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Riassunto sintetico e essenziale di "La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell'italiano scritto" di G. Patota
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Il “libretto” di indicazioni grammaticali viene nominato da Bembo in una lettera del 1529 inviata per difendersi da un’accusa di plagio da parte di Moretto. Il primo accenno di B a un’opera sul volgare è del 1500, parla di “notazioni”, ovvero di un lavoro di schedatura grammaticale che può essere definita come anticamera delle Prose. Il primo corpo di indicazioni fu dato alle stampe nel 1501, in un fascicolo di 4 carte inserite nelle Cose volgari di Messer F. Petrarcha. Il cosiddetto Fascicolo B, dove sono presenti tre indicazioni:
→ il titolo “Prose della volgar lingua” non compare:
Si confronta la prima stesura delle Prose (cod. Vat Lat 3210) e il testo dell’editio princeps del 1525 per acquisire nuove informazioni sul metodo del lavoro di Bembo, in particolare riguardo al tipo di pronome personale da adottare nella formazione di un secondo termine di paragone introdotto da “come”, norma che cambia nel passaggio dal ms alla stampa. Nel cap LXIX del III libro della prima stesura la regola è chiara: quando la particella “come” ha funzione comparativa, non richiede la forma del pronome personale soggetto, ma la forma del pronome personale complemento (=lui). Nell’edizione a stampa questa indicazione non c’è più e al suo posto vi è inserita una prescrizione tutta nuova e completamente diversa: se il primo termine di un paragone è il soggetto della frase, la forma del pronome personale da adoperare dopo “come” è quella del soggetto e dunque, in particolare per la 1a^ persona, “io” e non “me”. Cosa ha determinato questo cambiamento nei convincimenti grammaticali di Bembo? I vocabolari e le grammatiche dell’italiano contemporaneo forniscono una regola opposta a quella dell’editio princeps e identica a quella del ms → la forma del pronome personale che segue “come” in un secondo termine di paragone è sempre “me, te, lui” non “io, tu, egli”. Dallo spoglio dei testi del 200/300, si ricava che, quando il primo termine della comparazione è il soggetto, il tipo “come” + pron soggetto è maggioritario rispetto al tipo “come” + pronome complemento → più presenti forme tipo “come tu” che “come te” tra 400 e 500 cambia. L’incidenza dei tipo “come io, tu, egli” diminuisce rispetto all’incidenza del tipo “come me, te, lui”, che diventano maggioritari nel ‘500 → nel ‘500 più presenti forme tipo “come me” che “come io” Bembo, che nella prima stesura delle Prose aveva dato un’indicazione vicina all’uso a lui contemporaneo, nella stampa richiama sé stesso all’ordine trecentesco. In questo ripensamento, avrà pesato molto il confronto con le Regole grammaticali della volgare lingua di Fortunio, il quale aveva prescritto l’adozione del tipo “come lui, lei”. Tra 600 e 700 secolo il tipo “come” + pronome complemento si fa ancora più frequente rispetto a “come” + pronome soggetto → maggiori “come me” che “come io”. Nel ‘800 il tipo “come io, tu, lui” può dirsi uscito dall’uso. La prescrizione esclusiva del tipo “come me” si ha soltanto nel ‘900. In poesia è diverso. In generale, il tipo “come” + pron sogg regge molto meglio che nella prosa. Il tipo “come egli” prevale sul tipo “come lui” fino al ‘300, il tipo “come tu” prevale sul tipo “come te” fino al ‘400, e il tipo “come io” prevale sul tipo “come me” fino all’800. Ma cosa ha determinato il cambio linguistico da “come io, tu, egli” a “come me, te, lui” che si è progressivamente affermato nella prosa del ‘400 in poi? Quasi tutti i grammatici hanno guardato al secondo termine del paragone nominale e alla frase comparativa come a due realizzazioni diverse della stessa struttura sintattica, considerando il termine del paragone nominale una frase comparativa con cancellazione di uno o più costituenti a partire dal verbo. Oggi, le più autorevoli grammatiche che descrivono l’ita antico e moderno, presentano la proposizione comparativa e il paragone nominale insieme, in quanto diverse realizzazioni superficiali della stessa struttura profonda. In un enunciato tipo “non sono sì belle com’io”, ricostruibile come “non sono sì belle com’io sono bella” la sequenza “come” + pron personale soggetto è giustificabile, d’altra parte l’ellissi del verbo modifica lo statuto grammaticale di “come”, che diventa preposizione a tutti gli effetti. Il “come” della frase comparativa può essere analizzato come un complementatore. A determinare il cambio da “come io” a “come me” sarà stato un meccanismo di analogia: nella coscienza linguistica dei parlanti il “come” introduttore di un secondo termine di paragone (pro)nominale è stato percepito come un elemento funzionale equivalente a “a, di, con, per, ecc…”; e così gli utenti hanno preso a adoperare dopo “come” le stesse forme pronominali che adoperavano dopo “a, di, con, per, ecc”. Una spiegazione diacronica. Nel caso specifico, la grammatica implicita degli utenti ha funzionato meglio di quella esplicita dei normatori della lingua.
