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La Quarta Corona, Giuseppe Patota, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

Riassunto del libro La Quarta Corona, Bembo, Le Prose e il suo metodo di lavoro

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020
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LA QUARTA CORONA – Giuseppe Patota
Capitolo primo - il giardino degli Asolani
Gli “Asolani” sono la prima opera importante di Bembo. L’opera è composta da 3 libri ed è
stata pubblicata in 3 edizioni: 1501 / 1530 / 1553 l’ultima in particolar modo presenta delle
modifiche importanti. La prima fase della composizione è documentata da un manoscritto
autografo (Q) che possiede solo il primo dei tre libri. Paolo Trovato sostiene che, a livello
grafico, fonetico e morfologico, ci siano molte difficoltà per un prosatore non toscano. Le
differenze crescenti sono innegabili e la lettura potrebbe suggerire l’idea che un’opera di forte
impronta settentrionale sia stata trasformata progressivamente in un testo fedele al modello
del fiorentino letterario 300esco. In realtà fin dalla prima edizione Bembo lavora su una base
di fiorentino 300esco che viene solamente “scalfito” da interferenze settentrionali e del
toscano 400/500esco. Tra la prima e la seconda edizione notiamo numerosi cambiamenti in
ambito grafico, fonetico e morfologico. Nella descrizione del giardino degli Asolani
vengono contate 25 varianti di cui 7 testimoniano l’abbandono di tratti settentrionali per
quelli del fiorentino 300esco. Il problema principale probabilmente era il fatto che Bembo, alla
stesura della prima edizione, non sapeva distinguere il fiorentino 300esco con quello
contemporaneo.
Capitolo secondo - preistoria delle prose: il “libretto” e il fascicolo B
Filologi e studiosi hanno spesso menzionato un libretto sul volgare cui Bembo accenna in una
lettera del 1529 per difendersi dall’accusa di plagio delle “Regole grammaticali della volgar
lingua” di Giovan Francesco Fortunio. In questa lettera Bembo arriva a definirsi la vittima di
questo plagio. A favore di Bembo vi è anche Ludovico Castelvetro che sosteneva che per la
realizzazione dell’opera “Della volgar poesia” scritta da Vincenzio Calmeta molto prima
dell’opera di Bembo, egli si sia servito di un libretto fatto proprio da Bembo. L’opera di
Calmeta viene pubblicata nel 1502 e il primo accenno di Bembo di un’opera riguardo il
volgare lo abbiamo nel 1500 in una famosa lettera scritta a Maria Savorgnan dove la informa
di aver messo mano ad alcune note linguistiche.
Il critico Carlo Dionisotti afferma che la lettera in questione
non è una prova affidabile in quanto di essa non possediamo l’originale. Afferma comunque
l’esistenza di un’opera riguardo alla lingua scritta in questo periodo in quanto le modifiche
trovate negli Asolani (PRIMA EDIZIONE 1501) sono talmente grandi che sarebbero state
impossibili senza una precedente ricerca grammaticale.
Il primo corpo d’indicazioni grammaticali affidato alla stampa da Bembo ci fu nel 1501. Tali
indicazioni sono presenti in un fascicolo di 4 carte collocato alla fine dell’opera “Cose volgari
di Messer Francesco Petrarca” pubblicata da Aldo Manuzio nel 1501. Agli studiosi è noto come
FASCICOLO B. Alcune copie prima del lancio ufficiale ci furono diverse critiche riguardo ad
alcune forme utilizzate nel titolo e nell’indice.
1. Nel titolo c’era scritto “volgari” quando latinamente sarebbe “vulgari” -> si risponde
dicendo che i latinismi sono consigliabili nei testi in versi ma sono da evitare nella
prosa.
2. Nell’indice è stata usata la forma plurale “canzoni” ma il plurale avrebbe dovuto essere
“canzone” che deriva dal singolare “canzona” -> si afferma invece che i nomi femminili
in -e debbano avere il plurale in -i.
3. Si dichiara infine che la congiunzione “se non se” è un tratto del toscano 300esco
uscito dall’uso.
Questa appendice si presenta ufficialmente con la firma di Aldo Manuzio, ma la firma reale è
quella di Bembo. Il primo ad intuirlo fu Carlo Dionisotti e dopo varie ipotesi si arrivò a questa
conclusione in quanto la fisionomia linguistica è ben diversa dalla prosa utilizzata
tendenzialmente da Manuzio. Troviamo invece molte somiglianze con la scrittura di Bembo
nelle “Prose”. Il fascicolo B è stato aggiunto al volume di Manuzio in pochissimi giorni ed è
assurdo pensare che Bembo abbia elaborato in un tempo così breve indicazioni talmente
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LA QUARTA CORONA – Giuseppe Patota

