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Analisi di "La malora" di Beppe Fenoglio: Tematiche, Linguaggio e Stile - Prof. Turi, Guide, Progetti e Ricerche di Letteratura Italiana

Lo stile e il linguaggio ne La malora di Beppe Fenoglio

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2018/2019

Caricato il 19/01/2019

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Letteratura Italiana
Modulo 3
Elaborato di Sara Lione
La malora di Beppe Fenoglio:
Tematiche, linguaggio, stile e relativi riferimenti a correnti
ed autori
“[...] Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio
naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui s'articolano i rapporti umani, un
gusto <<barbarico>> che persiste […]. Ed è questo sapore <<barbaro>> a
caratterizzare i racconti che ora presentiamo , rievocanti episodi partigiani o
l'inquietudine dei giovani nel Dopoguerra. Sono racconti pieni di fatti, con
un'evidenza cinematograca, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva
e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza
compiacenze di stile ma asciutto ed esatto.”
Così scriveva Elio Vittorini nel risvolto di copertina della prima edizione della
raccolta di racconti “I ventitré giorni della città di Alba”, prima opera di Beppe
Fenoglio ad essere pubblicata nella collana einaudiana “I gettoni”, nel 1952.
Due anni dopo, la stessa collana riconfermò l'autore con la pubblicazione de
“La malora”.
Benché le parole di Vittorini si riferissero, in particolare, ad un altro scritto di
Fenoglio, la sua presentazione rimane ancora oggi signicativa e, seppur
sinteticamente, esaustiva rispetto alle caratteristiche principali dello stile
fenogliano. La stessa Maria Antonietta Grignani, autrice della “Nota” presente
nel volume “La malora”, Beppe Fenoglio, collana “Nuovi Coralli”, ed. Einaudi,
1990, ne sottolinea la visione profetica, nella capacità di aver individuato le
linee guida di quello che sarà poi lo stile di Fenoglio: “un lirismo frenato
dell'aguzza nettezza della presa sugli oggetti, una fedeltà ai luoghi (le Langhe)
e alla storia vissuta (la Resistenza) […], attento alle risorse antieusive della
lingua, al suo potenziale di brevità espressiva da cui far sprizzare la
reinvenzione stilistica”.
E' dicile categorizzare con precisione questo scrittore, nato ad Alba nel 1922
e che fu tale per appena dieci anni, sia per quanto riguarda le tematiche sia per
la cifra stilistica. Le argomentazioni predilette da Fenoglio, la realtà contadina
e la guerra partigiana, sembrano collocarlo di diritto nel Neorealismo e
ricondurlo ad un altro autore di quegli anni, Cesare Pavese. In realtà, in lui non
ritroviamo polemica sociale in nome di un impegno ideologico progressista
(una delle caratteristiche individuate da Maria Corti come capo saldo del
Neorealismo) né i miti della terra e del sangue, del selvaggio e dell'ancestrale
(come nelle opere di Pavese).
Al centro della visione di Fenoglio vi è invece un focus diretto e spietato sulla
violenza come “senso unico e costante di tutti i rapporti umani” (Giorgio
Bàrberi Squarotti). Quella dell'autore è quasi una vera e propria indagine
condotta sul mondo contadino e sulla durezza disumana della sua vita,
sull'abbrutimento dei sentimenti che porta alla follia e a pensieri suicidi. E così
pure, l'indagine continua analizzando i dati estremi di crudeltà e di dolore
causati dalla guerra. In entrambi i casi, l'attenzione dell'autore non verte su di
una precisa collocazione storica e sociale ma sulle manifestazioni reali di
soerenza che possono generare tali condizioni.
Nonostante il dicile tema a cui l'autore riserva centralità all'interno della sua
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Letteratura Italiana Modulo 3 Elaborato di Sara Lione

La malora di Beppe Fenoglio:

Tematiche, linguaggio, stile e relativi riferimenti a correnti

ed autori

“[...] Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui s'articolano i rapporti umani, un gusto <> che persiste […]. Ed è questo sapore <> a caratterizzare i racconti che ora presentiamo , rievocanti episodi partigiani o l'inquietudine dei giovani nel Dopoguerra. Sono racconti pieni di fatti, con un'evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile ma asciutto ed esatto.” Così scriveva Elio Vittorini nel risvolto di copertina della prima edizione della raccolta di racconti “I ventitré giorni della città di Alba”, prima opera di Beppe Fenoglio ad essere pubblicata nella collana einaudiana “I gettoni”, nel 1952. Due anni dopo, la stessa collana riconfermò l'autore con la pubblicazione de “La malora”. Benché le parole di Vittorini si riferissero, in particolare, ad un altro scritto di Fenoglio, la sua presentazione rimane ancora oggi significativa e, seppur sinteticamente, esaustiva rispetto alle caratteristiche principali dello stile fenogliano. La stessa Maria Antonietta Grignani, autrice della “Nota” presente nel volume “La malora”, Beppe Fenoglio, collana “Nuovi Coralli”, ed. Einaudi, 1990, ne sottolinea la visione profetica, nella capacità di aver individuato le linee guida di quello che sarà poi lo stile di Fenoglio: “un lirismo frenato dell'aguzza nettezza della presa sugli oggetti, una fedeltà ai luoghi (le Langhe) e alla storia vissuta (la Resistenza) […], attento alle risorse antieffusive della lingua, al suo potenziale di brevità espressiva da cui far sprizzare la reinvenzione stilistica”. E' difficile categorizzare con precisione questo scrittore, nato ad Alba nel 1922 e che fu tale per appena dieci anni, sia per quanto riguarda le tematiche sia per la cifra stilistica. Le argomentazioni predilette da Fenoglio, la realtà contadina e la guerra partigiana, sembrano collocarlo di diritto nel Neorealismo e ricondurlo ad un altro autore di quegli anni, Cesare Pavese. In realtà, in lui non ritroviamo né polemica sociale in nome di un impegno ideologico progressista (una delle caratteristiche individuate da Maria Corti come capo saldo del Neorealismo) né i miti della terra e del sangue, del selvaggio e dell'ancestrale (come nelle opere di Pavese). Al centro della visione di Fenoglio vi è invece un focus diretto e spietato sulla violenza come “senso unico e costante di tutti i rapporti umani” (Giorgio Bàrberi Squarotti). Quella dell'autore è quasi una vera e propria indagine condotta sul mondo contadino e sulla durezza disumana della sua vita, sull'abbrutimento dei sentimenti che porta alla follia e a pensieri suicidi. E così pure, l'indagine continua analizzando i dati estremi di crudeltà e di dolore causati dalla guerra. In entrambi i casi, l'attenzione dell'autore non verte su di una precisa collocazione storica e sociale ma sulle manifestazioni reali di sofferenza che possono generare tali condizioni. Nonostante il difficile tema a cui l'autore riserva centralità all'interno della sua

