tali problemi fossero avvertiti come importanti e da far risolvere ai leader politici. In Italia possiamo dire che ci sono le premesse per un urgente politica linguistica, vista una lingua nazionale diffusasi solo in anni "recenti", principalmente grazie alla TV e solo secondariamente grazie alla scuola, che è tutt'ora estranea al 15% della popolazione, che ancora utilizza esclusivamente il dialetto. In Italia abbiamo minoranze alloglotte di antico insediamento, alloglotti di nuovo insediamento, una quota insufficiente di conoscenza di grandi lingue veicolari, e oltre a ciò, una classe politica che per oltre 40 anni non ha attuato le indicazioni di parità linguistica e tutela delle minoranze che ritroviamo negli articoli 3 e 6 della Costituzione. Quando nel 1991 ha tentato un passo malcerto in questa direzione, ha trovato contro di sè il coro di intellettuali legati ad un'ottica monolingue e comunque ostili a ogni presa in carico dei problemi linguistici del paese, e ciò in nome della "salvezza della Patria". Quattro grandi problemi impediscono o attardano lo sviluppo di un'educazione adeguatamente bi e plurilingue: l'idea della lingua come vestito, come cacciavite o coltello, come strumento usa e getta; l'idea della lingua come corpo rigido; l'idea della lingua come immobile ed immutabile. Una miope visione della lingua e dell'unità nazionale indusse la scuola italiana dall'unità del paese fino ad ani recenti a predicare ai bambini il disprezzo per il dialetto, le loro lingue materne reali, e il

sua soddisfazione è una componente decisiva nello sviluppo intellettuale e affettivo della persona. È un mediocre, inefficiente amor di patria quello che porta a credere che si debba cercare di cancellare l'alterità linguistica. Resta carente in Italia una cultura antropologica e linguistica diffusa abbastanza per consentirci un rapporto conoscitivo e relazionale con gli altri. Il sistema formativo italiano soltanto da poco ha riconosciuto l'esigenza di una precoce educazione all'apprendimento di lingue straniere, e sempre a titolo sperimentale ha riconosciuto che lo studio delle lingue straniere deve essere parte della formazione culturale di tutti gli indirizzi della scuola secondaria di 2° grado. Il dato Instat: solo 14 persone su cento dichiarano di conoscere almeno qualcosa di francese e altrettanti di inglese; tedesco e spagnolo sono presenti in percentuali minime. Ciò si registra in un'Europa in cui tanti sono i paesi che praticano un bilinguismo esteso. Ne vale sperare che il plurilinguismo non sparisca mai. Il seme della differenza sta nel linguaggio umano e in ogni lingua. Non sono accettabili le spiegazioni meccaniche, geografiche della diversità linguistica. La spiegazione meccanica separa la diversità spaziale delle lingue dalla loro diversità temporale; non spiega perché in un medesimo ambiente possano nascere e vivere lingue diverse; non spiega come e perché in uno stesso ambiente una tradizione linguistica omogenea possa iniziare a differenziarsi fino ad arrivare ad una pluralità. In verità in ogni essere umano, si annida il principio della variazione , sta entro la competence. Saper parlare significa non già obbedire allo spartito fisso di una lingua unica, ma sapersi muovere con strumenti variabili e plurimi entro lo spazio linguistico costruendo le vie di comunicazione con una massa parlante solcata da differenziazioni. La pluralità linguistica nasce nell'interno di ciascuno di noi esseri umani. Rispettare la diversità linguistica è davvero rispettare un diritto umano. L'Italia analfabeta, p. 122 Dal 1948 la costituzione prescrive almeno 8 anni di scuola a testa, cioè la licenza media dell'obbligo per tutti. L'Italia si è andata allontanando dalle condizioni di scolarità di 40 anni fa, quando alla licenza elementare arrivava solo una minoranza, la licenza media inferiore era un privilegio e diploma superiore o laurea erano un lusso. Ma ancora oggi la popolazione di oltre 14 anni rivela massicce persistenze di analfabetismo e di mancata scolarità anche solo elementare e di mancata scolarità dell'obbligo. Giovanni Giolitti fu il primo leader politico che si sia fatto seriamente carico di rialzare l'istruzione primaria, migliorando soprattutto la condizione dei maestri elementari. Un problema di primissimo ordine ed una vera necessità per l'incremento economico e civile del paese. Le cose, durante il decennio giolittiano, cominciarono a cambiare in meglio e profondamente. Il problema dell'alfabetizzazione non appartiene al passato, ma al presente. Condiziona il futuro sviluppo e mancato sviluppo del nostro e di altri paesi, e non solo nel sud del mondo. L' analfabetismo strumentale , cioè la completa incapacità di compitare una scritta o produrla, si manifesta nei modi più drammatici. Anche nel nord del mondo vi sono sacche di analfabetismo strumentale grave, dalla