Capitolo primo - il giardino degli Asolani Gli “Asolani ” sono la prima opera importante di Bembo. L’opera è composta da 3 libri ed è stata pubblicata in 3 edizioni: 1501 / 1530 / 1553 l’ultima in particolar modo presenta delle modifiche importanti. La prima fase della composizione è documentata da un manoscritto autografo ( Q ) che possiede solo il primo dei tre libri. Paolo Trovato sostiene che, a livello grafico, fonetico e morfologico, ci siano molte difficoltà per un prosatore non toscano. Le differenze crescenti sono innegabili e la lettura potrebbe suggerire l’idea che un’opera di forte impronta settentrionale sia stata trasformata progressivamente in un testo fedele al modello del fiorentino letterario 300esco. In realtà fin dalla prima edizione Bembo lavora su una base di fiorentino 300esco che viene solamente “scalfito” da interferenze settentrionali e del toscano 400/500esco. Tra la prima e la seconda edizione notiamo numerosi cambiamenti in ambito grafico, fonetico e morfologico. Nella descrizione del giardino degli Asolani vengono contate 25 varianti di cui 7 testimoniano l’abbandono di tratti settentrionali per quelli del fiorentino 300esco. Il problema principale probabilmente era il fatto che Bembo, alla stesura della prima edizione, non sapeva distinguere il fiorentino 300esco con quello contemporaneo. Capitolo secondo - preistoria delle prose: il “libretto” e il fascicolo B Filologi e studiosi hanno spesso menzionato un libretto sul volgare cui Bembo accenna in una lettera del 1529 per difendersi dall’accusa di plagio delle “Regole grammaticali della volgar lingua” di Giovan Francesco Fortunio. In questa lettera Bembo arriva a definirsi la vittima di questo plagio. A favore di Bembo vi è anche Ludovico Castelvetro che sosteneva che per la realizzazione dell’opera “Della volgar poesia” scritta da Vincenzio Calmeta molto prima dell’opera di Bembo, egli si sia servito di un libretto fatto proprio da Bembo. L’opera di Calmeta viene pubblicata nel 1502 e il primo accenno di Bembo di un’opera riguardo il volgare lo abbiamo nel 1500 in una famosa lettera scritta a Maria Savorgnan dove la informa di aver messo mano ad alcune note linguistiche. Il critico Carlo Dionisotti afferma che la lettera in questione non è una prova affidabile in quanto di essa non possediamo l’originale. Afferma comunque l’esistenza di un’opera riguardo alla lingua scritta in questo periodo in quanto le modifiche trovate negli Asolani (PRIMA EDIZIONE 1501) sono talmente grandi che sarebbero state impossibili senza una precedente ricerca grammaticale. Il primo corpo d’indicazioni grammaticali affidato alla stampa da Bembo ci fu nel 1501. Tali indicazioni sono presenti in un fascicolo di 4 carte collocato alla fine dell’opera “Cose volgari di Messer Francesco Petrarca” pubblicata da Aldo Manuzio nel 1501. Agli studiosi è noto come FASCICOLO B. Alcune copie prima del lancio ufficiale ci furono diverse critiche riguardo ad alcune forme utilizzate nel titolo e nell’indice.

  1. Nel titolo c’era scritto “volgari” quando latinamente sarebbe “vulgari” -> si risponde dicendo che i latinismi sono consigliabili nei testi in versi ma sono da evitare nella prosa.
  2. Nell’indice è stata usata la forma plurale “canzoni” ma il plurale avrebbe dovuto essere “canzone” che deriva dal singolare “canzona” -> si afferma invece che i nomi femminili in -e debbano avere il plurale in -i.
  3. Si dichiara infine che la congiunzione “se non se” è un tratto del toscano 300esco uscito dall’uso. Questa appendice si presenta ufficialmente con la firma di Aldo Manuzio, ma la firma reale è quella di Bembo. Il primo ad intuirlo fu Carlo Dionisotti e dopo varie ipotesi si arrivò a questa conclusione in quanto la fisionomia linguistica è ben diversa dalla prosa utilizzata tendenzialmente da Manuzio. Troviamo invece molte somiglianze con la scrittura di Bembo nelle “Prose”. Il fascicolo B è stato aggiunto al volume di Manuzio in pochissimi giorni ed è assurdo pensare che Bembo abbia elaborato in un tempo così breve indicazioni talmente