produzione, il contegno di Fenoglio evita il moralismo, una troppo facile partecipazione emotiva incontrollata così come il palesarsi di sdegno ed orrore. La sua visione è ferma, oggettiva ed impassibile ed è questo forse un ulteriore elemento che contribuisce a conferire autorevolezza alle immagini che lo scrittore scatta per il lettore. La narrazione è quindi rapida, essenziale, concentrata in scene fortemente “visive”. Il linguaggio è secco ed asciutto. Da sottolineare come, stilisticamente parlando, “Il Partigiano Johnny” esuli da questa generalizzazione poiché presenta un linguaggio più prezioso e ricco di forzature espressive. Il romanzo breve o racconto lungo “La malora” (1954) rappresenta il mondo contadino delle Langhe dal punto di vista interno di un ragazzo di nome Agostino, protagonista e voce narrante. Egli è di famiglia molto povera e sarà proprio la miseria in cui vertono sempre più pesantemente le sorti della famiglia ad indurre il padre a mandare Agostino a lavorare come servitore in un altro podere. Il ragazzo, appena diciassettenne, viene venduto a peso (un marengo ogni dieci chili), proprio come un animale da bestiame. Tobia, questo è il nome del padrone che acquista Agostino, lo sottopone a fatiche enormi e gli fa patire la fame. Alla fine del romanzo, Agostino torna a casa, causa partenza di Stefano, il fratello che fino a quel momento aveva badato agli affari del podere di famiglia e si appresta a sostituirsi a lui. In questo romanzo, la violenza permea la vita dei contadini in maniera totalizzante e annientante. Sottoposti all'urto continuo e spietato degli eventi, essi non possono che reagire perpetrando a diffondere nei loro personali rapporti umani ciò la vita ha sempre riservato loro. E' un modo cupo e desolato che non offre alcuna alternativa. “La malora”, in questo senso, può essere associato a “I Malavoglia” di Giovanni Verga ma, a differenza dell'autore siciliano che, pur non offrendo una soluzione, spinge i protagonisti dei suoi racconti ad accettare il proprio destino, Fenoglio non vede alcun tipo di risoluzione per i suoi personaggi che non sia la morte e la conseguente fine delle sofferenze. Questa impressione di chiusura è comunicata anche grazie all'impostazione narrativa scelta dall'autore: il mondo contadino è visto dal punto di vista di Agostino, il quale, essendo completamente dentro a quel mondo e a quella mentalità, non è in grado di fornire nessuna forma straniata di giudizio. Inoltre, è sicuramente la scelta di affidare la narrazione ad un personaggio interno al mondo contadino a caratterizzare il linguaggio che, in questo romanzo, raggiunge il momento di massima fusione tra lingua e dialetto. Ad esempio, sono citati rimedi e tradizioni popolari tipici del mondo contadino quali l'uso della verbena per il mal di stomaco e il rituale della “porrata” sulla porta dell'innamorato respinto il giorno delle nozze. Inoltre, non mancano similitudini utilizzanti metri di paragone cari al mondo rurale come “Io ero rimasto come un vitello dopo la prima mazzata” oppure “Baldino rideva come fanno le asine quando le portano al maschio”. In generale, il linguaggio è povero e vicino al ritmo narrativo della tradizione orale. Anche i temi potenzialmente più intimi, come il racconto del fidanzamento dei genitori, sono raccontati senza troppi fronzoli psicologici. Permea infatti tutto il romanzo “un'abilissima tecnica di smorzatura” che “comprime l'elemento patetico” (Maria Antonietta Grignani), svolgendo la doppia funzione di alleggerire la spiccata tragicità di alcuni degli eventi raccontati e di “svilirli” dalla loro importanza emozionale, a fronte di esseri umani che hanno dimenticato la sensibilità che li contraddistingue come tali. E' sempre la Grignani a definire la scrittura del romanzo come frutto di un “impasto linguistico”, che miscela un parlato popolare-regionale senza saltare