Spagna al Portogallo, alla Turchia, all'Italia. L'alfabetizzazione puramente strumentale non esaurisce il quadro di ciò che oggi possiamo e dovremmo tutti intendere per alfabetismo. Fin dagli anni 50 l'UNESCO ha proposto che si assuma come punto di riferimento la nozione di Alfabetizzazione funzionale. Il traguardo minimo è stato rialzato di molto, traguardo che in passato l'UNESCo ha tenuto basso. Una società è senza analfabeti funzionali, una società ha completamente varcato la soglia della piena alfabetizzazione funzionale, soltanto a patto di avere portato tutte le cittadine e tutti i cittadini almeno al livello della scolarità elementare, che è la condizione minima necessaria. Sappiamo che nemmeno il completamento della scuola elementare basta a garantire contro il rischio di tornare in età adulta all'analfabetismo. Un'indagine dice che almeno per un buon quarto perfino i ragazzi/e che conquistano oggi la licenza dell'obbligo hanno difficoltà a fare quel che l'UNESCO richiese per riconoscere la condizione dell'alfabetizzazione funzionale: scrivere e leggere, capendolo, un breve testo di vita quotidiana. Sotto l'etichetta "No schooling": in Italia a inizio anni 80 le persone senza alcun titolo di studio erano più del 20%, e sono oggi ancora il 10,1% della popolazione, un'italiana o un italiano ogni dieci. La mancata scolarità giovanile è un fattore diretto e specifico di precoce arruolamento nella malavita. Come le indagini mostrano, la mancata scolarità adulta si correla ad un negativo destino scolastico dei figli, tranne casi di insegnanti eccezionali capaci di spezzare questa catena. L'insieme della scuola, nonostante le potenzialità che ora vedremo, non riesce a colmare le

diseguaglianze culturali di partenza, ma le registra e perpetua. Lavorare con e per gli insegnanti, mobilitarsi per migliorarne la formazione e preparazione: i dati IEA indicano con forza la priorità di questo compito. La mancata scolarizzazione o l'imperfetta alfabetizzazione di percentuali consistenti di ragazze e ragazzi rinviano alla mediocre funzionalità della nostra scuola. Basterebbe un maggiore impegno nell'aggiornamento degli insegnanti per ottenere risultati nettamente migliori. Per la mancata scolarità e il più vasto e ampio analfabetismo funzionale degli ultra-quindicenni sarebbe necessario un possente sforzo sociale e istituzionale nella direzione dell'educazione degli adulti. Tra gli "ostacoli" più terribili che limitano la partecipazione alla vita nazionale e che sarebbe compito della Repubblica rimuovere, primeggia l'incapacità di controllare la comunicazione scritta, di accedere alle informazioni necessarie per vivere, e a volte, sopravvivere, dunque di costruirsi un adeguato corredo critico e una reale capacità di comprensione e controllo di ciò che ci accade intorno. Senza alfabeto niente democrazia. Senza alfabeto solo sottosviluppo. Anche altrove il sistema scolastico presenta sintomi di crisi, dinanzi ai compiti che lo sviluppo delle società dell'informazione e di civiltà multietniche pone alla scuola. Altrove questi compiti e quei sintomi sono oggetto di impegno. Da noi è carente l'investimento in università: l'impegno delle famiglie è andato considerevolmente crescendo attraverso gli anni: segno di un bisogno sociale di istruzione più diffuso di quanto si potrebbe credere. Lo scarso impegno pubblico in spese per la scuola si traduce crudamente nelle basse retribuzioni dei nostri docenti. I nostri maestri, insegnanti medi inferiori e superiori sono i meno pagati al mondo. Le basse retribuzioni degli insegnanti sono l'indicatore dello scarso peso che viene assegnato alla formazione. I dati IEA ci dicono che i nostri sottopagatissimi maestri garantiscono agli allievi delle nostre elementari un piazzamento tra i top-five nei confronti internazionali. Anche nelle scuole medie molti insegnanti riescono a far risalire ai loro alunni la china dei dislivelli socioculturali. Queste non vogliono essere considerazioni consolatorie. Stanno solo a dire che se mai si troverà una direzione politica capace di volere che il tema della formazione sia un tema centrale di governo e sviluppo del paese, essa troverà già oggi nel mondo della scuola le energie per intraprendere questa strada. Dislivelli linguistici nell'Italia d'oggi, p. L'affermazione delle parlate neolatine, dopo il declino del latino e il primeggiare del fiorentino, le popolazioni italiane hanno conosciuto forti differenziazioni soprattutto geo-linguistiche, dovute alla grande differenza tra i diversi dialetti, tanto grande da impedire la comprensione reciproca. Dopo l'unificazione politica del 1861 e nei decenni successivi al costituirsi del paese in repubblica democratica (1946), queste differenziazioni si sono attenuate: l'uso dell'italiano si è andato diffondendo. Le differenziazioni regionali tradizionali hanno