compiute da poter combaciare quasi perfettamente con quelle presenti nelle “Prose”. Sulla base di questi ragionamenti possiamo quindi constatare che effettivamente Bembo aveva preparato già delle schede grammaticali dalle quali ha preso il materiale necessario per rispondere ai critici. Nell’appendice dell’opera di Manuzio notiamo anche i tecnicismi della tradizione grammaticale latina sono sostituiti da eleganti parafrasi -> voci femminili – voci di femmina / singolare – primo numero. Queste riformulazioni sono presenti anche nelle “Prose” e Bembo risulta l’unico grammatico rinascimentale a riformulare la terminologia grammaticale latina. Riguardo quindi all’ipotesi di plagio dell’opera di Fortunio, il critico Dionisotti si sente di negare questa eventualità “assolvendo” Fortunio. La terminologia che quest’ultimo ha in comune con Bembo si limita a quelle presente anche nell’opera “Le cose volgari di Messer Francesco Petrarca” che ha apertamente preso in considerazione per la stesura della sua opera. Capitolo terzo - Il vero titolo delle prose Manoscritto autografo (V): composta tra il 1516 e 1524 1° edizione 1525, Tacuino, Venezia (P) 2° edizione 1538, Marcolini, Venezia (M) 3° edizione 1549, Torrentino, Firenze (T) Le prose per come le conosciamo oggi, portano il titolo di “Prose della Volgar Lingua”. Ma è proprio questo il titolo che diede Bembo? Il dubbio è legittimo, perché il titolo “Prose della volgar lingua” non compare né nel manoscritto autografo, né in alcun logo del testo e del paratesto delle tre edizioni riconducibili a Bembo. Si incontra solo, nella forma “Le prose della volgar lingua”, nella dedicatoria di Benedetto Varchi a Cosimo de’ Medici presente in T. V non ha un titolo generale, mentre ciascuno dei libri reca in intestazione un titolo di mano dell’autore in lettere maiuscole. La prima edizione a stampa dell’opera, invece, un titolo generale ce l’ha. Campeggia, in lettere maiuscole, nel retro della prima carta, in quanto non presenta un frontespizio. Questa scelta è da ricondurre a Bembo? Si dice che prima di inviare Cola Bruno a Venezia per sovrintendere la stampa nel 1525, Bembo abbia tratto o fatto trarre da V un altro manoscritto da consegnargli come antigrafo dell’edizione, e che già su di esso abbia operato modifiche che la stampa dimostra rispetto al testo finale di V. Fra le istruzioni per la stampa spedite da Bembo al segretario Cola Bruno nessuno riguarda il titolo. L’autore di preoccupa della qualità della carta e della messa in forma del testo. Nella lettera del 1525, visionate le bozze della “prima carta della stampa”, Bembo se la prende con i compositori che non hanno lascito gli spazi bianchi adeguati tra le parole e tra queste e alcuni segni di interpunzione. Se avesse avuto qualcosa da dire sulla mancanza del titolo lo avrebbe detto prima che degli spazi bianchi. Dunque, la scelta intenzionalmente nostalgica di non far stampare il frontespizio, quella di collocare il titolo esteso sul verso della prima carta e la formulazione del titolo stesso si devono a Bembo. È possibile che si debba a lui anche il titolo abbreviato “Prose della volgar lingua”? Altri fatti portano a escluderlo. Nelle lettere Bembo non usa mai questo titolo, ma usa altre forme. Se il titolo fosse stato quello abbreviato, è mai possibile che Bembo, a stampa in corso e conclusa, non lo abbia mai usato neanche una volta nella forma esatta? Il vario alternarsi di queste formule trova invece un senso e una ragione se esse sostituiscono il titolo riportato sul verso della prima carta, davvero troppo lungo per essere riportato per intero in una lettera. La forma abbreviata che ricorre più spesso nell’epistolario è “Prose”: una sola parola, la stessa che usiamo noi. Mentre l’uso del termine prosa nell’accezione di ‘testo scritto in prosa’ è remoto, la sua prima attestazione con questo significato all’interno del titolo di un libro è