L’etichetta “grammatica silenziosa” può essere applicata a tre aspetti delle Prose, relativi al rapporto tra il terzo libro e i primi due, al rapporto tra l’opera e il suo autore, al rapporto tra la lingua dell’opera e la ricaduta che ebbe su molti scrittori.
È grammatica silenziosa non solo perché nel terzo libro la forma-grammatica si dissolve nel dialogo, ma anche perché le regole non sono grammatica solo nel libro terzo ma anche nei primi due. Fregoso, alter ego di Bembo, si sofferma nel libro I sulla descrizione del fenomeno della i prostetica; in II dà indicazioni sui fonemi del volgare; in II, 14 e 16 istruisce sulla collocazione dell’accento e in II 21 dà conto di alcune forme prodotte dall’aggiunta di un possessivo enclitico ai nomi di parentela: signorso, fratelmo, patremo. Bembo considera queste voci toscane diafasicamente orientate verso il basso e diffuse nell’Ita mediana. Questi tipi non sono mai documentati in un testo italiano a partire dal ‘500, ma solo in scritti che riproducono il toscano parlato o il toscano vernacolo.
Questo aspetto è documentato dalle numerose autocorrezioni, finalizzate alla ricerca di una maggiore aderenza alle forme trecentesche. Tali correzioni ci permettono di sapere come la pensava il Bembo riguardo a questioni grammaticali sulle quali le Prose tacciono.
Individuiamo alcune scelte linguistiche che il Bembo non codifica né nel terzo libro ne altrove, ma applica nella scrittura dell’intero trattato. Una di queste scelte riguarda la collocazione del soggetto a destra del verbo nella frase interrogativa. Nel fiorentino antico la frase interrogativa indipendente, detta totale (che prevede come risposte possibili si o no), è caratterizzata dalla collocazione del soggetto nominale o pronominale a dx del verbo. Questa organizzazione frasale è rappresentata nel Decameron. Questa, che in Boccaccio è solo una forte tendenza), legata a un uso naturale, diventa in Bembo una regola che non conosce eccezioni: non codificata ma applicata praticamente. La regola silenziosa sarà silenziosamente seguita dalla gran parte degli scrittori italiani per una precisa spinta imitativa. Una seconda scelta riguarda un aspetto relativo alla selezione delle forme di 3a^ persona plurale nell’ambito della coppia suo/loro. Per il fiorentino del ‘200 e primo ‘300 il possessivo normalmente usato per la 3a^ pp è quasi sempre “loro” e quasi mai “suo”. Bembo non diede ne nel terzo ne altrove indicazioni esplicite in merito a forme e uso dei possessivi, ma nella pratica della scrittura accolse per la 3a^ pp soltanto il tipo “loro”. La grammatica silenziosa può anche imporre la manipolazione della lingua dei classici in nome di una norma paradossalmente fondata sul loro nome. Alla norma implicita di Bembo si adeguarono anche i fiorentini. Non come il Bembo prescrive, ma come il Bembo usa.
Come le Prose hanno avuto una ricaduta su molti autori di grammatiche scolastiche ‘800 e ‘900. la materia grammaticale nell’opera vi scorre in un flusso continuo, non articolato in paragrafi, non schematica, e quindi del tutto inutilizzabile a fini didattici. Eppure, la presenza delle Prose si fa sentire in quasi tutte le grammatiche di destinazione scolastica edite nel ‘800/’900. lo dimostrano tre fatti.