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Lo stile e il linguaggio ne La malora di Beppe Fenoglio
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Letteratura Italiana Modulo 3 Elaborato di Sara Lione
“[...] Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui s'articolano i rapporti umani, un gusto <
produzione, il contegno di Fenoglio evita il moralismo, una troppo facile partecipazione emotiva incontrollata così come il palesarsi di sdegno ed orrore. La sua visione è ferma, oggettiva ed impassibile ed è questo forse un ulteriore elemento che contribuisce a conferire autorevolezza alle immagini che lo scrittore scatta per il lettore. La narrazione è quindi rapida, essenziale, concentrata in scene fortemente “visive”. Il linguaggio è secco ed asciutto. Da sottolineare come, stilisticamente parlando, “Il Partigiano Johnny” esuli da questa generalizzazione poiché presenta un linguaggio più prezioso e ricco di forzature espressive. Il romanzo breve o racconto lungo “La malora” (1954) rappresenta il mondo contadino delle Langhe dal punto di vista interno di un ragazzo di nome Agostino, protagonista e voce narrante. Egli è di famiglia molto povera e sarà proprio la miseria in cui vertono sempre più pesantemente le sorti della famiglia ad indurre il padre a mandare Agostino a lavorare come servitore in un altro podere. Il ragazzo, appena diciassettenne, viene venduto a peso (un marengo ogni dieci chili), proprio come un animale da bestiame. Tobia, questo è il nome del padrone che acquista Agostino, lo sottopone a fatiche enormi e gli fa patire la fame. Alla fine del romanzo, Agostino torna a casa, causa partenza di Stefano, il fratello che fino a quel momento aveva badato agli affari del podere di famiglia e si appresta a sostituirsi a lui. In questo romanzo, la violenza permea la vita dei contadini in maniera totalizzante e annientante. Sottoposti all'urto continuo e spietato degli eventi, essi non possono che reagire perpetrando a diffondere nei loro personali rapporti umani ciò la vita ha sempre riservato loro. E' un modo cupo e desolato che non offre alcuna alternativa. “La malora”, in questo senso, può essere associato a “I Malavoglia” di Giovanni Verga ma, a differenza dell'autore siciliano che, pur non offrendo una soluzione, spinge i protagonisti dei suoi racconti ad accettare il proprio destino, Fenoglio non vede alcun tipo di risoluzione per i suoi personaggi che non sia la morte e la conseguente fine delle sofferenze. Questa impressione di chiusura è comunicata anche grazie all'impostazione narrativa scelta dall'autore: il mondo contadino è visto dal punto di vista di Agostino, il quale, essendo completamente dentro a quel mondo e a quella mentalità, non è in grado di fornire nessuna forma straniata di giudizio. Inoltre, è sicuramente la scelta di affidare la narrazione ad un personaggio interno al mondo contadino a caratterizzare il linguaggio che, in questo romanzo, raggiunge il momento di massima fusione tra lingua e dialetto. Ad esempio, sono citati rimedi e tradizioni popolari tipici del mondo contadino quali l'uso della verbena per il mal di stomaco e il rituale della “porrata” sulla porta dell'innamorato respinto il giorno delle nozze. Inoltre, non mancano similitudini utilizzanti metri di paragone cari al mondo rurale come “Io ero rimasto come un vitello dopo la prima mazzata” oppure “Baldino rideva come fanno le asine quando le portano al maschio”. In generale, il linguaggio è povero e vicino al ritmo narrativo della tradizione orale. Anche i temi potenzialmente più intimi, come il racconto del fidanzamento dei genitori, sono raccontati senza troppi fronzoli psicologici. Permea infatti tutto il romanzo “un'abilissima tecnica di smorzatura” che “comprime l'elemento patetico” (Maria Antonietta Grignani), svolgendo la doppia funzione di alleggerire la spiccata tragicità di alcuni degli eventi raccontati e di “svilirli” dalla loro importanza emozionale, a fronte di esseri umani che hanno dimenticato la sensibilità che li contraddistingue come tali. E' sempre la Grignani a definire la scrittura del romanzo come frutto di un “impasto linguistico”, che miscela un parlato popolare-regionale senza saltare