diversi grammatici misero in discussione la pertinenza di quest’indicazione. La sua presenza nelle Prose è elemento in più per mettere in dubbio la paternità bembiana del titolo “Prose della volgar lingua”, che la contraddice, al contrario del titolo esteso. Dell’editio princeps degli Asolani, Venezia, Manuzio, 1505, esistono 2 varietà che differiscono solo per la presenza o assenza della lettera di dedica a Lucrezia Borgia, datata Venezia 1504. Questa edizione presenta il titolo “GLI ASOLANI DI MESSER PIETRO BEMBO”. A seguire, il primo libro è aperto dal titolo “DE GLI ASOLANI DI M. PIETRO BEMBO, PRIMO LIBRO”, il secondo libro è aperto da “DE GLI ASOLANI DI M. PIETRO BEMBO. SECONDO LIBRO” e il terzo uguale ma “… TERZO ET ULTIMO LIBRO”. Nella seconda edizione degli Asolani curata da Bembo personalmente, non ci sono né frontespizio né titolo generale che lo marca. La prima carta dispari ha al centro la dicitura “EDITION SECONDA”; a seguire, ciascun libro è preceduto da un titolo esteso che si avvicina a quello presenta nell’intestazione del primo libro: “DE GLI ASOLANI DI M. PIETRO BEMBO NE QUALI SI RAGIONA D’AMORE PRIMO LIBRO/SECONDO LIBRO/TERZO LIBRO”. La terza edizione 1553, postuma, risulta completamente normalizzata nel paratesto. Il frontespizio reca il titolo “GLI ASOLANI”, in corpo maggiore, seguito da “DI M. PIETRO BEMBO”, in corpo minore. Non si può tralasciare che la edizione del 1553 è pur sempre un’edizione postuma. La seconda edizione degli Asolani è vicina alla prima delle Prose, non solo per ideologia linguistica che la accompagna, ma anche per assetto paratestuale che la connota. Il titolo di ciascun libro è quasi identico. Sembra proprio che sia per il primo che per il secondo dei suoi dialoghi Bembo abbia preteso una stampa senza frontespizio e con i titoli estesi e dettagliati. Capitolo quarto – La grammatica dell’armonia Bembo fu umanista di primissimo piano, frequentatore di maestri come Costantino Lascaris e Angelo Poliziano, filologo molto competente. All’esperienza maturata attraverso la consuetudine col testo scritto s’accompagnò, in sede teorica, la soluzione estetica affidata all’epistola “De imitatione”, che, si propone di offrire l’ottimo modello da seguire per la poesia e per la prosa; un modello che si fonda sull’armonia, l’equilibrio e la gradevolezza. Offrì inoltre una soluzione al problema dei rapporti tra antica e nuova lingua; in secondo luogo una solida via d’uscita all’incertezza degli Umanisti dell’età di mezzo, figli della generazione “latina” del 400 e predecessori di quella “italiana” del 500 e infine una proposta risolutiva nell’ambito del dibattito ormai avviato sul modello linguistico volgare. L’autore delle prose sperimentò le stesse difficoltà e gli stessi successi di Fortunio, ma su un altro piano e con forze diverse. La sua grammatica è da un lato il frutto della sperimentazione filologica applicata all’edizione di testi in volgare, dall’altro il risultato dell’elaborazione del nuovo ideale umanistico del De imitazione, prodotto negli stessi anni in cui vennero redatti i primi due libri delle Prose. Se Fortunio mosse da un processo astratto d’accettazione del volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio, l’intervento normativo di Bembo poggiò sulla storia di quel volgare che negli scritti delle Tre Corone aveva dato i più alti risultati estetici. Anche Bembo, come il suo predecessore, dovette fare i conti con l’obiezione teorica della plausibilità di una grammatica della lingua nuova. Mentre Fortunio oppose a quell’obiezione una riflessione che muoveva da esperienza privata di lettura, Bembo si fondò su solide ragioni della storia, della letteratura, dell’estetica classicista. Se quella di Fortunio è una grammatica astratta delle forme, nonostante la fitta rete di riscontri dai testi, quella di Bembo è grammatica di una letteratura capace di vincere il tempo con mediazione di offerte esemplari, legittimate dalla storia e dall’autorità. Ne deriva un primato della scrittura sull’oralità. Esempio per mostrare la differente qualità dei metodi usati da Fortunio e Bembo: per il presente congiuntivo dei verbi di I classe, il primo sancisce, senza commentarla, la plausibilità