ceduto il passo all'emergere di nuove differenze, legate al diverso grado con cui diversi strati della popolazione. Il presente lavoro intende contribuire a individuare e descrivere, tra le carenze profonde, i dislivelli linguistici e linguistico- culturali di base nell'Italia contemporanea. Con dislivelli linguistici ci si riferisce al diverso grado di padronanza di ciascuno dei diversi idiomi, al diverso grado di padronanza della lingua italiana che caratterizza sia singoli individui sia i gruppi in cui si articola la comunità italiana di oggi. Con dislivelli culturali ci si riferisce al diverso grado di possesso del patrimonio di cultura presente in Italia. L'obiettivo è stabilire in che grado singoli e gruppi conoscono l'italiano, ma anche gli altri idiomi, e cioè i dialetti, le lingue di minoranza autoctone, le lingue di minoranza di nuovo insediamento e le lingue straniere. Queste diverse tradizioni coesistono e anche in singoli individui che nella loro attività verbale attingono parole e struttura tratte da più di una tradizione e fanno ciò in una medesima situazione comunicativa. Scegliere di guardare al mondo del linguaggio dal punto di vista dei parlanti reali significa capire che di una lingua sia possibile avere gradi diversi, senza che ciò blocchi la comunicazione. Parlare una lingua significa invece convergere verso un certo patrimonio e non comporta mai possedere la totalità delle possibilità e relazioni morfologiche, sintattiche, ecc. Le lingue oggi presenti in Italia sono sia lingue parlate nativamente e insediate da secoli sia lingue di recente importazione parlate dagli immigrati, sia lingue non native, proprie di altri paesi e apprese a scuola. Non di tutte sappiamo in che grado sono usate e possedute. Qui l'attenzione sarà concentrata sull'italiano. Maturato fra tardo 400 e primo quarto di 500, l'adozione del toscano nelle

farlo e lo ha dimostrato negli anni. Lo stesso purtroppo non può dirsi dei livelli ulteriori di istruzione. Ripetute indagini sugli allievi delle scuole secondarie italiane in uscita dalla scuola media dell'obbligo e in prossimità del diploma medio superiore, hanno documentato un callo delle prestazioni rispetto alle prestazioni nella scuola elementare. Nel 2000 gli studenti italiani si collocavano agli ultimi posti sia per la comprensione della lettura, sia per le scienze, sia per la matematica. Rispetto ad altri paesi gli studenti italiani presentano scarti limitati tra punteggi massimi e minimi. Nel 2006 l'indagine ha messo al centro le conoscenze e capacità di ragionamento nelle scienze. Il punteggio medio degli studenti italiani è stato basso. Gli studenti dei licei hanno risultati superiori alla media, quelli dei professionali assai più bassi. Diversamente dalle elementari, la scuola post-elementare pare non riuscire a contrastare i dislivelli di capacità linguistiche della popolazione adulta se non in minima parte. Gli studi convergono nel riconoscere la natura processuale dell'acquisizione lessicale e concordano sul fatto che, a differenza della sintassi o della fonologia, il cui possesso si stabilizza entro un periodo di tempo definito, la conoscenza delle parole di qualsiasi lingua, avviene per gradi e non può dirsi mai conclusa. Possiamo ipotizzare che in uscita dalla scuola di base gli alunni per almeno il 70% posseggano mediamente 2000 parole del vocabolario fondamentale italiano, sia gran parte degli altri circa 5000 lessemi del vocabolario di base, sia un certo numero di lessemi delle circa 40mila parole del vocabolario comune. Coloro che sono alle soglie della laurea o l'hanno appena ottenuta, conoscono il significato di circa 60mila parole. La restante popolazione adulta ha una capacità di comprensione lessicale certamente inferiore a quella di giovani laureati e laureate. Anche la scuola ordinaria, lasciata sola, lavora con difficoltà. Occorre che il suo lavoro sia accompagnato da strutture efficienti di accesso alla cultura, come anzitutto biblioteche e i corsi di educazione per adulti, cui accedono alte percentuali di persone negli altri paesi europei e hanno invece presenza ai limiti dell'irrilevanza in Italia. Mai le popolazioni italiane attraverso le loro vicende di secoli e millenni avevano messo in pratica un grado di convergenza verso una stessa lingua paragonabile a quello che si è realizzato nell'Italia della Repubblica. Una convergenza tanto più significativa perché ciò non è avvenuto cancellando il retaggio delle diverse tradizioni dialettali. Superare questo iato attraverso la creazione di un sistema nazionale di educazione permanente e la istituzione di centri pubblici di lettura in tutto il territorio e in tutti i quartieri delle grandi città potrebbe contribuire a migliorare la qualità delle prestazioni linguistiche e culturali, a migliorare lo sviluppo civile ed economico produttivo del paese.