dell’alternanza fra la forma antica in –e la moderna in –i. Il secondo, invece, segnala una differenza d’uso all’interno dell’oscillazione: la desinenza in –i è buona per la prosa, ma per la poesia è meglio in –e. Nel Decameron viene accettata solo la forma in –i, Petrarca adotta entrambe. Riconoscendo la qualità petrarchesca del tipo in –e, Bembo dimostra maggior sensibilità stilistica di Fortunio, che si era limitato ad accogliere la doppia uscita. Chi, come Cesare Segre, ha segnalato la diserzione dal modello trecentesco che si riscontra nelle Prose, non ha sbagliato, però l’apertura di Bembo non è nei confronti dell’uso ma della piacevolezza, scopo ultimo del valore letterario. In sostanza Bembo vuole costruire una grammatica fondata sull’armonia: a volte si volge totalmente al passato (alle 3 corone), altre volte predilige forme contemporanee. L’obbiettivo è quello di trovare un equilibrio tra passato e presente. Capitolo quinto – Come lavorava Bembo: un caso esemplare Il confronto tra la prima stesura delle “Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua” e il testo dell’editio princeps (edizione a stampa), consente di acquisire molte nuove informazioni sul metodo e sul merito del lavoro grammaticale di Bembo. Esempio relativo alla formazione di frasi comparative: nella prima stesura delle Prose, la regola è chiara: quando “come” ha funzione comparativa, non richiede la forma del pronome personale soggetto, ma la forma del pronome personale complemento (“fare come ME”). Nell’edizione a stampa questa indicazione non c’è più, e viene inserita una prescrizione diversa: se il primo termine di paragone è il soggetto della frase, la forma del pronome personale soggetto da usare dopo “come” è quella del soggetto, e dunque per la prima persona in particolare, io non me (“fare come IO”). Fra 400-500, però, pur in presenza delle medesime condizioni sintattiche, la tipologia del sintagma formato da “come + pronome personale” cambia notevolmente. L’incidenza dei tipi “come io, tu, egli” diminuisce rispetto all’incidenza del tipo “come me” e soprattutto dei tipi “come te, come lui”, che nel 500 diventano maggioritari rispetto alle sequenze caratterizzate dalla presenza del pronome soggetto. Bembo che nella prima stesura delle Prose aveva dato un’indicazione vicina all’uso a lui contemporaneo, nella stampa richiama sé stesso all’ordine trecentesco. In questo ripensamento avrà pesato il confronto con le “Regole” di Fortunio, che aveva condannato adozioni del tipo “come lui, come lei”, liquidandone gli esempi reperibili nelle opere di Boccaccio come errori. Lontano dalle ingenuità di Fortunio, Bembo anziché negare la paternità boccacciana dei due esempi di “come lui” presentati nelle “Regole”, interpreta il primo come sostituzione di “lui” a “colui”. La soluzione trovata da Bembo dimostra maggior rispetto per la filologia, perché implica solo l’interpretazione in quel modo di tali pronomi; allo stesso tempo ci avverte che, nel passaggio dalla prima alla seconda stesura delle Prose, il carro della grammatica è costretto a una retromarcia. In realtà, la sufficienza di messer Pietro era solo apparente, perché egli sapeva di aver appena corretto sé stesso: la grammatica dell’armonia gli imponeva di cancellare il presente e le eccezioni del passato e di optare per un passato senza eccezioni. Capitolo sesto – Dopo le Prose: la grammatica silenziosa “Grammatica silenziosa” è un’etichetta applicabile a tre aspetti distinti delle Prose:

  1. Il primo investe il rapporto che c’è tra il terzo libro e i primi due; Grammatica silenziosa perché nel terzo libro delle Prose, la forma grammaticale si dissolve nel dialogo fino a renderlo una meravigliosa selva dove l’esemplificazione della parola e del suo uso prevale sulla classificazione delle regole. Anche nei primi due però ci sono diversi spunti grammaticali. Nel II ad esempio, Fregoso istruisce sulla collocazione dell’accento e dà conto di alcune forme prodotte dall’aggiunta di un possessivo enclitico ai nomi di parentela e al termine “signore”, un nome relazionale che per proprietà semantiche può considerarsi

a. Mediazione di alcune grammatiche d’autore variamente ispirate al modello bembiano, tra cui quella di Buommattei, Cinonio, Puoti, Corticelli. b. Manualizzazione delle Prose, avviata nel 1549 con la pubblicazione della Tavola e proseguita con la realizzazione di compendi, riduzioni a metodo, repertori e tavole grammaticali e lessicali.